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26.02.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XV)
Sfratti logistici
di Giuseppe Braga
il sole è alto e il cielo è di un blu stinto. Sereno, ma non limpido, un poco torbido. Le montagne oggi non si vedono, no. Stanotte il termometro è andato sotto zero. Traffico come da norma. Al bar sotto al metrò invece, non ci stava nessuno. La cosa mi ha un po’ inquietato, anche se il cappuccino me lo stavo già bevendo, per cui, eventualmente, quello che è stato, ormai è già stato. Ma l’avvenimento di giornata, notevolissimo!, è senz’altro un’altro.
Qui nel mio ufficio hanno fatto dei cambiamenti, ehm, logistici… dei grossi cambiamenti logistici. Cose da pazzi. Spiego. Hanno messo dentro altri armadi, come se quelli che già c’erano non bastassero. E poi. Hanno rivoltato l’arredamento, senza nemmeno consultare uno dei pochi architetti che ci stanno sul piano. Ma è stata un’emergenza, mi hanno fatto sapere. Già. Concentrando tutto nel poco spazio libero che restava, c’han messo anche un’altra scrivania e degli scaffali. E ancora. Un tavolo e un mobiletto, tutto nella zona della fotocopiatrice e del plotter. Perché tutto ciò? Semplicissimo, per far spazio al povero – lo dico senza ironia, eh! – collega P****, sfrattato dal suo ufficio, senza nemmeno il preavviso di quindici giorni. Alle nove di venerdì gli han detto che doveva abbandonare la stanza, alle dodici e mezza era già fuori... ecco. E adesso qui siamo in quattro. Nell’ufficio, intendo. In molti di più se contiamo tutti gli armadi. Molto bene. Ora però, per passare, mettiamo che tu voglia farti una fotocopia, talvolta accade, bisogna appiattirsi parecchio. Anche all’ingresso, con quel nuovissimo e bellissimo scaffale basso grigio un po’ scrostato e arrugginito, giusto dietro la porta, ci saranno cinquanta centimetri scarsi di luce per passare. L’attaccapanni non sapevano dove ficcarlo – era l’unico posto nel quale si poteva mettere, scusa – e così me lo sono ritrovato di fianco (fate conto che io sono molto, molto!, lontano dall’ingresso, in una specie di stanza attigua, nel punto più distante, insomma, ottima soluzione non c’è che dire), addossati al mio tavolo, una decina di bei rotoloni di carta – non sapevamo dove posizionarli, scusa – altri faldoni sopra il tavolo luminoso – li avrà lasciati lì qualcuno, scusa –, già, già, certo, come no…
Colmo dei colmi, nella casella di posta interna, trovo una mail del Servizio Logistica (in realtà penso che mi abbiano inserito nella loro mailing list per sbaglio, lo dico perché, oggettivamente, senza falsa modestia, io conto meno di zero). Sta completando una ricognizione degli spazi utilizzati nei vari Settori. Riorganizzazione, ottimizzazione, disposizione degli arredi, sistemazione ottimale del personale, pianificazione, fruizione degli spazi… quanto mi piacciono a me, queste curiose coincidenze…
Posted by Giuseppe Braga at 07:43 | Comments (8)
23.02.07
C’è grossa crisi nell’aria
di Giuseppe Braga
Sono le nove. C’è Berlusconi in tv. Su La7. Il Ferrara gli sta facendo le domande, la Ritanna scuote la testa e interviene poco. In sostanza parla solo lui, come sempre. Sovrasta persino l’insormontabile Giuliano che di solito a casa sua (Otto e Mezzo) spadroneggia. Racconta e racconta e racconta. Spiega alla Nazione. A tutto campo. Manco fosse Gattuso.
