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28.01.07
Gravità (una storia quasi vera)
di Giuseppe Braga
Negli anni sessanta, in piena corsa agli armamenti (stavamo in piena guerra fredda), gli americani (anche i russi, d’accordo) pensavano di conquistare lo spazio. Le prime missioni dunque, diventarono il nuovo banco di prova, l’inconsueto campo sul quale fronteggiarsi.
Le due Superpotenze, all’epoca, erano davvero tali. Palate di dollari di qua, carrettate di rubli di là e i poveri scienziati in mezzo, messi alla frusta. Bisognava arrivarci prima degli altri.
Ma poi, e non voglio entrare nello specifico dell’argomento - e non è questo il punto, visto che sappiamo com’è andata a finire -, ecco l’imprevisto.
Gli americani s’accorgono che, in assenza di gravità (perché nello spazio manca la gravità), gli astronauti non riescono a scrivere.
Ovvero.
L’inchiostro delle biro (signor Bic o Pelican?) non arriva alla sfera che sta in punta.
Ergo.
I fogli venivano solo incisi. Che così andavano pure buttati via.
Perciò.
Era necessario risolvere il contrattempo. E al più presto.
Resisi conto del grave problema, i responsabili della NASA misero al lavoro (alacremente) le migliori equipe di esperti di cui disponevano (provarono anche a convincerne un paio che stavano dall’altra parte, ma senza riuscirci - in quel periodo l’ideologia e Marx erano ancora parecchio in voga).
Furono mesi di grande e operosa attività.
Prove, esperimenti, simulazioni. Bilancini, contrappesi, carichi contrapposti. Non senza porsi una domanda, ovviamente.
Quei bastardi dei rossi nel frattempo (ammesso che si siano già accorti del problema), come si staranno attrezzando? Domanda lecita, anzi più che lecita, considerando le vagonate di dollari che venivano spese per la ricerca.
E la risposta (sotto forma di pacco postale) non tardò ad arrivare. Gliela inviarono con la corretta affrancatura (immagino per via aerea) e il giusto indirizzo (Spett.le NASA, Huston, Texas, USA, etc.) assieme a una gomma e a un foglietto di carta.
La sorpresa yankee fu pari solo all’incazzatura.
Uno stock di trenta matite, grafite nera, serie standard. Roba da qualche rublo, al supermercato di Mosca. Che ci provassero anche loro a scrivere sulla luna, adesso.
Ma i russi, oltre che le matite, inventarono (va specificato, alcuni anni dopo - e siamo nel pieno degli anni ottanta) un gioco assolutamente straordinario.
Un gioco che ancora oggi può ritenersi il gioco dei giochi.
Il re incontrastato dei giochi al computer.
Tetris
1987, ideato da Alexei Pazhitnov e da Vadim Gerasimov.
Tetris: la sublimazione dell’astratto, ma più vero del vero.
L’idea è, di per sé, semplicissima.
Quadratini colorati assemblati sotto varie forme che precipitano a più velocità.
I livelli sono dieci. La riga di partenza la scegli tu. La velocità di caduta anche.
Riempimento degli spazi. Essenziale.
Compattamento della materia. Necessario.
Liberazione del campo. Indispensabile.
Presenza della gravità (con cui fare costantemente i conti). Decisiva.
Righe e colonne. Palese e rassicurante ortogonalità.
Velocità di pensiero e rapidità d’esecuzione. Fondamentali.
Un pioggia colorata da cui (vi assicuro) una volta entrati se ne esce a fatica. Gialli (le elle) e rossi (le stecche lunghe), viola, verdi e blu. Grigi (non so perché, ma i miei preferiti) e azzurri (i quadratoni).
Nulla a che vedere coi banali pack man e flipper di sotto marca giapponese.
Tetris.
Semplicemente spaziale!
Posted by Giuseppe Braga at 28.01.07 08:26