« Ottobre 2006 | Main | Dicembre 2006 »
30.11.06
Scrittore all'esordio frustrato e indomito
Questa recensione a Ma tu lo conosci Joyce? è apparsa su Letture, mensile di informazione culturale, letteratura e spettacolo (Anno 61° Quaderno 631 Novembre 2006)

Scrittore all'esordio frustrato e indomito
di Giuseppe O. Longo
Un libro che è una contraddizione in termini, e già questo lo rende interessante: infatti è l’epopea (pubblicata) di uno scrittore esordiente che non riesce a farsi pubblicare.
Con ironia e, soprattutto, autoironia, Braga ci conduce attraverso il mondo degli scrittori o aspiranti tali che non ce la fanno a uscire dal limbo dei non pubblicati (o dei quasi pubblicati, nel senso che qualche loro racconto è comparso su una rivistina secondaria o su un’antologia a circolazione limitata) e a entrare nell’olimpo degli autori consacrati. Come tutti gli arditi della sterminata legione degli esordienti (termine circonfuso di un alone di speranza rispetto al più crudo e realistico “non pubblicati”), Braga ha tentato molte strade, dai corsi di scrittura creativa ai concorsi letterari ai colloqui con gli editori, e ci fornisce un resoconto minuzioso, a volte comico a volte amaro, delle sue esperienze.
Con sincerità e senza timori reverenziali, dichiara i suoi scrittori preferiti (alcuni addirittura venerati) e quelli che proprio non gli vanno giù anche se sono famosi e osannati. Braga possiede una vis comica che rende piacevole la lettura, e anche se a volte le sue battute sono un po’ scontate sa mettere alla berlina non solo se stesso e i suoi compagni di ventura, ma anche la controparte: editori, critici, organizzatori di premi letterari, numi tutelari delle patrie lettere.
Gli scrittori affermati ospiti della scuola di scrittura frequentata da Braga a volte sono affascinanti, ma spesso noiosi e ridicoli nel loro atteggiamento oracolare. Poi, elargite le loro stille di saggezza, si degnano di ascoltare i racconti degli allievi e la serata si conclude in pizzeria, dove continuano a rincorrersi i piccoli e grandi drammi, le delusioni e gli slanci degli esordienti.
Posted by Giuseppe Braga at 08:50 | Comments (0)
28.11.06
Spritz per tutti (per davvero!) o quasi...
Omaggio ai Lanternati, mentre la mia fidanzata si sta guardando un thriller con Ashley Judd e Andy Garcia (e nelle pubblicità si rallegra con Chi l’ha visto?)
di Giuseppe Braga
Padova, sabato 25 novembre
Scendo dall’Eurostar alle cinque e mezza del pomeriggio, con mezz’ora di ritardo. Trenitalia sa sempre come regalarti grandi soddisfazioni e farti fare bella figura. Io, che diligentemente, da bravo giovane scrittore, ironico e graffiante, un po' underground ma beneducato, avevo avvertito quale treno avrei preso e in quale orario sarei arrivato, ci faccio subito una bella figura, insomma, un esordio folgorante da giovane scrittore underground ritardatario (non ritardato, spero).
Mezz’ora su un tragitto di due ore e mezza, è un bel signor ritardo. A Trenitalia, quando ci si mettono, le cose le fanno in grande, sì. Nonostante il ritardo, ad accogliermi trovo un piccolo compatto nutrito drappello: sono loro, non c’è bisogno di sbandierare il libro o di srotolare una bandiera irlandese o di estrarre una pinta di Guinnes (cose peraltro, almeno le ultime due, che non avevo portato con me). Loro, i mitici Lanternati, mi individuano subito.
Si avvicinano al sottoscritto e tirano un bel sospiro di sollievo, davvero! Considerato che lo scrittore Claudio Piersanti, due sere prima, aveva disertato l’appuntamento per un malore di stagione, messo nel conto che la Grimaldi che ha conosciuto Agata Christie, poteva aver fatto scuola, ecco, il mio arrivo, pur se in ritardo, li rasserena e li rende, tranne qualche comprensibile eccezione, a dir poco euforici. Forse temevano già il peggio. Un’altra serata col professor Z sarebbe stata… be’, non lo so come sarebbe stata perché io non c’ero. E comunque era stata scongiurata. Magari se ne riparla per la poetessa Valduga, ma questa è un’altra storia che lascio volentieri ad altri narratori.
I Lanternati, uno via l’altro, si presentano: Cinzia, Cristiana, Daria, Claudio, Stefania, Francesco… per cominciare. Altri ne arriveranno e si uniranno a noi, nel proseguo della serata. Ma, lo dico perché così m’è sembrato, fin dall’inizio, è scoccata la scintilla… bello, bellissimo davvero!
Urge una veloce, ma necessaria premessa. I Lanternati sono un gruppo di giovani appassionati di scrittura e di lettura, che da un po’ di tempo a questa parte si ritrovano virtualmente in rete, all’interno del loro blog (talune altre volte, anche fisicamente), a discutere di libri, scrittori, ecc. Sono loro che m’hanno invitato a Padova (l’incontro si terrà a Selvazzano Dentro, ma prima ci sono obblighi, tipiche usanze locali, da espletare), dopo aver letto il mio libro, quest’estate.
