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18.01.07

a cuore aperto

intervista doppia (a me stesso)
di Giuseppe Braga

terza e ultima parte

l’intervistato lascia cadere la domanda nel vuoto. dopo alcuni secondi di silenzio, guarda dritto negli occhi l’intervistatore e, come stesse recitando una poesia a memoria, risponde

ah, le donne… le gambe delle donne sono come dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia.
questa l’ho già sentita!
calma, calma, non ho intenzione di appropriarmi di cose non mie. lo diceva Bertrand Morane, il protagonista de L’uomo che amava le donne, di Francois Truffaut.
mi pareva, a me…

devi sapere che Bertrand aveva due hobby: la lettura e le donne. più le donne che la lettura, per la precisione. si definiva uno stallone, il ragazzo, tanto stallone da decidere di raccontare in un libro la sua vita, per tutta la durata della quale, è stato ossessionato e guidato dal fascino delle donne e dal desiderio di possederle.
e allora?
niente, tanto per dire che io mi riconosco molto, parecchio in lui. le donne sono il perno del mondo!

l’intervistato si alza dalla poltroncina, inizia a cercare nel gran casino della stanza e, da sotto un cumulo di carte varie, estrae una copia del libro in edizione tascabile. gliela sventola sotto il naso

mi viene un dubbio. ma tu la conosci la storia? hai capito di cosa sto parlando? se vuoi controllare, prendi questo e fai pure. poi però, rimetti a posto, mi raccomando.
non preoccuparti, non mi serve. la storia la conosco, figurati. e per il resto che mi hai detto invece, ti credo sulla parola.
vorrei anche vedere.

qualche domanda secca ora.
più che d’accordo, sputa fuori.

squadra del cuore?
l’Internazionale F.C., quando ci giocavano Beccalossi e Spillo Altobelli, però.

piatto preferito?
lasagne al forno, pasta gratinata, crepes al prosciutto, involtini di carne e budino al cioccolato.

il tuo rapporto con la televisione.
nullo, fin quando non mi invitano a qualche trasmissione.
intendevo da spettatore…
come spettatore la tele, io, la detesto, ma, in tutta sincerità, non riesco proprio a farne a meno.
programmi televisivi a cui non rinunceresti, nel caso dovessi fare una scelta drastica?
oh, be’, non avrei il minimo dubbio. blob. e le televendite, in particolare le aste di pittura. sono imperdibili. te le consiglio di cuore.
mi pigli per il culo?
assolutamente, no. ti pare che potrei mai farlo?

riti propiziatori, prima, durante, dopo?
prima durante dopo di che?
di scrivere, no?
oh, cose semplici, ma essenziali. appena accendo il computer, così, per sciogliermi, un paio di partitine a tetris, poi comincio. quando però vedo che mi gira veramente storto, che non riesco a scrivere in maniera sciolta, ricorro a due rimedi infallibili.
quali?
mi calco un berretto di velluto, una vecchia coppola sformata, al contrario, sulla testa.
e l’altro?
m’infilo due anelli agli anulari.
perché fai ciò? e da quando?
non saprei rispondere a nessuna delle due domande. so che funziona, dunque lo faccio. punto e stop. io so solo che appena dopo averlo fatto, mi sento diverso, come posseduto da forze superiori, come se un’aura protettrice mi tutelasse e custodisse il mio genio. una sorta di miracolo infallibile.
sostanze alcoliche coadiuvanti, magari allucinogene o stupefacenti?
una consistente scorta di lattine e bottiglie di birra, mi basta quella. nessun tipo di droga.
a sentirti parlare non si direbbe…
spiritoso.

il tuo peggiore difetto.
non butto via mai niente. anche le robe altrui.
il pregio?
coincide col difetto.
cazzo, una mania…
molto peggio, è una condanna!