Il mio sì, che era un buon esecutivo, abbiamo fatto più noi che tutti i governi precedenti della Repubblica. Il conflitto d’interessi non esiste. Ci hanno scippato le elezioni. Centinaia di migliaia di voti in meno. Abbiamo fatto un’opposizione responsabile. Nonostante la sinistra controlli tutti i giornali, le università e la magistratura. Noi non litigavamo, noi, eravamo forti, compatti e coesi. Mentre adesso. I numeri al Senato non ci sono. L’hanno visto tutti. La maggioranza perde i pezzi che è un piacere. Ci affidiamo al senso di responsabilità del Presidente della Repubblica, un galantuomo d’altri tempi. Nel novantaquattro gli strinsi persino la mano, in Parlamento. Nonostantre fosse un comunista, pensi lei. Un Prodi bis è da escludere. Ci riserviamo di scegliere le prossime strategie future. Sono pronto a tornare al Governo. Questo è chiaro. È il Paese che me lo impone. Sono i numeri a dirlo. Berrò l’amaro calice. Mi sacrificherò. Ci sono stati Leader che hanno governato a un’età più avanzata della mia. A Montecatini andò come andò. Ero a stomaco vuoto, dormivo tre ore per notte e non avevo nemmeno bevuto un bicchier d’acqua. Adesso poi ho il bypass e sono a posto per i prossimi dieci anni. I sondaggi ci danno con quattordici punti percentuali in più. Fininvest gode di ottima salute. Con Veronica tutt’apposto, sì, grazie. Buonasera.
Impedibile. Impagabile. Insuperabile. Molto meglio del tonno. E nettamente in anticipo. Un risorto fuori stagione. E dire che non siamo nemmeno in Quaresima…
Posted by Giuseppe Braga at 20:47 | Comments (3)
20.02.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XIV)
c'era una volta in bacheca...
di Giuseppe Braga
qualcuno ha fatto sparire i fogli* che avevo messo (applicati con amore, con l’ausilio di adorabili puntine) sulla bacheca (in sughero) vicino agli ascensori del mio piano. erano lì da un po’, d'accordo, ma assicuro che non davano fastidio (almeno lo credevo, ingenuo che non sono altro ) a nessuno. di spazio ce n’era, di fianco, eccome se ce ne stava di spazio.
i miei fogli occupavano meno di un quarto, di quella bacheca. uno spazio che ritenevo adeguato. suvvia. non mi pareva troppo invadente. eddai. un piccolo modesto spazio auto referenziale auto celebrativo che contribuiva a rafforzare semi quotidianamente la mia autostima. dunque è stata un’azione ingiustificata, assolutamente criminosa e forse, dico, pure premeditata, almeno da quel punto di vista lì. dunque sono portato a credere che ci sia sotto qualcos’altro di molto torbido e di maledettamente oscuro. dunque. ci sono rimasto male, ecco. certo. queste sono cose che fanno riflettere alquanto parecchio, anzi molto. chi mai sarà stato? e poi. soprattutto. perché, chiunque sia stato, l’avrà mai fatto? si sarà avvalso di complici? che ne dite, chiederanno un riscatto?
* in formato A4, ma anche più piccoli, semplici ritagli. da giornali e riviste, riguardanti, ovviamente, la formidabile e struggente opera prima del sottoscritto.
Posted by Giuseppe Braga at 11:28 | Comments (5)
16.02.07
Il fascino maledetto dello scrittore (part XIII)
tornelli
di Giuseppe Braga
sto rientrando dalla pausa pranzo. Stamattina all’ingresso, nonostante fossero le otto meno dieci del mattino, ai tornelli ci stava la coda. Perché? Semplice. Su tre tornelli ne funzionava uno soltanto. Dentro al Palazzo ci lavorano più di ottocento persone e quindi il conto è presto fatto… I tornelli sono nuovi, ce li hanno appena sostituiti. Elettronici, nuovo software, spediscono immediatamente i dati dio sa dove, alla sede centrale dell’ufficio personale, o in qualche altro ufficio che tiene sotto controllo i dipendenti. I primi giorni, qualche mese fa, appena installati, su tre non ne funzionava nemmeno uno. Altro che intasamento ai caselli di Melegnano. Avreste dovuto vedere. Uno spasso.