La cosa, va da sé, mi onora e, quando mi ci metto lì a pensare, lì per lì, sia durante il tragitto in treno, sia sulla banchina, vicino a loro, un po’, persino, mi imbarazza. In senso buono, si capisce. Il perché è presto detto. È vero che io sono, sarei, davvero io, sì, l’autore, l’ospite d’onore della serata, ma è pur sempre vero che, alla fine della fiera, io, in quanto autore, ho pubblicato un solo libro (indubbiamente meritevole, indubbiamente scritto tutto quanto da solo, indubbiamente con qualche spunto interessante – queste sono auto-promozioni dell’autore stesso) e, soprattutto, sono alla mia, sempre se non ho sbagliato a fare i conti, ma non credo, quarta presentazione. Ecco, messo in conto che la terza presentazione l’avevo fatta la sera precedente, nella piccola (ma gremita, ho i testimoni, eh!) libreria a trenta metri da dove abito, ecco, non si poteva dire (nemmeno ora lo si può propriamente dire) che io fossi un veterano in fatto di presentazioni. E all’inizio infatti, credo si sia notato. Poi penso, mi sembra almeno, d’essermi un po’ sciolto, cazzo, gli spritz a qualcosa serviranno… ma alla presentazione ci arrivo tra poco, ora eravamo rimasti in stazione.
C’è fermento, fibrillazione, eccitazione. Ci si saluta, ci si bacia, ci si da pacche sulle spalle. È da quest’estate che ci si frequenta virtualmente, in rete, ora finalmente ci si tocca e ci si annusa! Io son contento, davvero!, magari non lo do a vedere subito, ma questo è un mio difetto che mi porto dietro dall’infanzia, ecco, magari non lo si nota in maniera esplicita e manifesta, ma felice lo sono, sì, eccome se sì. Non abbiamo molto tempo, quindi, partiamo subito per lo spritz tour (per chi non fosse pratico, io da sabato scorso lo sono alla grande!, lo spritz è un aperitivo a base di bitter campari, vino bianco e acqua gasata, due cubetti di ghiaccio e poi via… giù nel gargarozzo). Già durante il tragitto, a piedi, per le vie di Padova, mano a mano più affollate, cominciamo a conoscerci un po’. Si chiacchiera, ci si scambia opinioni, si parla del più e del meno a ruota libera (per i curiosi: Giotto e la Cappella degli Scrovegni, Santoro e la sua trasmissione, Anno Zero, dedicata alla città, il famigerato muro, i giovani e meno giovani scrittori, ecc.).
Prima tappa il Café au Livre, un bel posticino pieno zeppo di libri e tavolini, con due persone, in fondo alla sala, che stanno presentando qualcosa che non sapremo mai. Seduti al tavolo, con calma, davanti a bicchieri e piattini assortiti, io una media chiara, grazie (credetemi, molto, variegatamente, fantasiosamente assortiti: per dire, s’andava dal cappuccino, allo spritz, passando per la mortadella), proseguiamo con la conoscenza. Cinzia e Cristiana sono le più attive, qualcuno potrebbe pure dire, vedendole da lontano e non sapendo, che sono un po’ agitate, però sono loro a trovare il tavolo e a sistemare le sedie e poi, calate pienamente nel ruolo di scrupolose organizzatrici, telefonano, ricevono telefonate, s’assicurano che tutto funzioni al meglio. Altri Lanternati, nel frattempo, si aggiungono: Silvia (a cui più tardi dedicherò una dedica molto spinta, ma di ciò ne parlerò più tardi) e poi un ragazzo e la sua morosa, di cui, e me ne scuso, mi sfuggono i nomi, ma non il fatto che conoscesse, lui, lei non so, ma lui sì, almeno quattro lingue, dialetti esclusi, e che dovesse partire, di lì a poche ore per una località segreta del medio oriente. Ah sì, gli stavano anche un po’ sul culo i milanesi. Ho provato senza molta convinzione a controbattere, poi ci ho pensato un po’ su anch’io e ho convenuto che non aveva tutti ‘sti torti. Parecchi milanesi stanno sul culo anche a me.