da dove ti nascono le idee?
da ciò che hai intorno. dipende molto da come vivi, ragazzo. è la vita, cocco. da chi incontri, con chi parli, da cosa ascolti o annusi o vedi. da piccoli particolari, da dettagli che magari, a prima vista, possono pure sembrare e apparire, ai più, insignificanti. da ossessioni intime e ataviche che ti porti dietro, dentro, fin dall’infanzia e forse da prima. e lasciamo stare, per favore, non scomodiamolo, il vecchio Sigmund. anche se tutto, probabilmente, parte da lì.
e la tua, d’ossessione, qual è?
una grossa tigre, che mi sta aggrappata sulle spalle e che cerca in tutti i modi d’azzannarmi. io devo essere più abile e più rapido di lei. devo essere pronto a cogliere il momento e disarcionarla.
bellissima quest’immagine…
è del vecchio Buk.
a me pareva della Kristoff.
l’avrà detta pure lei, non lo escludo, di sicuro c’è arrivata dopo, però.
e, nello specifico, le tue storie, da dove ti escono?
ascolta, ne hanno parlato e scritto in molti. adesso però non vorrei ripetere cose già dette o scritte da altri, se no tu poi sei capace d’accusarmi di plagio. e allora, tra tutti, io ti rimando a un racconto breve di Sandro Veronesi, apparso nel suo Superalbo, meglio di così non saprei.
come e quando ti arrivano? questo puoi dirmelo o devo andarmi a leggere qualcun altro?
questo te lo dico io, se permetti. non so perché, ma spesso succede nei momenti più impensabili, mentre sono in auto, in coda. altre volte nel sonno, nel dormiveglia, mentre mangio la colazione o mentre mi faccio la doccia – la barba no, se non sto più che concentrato, rischio di tagliarmi. mai quando mi ci metto a pensare in maniera specifica, però, quello mai.

a che ora scrivi principalmente?
quando mi riesce, comincio la mattina e vado avanti a oltranza. non c’è cosa migliore che sapere di avere davanti un’intera giornata nella quale l’unico obbligo/impegno è quello di scrivere. altrimenti il pomeriggio, di rado la sera, quasi mai di notte. nei primi tempi invece, riuscivo a scrivere solo nelle ore notturne. era come se non volessi avere nessuno intorno, come se necessitassi che il mondo si fermasse affinché io potessi scrivere e mettere su carta le mie più assurde fantasie.
però…
te ne dico una buona, adesso. una notte, saranno state le tre, nel mezzo d’un racconto che stavo scrivendo, mi sono bloccato e ho avuto un’esperienza extrasensoriale.
era ora!, finalmente qualcosa di notevole.
sì, sì, è andata così. all’improvviso ho provato una forte vertigine e mi sono visto da fuori, ero io, il mio spirito, una parte di esso almeno, che se n’era fuoriuscita e s’era messa a guardarmi incuriosita. era come se mi fossi sdoppiato, ma senza specchio. mi stavo guardando da due punti focali diversi, ero dentro, ma ero, mi trovavo, anche fuori. esistevo due volte. lo straniamento, t’assicuro, fu assoluto, cominciai a chiedermi che stavo facendo, lì, alle tre di notte, seduto davanti a un cazzo di monitor, a scrivere di personaggi irreali e fantastici, ai quali io stavo, dovevo!, dar loro vita. in quel momento mi sentivo, ero!, dio, capisci?
insomma… mi pare che tu la droga la prendi, altro che!
ma siccome non ero abituato a sentirmi dio – e non lo sono neppure ora, se è questo quello a cui stai pensando – ho cominciato a sentirmi male, a delirare, a dare fuori di matto.
ovvero?
ovvero, sono quasi svenuto e ho toccato con mano, per un attimo infinito, la pazzia. un lembo di pazzia m’ha sfiorato e ha provato a farmi suo.
esagerato!
libero di non crederci. c’ho ancora la pelle d’oca quando ci penso, guarda qua!

l’intervistatore sembra molto perplesso e, per niente convinto, cambia argomento

va bene, va bene, diciamo che ti credo. tu sei uno che prende appunti? se sì, dove?
li prendo sì. gli appunti me li appunto dove mi viene, biglietti del tram, foglietti volanti, retro di buste di lettere, scontrini, ricevute, quello che mi capita in mano, perfino taccuini.

qualche consiglio a chi aspira a esordire con successo.
non ci penso neppure!
suvvia, non fare l’antipatico…
va be’, m’hai convinto. ne ho tre facili, facili: non aver fretta, non censurarsi mai e tante letture, di qualsiasi genere. il quarto è un extra che non guasta mai: una buona dose di culo.