Troppo sensibili, mancava la gestualità corretta. Bisognava inserire il badge con un movimento dolce, da destra verso sinistra, né troppo velocemente, né troppo lentamente, altrimenti te ne restavi lì, aldiquà, nel limbo a-temporale. In quei simpatici giorni, simpatiche code si formavano sia in entrata che in uscita. Era tutto molto divertente, a vederlo nella giusta ottica. Gli installatori, che invece di ottica ne avevano un’altra, restavano lì nei pressi e mostravano alla plebe impiegatizia (impiegatizia e ignorante per definizione), come far passare il badge nella fessura. Alcune volte passavano alle dimostrazioni pratiche. Alcune volte però, non ci riuscivano neppure loro, i cervelloni installatori, a farlo passare.
I primi giorni quando passavi il badge ti usciva sul display anche il tuo nome e cognome e numero di matricola. Per certi versi era notevole come cosa. Personalmente, mi faceva sentire un dipendente di una certa importanza. Poi non l’ho più visto, il mio nome. E nemmeno quelli degli altri. Mi sa che ci stava sotto qualche problema legato alla privacy, mi sa.
Per tornare alla pausa pranzo di oggi (piattino di pesce misto, con pezzetti di tonno, tre gamberetti, frammenti di pomodorini e di patate, striscette fini fini di formaggio e altri oggetti non identificati), ecco che sto rientrando in ufficio. All’ingresso vedo che ci sta un tizio in tuta inginocchiato che sta riparando un tornello. Per l’esattezza quello di destra. Ne restano altri due liberi. Le mie colleghe scelgono quello di sinistra, a me tocca quello centrale. Sto per transitarci, il badge scorre bene e sento il bip. Tutto ok, ma la sbarra non si abbassa. Resto fermo fuori. Due, tre secondi. Guardo stranito il tizio in tuta, lui è indaffarato con un cacciavite e giustamente, nella sua ottica, non mi caga, allora richiamo l’attenzione dell’agente di sicurezza che è lì, bello preciso in divisa, vicino al tizio in tuta che lavora. Mi spiego: mentre il tizio in tuta è inginocchiato col cacciavite in mano e armeggia sul tornello, l’agente di sicurezza privata se ne sta lì a guardarlo. A guardarlo lavorare, già. Faticoso il mestiere della guardia privata. Soprattutto nell’ottica di dover star lì a guardare tutto il giorno. A sto punto, ottica per ottica, lo guardo anch’io, l’agente di sicurezza. Al di qua. Richiamo la sua attenzione. Ehilà! Lui mi squadra con due occhi che trasudano odio allo stato puro.
Ecco il breve ficcante significativo esaustivo sintetico esclusivo dialogo che ne è seguito.
Mi scusi, non funziona?
Lo stanno riparando, non vede?
Veramente vedo che stanno riparando quello di destra.
Non funziona nemmeno quello centrale.
Ma il badge, è passato e ha fatto bip, insisto io. Mi pare quasi una questione di principio.
Le dico che è guasto, mi fa lui irritato. Forse perché l’ho distratto dal lavoro che stava guardando fare dal tizio in tuta.
Ma il badge è passato e… e poi, mi scusi, non avete nemmeno messo un foglio che indicasse che era fuori servizio. Come facevo a saperlo?
Se le dico che non funziona non funziona. Come glielo devo dire.
Bastava mettere un foglietto sopra e…
Senta, utilizzi quello di sinistra e ci lasci lavorare, forza.
Io seguo il consiglio dell’uomo d’ordine ed entro. Sarà un pomeriggio lunghissimo, lo so. Mi attendono ancora molte varianti urbanistiche da aggiornare. Lui invece, secondo me se la spasserà alla grande. Infatti vedo che torna a concentrarsi sul tizio che smanetta col cacciavite. Gli torna persino il sorriso sulle labbra. Basta poco a volte. Beato lui.
