« Ma tu lo conosci Joyce... a Cuneo! | Main | la vita è un cantiere »

09.01.07

a cuore aperto

[questo bellissimo! pezzo - che vista la lunghezza, per praticità, dividerò in tre bellissime! parti - idealmente, può esser letto come la prosecuzione e/o l'ideale finale del brillantissimo! Ma tu lo conosci Joyce?]

intervista doppia (a me stesso)
di Giuseppe Braga

prima parte

esterno giorno: sulla porta, due giovani uomini, con un’incredibile e sorprendente somiglianza, non fosse per la capigliatura completamente diversa e per un paio d’occhiali da vista, si salutano cordialmente

buongiorno.
buongiorno a lei.

una stretta di mano né troppo vigorosa, né troppo fiacca. cauti, si sorridono prudenti

lei sa chi sono io?; fa quello con gli occhiali e i capelli corti che sparano all’insù.
un vaga idea, sì, a dire il vero la stavo aspettando; replica l’altro, quello che ha aperto la porta e che ha una fluente chioma che gli scende sulle spalle, andando a coprirgli con un generoso ciuffo, l’occhio destro.

dove ci possiamo sistemare?; l’uomo con gli occhiali ha un borsone nero in mano.
prego, venga pure di sopra; fa l’altro, spostandosi i capelli dall’occhio.

interno giorno: la porta viene richiusa, i due attraversano una stanza buia di modeste dimensioni e salgono una scala a chiocciola. una quindicina di gradini in legno chiaro

però, bell’ambientino… appena un poco disordinato, ma per il resto molto grazioso.
il caos m’aiuta e poi ho grosse difficoltà nel buttare il superfluo.
scusi?
più forte di me, sono uno che non butta via mai niente, io.
buono a sapersi. problemi a distaccarsi dal passato?
mai andato dallo psicologo, non saprei dirle.

la stanza è un vano quadrato con tre finestre, soffitto e pavimento in legno. pareti per buona parte ricoperte da foto, ritagli di giornale, cartoline, frasi scritte a mano, disegni, grossi quadri (appoggiati a cavalletti), schizzi preparatori. sopra a un tavolo dal ripiano in vetro, un computer; e poi, due sedie girevoli, un paio di lampade, un divano/letto futon Ikea (modello Jarnvalla), due scaffali pieni di libri, polvere e riviste, un tavolo da disegno sommerso da carte d’ogni genere. per terra invece, sul nudo pavimento, altri fogli, cartoni, giornali, barattoli di colore, lattine e bottiglie di birra vuote, scatoloni, libri, un’antenna rotta e una televisione

all’arredamento ci pensa lei o s’affida a qualche professionista del ramo?
gliel’ho appena detto, faccio fatica a eliminare il vecchio.
lo vedo… senta, che ne dice se ci dessimo del tu?
più che d’accordo, affare fatto.
bene, molto bene. io sono pronto, cominciamo?
sono prontissimo anch’io, partiamo. prego, accomodati pure dove preferisci.

l’intervistatore si guarda un po’ in giro, poi si fa spazio e si siede sul futon. estrae dal borsone un piccolo registratore, che appoggia per terra, e un taccuino, che tiene in mano e apre. sfila una biro dal taschino della giacca, scruta negli occhi l’intervistato, che intanto s’è seduto davanti al computer (di fronte al futon), e formula la prima domanda. il clic del registratore è il segnale che il nastro della cassetta ha preso a girare

partiamo da lontano, se non le dispiace.
non avevamo deciso per il tu?
ah sì, scusa sai, la forza dell’abitudine… stavo dicendo, partiamo dal passato, vorrei sapere qualcosa sulla tua famiglia.
qualcosa di particolare?
no, non direi, quello che preferisci.
bene, sono stato partorito nell’anno in cui ammazzarono Che Guevara, se può aiutarti. a un anno ci fu la rivolta studentesca, quando ne avevo due, di anni, sono sbarcati – ammesso sia vero – sulla Luna; a tre ci fu il famoso Italia-Germania 4-3; iniziarono gli anni settanta e tutto il resto andò di conseguenza. io crebbi in età, beltà, saggezza e…
ehm, in realtà volevo sapere qualcosa dei tuoi genitori.
certo, certo, ovvio, parte del merito è anche il loro. mia madre è d’origine abruzzese, mio padre milanese. la famiglia di mia madre sale al nord nei primi anni sessanta. il caso ha voluto che andassero ad abitare nella casa di fianco a quella di mio padre. in pratica, le loro due finestre erano dirimpetto. che poesia. due giovani, l’uno di fronte all’altra, nella periferia sud ovest di Milano a metà degli anni sessanta. e a furia d’affacciarsi alle rispettive finestre… si sono ritrovati sposati.