c’è chi dice, l’ho sentito dire una sera da Maurizio Maggiani, ma anche da altri autorevoli personaggi, che uno scrittore dovrebbe essere un po’ ignorante.
concordo e sottoscrivo. uno scrittore deve avere il coraggio di sapersi stupire sempre e di restare a bocca aperta. essere scrittore non vuol dire essere più in gamba degli altri, anzi, spesso è il contrario. non sono un intellettuale, io. preferisco ignorarle, che già conoscerle, le cose. sono molto umile, da questo punto di vista.
non l’avrei mai detto, per il poco che ti conosco. mi sembravi un gran cacciaballe megalomane.
invece sbagli. sono ingenuo e puro, io. uno scrittore è un’anima semplice che deve sapersi emozionare, in ugual misura, di fronte a un tramonto mozzafiato, come davanti a una scarpa vecchia.
questa è molto bella. è tua?
a dire il vero, no. è di Ray Carver.
eccolo là, mi pareva strano… e comunque ci risiamo. sempre a rimorchio. robe tue, nessuna?
ascolta, te lo dico una volta per tutte. se qualcuno prima di me ha già detto o scritto qualcosa di notevole, io mi permetto di citarlo. non ci trovo nulla di scandaloso. meglio una buona citazione che un’invenzione del cazzo priva di senso.

l’intervistato ha gli occhi lucidi, guarda in tralice fuori dalla finestra, sembra ispirato

l’artista deve riuscire a farsi tramite, a farsi trapassare l’anima dall’ispirazione, coglierne l’attimo, catturarlo, renderlo indimenticabile e memorabile e poi, prima che possa svaporare, imprimerlo su carta. lo scrittore dev’essere capace di rendere materia pulsante ogni cosa inanimata e di trasformare la propria esistenza, in qualcosa d’irripetibile e di unico, farla diventare il Romanzo della Vita.

l’intervistatore si trattiene a fatica dal ridergli in faccia. pensa che il mondo è sempre più pieno di megalomani aspiranti del cazzo e soprattutto pensa che lui fa un lavoro proprio di merda. deve andarseli a intervistare tutti lui, quegli aspiranti megalomani cazzoni, eccheccazzo!

senti, segui una scaletta prima di cominciare, oppure ti lasci guidare dall’ispirazione?; prova a continuare l’intervistatore, professionalmente impeccabile.
ascolta, io sono uno che naviga a vista. ho in testa una serie di passaggi, magari un’idea di finale, frammenti di dialoghi, e il resto se parte, nasce tutto da un buon incipit. se lo trovo sono a cavallo.
altrimenti?
altrimenti sono cazzi acidi.
ma scusa, e la storia del cappello e degli anelli, le forze superiori e l’aura, ti aiuteranno loro, no?

l’intervistato scoppia in una gran risata scomposta ed esagerata

vuoi che te lo dica?
… dica cosa?
cazzate, quelle erano fregnacce, dette così per dire, per far colpo. alla gente piace un sacco sentir parlare di robe esoteriche mistico cabalistiche. la gente ama le fregnacce. più grosse sono, meglio è.
che intendi dire, scusa?
semplice, che quelle erano delle gran panzane.
vuoi dire che finora m’hai raccontato anche altre palle? l’esperienza extrasensoriale, ad esempio?
tu che ne pensi?
non capisco, davvero non mi ci raccapezzo… perché hai fatto ciò?
ti voglio rispondere come ti risponderebbe il grande C*.
chi? chi cazzo è C*?
lascia perdere, non ci arriveresti a capirne la grandezza.
va be’, ma che direbbe, ‘sto tizio?
direbbe che il lettore medio, mediamente, è un gran coglione molto sopra la media.
e quindi?
e quindi al lettore, medio e mediamente coglione, gli si può rifilare quel cazzo che ti pare!