Altre persone intanto, tra un sorso e l’altro, s’aggregavano al gruppo, io stavo perdendo un po’ il conto, lo ammetto, sì, poi però ci siamo alzati e senza contarci, chi c’era c’era, siamo usciti. In quel momento è partito lo spritz tour vero e proprio. Sembravamo il pifferaio magico (io faccio tranquillamente la parte del piffero, eh!) che, angolo dopo angolo, si porta dietro tutti i topini. Il gruppo s’ingrossava, aumentava, poi diminuiva, si stringeva, si allargava, insomma, tra le molte persone che affollavano le strade e l’andatura folle impressa alla comitiva da Cinzia – la quale Cinzia aveva rimproverato Daria per l’andatura troppo lenta e dunque s’era messa lei a tirare il gruppo (Cinzia è una ragazza che va sempre molto veloce, anche in auto, chiedere a Francesco e a Cristiana), be’, immesse nell’equazione queste due variabili, non si capiva più – be’, io di sicuro facevo fatica – chi era dei nostri e chi invece no. Io almeno, vedevo Lanternati ovunque, ecco. Poco male però, arrivati al locale giusto, e non saprei dire in quanti ci eravamo arrivati, ci siamo ingollati, qui il conteggio era presto fatto: tutti (tranne due: Francesco e Stefania, davvero, incredibilmente astemi), tutti quanti uno spritz. Tutti, infatti, me compreso, tenevano in mano il gustoso aperitivo. E con lo spritz fresco, frizzantino, rossastro, bello tintinnante tra le dita, la serata ha cominciato a contornarsi di stelline frizzantine, fresche e colorate…
Il gruppo, dopo il tempo necessario per la bevuta, si sfrangia, il tempo stringe, dopotutto sarei lì per presentare il “Joyce”, ma un angolino per un altro spritz lo troviamo, eccome!
Poi è irrevocabilmente ora di recarsi a Selvazzano, località nella quale avrà luogo l’incontro. Ci arriviamo in auto, cercando di star dietro a Cinzia, che ha una guida molto sprint, non saprei affermare con certezza quanto di quel suo sprint fosse dovuto agli spritz (una vaga somiglianza linguistica, ci sarebbe) e quanto al suo modo abituale di guidare. Domande che non mi pongo. Anche perché io sono su un’altra auto, ecco. Arriviamo tutti, alla fine, tutti i Lanternati, più o meno distaccati, convergono e affluiscono nella chiesa sconsacrata, sede della presentazione. Conosco subito Maria Elda, l’assessore alla cultura, organizzatrice e promotrice dell’evento, e suo marito Angelo, poi, di seguito, anche Mirco Zago, il presentatore. E ancora, tante altre persone che erano lì per ascoltare il sottoscritto e io, il sottoscritto, che lo sapevo che erano lì per ascoltare me, cercavo di non pensarci troppo, cazzo, davvero!, l’ansia da prestazione (e da presentazione!) è una brutta bestia e io, me medesimo, sottoscritto, me la sentivo acquattata in agguato ansimante sul collo. Fortunatamente gli spritz stavano assolvendo al loro meraviglioso compito da spritz. Dunque mi sono un po’ rilassato e ho stretto mani e parlato un po’ e conosciuto persone. Insomma, una trentina buona, di persone, mica poco. Si potrà continuare a dire che io non conosco Joyce (e, a proposito di conoscenza, anche coi congiuntivi è una dura lotta, eh… conosco o conosca, mah!?), ma tra il pomeriggio e la sera di sabato, ho conosciuto un sacco di gente, ecco!
Com’è come non è, inizio che sono un po’ teso, del resto non è che sia un grande narratore orale tipo Maggiani, e poi dopotutto è la mia quarta presentazione (mi sa che questa l’ho già detta, sì). Sia come sia, dopo il pistolotto introduttivo, dico pistolotto in senso affettuoso ovviamente, del professor Zago, tocca a me. Provo ad andare un po’ a ruota libera, fingendo molta calma, in realtà temo di incespicare sulle parole. Del resto preferisco scriverle, piuttosto che pronunciarle, è una questione oggettiva di tempistica. Scrivere posso scrivere senza fretta, con calma anche esasperante, e riuscire, quando mi va di culo, a ottenere un effetto rapido e veloce, parlare invece, se vai troppo piano, a meno che tu non sia Celentano o il Papa, rischi che non ti si fili nessuno, che si addormentino tutti quanti o pure di peggio.