Che gli uomini in divisa abbiano sempre ragione?
Posted by Giuseppe Braga at 13:06 | Comments (0)
15.02.07
Viva l’Amor…
di Giuseppe Braga
Tant’amore concentrato (in così pochi metri quadrati) come fosse ketchup denso e condensato, non lo vedevo da anni, ma che dico, da molto parecchio di più!
La serata milanese di presentazione dell’antologia Posa ‘sto libro e baciami, è andata alla grandissima. Non sono io a dirlo, ma i fatti, nudi e crudi. Sentite qua.
Lo Scalo Dieci di via Chieti al 10, in Milano, zona corso Sempione, era zeppo come un tubetto di dentifricio, denso e intonso. Ebbene sì, c’era parecchia variegata gente. Da notare, lo faccio notare, visto il clima che si respira in questi giorni, che non è avvenuto, nonostante il grosso concentramento di folla, nessuno scontro o tafferuglio con le forze dell’ordine (peraltro non pervenute in loco). Inoltre, il deflusso della suddetta folla, al termine della serata, è avvenuto senza incidenti degni di nota.
Parliamoci chiaro, come ogni evento milanese che si rispetti, l’inizio della presentazione, previsto per le ventuno, è avvenuto alle ventidue, mica scemi noi, sempre sull’onda delle mode e delle tendenze, noi, giovani emergenti (emergenti da dove, che lo Scalo Dieci è uno scantinato che sta sottoterra?), presunti presenti passati e futuri aspiranti, giovani perfomer milanesi.
S’è cominciato con Valerio Millefoglie, ragazzo dalle mille doti (presenti già nel nome, come i più avveduti se ne saranno accorti), poliedrico e multiforme – molto più di me, che della poliedricità ha fatto la sua principale ragione di vita – che, in quanto tanto poliedrico e multiforme, si è prestato a calarsi nei panni del bravo presentatore, fingendosi il curatore dell’antologia, Ivano Bariani (tanto il Bariani chi è che lo conosce, intendo la sua faccia, i suoi lineamenti fisionomici, con tutto il rispetto, chi è che lo riconoscerebbe, al Bariani? Io ad esempio, anche se non è che possa far testo da un punto di vista strettamente scientifico/statistico, io il Bariani, non l’ho mai visto. Ora che mi ci penso, magari c’era per davvero, ieri, magari, mischiato tra la folla, magari era quello che stava al mixer, o forse quel tal altro che stava alla cassa, chissà. Piuttosto, per entrare allo Scalo Dieci, bisognava allungare tre euro, musicisti compresi, vai a capire, va, ‘ste cose milanesi…).
Finito sto pistolotto introduttivo (il mio, intendo), posato il libro, che avevo preso in mano per vedere se alla fine, nei dati biografici, ci fosse qualche elemento valido per ricostruire la fisionomia Barianica, no che non c’erano, torno alla serata di ieri.
Noi, ovvero, nell’ordine: io me medesimo, Albo Paleari, Ivan Carozzi e Thomas Pololi abbiamo letto i nostri pezzi, contrappuntati e intervallati dal bravo presentatore Valerio (che ha anche letto un brano da lui scritto, davvero molto bello, e suonato/cantato una sua versione di Per Elisa), che ci introduceva utilizzando di volta in volta parole sempre più bellissime e accuratamente scelte e pensate, coadiuvato da un validissimo e altissimo violinista, di nome Marco. Marco l’alto e bravo violinista, mentre leggevo il pezzo tratto da Moulin Rouge, ispiratomi da quell’angelo etereo e un po’ tisico di Nicole, ha suonato la beatlesiana All you need is love (da non confondersi con la sigla di Stranamore, Rete4).
Gli altri tre ragazzi giovani autori milanesi, invece, in quanto giovani e decisamente più portati di me verso la tecnologia avanzata e computeristica, si sono buttati sul multimediale. Facendo egregie altre cose multimediali, molto divertenti, bellissime e spassose, proiettando immagini, video, ecc.