l’intervistatore guarda l’intervistato con occhi severi e di rimprovero. non se l’aspettava proprio. sembra parecchio deluso e avvilito. l’intervistato, pur cogliendone l’imbarazzo, prosegue a ridere

ah, ah, ah, dai, taglia pure questa, ti giuro che è l’ultima, ah, ah, ah…

l’intervistatore però, pare avere esaurito le scorte di pazienza. spegne il registratore, clic

certo che è l’ultima, ma solo perché l’intervista è finita.
ma come, di già?
eccome, basta e avanza, direi. se volevi farti conoscere al grande pubblico, ti sei fatto conoscere molto bene.
intendi dire?
intendo dire che se c’è un coglione in giro, quello, scusa se mi permetto, quello sei proprio tu. hai detto una marea di stronzate, che ti credi, che la gente se le berrà? tu hai già chiuso prima di cominciare. aspetta che pubblichino l’intervista e, d’aspirante, passerai direttamente ad a-spirato.

l’intervista è dunque finita, molto più sospettosi e nervosi di prima, i due s’alzano. l’intervistato sorride forzatamente e s’avvicina all’intervistatore. si complimenta ironicamente con lui. si ristringono la mano, molto più vigorosamente che all’inizio. poi l’intervistato, con un gesto deciso, imprevisto, improvviso, strappa di mano il registratore all’intervistatore, ne sfila il nastro e comincia a ingoiarsene una buona parte. tutto il resto, cassetta e registratore compresi, lo getta per terra e lo calpesta. l’intervistatore è basito e assiste alla scena impotente e sorpreso, stringendosi al petto il taccuino. poi, in qualche maniera, riesce a riprendersi dal torpore paralizzante in cui era precipitato e prova a protestare

ma che stai facendo, sei impazzito? tutto il mio lavoro, e che cazzo!, sei scemo!?

l’intervistato deglutisce a fatica la parte di nastro masticata. poi intima all’intervistatore di consegnargli anche il taccuino

no, no, fermo! ma che ti credi di fare?; l’intervistatore prova a protestare.

l’intervistato non vuole sentire ragioni, lo strattona e gli estirpa il taccuino dalle braccia. una a una, comincia a mangiarsi le pagine

che cosa credevi, che ti lasciavo andare in giro a sputtanarmi così?; borbotta sputando qua e là.
ah no, e perché?
perché, contrariamente a quello che credi, non sono mica un coglione, io.
ma come ti sei permesso…
io mi permetto ciò che voglio, se permetti.
no che non lo permetto, io ti denuncio! e poi, e poi…
e poi?
e poi, tu non eri quello che non buttava via mai niente, anche delle robe altrui?
ripeto, io non butto via mai niente, però così coglione non sono.
brutto bastardo che non sei altro…

l’intervistato ha la bocca piena e non può rispondere. si limita a sorridergli e a masticare. l’intervistatore si leva gli occhiali e si strofina gli occhi, ne ha viste tante nella sua vita, ma stenta a credere alla scena che ha davanti a sé. l’intervistato ora deglutisce e farfuglia una mezza frase

non male, allappa solo un po’ sul palato, ma per il resto, non è male.
ma va un po’ affanculo, va!, aspirante dei miei coglioni!

l’intervistato non lo ascolta più, la bocca piena e le mascelle serrate, impegnato nella masticazione. l’intervistatore sta tremando, è molto scosso e, nell’atto di rimettersi sul naso gli occhiali, compie un gesto maldestro. impacciato, in evidente stato confusionale, mentre se li sta rinfilando, sente un rumoraccio. un rumore sordo che ha già avuto modo di sentire, molto, parecchio tempo addietro. controlla, anche se non vorrebbe. lo sa già, ha già capito di che si tratta. gli viene da imprecare

cazzo no, ancora! questa no… ci mancavano giusto loro, che occhiali di merda!

occhiali. rotti, proprio nel mezzo. poco da fare, forse basterebbe un goccio di attak, ma la situazione non sembra essere tra le più favorevoli per poter fare una richiesta del genere

interno giorno, ultima scena: l’intervistato, miope e senza lenti, strizza gli occhi, ma quello che vede non è per niente piacevole. brandelli di nastro e di taccuino sparsi, tutta la sua intervista in fumo. il punto finale è un gran rutto, roboante e imperioso, che fuoriesce dalla bocca dell’intervistato. il taccuino non è digeribilissimo e il nastro è pure peggio. stasera, quantomeno, ci vorrà un buon digestivo

prosit

[fine]

Posted by Giuseppe Braga at 18.01.07 10:01

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