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28.01.07

Gravità (una storia quasi vera)

di Giuseppe Braga

Negli anni sessanta, in piena corsa agli armamenti (stavamo in piena guerra fredda), gli americani (anche i russi, d’accordo) pensavano di conquistare lo spazio. Le prime missioni dunque, diventarono il nuovo banco di prova, l’inconsueto campo sul quale fronteggiarsi.

Le due Superpotenze, all’epoca, erano davvero tali. Palate di dollari di qua, carrettate di rubli di là e i poveri scienziati in mezzo, messi alla frusta. Bisognava arrivarci prima degli altri.

Ma poi, e non voglio entrare nello specifico dell’argomento - e non è questo il punto, visto che sappiamo com’è andata a finire -, ecco l’imprevisto.

Gli americani s’accorgono che, in assenza di gravità (perché nello spazio manca la gravità), gli astronauti non riescono a scrivere.

Ovvero.

L’inchiostro delle biro (signor Bic o Pelican?) non arriva alla sfera che sta in punta.

Ergo.

I fogli venivano solo incisi. Che così andavano pure buttati via.

Perciò.

Era necessario risolvere il contrattempo. E al più presto.

Resisi conto del grave problema, i responsabili della NASA misero al lavoro (alacremente) le migliori equipe di esperti di cui disponevano (provarono anche a convincerne un paio che stavano dall’altra parte, ma senza riuscirci - in quel periodo l’ideologia e Marx erano ancora parecchio in voga).

Furono mesi di grande e operosa attività.

Prove, esperimenti, simulazioni. Bilancini, contrappesi, carichi contrapposti. Non senza porsi una domanda, ovviamente.

Quei bastardi dei rossi nel frattempo (ammesso che si siano già accorti del problema), come si staranno attrezzando? Domanda lecita, anzi più che lecita, considerando le vagonate di dollari che venivano spese per la ricerca.

E la risposta (sotto forma di pacco postale) non tardò ad arrivare. Gliela inviarono con la corretta affrancatura (immagino per via aerea) e il giusto indirizzo (Spett.le NASA, Huston, Texas, USA, etc.) assieme a una gomma e a un foglietto di carta.

La sorpresa yankee fu pari solo all’incazzatura.

Uno stock di trenta matite, grafite nera, serie standard. Roba da qualche rublo, al supermercato di Mosca. Che ci provassero anche loro a scrivere sulla luna, adesso.

Ma i russi, oltre che le matite, inventarono (va specificato, alcuni anni dopo - e siamo nel pieno degli anni ottanta) un gioco assolutamente straordinario.
Un gioco che ancora oggi può ritenersi il gioco dei giochi.
Il re incontrastato dei giochi al computer.

Tetris
1987, ideato da Alexei Pazhitnov e da Vadim Gerasimov.

Tetris: la sublimazione dell’astratto, ma più vero del vero.
L’idea è, di per sé, semplicissima.
Quadratini colorati assemblati sotto varie forme che precipitano a più velocità.
I livelli sono dieci. La riga di partenza la scegli tu. La velocità di caduta anche.

Riempimento degli spazi. Essenziale.
Compattamento della materia. Necessario.
Liberazione del campo. Indispensabile.
Presenza della gravità (con cui fare costantemente i conti). Decisiva.
Righe e colonne. Palese e rassicurante ortogonalità.
Velocità di pensiero e rapidità d’esecuzione. Fondamentali.

Un pioggia colorata da cui (vi assicuro) una volta entrati se ne esce a fatica. Gialli (le elle) e rossi (le stecche lunghe), viola, verdi e blu. Grigi (non so perché, ma i miei preferiti) e azzurri (i quadratoni).

Nulla a che vedere coi banali pack man e flipper di sotto marca giapponese.

Tetris.
Semplicemente spaziale!

Posted by Giuseppe Braga at 08:26 | Comments (0)

19.01.07

Posa 'sto libro e baciami

Posa sto libro light.jpg

39 remake delle migliori scene d’amore di sempre, rubate a film, canzoni, fumetti, opere teatrali, miti, fatti storici, vita privata e cartoni animati. L’unica raccolta di déjà vu romantici che farà innamorare le ragazze, divertirà i maschietti, addormenterà i fanciulli e farà sospirare di nostalgia le vecchiette sulle loro sedie di vimini. Copiare il meglio per soddisfare tutti! 39 cover scritte e disegnate dal fior fiore della letteratura mondiale e non:

Amato, Baio, Bissoli, Braga, Bregola, Carozzi, Chieffa, Cikada, Clesis, Colloca, Coniglio Cattivo, Corea, Dadati, Di Lorenzo, Dolci, Gallo, Kraushaar, Lauri, Lisai, Lise, Lugli, Marcuzzi, Meacci, Mercatanti, Messina, Mioso, Morozzi, Nuzzolo, Palerai, Pianesi, Piccinni, Pololi, Pozzan, Righetto, Rigobon, Tofani, Verziaggi, Zorzin.

AA.VV.
Posa 'sto libro e baciami
Antologia curata da Ivano Bariani (qui potete leggere l'introduzione)
220 pagine - € 12.00
[zandegù editore]

Posted by Giuseppe Braga at 07:25

18.01.07

a cuore aperto

intervista doppia (a me stesso)
di Giuseppe Braga

terza e ultima parte

l’intervistato lascia cadere la domanda nel vuoto. dopo alcuni secondi di silenzio, guarda dritto negli occhi l’intervistatore e, come stesse recitando una poesia a memoria, risponde

ah, le donne… le gambe delle donne sono come dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia.
questa l’ho già sentita!
calma, calma, non ho intenzione di appropriarmi di cose non mie. lo diceva Bertrand Morane, il protagonista de L’uomo che amava le donne, di Francois Truffaut.
mi pareva, a me…

devi sapere che Bertrand aveva due hobby: la lettura e le donne. più le donne che la lettura, per la precisione. si definiva uno stallone, il ragazzo, tanto stallone da decidere di raccontare in un libro la sua vita, per tutta la durata della quale, è stato ossessionato e guidato dal fascino delle donne e dal desiderio di possederle.
e allora?
niente, tanto per dire che io mi riconosco molto, parecchio in lui. le donne sono il perno del mondo!