Albo è stato memorabile. Quel ragazzo c’ha dei bei numeri, quel ragazzo. Senza contare che aveva pure trentotto di febbre, piuttosto buono anche quello, come numero. Albo ha tenuto una specie di piccola conferenza, aiutandosi col proiettore, che ha coinvolto e divertito tutti. Ci ha raccontato la genesi del suo racconto e la storia, senza pudori, della sua piuttosto problematica iniziazione sessuale, partendo dai cartoni animati giapponesi e da indimenticabili frasi di indubbi intellettuali di spessore, come Indro Montanelli, tanto per fare un nome. Lady Oscar gli ha strappato il cuore, a quel ragazzo lì.
Dietro a Ivan invece venivano proiettate immagini di cuochi, grandi chef e di camaleonti, intesi come gruppi musicali degli anni sessanta/settanta e come rettili dagli occhi grandi e sporgenti e dai colori mutevoli.
Infine Thomas, che ha letto il suo pezzo, ispirato al film Corto Circuito e poi ha trasmesso, senza il sonoro, con un colpo di genio davvero originale e del tutto improvvisato (che lui ha voluto far passare come inconveniente tecnico), brandelli di pellicola…
Poi.
Poi certo non posso non dire che l’atmosfera era pervasa da tanto tantissimo amore, era San Valentino mica per niente, eh! Poi sono corsi via piuttosto agevolmente alcune discrete quantità di lattine di birra (che io non ho capito se si dovevano pagare o se erano comprese nei tre euro. Non l’ho capito perché un po’ ne avevo portate io direttamente dall’Esselunga e un po’ mi sono state offerte). Poi al termine delle nostre brillantissime applauditissime performance, era prevista un’originalissma gara di poesie d’amore, ma nessuno, nonostante il clima fosse pervaso invaso inzuppato fradicio d’amore, nessuno incredibilmente nessuno aveva con sé poesie d’amore. Peccato, che Albo aveva persin comprato le lavagnette per i punteggi (a proposito, Albo, ma quanto le hai pagate le lavagnette? Metti in conto, che alla prossima, metti il caso che non riesci a rivenderle, ci mettiamo in pari), ma poi ci siamo rifatti, tra poco vi dico come. Poi confuso tra il pubblico, concedetemi una nota di colore, addirittura, c’era un gruppo molto trendy milanese, un gruppo che voi tutti probabilmente conoscerete, i Baustelle, ehilà, non so perché fossero lì (ammetto d’esser stato tentato d’andar da loro e domandarglielo, ma poi la mia timidezza m’ha frenato e non l’ho fatto), ma c’erano, e questa cosa mi pare davvero meravigliosa. Tra il pubblico pagante poi, c’era anche Marco Candida, giovane (scusate, ma ieri eravamo davvero tutti quanti molto parecchio giovani e intellettualmente appetibili, sarà stata l’atmosfera della ricorrenza, non saprei) scrittore e noto blogger piemontese, era lì e indossava un bel giaccone lungo e pesante (scusa, Marco, permettimi la domanda, è da ieri che ce l’ho in canna, ma perché non l’hai tolto, il giaccone, che lì, dentro nel sottosuolo dello Scalo Dieci, faceva un caldo della madonna?). Marco che indossava il giaccone era lì con Giacomo, un suo amico molto appassionato di Graal, poi c’era anche il mio amico Fede, senza Graal ma con gli occhiali e il casco della moto, e alcuni altri, grazie per essere venuti, invece non c’era il vecchio Balda, non c’era no, e sapete perché? Perché c’aveva la cena di fine corso di scrittura creativa, vabbè, per stavolta ci passo sopra, ma alla prossima…
Poi allora, saltata la gara di poesie, abbiamo fatto leggere a due volenterosi il celeberrimo carteggio intercorso tra gli ineffabili Veronica e Silvio. Semplicemente, una grandissima idea, eh già! Poi avevamo anche comprato un sacco di rose che, e qui siamo stati semplicemente dei (giovani) coglioni, va detto, ci siamo scordati di regalare alle ragazze presenti e che, alla fine della fiera, s’è beccata la ragazza del locale. Poi, finita la lettura del carteggio, in conclusione, per suggellare la magnifica serata, insieme a una parte della band nella quale canto, abbiamo suonato quattro intensissimi e dolcissimi pezzi, in versione umplugged.