In qualche maniera riesco a superare i primi momenti e poi, complice anche la lettura di un brano, mi sciolgo un po’. Poi arriva il momento delle domande e io mi rilasso. Giuro che rispondere alle domande, da quando ho finito l’università e gli esami del cazzo che dovevo fare, mi piace un casino a me, rispondere alle domande. Figurarsi a domande fatte esplicitamente e pensate, riguardanti una cosa che ho scritto io! Giuro, davvero, è la verità. Anche le domande difficili, anche quelle un po’ cattivelle (che peraltro sabato non ho ricevuto), anche quelle di Zago (che solo una me ne ha fatta, alla fine, ma, diciamocelo, bella tosta, intellettualmente parlando). Insomma, davvero!, è stato un bel, bellissimo momento, quello delle domande. Tra i più attivi, Claudio e Cristiana, un po’ di più Claudio, se devo dire, che s’era professionalmente preparato domande scritte (e con mia sorpresa e gioia e puro stordimento, non era l’unico!). Un vero e proprio talk show. Ci mancavano solo le telecamere, la pubblicità e le vallette, il resto c’era tutto, anche il sipario rosso, dietro. Col microfono che passava di mano in mano, con io che cercavo di trovare le parole opportune, sforzo intellettualmente arduo, figurarsi, intellettualmente parlando, quando ho dovuto far fronte alla domanda zagoniana, eccetera. Che poi, diciamocelo, non è che a tutti fosse piaciuto il mio libro e ci aggiungo pure, meno male, insomma, il mondo è bello per la sua varietà, eccheccavolo, e non è che si possa piacere a tutti. Sia come sia, si è parlato di esordienti, di scrittura creativa e di creatività della/nella scrittura, dell’oggetto libro in quanto tale, di Kafka e Joyce (ma di sfioro, di sfioro…), di scuole di scrittura, di critiche, di concorsi letterari, di editori, di alcuni personaggi/episodi del libro, di ironia e leggerezza, di letteratura alta e media e bassa e di tante altre cose che adesso (anzi, sarò sincero, me le sono scordate quasi subito) non ricordo, sapete, gli spritz sono micidiali da quel punto di vista…
Come nota di colore, posso dire che, il tocco new age non guasta mai e fa sempre alzare l’audience, posso dire che Giulio Mozzi (che aveva ventilato la possibilità di esserci) purtroppo non c’era, perché impegnato in un altro evento cittadino. O almeno, non c’era in carne e ossa, ma io so che telepaticamente, sotto forma di spirito guida, è stato senz’altro presente. Un paio di risposte, intellettualmente superiori alla mia media standard, che sono riuscito a dare, sono state, senza dubbio, opera sua. Pensare che la vocina che sentivo, inizialmente credevo fosse una vocina tipicamente spritziana. Quindi, grazie Giulio, per il tuo supporto telepatico a distanza.
Terminato l’incontro con l’autore, che poi, non si fosse capito, ero io, salutate un po’ di persone, dedicate un paio di copie, siamo risalti in auto e abbiamo cercato di tenere testa alla spericolata Cinzia. La pizzeria era vicina, il distacco finale, non incolmabile. Vedremo di fare del nostro meglio nella prossima tappa. In pizzeria il clima è disteso e caldo. La tavolata è allegra e decisamente lunga. Io mi piazzo in mezzo, attorno ho tutti i Lanternati. Mi sento a casa, davvero!, qui mi trovo, con una bella e fresca birra a portata di bocca, davvero!, a mio agio, davvero!
Mi mangio una pizza Diavola e come me, ma non voglio mica sottintendere che l’hanno (nota affettuosa/amichevole per il grande Fneri: qui il congiuntivo è sbagliato, davvero!, apposta… ammesso sia sbagliato, davvero!, ecco) scelta per farmi sentire ancora di più a mio agio (o magari per dovere d’ospitalità, ecco), come me se la mangiano anche Claudio, meglio conosciuto come Pirofila, chiamato affettuosamente da tutti, anche da me, Pirò e Francesco (o meglio, come da blog, Fneri).
In pizzeria, tra una fetta e l’altra, complice la birra mischiata agli spritz, in realtà ben prima ma ho il coraggio di dichiararle solo in pizzeria, noto delle somiglianze che mi impressionano. Non posso fare a meno di esplicitarle, io sono un giovane scrittore un po’ underground che annota tutto ciò che gli capita intorno. La realtà è il suo pane, ecco, e non può censurarsi su nulla. Tanto più che le somiglianze sono delle belle somiglianze, almeno per me, ecco. Loro, i Lanternati che, brillantemente e senza vergogna, accosto ai personaggi che tra pochissimo dirò, mi guardano un po’ così, senza infierire per fortuna, accennando a qualche sì, be’, in effetti qualcosina, be’, sì, insomma… eppure, forza degli spritz, io le somiglianze le noto eccome.
Alla mia destra ho nientemeno che Matt Damon, di fianco a lui, senza dubbi alcuni, è seduta Dory Ghezzi, mentre, di fronte a me ho indiscutibilmente Ilary Blasi. Fabrizio Frizzi invece, mi sta dietro, nel tavolone accostato al nostro. Ma intanto che mangia la sua pizza, non mi fa nessuna domanda intellettualmente fuori portata (portata non da intendersi come pietanza da ristorante).
Nel pieno di queste mie elucubrazioni senz’altro creative e un po’ underground, rimango altresì piacevolmente colpito dal fatto che nessuno mi attribuisca le classiche/tipiche somiglianze che spesso, direi troppo sovente per i miei gusti, diciamo pure, solitamente – a seconda dei gradi alcolici degli astanti – mi vengono attribuite, ovvero, in ordine di frequenza: Renato Zero ultima maniera; Gianni Togni dei bei tempi (quel Gianni Togni, che ai suoi bei tempi cantava Luna). Una volta, da non crederci ma l’ho sentito con queste orecchie, anche a Marilyn Manson, m’hanno accostato, ma era una somiglianza da fotografia, un mio autoscatto sfuocato (che ho prontamente distrutto, a scanso di equivoci). Però quella volta, quando m’hanno detto che gli somigliavo, cazzo, mi sembravano ben convinti mentre lo dicevano, ecco, e io lo prendo come un precedente preoccupante, ecco.
Gioco delle somiglianze a parte, terminate le pizze, arriva il momento delle dediche speciali per i Mitici Lanternati. Non sto scherzando, quello è stato un bellissimo momento, davvero, e se dico davvero, è davvero per davvero, ecco!