l’intervistato si alza dalla poltroncina, inizia a cercare nel gran casino della stanza e, da sotto un cumulo di carte varie, estrae una copia del libro in edizione tascabile. gliela sventola sotto il naso

mi viene un dubbio. ma tu la conosci la storia? hai capito di cosa sto parlando? se vuoi controllare, prendi questo e fai pure. poi però, rimetti a posto, mi raccomando.
non preoccuparti, non mi serve. la storia la conosco, figurati. e per il resto che mi hai detto invece, ti credo sulla parola.
vorrei anche vedere.

qualche domanda secca ora.
più che d’accordo, sputa fuori.

squadra del cuore?
l’Internazionale F.C., quando ci giocavano Beccalossi e Spillo Altobelli, però.

piatto preferito?
lasagne al forno, pasta gratinata, crepes al prosciutto, involtini di carne e budino al cioccolato.

il tuo rapporto con la televisione.
nullo, fin quando non mi invitano a qualche trasmissione.
intendevo da spettatore…
come spettatore la tele, io, la detesto, ma, in tutta sincerità, non riesco proprio a farne a meno.
programmi televisivi a cui non rinunceresti, nel caso dovessi fare una scelta drastica?
oh, be’, non avrei il minimo dubbio. blob. e le televendite, in particolare le aste di pittura. sono imperdibili. te le consiglio di cuore.
mi pigli per il culo?
assolutamente, no. ti pare che potrei mai farlo?

riti propiziatori, prima, durante, dopo?
prima durante dopo di che?
di scrivere, no?
oh, cose semplici, ma essenziali. appena accendo il computer, così, per sciogliermi, un paio di partitine a tetris, poi comincio. quando però vedo che mi gira veramente storto, che non riesco a scrivere in maniera sciolta, ricorro a due rimedi infallibili.
quali?
mi calco un berretto di velluto, una vecchia coppola sformata, al contrario, sulla testa.
e l’altro?
m’infilo due anelli agli anulari.
perché fai ciò? e da quando?
non saprei rispondere a nessuna delle due domande. so che funziona, dunque lo faccio. punto e stop. io so solo che appena dopo averlo fatto, mi sento diverso, come posseduto da forze superiori, come se un’aura protettrice mi tutelasse e custodisse il mio genio. una sorta di miracolo infallibile.
sostanze alcoliche coadiuvanti, magari allucinogene o stupefacenti?
una consistente scorta di lattine e bottiglie di birra, mi basta quella. nessun tipo di droga.
a sentirti parlare non si direbbe…
spiritoso.

il tuo peggiore difetto.
non butto via mai niente. anche le robe altrui.
il pregio?
coincide col difetto.
cazzo, una mania…
molto peggio, è una condanna!

da dove ti nascono le idee?
da ciò che hai intorno. dipende molto da come vivi, ragazzo. è la vita, cocco. da chi incontri, con chi parli, da cosa ascolti o annusi o vedi. da piccoli particolari, da dettagli che magari, a prima vista, possono pure sembrare e apparire, ai più, insignificanti. da ossessioni intime e ataviche che ti porti dietro, dentro, fin dall’infanzia e forse da prima. e lasciamo stare, per favore, non scomodiamolo, il vecchio Sigmund. anche se tutto, probabilmente, parte da lì.
e la tua, d’ossessione, qual è?
una grossa tigre, che mi sta aggrappata sulle spalle e che cerca in tutti i modi d’azzannarmi. io devo essere più abile e più rapido di lei. devo essere pronto a cogliere il momento e disarcionarla.
bellissima quest’immagine…
è del vecchio Buk.
a me pareva della Kristoff.
l’avrà detta pure lei, non lo escludo, di sicuro c’è arrivata dopo, però.
e, nello specifico, le tue storie, da dove ti escono?
ascolta, ne hanno parlato e scritto in molti. adesso però non vorrei ripetere cose già dette o scritte da altri, se no tu poi sei capace d’accusarmi di plagio. e allora, tra tutti, io ti rimando a un racconto breve di Sandro Veronesi, apparso nel suo Superalbo, meglio di così non saprei.
come e quando ti arrivano? questo puoi dirmelo o devo andarmi a leggere qualcun altro?
questo te lo dico io, se permetti. non so perché, ma spesso succede nei momenti più impensabili, mentre sono in auto, in coda. altre volte nel sonno, nel dormiveglia, mentre mangio la colazione o mentre mi faccio la doccia – la barba no, se non sto più che concentrato, rischio di tagliarmi. mai quando mi ci metto a pensare in maniera specifica, però, quello mai.

a che ora scrivi principalmente?
quando mi riesce, comincio la mattina e vado avanti a oltranza. non c’è cosa migliore che sapere di avere davanti un’intera giornata nella quale l’unico obbligo/impegno è quello di scrivere. altrimenti il pomeriggio, di rado la sera, quasi mai di notte. nei primi tempi invece, riuscivo a scrivere solo nelle ore notturne. era come se non volessi avere nessuno intorno, come se necessitassi che il mondo si fermasse affinché io potessi scrivere e mettere su carta le mie più assurde fantasie.
però…
te ne dico una buona, adesso. una notte, saranno state le tre, nel mezzo d’un racconto che stavo scrivendo, mi sono bloccato e ho avuto un’esperienza extrasensoriale.
era ora!, finalmente qualcosa di notevole.
sì, sì, è andata così. all’improvviso ho provato una forte vertigine e mi sono visto da fuori, ero io, il mio spirito, una parte di esso almeno, che se n’era fuoriuscita e s’era messa a guardarmi incuriosita. era come se mi fossi sdoppiato, ma senza specchio. mi stavo guardando da due punti focali diversi, ero dentro, ma ero, mi trovavo, anche fuori. esistevo due volte. lo straniamento, t’assicuro, fu assoluto, cominciai a chiedermi che stavo facendo, lì, alle tre di notte, seduto davanti a un cazzo di monitor, a scrivere di personaggi irreali e fantastici, ai quali io stavo, dovevo!, dar loro vita. in quel momento mi sentivo, ero!, dio, capisci?
insomma… mi pare che tu la droga la prendi, altro che!
ma siccome non ero abituato a sentirmi dio – e non lo sono neppure ora, se è questo quello a cui stai pensando – ho cominciato a sentirmi male, a delirare, a dare fuori di matto.
ovvero?
ovvero, sono quasi svenuto e ho toccato con mano, per un attimo infinito, la pazzia. un lembo di pazzia m’ha sfiorato e ha provato a farmi suo.
esagerato!
libero di non crederci. c’ho ancora la pelle d’oca quando ci penso, guarda qua!