Poi la gente ha cominciato ad andarsene, poi anche gli amici son andati, poi la musica è finita e, raccattate le nostre cose, ce ne siamo andati anche noi. Felici e col cuore gonfio d’amore. Be’, in realtà, sfidando i vigili e le leggi della fisica dei corpi. Sì perché, alla fine, vista l’ora e il clima esterno (aveva cominciato a piovere), ho riaccompagnato a casa un po’ di amici che erano senza auto, be’, dico sfidando i vigili e le leggi della fisica, perché, in tutto, dentro la bella Kalos azzurrina d’origine coreana, omologata per cinque persone non necessariamente coreane, noi ci stavamo schiacciati in sei… ma, sapete che c’è?, quando ci si vuole bene e ci si sprizza amore da ogni dove, è solo un piacere poter stare stretti stretti appiccicati…
Viva l’Amor!
Posted by Giuseppe Braga at 11:17 | Comments (16)
12.02.07
E posalo... 'sto San Valentino!

Mercoledì 14 febbraio, nonché San Valentino, dalle ore 21.00, allo Scalodieci (ingresso con tessera, 3 €), via Chieti 10, a Milano, insieme agli altri tre autori milanesi presenti nella raccolta (gli splendidi Ivan Carozzi, Alberto Paleari e Thomas Pololi) e con la partecipazione di altre simpatiche guest star (uno su tutti: lo splendido Valerio Millefoglie), in una serata che promette molte sorprese, letterarie, visive e musicali, presenteremo il libro! Che dire, non mancate...
Posted by Giuseppe Braga at 07:29 | Comments (4)
08.02.07
indovinello esistenzial catartico/catalitico
"La prudenzia non è mai troppo..."
chi l'ha detto?
Posted by Giuseppe Braga at 10:13 | Comments (6)
07.02.07
la mia periferia, il mio centro

Posted by Giuseppe Braga at 15:58 | Comments (2)
06.02.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XII)
Stanno riparando il soffitto
di Giuseppe Braga
Dopo due mesi stanno riparando il soffitto del bagno. Io almeno questo pensavo. Il bagno degli uomini ce l’ho di fianco al mio ufficio, come dire, ehm, praticamente sento tutto. E ieri sentivo rumori alquanto strani e non compatibili con il normale e più consono utilizzo di un bagno. Ho pensato, ehilà, bene!, finalmente stanno aggiustando il controsoffitto.
Sono due mesi che l’hanno spaccato e che c’hanno lasciato un bel buco – irregolare, frastagliato, coi pezzetti di cartongesso che penzolano nel vuoto – esattamente in mezzo, sopra i nostri capoccioni, tra i lavandini e gli orinatoi. Sento dei rumori e penso a questo. Ehilà, bene!, era ora, finalmente lo stanno aggiustando! E allora con un moto di gioia piuttosto immotivato – ma sincero, esco dall’ufficio, giro l’angolo e m’affaccio nel bagno. Con mia grande sorpresa però, vedo una cosa che non mi torna. Con mia grande sorpresa trovo un ometto in tuta che ha steso per terra dei teloni e che in mano tiene un pennello e un barattolone di vernice bianca. C’è anche una scala, questa congrua e compatibile al lavoro che ingenuamente m’aspettavo stesse facendo. Con mia grande sorpresa, l’ometto in tuta, sta riverniciando le pareti di bianco, proprio un bel lavoro di fino, già, soffitto compreso. Escluso il buco, ovviamente. Che resta lì, in quanto buco, ancora più evidente e visibile, con tutto quello scintillante sfavillante splendente biancore. Un gran bel buco, bellissimo davvero, valorizzato da un’idropittura per interni lavabile. Me ne torno in ufficio titubante e dubbioso. Forse però, io sono uno che si pone troppe domande, già. Però mi dico, la domanda me la pongo lo stesso, come cazzo si fa a imbiancare un soffitto col buco in mezzo, se prima non chiudi il cazzo di buco in mezzo?