È intorno alla terza dedica (io, le poche dediche che finora ho fatto, nell’ordine di decine, forse, facendo una stima generosa, un centinaio, ecco, tutte queste dediche io le ho sempre fatte, tutte, con sentimento e gratitudine, questo ci tengo molto e parecchio a dirlo, ecco), stavo dicendo, che è intorno alla terza dedica che, il Lanternato che sta alla mia destra, e che ormai il mondo intero sa di chi è sosia – il Lanternato è Francesco! – spudoratamente, prende a sbirciare le dediche che sono impegnato a fare. Francesco, spudoratamente, non si limita a sbirciare le dediche, ma le legge a voce alta, rendendole spudoratamente pubbliche, Francesco, spudoratamente, non si limita a sbirciare e a leggere spudoratamente a voce alta ciò che sto scrivendo, ma, addirittura!, fa le pulci a ciò che sto scrivendo! Ma si può, dico io? In sostanza, tutto questo mio accanimento col formidabile sosia di Matt Damon è giustificato solo dal fatto che lo spudoratissimo Francesco/Matt, sbirciando e commentando, trova una improvvida sgrammaticatura (proprio nella dedica spinta che stavo creativamente e spassionatamente dedicando a Silvia, spero che a Silvia, alla fine, sia piaciuta lo stesso…). Me lo fa notare, lo spudoratissimo!, ma alla fine, l’ammetto e lo riconosco un po’ come potrei fare se incontrassi Joyce, alla fine, devo ammetterlo, ha fatto bene. Gli errori, a prescindere, vanno segnalati. Poi sta a chi scrive decidere se lasciarli lì dove stanno o meno (a volte ci pensa il correttore di bozze, ma quello è un altro discoso...). Io, per non saper né leggere né scrivere, lascio tutto così com’è. Tra l’altro non mi piace fare cancellature o segnacci con la biro su un libro non mio. Il bello della diretta, ecco, buona la prima, potrei dire, e poi, il sentimento, davvero!, se esce spontaneo, senza freni inibitori, ecc., può anche permettersi, davvero?, talvolta, piccole sbavature, forse…
Una spiegazione logica (questo si chiama, tecnicamente, pararsi il culo), comunque, ci sarebbe pure. E visto che son qui (e che, oltre che underground, un po’ paraculo lo sono) ve la do. Francesco, come avevo accennato prima, è astemio, non ha toccato spritz né birra né altro, per tutta la serata, al massimo s’è bevuto un succo di frutta alla pesca (col ghiaccio) e, poco prima, il famoso cappuccino. Quindi, possiamo scientificamente affermare che era molto parecchio più lucido di tutti noi messi assieme…
La serata s’è conclusa a casa di Maria Elda e Angelo, con una buonissima torta e un buonissimo vino bianco. Anche una grappa o qualcosa di simile, ma a quel punto ero decisamente più di là che di qua e vedevo tutto piuttosto annebbiato. S’è parlato ancora, ci si è dati appuntamento a prossimi futuri possibili auspicabili incontri e poi ognuno è andato a dormire… e scommetto che Cinzia è stata la prima. Perlomeno, dopo di me intendo, che io ho avuto la fortuna di non muovermi da lì e ho dormito come un sasso, nella silenziosissima (troppo per i miei standard cittadini da milanese di periferia, con vicino di casa muratore, camion munito) camera al piano terra di Maria Elda e Angelo. Facendo mirabolanti sogni letterari e non solo letterari, semplicemente mirabolanti e meravigliosi. Sognando e ripensando ai Lanternati che mi consegnavano una busta con sopra scritte cose davvero meravigliose, così meravigliose e mirabolanti che le conserverò per sempre qui con me. Concedetemi questo, inedito per me, dolce e zuccheroso finale. Pur essendo un giovane scrittore un po’ underground, molto parecchio ironico sarcastico e graffiante, un cuore lo tengo anch’io, ecco, sì. Proprio qui, lo tengo. Davvero!
Credetemi (per davvero), vi ringrazio di cuore!
_____________
Milano 27/28 novembre 2006
Posted by Giuseppe Braga at 08:49 | Comments (10)
24.11.06
Oggi e domani
Ecco le prossime - ravvicinatissime! - presentazioni di Ma tu lo conosci Joyce?:
oggi, venerdì 24 novembre, a Milano, presso la libreria Linea di Confine, in via Ceriani 20, ore 21.00.
domani, sabato 25 novembre, nell’auditorium S. Michele in via Roma 68B a Selvazzano Dentro (Padova), nell’ambito degli incontri “Incontro con l’autore - la scrittura altra”, ore 21.00. Con la partecipazione di Giulio Mozzi.
Nota: a chi interverrà a entrambe le presentazioni (autore escluso), verrà riservato un simpatico gadget...