l’intervistatore sembra molto perplesso e, per niente convinto, cambia argomento

va bene, va bene, diciamo che ti credo. tu sei uno che prende appunti? se sì, dove?
li prendo sì. gli appunti me li appunto dove mi viene, biglietti del tram, foglietti volanti, retro di buste di lettere, scontrini, ricevute, quello che mi capita in mano, perfino taccuini.

qualche consiglio a chi aspira a esordire con successo.
non ci penso neppure!
suvvia, non fare l’antipatico…
va be’, m’hai convinto. ne ho tre facili, facili: non aver fretta, non censurarsi mai e tante letture, di qualsiasi genere. il quarto è un extra che non guasta mai: una buona dose di culo.

c’è chi dice, l’ho sentito dire una sera da Maurizio Maggiani, ma anche da altri autorevoli personaggi, che uno scrittore dovrebbe essere un po’ ignorante.
concordo e sottoscrivo. uno scrittore deve avere il coraggio di sapersi stupire sempre e di restare a bocca aperta. essere scrittore non vuol dire essere più in gamba degli altri, anzi, spesso è il contrario. non sono un intellettuale, io. preferisco ignorarle, che già conoscerle, le cose. sono molto umile, da questo punto di vista.
non l’avrei mai detto, per il poco che ti conosco. mi sembravi un gran cacciaballe megalomane.
invece sbagli. sono ingenuo e puro, io. uno scrittore è un’anima semplice che deve sapersi emozionare, in ugual misura, di fronte a un tramonto mozzafiato, come davanti a una scarpa vecchia.
questa è molto bella. è tua?
a dire il vero, no. è di Ray Carver.
eccolo là, mi pareva strano… e comunque ci risiamo. sempre a rimorchio. robe tue, nessuna?
ascolta, te lo dico una volta per tutte. se qualcuno prima di me ha già detto o scritto qualcosa di notevole, io mi permetto di citarlo. non ci trovo nulla di scandaloso. meglio una buona citazione che un’invenzione del cazzo priva di senso.

l’intervistato ha gli occhi lucidi, guarda in tralice fuori dalla finestra, sembra ispirato

l’artista deve riuscire a farsi tramite, a farsi trapassare l’anima dall’ispirazione, coglierne l’attimo, catturarlo, renderlo indimenticabile e memorabile e poi, prima che possa svaporare, imprimerlo su carta. lo scrittore dev’essere capace di rendere materia pulsante ogni cosa inanimata e di trasformare la propria esistenza, in qualcosa d’irripetibile e di unico, farla diventare il Romanzo della Vita.

l’intervistatore si trattiene a fatica dal ridergli in faccia. pensa che il mondo è sempre più pieno di megalomani aspiranti del cazzo e soprattutto pensa che lui fa un lavoro proprio di merda. deve andarseli a intervistare tutti lui, quegli aspiranti megalomani cazzoni, eccheccazzo!

senti, segui una scaletta prima di cominciare, oppure ti lasci guidare dall’ispirazione?; prova a continuare l’intervistatore, professionalmente impeccabile.
ascolta, io sono uno che naviga a vista. ho in testa una serie di passaggi, magari un’idea di finale, frammenti di dialoghi, e il resto se parte, nasce tutto da un buon incipit. se lo trovo sono a cavallo.
altrimenti?
altrimenti sono cazzi acidi.
ma scusa, e la storia del cappello e degli anelli, le forze superiori e l’aura, ti aiuteranno loro, no?

l’intervistato scoppia in una gran risata scomposta ed esagerata

vuoi che te lo dica?
… dica cosa?
cazzate, quelle erano fregnacce, dette così per dire, per far colpo. alla gente piace un sacco sentir parlare di robe esoteriche mistico cabalistiche. la gente ama le fregnacce. più grosse sono, meglio è.
che intendi dire, scusa?
semplice, che quelle erano delle gran panzane.
vuoi dire che finora m’hai raccontato anche altre palle? l’esperienza extrasensoriale, ad esempio?
tu che ne pensi?
non capisco, davvero non mi ci raccapezzo… perché hai fatto ciò?
ti voglio rispondere come ti risponderebbe il grande C*.
chi? chi cazzo è C*?
lascia perdere, non ci arriveresti a capirne la grandezza.
va be’, ma che direbbe, ‘sto tizio?
direbbe che il lettore medio, mediamente, è un gran coglione molto sopra la media.
e quindi?
e quindi al lettore, medio e mediamente coglione, gli si può rifilare quel cazzo che ti pare!

l’intervistatore guarda l’intervistato con occhi severi e di rimprovero. non se l’aspettava proprio. sembra parecchio deluso e avvilito. l’intervistato, pur cogliendone l’imbarazzo, prosegue a ridere

ah, ah, ah, dai, taglia pure questa, ti giuro che è l’ultima, ah, ah, ah…

l’intervistatore però, pare avere esaurito le scorte di pazienza. spegne il registratore, clic

certo che è l’ultima, ma solo perché l’intervista è finita.
ma come, di già?
eccome, basta e avanza, direi. se volevi farti conoscere al grande pubblico, ti sei fatto conoscere molto bene.
intendi dire?
intendo dire che se c’è un coglione in giro, quello, scusa se mi permetto, quello sei proprio tu. hai detto una marea di stronzate, che ti credi, che la gente se le berrà? tu hai già chiuso prima di cominciare. aspetta che pubblichino l’intervista e, d’aspirante, passerai direttamente ad a-spirato.