Posted by Giuseppe Braga at 08:09 | Comments (1)
02.02.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XI)
dipendenze croniche (si può resistere a tutto…)
di Giuseppe Braga
Cioè. Io mi metto a scrivere. Ci provo, ecco. Ma ci stanno i problemi. Anche senza cercarseli, i problemi ci stanno. Ispirazione a parte, intendo dire. Blocco dello scrittore a parte, intendo sempre dire. Impasse da pagina bianca included. A ogni ora del giorno, prime ore del giorno escluse, i problemi ci stanno. Se la casa consiste in un solo locale, i problemi ci stanno eccome. Fidatevi.
A mezzogiorno comincia la Prova del Cuoco. Simpatiche e divertenti ricette italiane. All’una e trenta il TG1. Poi alle due ci sta l’Italia sul Due, con quel leccato di Milo Infante. A seguire il nuovo programma tutto al femminile, della Leofreddi. Poi si cambia genere e canale e ci si butta sugli Amici di Maria, la quotidiana impedibile puntata pomeridiana (si scannano, litigano e si mandano a quel paese da mattina a sera, dei veri amici, insomma). Un pizzico di Cucuzza, un TG2 veloce per restare informati sui simpatici autogol del centrosinistra (fateci sognare ragazzi!), un po’ di sport con Sport Sera (per poter mandare a quel paese quel panzerotto di Ronaldo), la puntata giornaliera del GF7 (ehilà!), Jerry Scotti e il Milionario, Carlo Conti con la ghigliottina e le ereditiere, una scanalatina sui titoli del TG3, due o tre minuti sul TG4 di Fede (giusto per sapere come sta Slivio e non stare troppo in pensiero), TG3 Regione Lombardia col problema cronico delle polveri sottili, ancora Scotti, ancora Conti, TG5 e TG1 (un po’ di ping-pong), Blob (che cazzo!, Blob non puoi perderlo manco sotto tortura), Otto e Mezzo (io lo amo, a Giuliano Ferrara, mi spiace per Un posto al Sole, ma non ce n’è proprio), una breve sosta su MTV per mangiare un boccone senza troppo impegno, uno sguardo a qualche pacco insieme a Insinna e poi via, si parte con la programmazione serale e notturna, variabile a seconda del palinsesto… insomma, come potete ben vedere, i problemi, grossi problemi, ci stanno. Ditemi voi, come può, uno, pur con tutta la buona volontà di cui dispone, e io credo di disporne in abbondanza, mettersi a scrivere con l’animo sereno e sollevato, con simili cotante fantastiche e diversificate tentazioni a portata di telecomando?
Eh già, durissima la vita dello scrittore davanti alla tele*…
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[*] auto-citazione soggetta al consenso dell’autore!
Posted by Giuseppe Braga at 19:56 | Comments (5)
01.02.07
il fascino maledetto dello scrittore (part X)
Il jazz in testa!
di Giuseppe Braga
Il mio amico Balda mi ha regalato un cd di John Coltrane. Sapete, questo cd è semplicemente strepitoso (Giant Steps, del 1960). È da tre giorni che l’ascolto senza sosta, estasiato e meravigliato.