Posted by Giuseppe Braga at 08:30 | Comments (0)
23.11.06
Il fascino maledetto dello scrittore (part III)
di Giuseppe Braga
Poi è entrato il mio capo, saranno state le tre e mezza, e m’ha beccato ancora al pc. Due volte s’è fatto vivo, oggi, due volte ero qui che, clandestinamente, scrivevo… giuro però, che di Varianti Urbanistiche al Piano Regolatore Generale, ne avevo fatte quasi tre, oggi! Però, vallo a spiegare al tuo capo che… Ecco, appena uscito, morso dai morsi della coscienza, mi sono rimesso al lavoro. Brutta cosa i morsi della coscienza.
E allora eccomi qui, mezz’ora dopo. Curvo e pensieroso sul tavolo luminoso. Ho appena fallito la ricerca di una stellina, piccola e senza cielo, determinante per la completezza della terza Variante di giornata (Variante che mi sto apprestando a terminare), stellina a cinque punte che avrei dovuto appiccicare sulla tavola del P.R.G. (non l’anagramma di: per grazia ricevuta, ma più prosaicamente: piano regolatore generale), e dunque, fallita la ricerca – quelle cazzo di stelline paiono introvabili – decido che, alla mal parata (mali estremi, estremi rimedi, recitano i saggi), sprezzante dei pericoli, me la disegno a mano, la stellina del cazzo a cinque punte. Col rapido graph (attrezzo da lavoro, di cui i più giovani, forse, ignorano l’esistenza) e la squadretta. Ma la stellina (che sta a indicare, nello specifico della legenda urbanistica, la prevalenza, in quell’area, di funzioni commerciali) fatta a mano, pur con la squadretta, pur con tutta la mia buona volontà, pur con tanto sentimento e pur con la mia non disprezzabile abilità di disegnatore tecnico, la stellina, adesso che la vedo bene, oggettivamente, è venuta un mezzo schifo. Spero che i commercianti della zona non lo vengano mai a sapere. Ma credo loro non interessi, alla fine dei conti. È solo una cosa simbolica, ecco. Ai commercianti interessano altre tipologie di conti.
Però la stellina resta schifosa lo stesso, ecco. E allora, dopo due minuti di fitti pensieri, mi sono deciso. Mi restavano due possibilità, essenzialmente due: grattarla via con la lametta e ridisegnarla o provare a sistemarla col suddetto rapido (gli intercity e gli eurostar non c’entrano una mazza, eh!). Che sono bei problemi, a ben pensarci, questi qui!
Dopo una pisciatina e un’occhiata alla posta elettronica, mi sono rimesso al lavoro.
La stellina l’ho ritoccata, sistemandola con sopraffina maestria, col rapido 0.25, ma onestamente fa molto parecchio schifo lo stesso, anzi, forse è pure peggio. C’ha le punte una diversa dall’altra (meno male che sono solo cinque, le punte) e il tratto del contorno è tremolante, non ci vuole un genio per vederlo.
Un minuto e mezzo dopo, prendo l’iniziativa. E dopo altri due minuti…
Il capo, che non so se sia un genio o no, l’ha vista (nel frattempo, dopo il minuto e mezzo, prima dei due minuti, bello come il sole che non c’è, c’ero andato io, dal capo, prendendo l’iniziativa cui accennavo, e gli avevo detto se, gentilmente, poteva venire a dare un’occhiata al lavoro che avevo fatto, perché, nonostante mi avesse visto due volte su due al pc a scrivere, io, le Varianti, le avevo fatte, ecco). Il capo è entrato, si è chinato sul tavolo luminoso e ha visto tutto, i capi vedono tutto, sempre, anche quando non danno l’impressione di vedere. Tutto bene ha detto, direi bene, sì, sì, dai, bene, poi però non ho potuto, anch’io c’ho una dignità, anche se non vedo proprio tutto, la stellina, cazzo!, quella stellina del cazzo la vedevo eccome, e perciò ho richiamato la sua attenzione proprio sulla stellina, che probabilmente lui aveva già visto, essendo un capo, lui ad ogni modo ha osservato la stellina, non più di due secondi, gli sono bastati, e senza muovere un solo muscolo facciale, con un aplomb unico e inimitabile, ha dato la sua solenne approvazione. Va bene, va bene, dai, va bene, sì. Forse non un genio, ma un signore con molta, parecchia classe. Pura e cristallina. Va bene, dai, sì (v’assicuro che la stellina faceva proprio proprio schifo, il mio capo però è davvero un uomo magnanimo e dal cuore d’oro), dai, va bene. Così, dopo aver approvato la Variante ormai quasi terminata, stellina inclusa, stava congedandomi. Già che c’ero però, gli ho fatto notare un’altra cosa. Inutile rimandare, quando si tratta di notizie spiacevoli, via il dente, ecco. Le stelline, quel tipo di stelline, gli ho fatto notare, quel tipo particolare di stelline, con quelle cinque punte e quelle precise esatte dimensioni, non le abbiamo più, capo, ho cercato ovunque negli scatoloni e nei cassetti e nelle buste e nell’armadio, ma niente, finite, terminate, esaurite, consumate, dissolte, nemmeno mezza, insomma, ecco… e se vuoi che te la dica tutta, capo, è pure molto probabile, trattandosi di robe vecchie, che siano andate fuori produzione, sparite da ogni galassia, uscite definitivamente dal commercio. Speriamo non ne debba fare molte altre, così gli ho detto, alla fine del discorso, con un mezzo sorriso speranzoso, ma preoccupato. Va bene, va bene, sì, ha fatto lui sul punto di scocciarsi (certe sciocchezze ai capi non interessano). Ma poi, da come mi ha guardato, senza sorridere e non muovendo mezzo muscolo facciale, temo che sì. Occhio e croce, mi aspettano tante altre stelline. Da fare a mano.