l’intervista è dunque finita, molto più sospettosi e nervosi di prima, i due s’alzano. l’intervistato sorride forzatamente e s’avvicina all’intervistatore. si complimenta ironicamente con lui. si ristringono la mano, molto più vigorosamente che all’inizio. poi l’intervistato, con un gesto deciso, imprevisto, improvviso, strappa di mano il registratore all’intervistatore, ne sfila il nastro e comincia a ingoiarsene una buona parte. tutto il resto, cassetta e registratore compresi, lo getta per terra e lo calpesta. l’intervistatore è basito e assiste alla scena impotente e sorpreso, stringendosi al petto il taccuino. poi, in qualche maniera, riesce a riprendersi dal torpore paralizzante in cui era precipitato e prova a protestare

ma che stai facendo, sei impazzito? tutto il mio lavoro, e che cazzo!, sei scemo!?

l’intervistato deglutisce a fatica la parte di nastro masticata. poi intima all’intervistatore di consegnargli anche il taccuino

no, no, fermo! ma che ti credi di fare?; l’intervistatore prova a protestare.

l’intervistato non vuole sentire ragioni, lo strattona e gli estirpa il taccuino dalle braccia. una a una, comincia a mangiarsi le pagine

che cosa credevi, che ti lasciavo andare in giro a sputtanarmi così?; borbotta sputando qua e là.
ah no, e perché?
perché, contrariamente a quello che credi, non sono mica un coglione, io.
ma come ti sei permesso…
io mi permetto ciò che voglio, se permetti.
no che non lo permetto, io ti denuncio! e poi, e poi…
e poi?
e poi, tu non eri quello che non buttava via mai niente, anche delle robe altrui?
ripeto, io non butto via mai niente, però così coglione non sono.
brutto bastardo che non sei altro…

l’intervistato ha la bocca piena e non può rispondere. si limita a sorridergli e a masticare. l’intervistatore si leva gli occhiali e si strofina gli occhi, ne ha viste tante nella sua vita, ma stenta a credere alla scena che ha davanti a sé. l’intervistato ora deglutisce e farfuglia una mezza frase

non male, allappa solo un po’ sul palato, ma per il resto, non è male.
ma va un po’ affanculo, va!, aspirante dei miei coglioni!

l’intervistato non lo ascolta più, la bocca piena e le mascelle serrate, impegnato nella masticazione. l’intervistatore sta tremando, è molto scosso e, nell’atto di rimettersi sul naso gli occhiali, compie un gesto maldestro. impacciato, in evidente stato confusionale, mentre se li sta rinfilando, sente un rumoraccio. un rumore sordo che ha già avuto modo di sentire, molto, parecchio tempo addietro. controlla, anche se non vorrebbe. lo sa già, ha già capito di che si tratta. gli viene da imprecare

cazzo no, ancora! questa no… ci mancavano giusto loro, che occhiali di merda!

occhiali. rotti, proprio nel mezzo. poco da fare, forse basterebbe un goccio di attak, ma la situazione non sembra essere tra le più favorevoli per poter fare una richiesta del genere

interno giorno, ultima scena: l’intervistato, miope e senza lenti, strizza gli occhi, ma quello che vede non è per niente piacevole. brandelli di nastro e di taccuino sparsi, tutta la sua intervista in fumo. il punto finale è un gran rutto, roboante e imperioso, che fuoriesce dalla bocca dell’intervistato. il taccuino non è digeribilissimo e il nastro è pure peggio. stasera, quantomeno, ci vorrà un buon digestivo

prosit

[fine]

Posted by Giuseppe Braga at 10:01 | Comments (0)

15.01.07

a cuore aperto

intervista doppia (a me stesso)
di Giuseppe Braga

seconda parte

a questo punto l’intervistato si alza dalla poltroncina girevole sulla quale era seduto, attraversa la stanza e guarda fuori da una finestra, sembra sul punto d’infuriarsi, poi si calma e si risiede. l’intervistatore osserva la scena silenzioso, irritato pure lui, ma pronto a catturare qualche gesto significativo. scrive un paio di frasi sul taccuino e poi riprende

permalosetto, eh?
sì, ma mica sempre, se vuoi saperlo.

vorrei saperlo, sì. quando?
non ci tengo a dirlo, a te soprattutto, possiamo andare avanti? grazie.
restiamo in tema, regista preferito?
Stanley Kubrick, un paio di spanne sopra l’universo, pace all’anima sua.
non stai contraddicendo quello che m’hai appena detto?
per niente, Stanley è fuori concorso. non l’avevo nemmeno preso in considerazione.
dell’ultimo suo film mi puoi dir tutto l’universo che vuoi, ma non che fosse un capolavoro.
anche i geni possono prendere cantonate. Kubrick era un genio e con Eyes Wide Shut ha preso una mezza cantonata. mezza, però, non intera, attenzione.
va bene, va bene, dimmi, mai tratto spunto da qualche film, per un tuo racconto?
spunti, spunti… direi di sì, senz’altro sì. amo il cinema e un buon film può trasmetterti suggestioni uniche, immagini indelebili, fotogrammi indimenticabili. poi accade che quelle stesse immagini, spesso inconsciamente, te le ritrovi trasformate, in seguito, nel momento in cui ti metti a scrivere.

torniamo alla letteratura. il libro che avresti voluto scrivere tu?
un qualsiasi racconto di Carver, uno a caso. me ne basterebbe uno, uno soltanto.
ci risiamo, ma perché a tutti gli esordienti o aspiranti scrittori, piace in maniera così esagerata Raymond Carver? mi sembra un’omologazione bella e buona e terra, terra. Lebowski, Carver e John Fante. e poi chi manca, vediamo, Kerouack, i treni merci, Hemingway, il mohito…
punti di vista, non ti rispondo nemmeno.
e comunque io avevo detto un libro, avessi voluto sapere un racconto, ti avrei detto: racconto.
ah, come siamo fiscali!
ti sbagli, semplicemente si tratta di essere pertinenti.
io quelli come te, senz’offesa, ma io li chiamo, semplicemente, rompicoglioni.