Una pausa l’ho dovuta fare, per forza di cose, ieri, intorno all’una. Ieri intorno all’una (13.00) sono andato a farmi tagliare i capelli. Io i capelli me li vado a far tagliare, da molti anni a questa parte, da Orea Malià. Coi miei capelli, meglio dirlo subito, ho un rapporto piuttosto strano. Non vorrei mai farmeli tagliare, è così fin da quand’ero bambino. Sarà che quand’ero un bambino mia madre me li faceva tagliare a spazzola, sarà pure per quel motivo lì. Fatto sta che io a farmi tagliare i capelli ci vado molto poco volentieri e, al massimo, ci vado tre volte l’anno.
Nel salone di Orea Malià (un ex capannone industriale molto ampio, posto in una zona semi centrale milanese) sparano sempre la musica a palla. Ma mai jazz. Ieri era il turno della techno. Ecco, non voglio fare il sofisticato adesso, non fraintendetemi, i capelli me li son fatti tagliare lo stesso, anche se non c’era Coltrane.
Sapete, sono tanti, parecchi anni ormai, che vado lì. Sono tutti ragazzi, l’ambiente è giovanile, spensierato, rilassato. Forse un po’ troppo di tendenza per i miei gusti (ieri ad esempio, ci stava un’enorme mucca in plastica, proprio in mezzo alla sala), ma piuttosto che cambiare e andare chissà dove, preferisco di gran lunga loro. A dir la verità un paio di volte, in questi ultimi diciotto anni, li ho traditi. Ma preferisco sorvolare. Errori di gioventù, ecco.
Adesso comunque, c’ho i capelli corti. Be’, corti è un concetto molto relativo. Corti rispetto a come li avevo prima, che erano sei mesi e mezzo che non andavo a farmeli tagliare.
Ieri, poco prima che me li tagliassero, ho scoperto una cosa. Da Orea Malià chi ti taglia i capelli non è chiamato parrucchiere, bensì stylist. Ecco, la ragazza che me li ha tagliati, la stylist, Liz, lasciate che le faccia dei pubblici complimenti, è stata molto parecchio assai brava. Era lì, non potevo non vederla, che armeggiava sulla mia testa, con le forbici e col pettine, con sublime maestria e con assoluta padronanza dei propri mezzi (le forbici e il pettine). Davvero notevole, la ragazza, dico sul serio. Nonostante c’avesse delle meches improponibili e un grembiulino da massaia straordinariamente trendy, Liz m’è piaciuta tanto assai. Liz la stylist l’ho soprattutto apprezzata perché parlava poco. Liz è una che bada al sodo e io da quando la conosco (cioè da ieri) l’ammiro proprio tanto. Io a farmi tagliare i capelli ci vado poco anche per quel motivo lì: fare i brillanti, dover raccontare la mia vita, spezzoni, sempre le stesse cose, ai parrucchieri. Pardon, agli/alle stylist. Detto ciò, mi sembra che me li abbia tagliati molto bene. E insomma, Liz è davvero una bravissima stylist che vi consiglio caldamente!
Uscito dal salone degli stylist, son andato alla GS e ho comprato quattro cose, tra cui un tramezzino con insalata e salmone che mi son mangiato subito, appena entrato in casa, senza nemmeno apparecchiare la tavola (ma secondo voi la tavola andrebbe apparecchiata quando si mangia un tramezzino?), un paio di lattine di birra, una confezione di pane, del prosciutto cotto (che pure ho subito mangiato). Farsi tagliare i capelli fa venir fame, accidenti a loro. Sarà stato lo stress accumulato nel veder cadere ciocche che fino a un istante prima erano ben piantate sulla mia testa, sarà per quel motivo lì. In conclusione mi son pappato anche quattro chiacchiere. Forse cinque. Non so, erano un po’ sbriciolate e non son stato lì a ricomporle. Me le son mangiate e stop.
Poi, con la pancia piena e con meno capelli sulla zucca, fortunatamente ancora ignaro della querelle Veronica vs. Silvio, ho acceso lo stereo e mi sono ascoltato nuovamente il buon vecchio John. Certo che, come ci soffiava quell’uomo lì, dentro al sax, non ci soffiava nessun altro…
Posted by Giuseppe Braga at 18:36 | Comments (0)