l’intervistato viene interrotto dall’intervistatore

interessante, madre abruzzese come D’Annunzio e padre milanese come Manzoni.
frena, frena, direi molto più John Fante e Dario Fo, se proprio vogliamo giocare alle affinità elettive.
nooo, pure tu!
cosa?
Fante, Fante, Fante… passi per il Fo che gli hanno dato il Nobel e a chi vince il Nobel tanto di cappello, ma cazzo ci trovi in Fante, me lo spieghi?
lasciami stare Fante, per la miseria! non ci provare neppure!
d’accordo, d’accordo, non alterarti, dicevo così per dire.

titoli di studio?
elementare, media, diploma artistico e poi laurea in architettura.
che c’entra con la scrittura?
niente di niente, e allora?
e allora vedi di non scaldarti che non ne vedo il motivo. io sono venuto qui per farti delle domande, tu prova a rispondere senza scaldarti, va bene?
hai ragione, scusa. va avanti, dai.
allora, dimmi quando e perché hai cominciato a scrivere.
non ricordo con precisione. ricordo una vacanza e un consiglio di un mio caro amico.
che consiglio? quale vacanza?
il consiglio era: prova a scrivere, anche le cose più assurde che ti capitano, in qualsiasi momento ti capitano, qualsiasi, anche cose improvvisate o cose da ubriaco.
e la vacanza?
era in Grecia, isole Cicladi (Paros, Ios, Mikonos, Santorini…). uno zaino, un sacco a pelo, due amici, una chitarra, tanta buona volontà e niente tenda, era il 1990.
e cos’hai scritto?
nulla di che… una specie di diario sbilenco. metà inventato, metà vero.
ce l’hai ancora?
certo che sì, te l’ho detto che non butto mai niente.
mi ci faresti dare un’occhiata?
manco morto, sono gelosissimo delle mie cose private.
ok, ok, facevo tanto per dire… avevi dei libri con te? ti ricordi quali?
come no. m’ero portato dietro Marquez, Cent’anni di solitudine.
minchia, che allegria
scusa, ma l’hai mai letto, prima di sparare cagate?
mi sono fermato a trequarti di libro, un po’palloso se devo essere sincero.
ma che cazzo dici!
troppi nomi da tenere in mente, troppa gente che andava e veniva… e poi io non sono certo un letterato, posso anche permettermi di non finire un libro, o no?
ascolta, anzitutto io sono un aspirante letterato, poi per me puoi pure strangolarti qui in mezzo alla stanza, basta che non sporchi e che poi te ne vai sulle tue gambe. cazzo mi frega, a me.
mi sembra un’ottima prospettiva, ne terrò conto.
ma senti questo… certo è che non ti facevo così imbecille!

l’intervistato immerge le mani nei suoi lunghi capelli ed emette un gemito sordo che somiglia a un insulto. l’intervistatore finge di non sentire, il gemito è proprio un insulto, ed è inequivocabilmente rivolto a lui. lui però, passa oltre e va avanti come nulla fosse

dicevamo, hai cominciato a scrivere nel ‘90 in vacanza, dunque.
praticamente sì. ma se parliamo di poesie o di testi di canzoni, molto prima.
be’, parliamone, allora.
poesie, chiamiamoli pensieri in versi, da quando avevo dodici, tredici anni. canzoni, testo e musica tengo a sottolineare, dai sedici in su.
molto interessante, e perché hai smesso?
le poesie erano tristissime, ma agli altri, quando le davo da leggere, facevano ridere. qualcosa evidentemente, non funzionava. con le canzoni invece, avevo finito le note a disposizione. da autodidatta non ne conoscevo molte, di note. e dopo qualche anno sono finite.
eclettico… considerato che dipingi e che canti in una rock band, direi un artista a tutto tondo.
ovvio che sì, a me piace definirmi una sorta d’artista postmoderno tardo rinascimentale.
ti mancherebbe la scultura, per essere davvero completo.
vero, però compenso con l’architettura.
eh già… tu sei anche architetto; dice l’intervistatore guardandosi attorno, e poi: non si direbbe.
architettura è ordine e caos, io preferisco il secondo, problemi?
figuriamoci. una domanda a bruciapelo, perché scrivi?
semplice, dal mio punto di vista almeno, lo è. la scrittura non ti pone limiti. cominci e puoi scrivere un verso di tre parole, come un tomo di duemila pagine, non hai vincoli. prendiamo le altre arti. i margini che ti può porre la tela, ad esempio. o lo spazio, se vogliamo parlare d’architettura – ammesso sia un’arte e in parte lo è. e la musica… anche la musica ha i suoi limiti, i cinque righi e il tempo. una canzone di musica leggera ha i suoi, una sinfonia o un’operetta, pure. un libro invece, potrebbe essere infinito. la pagina bianca che ti trovi davanti al momento di cominciare non ha limiti, è universale. a me scrivere diverte, mi fa sentire vivo, mi procura un piacere intenso, quasi fisico, prossimo all’orgasmo. non riuscirei più a farne a meno. è diventato un bisogno primario.