l’intervistatore glissa anche stavolta, mentre l’intervistato si gratta il mento, ci pensa su un po’, poi si ravviva i lunghi capelli e risponde

un libro, un libro… be’, sì, senz’altro Il giovane Holden.
che originalone il nostro aspirante.
prego, astenersi da facili ironie, grazie.
perché Salinger?
anzitutto, è un capolavoro. poi m’ha aperto molte porte e fornito parecchie idee.
non girarci troppo intorno, vuoi dire che l’hai copiato?
ma no, cazzo dici, come ti permetti! la conosci la differenza tra ispirarsi e copiare?
anche Michael Jackson diceva così, poi hai visto il casino che gli ha piantato Al Bano…
lascia stare quei due poveretti, lì si trattava di plagio, è un’altra faccenda.
chiudiamo la polemica e andiamo avanti. qualche autore per te significativo.
be’, ce ne sono parecchi.
sono qui per ascoltare, io.
vediamo… esclusi quelli che ho già nominato, ti potrei dire, Irvine Welsh, Hanif Kureishi, Roddy Doyle, Italo Calvino, J.M. Coetzee, Giuseppe Pontiggia, Paolo Nori, il primo Aldo Nove…
tutto qui? un poco scontati, direi.
se preferisci, ti faccio nomi più sofisticati.
fammene un paio, se ti riesce.
Peter Handke, Osvaldo Soriano, Jonhatan Safran Foer, David Means, William Saroyan…
li conosco tutti pure questi, che noia di lettore che sei.
te ne dico due che scommetto non conosci, allora.
non scommetto niente, ma forza, sentiamoli.
Efraim Medina Reyes, “C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo” e Pablo Tousset, “Il meglio che possa capitare a una brioche”. due giovani, due gran bei romanzi.
questi in effetti non li ho mai sentiti, bravo.
ma bene, adesso sono diventato bravo! forse, per diventare bravissimo, dovrei citarti qualche russo dissidente o magari qualche esule iraniano…
no, no, non intendevo certo dire che…

l’intervistato punta il dito contro l’intervistatore e alza la voce

sai qual è il punto? lo sai com’è? sai che c’è? c’è che succede che uno deve per forza tirare fuori nomi astrusi, originali, di illustri sconosciuti, nomi che facciano tendenza. ecco com’è. ma io non ne ho, mi spiace. m’accontento di questi, io.
non condivido la tua analisi, ma l’accetto sportivamente… piuttosto, ti sei accorto di una cosa?
no, quale?
nemmeno una donna.
t’assicuro che si tratta d’un caso. potrei dirti Patricia Highsmith, Duras e Alice Sebold. ti bastano?
diciamo di sì, voglio crederti e me le faccio bastare. soprattutto non voglio infierire.

ora è l’intervistato a sentirsi leggermente impacciato. si gratta nervosamente un orecchio e sospira. l’intervistatore annota, ma solo mentalmente, la reazione, e prosegue cambiando argomento

che ne pensi delle scuole di scrittura?
vuoi una risposta di convenienza, apocalittica, disinteressata o ne vuoi una seria?
vedi tu.
ascolta, penso che andrebbero abolite, chiuse, sprangate le porte, cosparse di benzina dall’interno, devastate centimetro per centimetro e incenerite.
senti un po’, che fai adesso, sputi nel piatto in cui hai mangiato fino a ieri?
volevi una risposta a caso e io te l’ho data.
apocalittica?
tu che ne dici.
perché le vorresti eliminare?
molta gente fraintende il significato e il ruolo di queste scuole. i frequentatori, molti non dico tutti, sperano, anzi ne sono convinti, di diventare novelli Hemingway o nuovi autori di best seller da un milione di copie, poveri dementi.
e allora, che c’è di male?
c’è che in alcune scuole non si fa altro che alimentare false speranze.
e allora?
e allora vanno fermati subito. inutile e dannoso speculare sui sogni altrui. illudere tutta quella gente è vergognoso, si creano traumi difficili da superare, ho visto cose, io…
lo sappiamo, lo sappiamo, ma ripeto, ti rendi conto che stai sputando nel piatto in cui hai mangiato per un sacco d’anni?
io dei piatti me ne fotto, se permetti. dovrebbero denunciarli tutti per circonvenzione d’incapaci, a partire da quel fighetto di Baricco.
attento alle querele, adesso.
vabbè, hai ragione, ho esagerato… questa tagliala, per favore.

il registratore viene fermato. il nastro riavvolto quel che basta. clic, il nastro riprende a scorrere

scusa se insisto, ma mi sembra un tasto importante e, soprattutto, mi par di capire, dolente. ma sei sicuro? le elimineresti proprio tutte?
ovviamente no. tutte, tutte, proprio tutte non direi.
ah, be’, ecco, mi sembrava strano. e quali lasceresti in piedi? potresti farmi dei nomi?
ovviamente sì, non ho problemi a farteli, i nomi. un paio in particolare, se vuoi te li dico, e te li dico con gran piacere.
sì, certo che voglio, sono tutt’orecchi.
senza dubbi, la [parte censurata dal redattore] e la [idem come prima], sì, sì, sì senza nessun dubbio, sì.

l’intervistatore scoppia in una risata sarcastica e acida. scuote la testa incredulo

eh? ma bravo! bell’opportunista del cavolo che sei, non ti facevo così…
così… paraculo?
m’hai tolto la parola di bocca.
si fa quel che si può. grazie comunque, lo prendo come un complimento.
sono sconcertato.
sai com’è, in questo mondo ci si deve pur barcamenare in qualche maniera. non ci si può solo fare dei nemici.
lasciamo stare ch’è meglio e cambiamo discorso. editori a pagamento?
già dato, grazie.
vuol dire, e sarebbe un bello scoop, che t’è successo di dovere pagare per venire pubblicato, è questo quello che mi stai dicendo?
no, no, frena amico, frena, ma che vai a pensare. mai ho pagato e mai pagherò. magari tentato, ma contrariamente al famoso aforisma di Oscar Wilde, si può e si deve, in certuni casi della vita, resistere anche alle tentazioni.
vuoi fare qualche esempio?
di che cosa, di tentazioni a cui resistere?
ma no, ma no, degli editori a pagamento con cui hai avuto a che fare!
no comment, please.

