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11.12.06

il fascino maledetto dello scrittore (part V)

di Giuseppe Braga

Bravo

Ottavo piano. Lunedì mattina. Sono in corridoio. Sto aspettando l’ascensore, appoggiato al muro. C’è un tizio, un collega di non so quale piano, che ho già visto non saprei quando e non so a quale piano, che fa avanti e indietro, ogni tanto mi lancia qualche occhiata, sorride e poi via, su e giù per il corridoio.

Gli ascensori non arrivano. Lui ha prenotato la salita, io devo scendere. Le due freccette restano spente. Lui continua a fare avanti e indietro, su e giù, poi mi passa vicino e, senza fermarsi, distrattamente, mi rivolge la parola. Lo fa come se non stesse parlando con me. Ma essendo l’unico, oltre a lui e agli ascensori che non arrivano, presente, in quel corridoio dell’ottavo piano, arguisco che sta parlando proprio con me.

Bravo, mi fa.
Come?
Sei bravo, complimenti.
Non capisco…
Bello, il tuo libro. Bravo.
Ah, l’ha letto?
Certo, ovvio, ci mancherebbe, logicamente, naturalmente, assolutamente, chiaramente… sì!
Ah, bene…
Non è niente male, bravo, m’è piaciuto.
Ah, grazie…
Ha degli spunti interessanti, bravo.
Be’, sì, insomma…
Un giorno di questi ti farò leggere qualcosa di mio.
Ah, anche lei scrive…?
Ragazzo, io ho scritto due libri, eh!
Ah, però, brav…
Comunque sei davvero bravo, complimenti ancora.
Eh, grazie…
Ascolta, se te lo dico io… io certe cose le capisco, sono trent’anni che lavoro qui dentro, ne so di cose, io, qualcosa vorrà pur dire, trent’anni, fidati.
Eh, be’, in effetti…, e resto a pensare al significato recondito che l’ultima affermazione porta con sé. Al legame che intercorre tra una piccola opera letteraria e le – più o meno – grandi opere e pratiche edilizio urbanistiche, più o meno svolte ed evase in trent’anni di onorato servizio.

La freccetta della salita s’illumina. Lui però fa ancora in tempo a dirmi: bravo, poi le porte si aprono e con un balzo scompare nell’ascensore.
Io resto lì, la freccetta della discesa resta inesorabilmente spenta. Penso. Lavorare qui dentro, penso, ogni giorno ti riserva, penso, imprevedibili sorprese, penso, a lavorare qui dentro, penso, quando meno te l’aspetti, ecco, penso, sì, un sacco di sorprese, penso. Ecco. E soprattutto penso: chissà fra trent’anni, chissà, quante cose che capirò fra trent’anni!
Fra trent’anni, penso.

Ecco, magari non avrò vinto il Nobel, già, ma di sicuro avrò una conoscenza enciclopedica e soprattutto… e soprattutto sarò a un passo dalla pensione, ecco.

Posted by Giuseppe Braga at 11.12.06 09:10

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