l’intervistatore lo squadra di traverso e cerca di mascherare le sue perplessità. non gli sono mai andati a genio i megalomani pieni di sé. ma lui è lì per fare domande, non per dare giudizi

cambiamo argomento: il tuo primo racconto, quando, perché e come.
il pollice ruotato, tutto in minuscolo, storia minimalista di un viaggio e di svaghi molto, parecchio bukowskiana.
a che età?
avevo trent’anni.
ma va? piuttosto tardi, non trovi?
l’ispirazione non ha età, se permetti.
permetto, sì. titolo curioso…
se vuoi ti posso dire dove ruotava.
cosa?
il pollice, dove ha ruotato il pollice, ma credo tu possa immaginarlo da solo.

l’intervistatore si tocca gli occhiali e si schiarisce la voce, è in lieve imbarazzo. scribacchia qualcosa sul taccuino e dopo un bel sospiro, tutto d’un fiato, riprende

lo scrittore a cui devi i tuoi inizi dunque, sarebbe quell’ubriacone sessuomane di Buk.
non ti rispondo neanche, non le accetto le provocazioni gratuite.
infatti volevo provocarti… la cosa ti stupirà, ma Chinaski piace pure a me.
meno male, non sei un deficiente totale, allora.
potresti sforzarti d’evitare gli insulti? grazie.
certo, certo. provocavo anch’io, adesso. Charles Bukowski, il grande e inavvicinabile Buk! oh, non ci fosse stato lui non avrei mai scritto neppure una riga. e non ti venga in mente di dire, adesso, che peccato…
non mi permetterei mai, dico solo che mi pare un po’ esagerata la tua affermazione. solo questo.
amico, se vuoi restare mio amico non azzardarti a parlar male o solo a canzonare il vecchio Buk, intesi? non provarci nemmeno, a sminuirne la grandezza!
t’ho appena detto che piace anche a me. non sia mai, non volevo offenderti.
non lo hai fatto, ma ci sei andato molto vicino. e poi di te non mi fido granché.
capisco… sappi che la cosa è reciproca. film preferito?
ne ho due, indiscutibilmente e sopra ogni ragionevole dubbio.
sentiamoli.
Il Grande Lebowski dei fratelli Coen e Turnè di Salvatores.
d’accordo che i gusti sono gusti… ma scusa se mi permetto: che palle sto Lebowski!
problemi?
no, no, ma pare piaccia a ogni esordiente aspirante o presunto tale, tutto qua.
e allora?
semplice, ci sono miliardi di film e tutti che mi citano questo. che palle!
ci sono miliardi di film e io ti cito questo, degli altri non so, non sono portavoce di nessuno, io. a me Lebowski mi fa schiantare dalle risate, ogni volta che lo rivedo.
vuoi dirmi che hai avuto il coraggio di vederlo più di una volta?
ventisette volte e mezzo, per essere precisi.
robe da matti, robe da matti! con tutti i cineasti e i capolavori mondiali sparsi nel mondo, degni di essere visti, tu mi stai a imparare a memoria un filmettino del genere?
ma dimmi una cosa, ma dimmi, ma tu fai apposta a farmi incazzare?
non t’innervosire, era solo una constatazione personale. piuttosto, che ci azzeccano i due film?
devono azzeccarci per forza?
figurati, chiedevo soltanto.

[fine 1. segue]

Posted by Giuseppe Braga at 09.01.07 11:23

Comments

...si può avere anche la seconda parte?
Ciao!

Posted by: cmalox at 11.01.07 14:17

be', sì, certo. prima o poi la metto... intanto creo l'effetto 'attesa', ah!

Posted by: giuseppe braga at 11.01.07 14:23

Post a comment




Remember Me?