parliamo un po’ dei critici letterari, allora.
di chi, scusa?
i recensori, la tanto temuta critica letteraria.
ascolta, sono parole che per me non hanno significato. tutta gente, quella sì, frustrata, che non vede l’ora di poter stroncare, sputtanare, innalzare (poche volte) o inabissare (spesso e volentieri) qualcuno e poi prendersi ogni merito. non hanno altro scopo le loro vite, se non quello di distruggere le cose altrui. la faccenda più incredibile sta nel fatto che è da loro che dipende tutto, o quasi. ma io me ne fotto pure di loro, come dei piatti, di tutti quanti, e così faccio prima.
che caratterino…
provassero a scrivere qualcosa loro, invece di giudicare, che si buttassero nella mischia, espongano anche loro il fianco, anziché stroncare a tutto spiano, comodamente spaparanzati nei loro confortevoli rifugi, come invece fanno. li chiuderei nelle scuole di scrittura e butterei via le chiavi. poi gli darei fuoco e…
non vorrei dirtelo, ma stai esagerando ancora.
hai ragione, mi sono lasciato un po’ andare, taglia pure questa, ch’è meglio.

stessa operazione di prima. clic, il registratore ricomincia

ora voglio darti un’altra risposta.
scusa?
sì, a proposito dei critici letterari, anzi dei critici in genere.
guarda che mi sto stancando di fermare il registratore, eh? pensaci bene prima di parlare.
non preoccuparti, non succederà più.
speriamo.
ascolta, io senza i critici non ci potrei vivere. non riesco proprio a immaginarmi un mondo senza qualcuno che per lavoro, possa criticare delle creazioni artistiche altrui. sono un bene dell’umanità, la nostra società andrebbe allo sbando senza, il mondo intero deve essere riconoscente alla critica! dovrebbero tutelarli ufficialmente, come coi panda e con le foche monache.
noto e registro un filo di sarcasmo.
assolutamente no. parlo sul serio. mai stato serio come adesso. alleluia, alleluia! lunga vita a loro!
voi scrittori siete tutti dei fottuti schizzati fuori di testa.
aspirante, prego.
e aspirante sia. che musica ascolta un aspirante esordiente mentre scrive?
dipende, così su due piedi non ti saprei dire…
qualcosa, mica tutta. prova a fare un piccolo sforzo.
allora, vediamo… be’, cominciamo col dire che molto dipende dai momenti. passo da Beethoven a Billie Holiday, dai R.E.M. ai Coldplay, da Tom Waits a Mozart, da David Sylvian a Norah Jones. ma anche Chemical Brothers e Fat Boy Slim, Radiohead e U2.
che accozzaglia, però.
dipende dall’umore. e dai cd che riesco a trovare nell’immenso casino che c’è qui in casa. a volte spariscono, poi riappaiono. va a momenti.
capisco… e comunque ci avrei scommesso.
che cosa?
esterofilo, come tutti.
quando scrivo, come tutti, se sento cantare qualcuno in italiano, in sottofondo, un po’ mi disturba. ora che mi ci fai pensare, spesso non ascolto nulla. preferisco il silenzio.
mai provato con Battisti?
quando faccio la doccia, sì.

artisti preferiti, scrittori esclusi, grazie.
Jeff Buckley, Le Corbusier, Gustav Klimt, Bob Dylan, Ludovico Van, Caravaggio, Egon Schiele, Ennio Morricone, Michelangelo Buonarroti. solo i primi che mi vengono in mente, chiaro.

invidi qualcosa a qualcuno?
oh, be’, ce ne sarebbero di cose e di qualcuno che invidio…
forza, allora, non essere timido.
invidio il talento di Jim Morrison, il carisma di Elvis, il coraggio di Aung San Suu Kyi, l’ironia di Woody Allen, le tette di Pamela Anderson, il senso degli affari di Bill Gates, per dirne alcuni. poi…
e poi?
e poi ce ne sarebbe anche un altro, su tutti.
forza, dai.
ho paura, taglia pure questa, và… non vorrei si facessero strane illazioni al riguardo.
non preoccuparti, spengo il registratore.

clic, viene ancora una volta fermato il nastro

be’, invidio, fortissimamente invidio, i centimetri pubici di John Holmes.
tutto qua? che gretta banalità!
anzitutto, i trenta centimetri di John erano tutto, fuorché gretti e banali. poi, restando in argomento, fatti i cazzi tuoi. tu me l’hai chiesto, io ti ho risposto! e se proprio ci tieni a saperlo, non ho paura a essere banale, sai?
veramente non te l’avevo neppure chiesto… comunque, visto che siamo più o meno in tema, qual è il tuo rapporto col gentil sesso?
con chi? gentil sesso… ma si può sapere come cazzo parli?
scusa, ma io parlo come mi pare. parlami tu, ora, del tuo rapporto con l’universo femminile.

[fine.2 segue]

Posted by Giuseppe Braga at 07:01 | Comments (0)

12.01.07

la vita è un cantiere

alzate l'architrave.jpg


Posted by Giuseppe Braga at 10:29 | Comments (0)

09.01.07

a cuore aperto

[questo bellissimo! pezzo - che vista la lunghezza, per praticità, dividerò in tre bellissime! parti - idealmente, può esser letto come la prosecuzione e/o l'ideale finale del brillantissimo! Ma tu lo conosci Joyce?]

intervista doppia (a me stesso)
di Giuseppe Braga

prima parte

esterno giorno: sulla porta, due giovani uomini, con un’incredibile e sorprendente somiglianza, non fosse per la capigliatura completamente diversa e per un paio d’occhiali da vista, si salutano cordialmente

buongiorno.
buongiorno a lei.

una stretta di mano né troppo vigorosa, né troppo fiacca. cauti, si sorridono prudenti

lei sa chi sono io?; fa quello con gli occhiali e i capelli corti che sparano all’insù.
un vaga idea, sì, a dire il vero la stavo aspettando; replica l’altro, quello che ha aperto la porta e che ha una fluente chioma che gli scende sulle spalle, andando a coprirgli con un generoso ciuffo, l’occhio destro.

dove ci possiamo sistemare?; l’uomo con gli occhiali ha un borsone nero in mano.
prego, venga pure di sopra; fa l’altro, spostandosi i capelli dall’occhio.

interno giorno: la porta viene richiusa, i due attraversano una stanza buia di modeste dimensioni e salgono una scala a chiocciola. una quindicina di gradini in legno chiaro

però, bell’ambientino… appena un poco disordinato, ma per il resto molto grazioso.
il caos m’aiuta e poi ho grosse difficoltà nel buttare il superfluo.
scusi?
più forte di me, sono uno che non butta via mai niente, io.
buono a sapersi. problemi a distaccarsi dal passato?
mai andato dallo psicologo, non saprei dirle.