Poi il capo magnanimo è tornato nel suo ufficio e io finalmente mi sono messo a disegnare il limite della Variante, nello specifico, un tratteggio molto specifico: tratto, tre punti, tratto, tre punti, tratto, tre punti, tratto
Il limite della Variante è l’ultima cosa che si fa, quando si fa una Variante, ed è il suggello finale del lavoro. Per quello che ho detto finalmente, perché ero ormai alla fine. La chiusura del cerchio, insomma. Essendo l’ultima cosa che fai, devi stare attento a mantenere alta la concentrazione, ovvio che sì, ben sapendo però, che poi, essendo l’ultima cosa che stai facendo, la cazzo di Variante di cui stai disegnando il limite, diventerà ben presto un ricordo. Sbiadito, incolore e insapore, da cancellare al più presto dalla tua mente. Lei, la cazzo di Variante, insieme alla cazzo di stellina.
Ecco, quand’ero praticamente alla fine e già mi pregustavo un buon caffè della macchinetta, il tratto di china, quello che stavo tracciando, intervallato dai tre punti, ha inspiegabilmente sbavato ed è andato, allargandosi come una macchia d’olio, sotto un appiccico adesivo che avevo appena applicato con dovizia di taglio. Ciò, dovete sapere, ciò è una cosa davvero bruttissima, quando si verifica. Una cosa altamente tremenda. La terribile conseguenza è stata semplice, nella sua semplicità: tutto l’inchiostro di china del tratto di cui sopra, s’è sparso nell’infinitesimale spazio, un’intercapedine più virtuale che reale, sita tra l’appiccico e la tavola di P.R.G., quadrante E.F-7.8, scala 1:5000.
Ho osservato la scena a non più di dieci centimetri di distanza (a una distanza maggiore la scena non si sarebbe mai vista, tanto era piccola la sbavatura), con gli occhi sbarrati e increduli. La china s’allargava sotto l’appiccico, sopra la tavola, nell’infinitesimale intercapedine, con una velocità disarmante, come se si trattasse d’un microallagamento, un’esondazione imprevista e deleteria. Un paio di isolati tutti, almeno.
Ho ripensato ai commercianti. E intanto osservavo impotente. Pensavo a chi me l’aveva fatto fare. Pensavo al mio capo. pensavo al suo aplomb. Pensavo alle future stelline. Pensavo al rapido 0.25. Pensavo a chi aveva inventato le Varianti Urbanistiche. Pensavo a chi s’è inventato gli aggiornamenti del P.R.G. Pensavo a chi ha deciso di farli fare a me. Pensavo. Pensavo a chi s’è inventato il Piano Regolatore Generale. Pensavo all’inventore dell’Urbanistica. Pensavo e pensavo e pensavo, ecco. E intanto la macchia s’allargava. Pensavo che grattar via la china sbavata sarebbe stata una brutta, bruttissima gatta da pelare. E pensavo che, proprio perché brutta e rognosa, forse era il caso di prendere la lametta e cominciare a grattarla via, quella cazzo d’esondazione. Pensavo al caffè. Pensavo. Pensavo e pensavo e pensavo.
La vita dello scrittore è davvero una vitaccia, ti fa pensare troppe cose insieme, ecco.
Posted by Giuseppe Braga at 17:05 | Comments (0)
21.11.06
Colpo secco
di Giuseppe Braga
Mamma alla fine me li aveva dati. Giusti all’ultimo centesimo, adesso c’erano. Ero corso giù per le scale, avevo inforcato la bici ed ero andato a citofonare a Luca. Con la sua parte ce l’avremmo senz’altro fatta. Il gruzzoletto messo via in queste settimane, con l’ultima aggiunta, sarebbe stato più che sufficiente.
Luca era sceso con le guance tutte arrossate. Suo papà, prima d’andare al lavoro, gli aveva dato una raddrizzata. I motivi erano i soliti. I compiti, la scuola. A quel paese i compiti, i professori ci avrebbero promossi entrambi.
Non ti possono bocciare, siamo in seconda, non s’è mai visto che ti bocciano in seconda media! Luca mi guardava alla sua maniera, di traverso, e intanto faceva sì con la testa. Lo sapeva anche lui, ma a suo papà non interessava. E di frequente lo raddrizzava. I miei, per fortuna, erano più comprensivi. Ne avrei dovute combinare davvero di grosse, per prenderle. Come quando spaccai la videocamera e buttai via i pezzi giù dalla finestra e centrai l’auto del signor Caimeri, tanto per dire.