la stanza è un vano quadrato con tre finestre, soffitto e pavimento in legno. pareti per buona parte ricoperte da foto, ritagli di giornale, cartoline, frasi scritte a mano, disegni, grossi quadri (appoggiati a cavalletti), schizzi preparatori. sopra a un tavolo dal ripiano in vetro, un computer; e poi, due sedie girevoli, un paio di lampade, un divano/letto futon Ikea (modello Jarnvalla), due scaffali pieni di libri, polvere e riviste, un tavolo da disegno sommerso da carte d’ogni genere. per terra invece, sul nudo pavimento, altri fogli, cartoni, giornali, barattoli di colore, lattine e bottiglie di birra vuote, scatoloni, libri, un’antenna rotta e una televisione

all’arredamento ci pensa lei o s’affida a qualche professionista del ramo?
gliel’ho appena detto, faccio fatica a eliminare il vecchio.
lo vedo… senta, che ne dice se ci dessimo del tu?
più che d’accordo, affare fatto.
bene, molto bene. io sono pronto, cominciamo?
sono prontissimo anch’io, partiamo. prego, accomodati pure dove preferisci.

l’intervistatore si guarda un po’ in giro, poi si fa spazio e si siede sul futon. estrae dal borsone un piccolo registratore, che appoggia per terra, e un taccuino, che tiene in mano e apre. sfila una biro dal taschino della giacca, scruta negli occhi l’intervistato, che intanto s’è seduto davanti al computer (di fronte al futon), e formula la prima domanda. il clic del registratore è il segnale che il nastro della cassetta ha preso a girare

partiamo da lontano, se non le dispiace.
non avevamo deciso per il tu?
ah sì, scusa sai, la forza dell’abitudine… stavo dicendo, partiamo dal passato, vorrei sapere qualcosa sulla tua famiglia.
qualcosa di particolare?
no, non direi, quello che preferisci.
bene, sono stato partorito nell’anno in cui ammazzarono Che Guevara, se può aiutarti. a un anno ci fu la rivolta studentesca, quando ne avevo due, di anni, sono sbarcati – ammesso sia vero – sulla Luna; a tre ci fu il famoso Italia-Germania 4-3; iniziarono gli anni settanta e tutto il resto andò di conseguenza. io crebbi in età, beltà, saggezza e…
ehm, in realtà volevo sapere qualcosa dei tuoi genitori.
certo, certo, ovvio, parte del merito è anche il loro. mia madre è d’origine abruzzese, mio padre milanese. la famiglia di mia madre sale al nord nei primi anni sessanta. il caso ha voluto che andassero ad abitare nella casa di fianco a quella di mio padre. in pratica, le loro due finestre erano dirimpetto. che poesia. due giovani, l’uno di fronte all’altra, nella periferia sud ovest di Milano a metà degli anni sessanta. e a furia d’affacciarsi alle rispettive finestre… si sono ritrovati sposati.

l’intervistato viene interrotto dall’intervistatore

interessante, madre abruzzese come D’Annunzio e padre milanese come Manzoni.
frena, frena, direi molto più John Fante e Dario Fo, se proprio vogliamo giocare alle affinità elettive.
nooo, pure tu!
cosa?
Fante, Fante, Fante… passi per il Fo che gli hanno dato il Nobel e a chi vince il Nobel tanto di cappello, ma cazzo ci trovi in Fante, me lo spieghi?
lasciami stare Fante, per la miseria! non ci provare neppure!
d’accordo, d’accordo, non alterarti, dicevo così per dire.

titoli di studio?
elementare, media, diploma artistico e poi laurea in architettura.
che c’entra con la scrittura?
niente di niente, e allora?
e allora vedi di non scaldarti che non ne vedo il motivo. io sono venuto qui per farti delle domande, tu prova a rispondere senza scaldarti, va bene?
hai ragione, scusa. va avanti, dai.
allora, dimmi quando e perché hai cominciato a scrivere.
non ricordo con precisione. ricordo una vacanza e un consiglio di un mio caro amico.
che consiglio? quale vacanza?
il consiglio era: prova a scrivere, anche le cose più assurde che ti capitano, in qualsiasi momento ti capitano, qualsiasi, anche cose improvvisate o cose da ubriaco.
e la vacanza?
era in Grecia, isole Cicladi (Paros, Ios, Mikonos, Santorini…). uno zaino, un sacco a pelo, due amici, una chitarra, tanta buona volontà e niente tenda, era il 1990.
e cos’hai scritto?
nulla di che… una specie di diario sbilenco. metà inventato, metà vero.
ce l’hai ancora?
certo che sì, te l’ho detto che non butto mai niente.
mi ci faresti dare un’occhiata?
manco morto, sono gelosissimo delle mie cose private.
ok, ok, facevo tanto per dire… avevi dei libri con te? ti ricordi quali?
come no. m’ero portato dietro Marquez, Cent’anni di solitudine.
minchia, che allegria
scusa, ma l’hai mai letto, prima di sparare cagate?
mi sono fermato a trequarti di libro, un po’palloso se devo essere sincero.
ma che cazzo dici!
troppi nomi da tenere in mente, troppa gente che andava e veniva… e poi io non sono certo un letterato, posso anche permettermi di non finire un libro, o no?
ascolta, anzitutto io sono un aspirante letterato, poi per me puoi pure strangolarti qui in mezzo alla stanza, basta che non sporchi e che poi te ne vai sulle tue gambe. cazzo mi frega, a me.
mi sembra un’ottima prospettiva, ne terrò conto.
ma senti questo… certo è che non ti facevo così imbecille!

l’intervistato immerge le mani nei suoi lunghi capelli ed emette un gemito sordo che somiglia a un insulto. l’intervistatore finge di non sentire, il gemito è proprio un insulto, ed è inequivocabilmente rivolto a lui. lui però, passa oltre e va avanti come nulla fosse

dicevamo, hai cominciato a scrivere nel ‘90 in vacanza, dunque.
praticamente sì. ma se parliamo di poesie o di testi di canzoni, molto prima.
be’, parliamone, allora.
poesie, chiamiamoli pensieri in versi, da quando avevo dodici, tredici anni. canzoni, testo e musica tengo a sottolineare, dai sedici in su.
molto interessante, e perché hai smesso?
le poesie erano tristissime, ma agli altri, quando le davo da leggere, facevano ridere. qualcosa evidentemente, non funzionava. con le canzoni invece, avevo finito le note a disposizione. da autodidatta non ne conoscevo molte, di note. e dopo qualche anno sono finite.
eclettico… considerato che dipingi e che canti in una rock band, direi un artista a tutto tondo.
ovvio che sì, a me piace definirmi una sorta d’artista postmoderno tardo rinascimentale.
ti mancherebbe la scultura, per essere davvero completo.
vero, però compenso con l’architettura.
eh già… tu sei anche architetto; dice l’intervistatore guardandosi attorno, e poi: non si direbbe.
architettura è ordine e caos, io preferisco il secondo, problemi?
figuriamoci. una domanda a bruciapelo, perché scrivi?
semplice, dal mio punto di vista almeno, lo è. la scrittura non ti pone limiti. cominci e puoi scrivere un verso di tre parole, come un tomo di duemila pagine, non hai vincoli. prendiamo le altre arti. i margini che ti può porre la tela, ad esempio. o lo spazio, se vogliamo parlare d’architettura – ammesso sia un’arte e in parte lo è. e la musica… anche la musica ha i suoi limiti, i cinque righi e il tempo. una canzone di musica leggera ha i suoi, una sinfonia o un’operetta, pure. un libro invece, potrebbe essere infinito. la pagina bianca che ti trovi davanti al momento di cominciare non ha limiti, è universale. a me scrivere diverte, mi fa sentire vivo, mi procura un piacere intenso, quasi fisico, prossimo all’orgasmo. non riuscirei più a farne a meno. è diventato un bisogno primario.

l’intervistatore lo squadra di traverso e cerca di mascherare le sue perplessità. non gli sono mai andati a genio i megalomani pieni di sé. ma lui è lì per fare domande, non per dare giudizi

cambiamo argomento: il tuo primo racconto, quando, perché e come.
il pollice ruotato, tutto in minuscolo, storia minimalista di un viaggio e di svaghi molto, parecchio bukowskiana.
a che età?
avevo trent’anni.
ma va? piuttosto tardi, non trovi?
l’ispirazione non ha età, se permetti.
permetto, sì. titolo curioso…
se vuoi ti posso dire dove ruotava.
cosa?
il pollice, dove ha ruotato il pollice, ma credo tu possa immaginarlo da solo.

l’intervistatore si tocca gli occhiali e si schiarisce la voce, è in lieve imbarazzo. scribacchia qualcosa sul taccuino e dopo un bel sospiro, tutto d’un fiato, riprende

lo scrittore a cui devi i tuoi inizi dunque, sarebbe quell’ubriacone sessuomane di Buk.
non ti rispondo neanche, non le accetto le provocazioni gratuite.
infatti volevo provocarti… la cosa ti stupirà, ma Chinaski piace pure a me.
meno male, non sei un deficiente totale, allora.
potresti sforzarti d’evitare gli insulti? grazie.
certo, certo. provocavo anch’io, adesso. Charles Bukowski, il grande e inavvicinabile Buk! oh, non ci fosse stato lui non avrei mai scritto neppure una riga. e non ti venga in mente di dire, adesso, che peccato…
non mi permetterei mai, dico solo che mi pare un po’ esagerata la tua affermazione. solo questo.
amico, se vuoi restare mio amico non azzardarti a parlar male o solo a canzonare il vecchio Buk, intesi? non provarci nemmeno, a sminuirne la grandezza!
t’ho appena detto che piace anche a me. non sia mai, non volevo offenderti.
non lo hai fatto, ma ci sei andato molto vicino. e poi di te non mi fido granché.
capisco… sappi che la cosa è reciproca. film preferito?
ne ho due, indiscutibilmente e sopra ogni ragionevole dubbio.
sentiamoli.
Il Grande Lebowski dei fratelli Coen e Turnè di Salvatores.
d’accordo che i gusti sono gusti… ma scusa se mi permetto: che palle sto Lebowski!
problemi?
no, no, ma pare piaccia a ogni esordiente aspirante o presunto tale, tutto qua.
e allora?
semplice, ci sono miliardi di film e tutti che mi citano questo. che palle!
ci sono miliardi di film e io ti cito questo, degli altri non so, non sono portavoce di nessuno, io. a me Lebowski mi fa schiantare dalle risate, ogni volta che lo rivedo.
vuoi dirmi che hai avuto il coraggio di vederlo più di una volta?
ventisette volte e mezzo, per essere precisi.
robe da matti, robe da matti! con tutti i cineasti e i capolavori mondiali sparsi nel mondo, degni di essere visti, tu mi stai a imparare a memoria un filmettino del genere?
ma dimmi una cosa, ma dimmi, ma tu fai apposta a farmi incazzare?
non t’innervosire, era solo una constatazione personale. piuttosto, che ci azzeccano i due film?
devono azzeccarci per forza?
figurati, chiedevo soltanto.

[fine 1. segue]

Posted by Giuseppe Braga at 11:23 | Comments (2)

03.01.07

Ma tu lo conosci Joyce... a Cuneo!

Cuneo, ridente città piemontese, nota ai cinefili di razza per la famosa batutta del grande Totò, da oggi sarà ricordata dal sottoscritto anche per un'altra bella cosa. Ovvero, il divertente e irresistibile romanzo Ma tu lo conosci Joyce? è stato selezionato per la IX edizione del Premio Città di Cuneo per il Primo Romanzo. Direi, una bellissima notizia per iniziar col piede giusto l'anno nuovo. Chi ben comincia, insomma...
Ah, vista la nutritissima e validissima compagnia (ragazzi, tra i venti e passa selezionati ci sono anche i romanzi di Veltroni, Buttafuoco, Faranda e Catena Fiorello!), non so come andrà, ma, come ci piace dire a noi, vada come vada, sarà un successo...

Posted by Giuseppe Braga at 07:52 | Comments (4)