Saliamo sulle bici e partiamo.
L’Ipermercato non era molto lontano. Più che altro c’era da fare attenzione alle auto, ai furgoni e agli autobus. Le biciclette, sulle strade, contano molto poco e se sei un ragazzino, contano ancora di meno. Se non stai all’occhio sono capaci di stirarti.
Una delle cose divertenti negli Ipermercati, sono le porte d’ingresso. È come se ti vedessero arrivare e sapessero che tu, proprio tu, stai per entrare. Si aprono sempre prima loro. Un momento prima che tu ci sbatti contro la faccia. Automaticamente.
Entriamo e prendiamo due cestelli, uno a testa. Iniziamo a percorrere le corsie.
Nel mio infilavamo la roba della lista, abbastanza lunga, che m’aveva dato mamma. Nell’altro, in quello che teneva Luca, i nostri acquisti. Senz’altro meno numerosi, di sicuro più interessanti. Frutta e verdura fresca da una parte. Patatine e popcorn dall’altra. La mozzarella, il latte parzialmente scremato, lo yogurt magro per la mamma. Due vasetti di Nutella, i Saccottini del Mulino Bianco, i Mars per noi. Il prosciutto cotto e le fettine di tacchino, guarda bene la scadenza, mi raccomando. Le lattine d’aranciata, la Cocacola e la Sprite. Mica scadevano quelle.
Ma il bello sta per arrivare.
Nelle ultime corsie. Gli scaffali erano, naturalmente, i più alti. Nei dintorni dei computer e dei libri. Poco prima dei compact. Subito dopo le cassette musicali.
Acqua fredda, tiepida, calda, bollente.
Stereo, autoradio, televisioni, videoregistratori.
Eccole lì.
Videocassette.
Fuoco.
Ci scambiammo una rapida e furtiva occhiata. In giro, le altre persone parevano occupate nei loro acquisti. Parlammo fitti, per un paio di minuti. Eravamo indecisi sulla scelta del titolo. Ce n’erano due che ci ispiravano molto. Ma, considerati i soldi a disposizione, ci saremmo dovuti limitare. Più che i titoli, a me avevano colpito le copertine, se devo dirla tutta quanta. La risolvemmo col pari o dispari. Colpo secco. Chi vinceva però, non avrebbe avuto solo il privilegio di sceglierla, la videocassetta. Gli toccava anche andarsela a prendere.
Bim bum bam. Tre, il mio numero fortunato. Tocca a me.
Mi allungai, ma non ci arrivavo. Era troppo in alto per me. Va bene che andavo in terza, l’anno prossimo, ma restavo ancora un ragazzino in fase di crescita. Chiesi a Luca di farmi la scaletta, ma lui si rifiutò. Poi ci vedono tutti, no, no, no.
Quindi fui costretto a poggiare per terra il cestello con la roba di mamma e a salirci sopra coi piedi. Sui bordi, in equilibrio. C’ero quasi arrivato. La videocassetta stava lì. A un paio di centimetri dalle mie dita. Ma poi ho sentito mancarmi l’appoggio sotto ai piedi. Ho mulinato le braccia in cerca d’un appiglio e non ho trovato di meglio che attaccarmi alla mensola dello scaffale.
Il resto è stata una gran confusione. Con la gente tutt’intorno a chiedermi se m’ero fatto male e, subito dopo, a sgridarmi, perché quelle sono cose per adulti, mica per ragazzini. E che cosa ci facevamo lì da soli e i nostri genitori dov’erano e altre cose così. Luca era scappato. Io stavo col culo per terra e sentivo male dappertutto. Avevo rovesciato, più o meno, una cinquantina di videocassette. Mi guardai le parti basse. In mezzo alle gambe, tra il prosciutto cotto e il latte parzialmente scremato, cosparsa di yogurt, c’era anche la nostra.
Mi sentii avvampare il viso e mi tornò in mente quella volta che avevo rotto la videocamera di papà. L’avevo combinata davvero grossa. E stasera, credo, una bella raddrizzata, non me la toglieva nessuno.
Posted by Giuseppe Braga at 09:01 | Comments (0)
20.11.06
Il Ferro che conosce il 'Joyce'...
Ferro, dall'alto del suo basso, poco prima di cominciare il concerto dei Fix You al Circolino di Cusano Milanino, mentre, sul palco, cerca ispirazione e concentrazione, sfogliando qualche esilarante pagina del 'Joyce'...

p.s. sarà per quello, sarà che eravamo in forma, sarà che la birra era buona, ma sabato scorso, abbiamo davvero suonato, molto, parecchio bene!
Posted by Giuseppe Braga at 10:31 | Comments (7)
17.11.06
Vibrisselibri
Come molti di voi sapranno, ieri è stata presentata vibrisselibri (per chi volesse sapere di che si tratta, qui e qui , può trovare ogni tipo di risposta). Le prime due opere pubblicate, a cui faccio i miei in bocca al lupo, sono il romanzo "L'organigramma" di Andrea Comotti e il saggio "Una tragedia negata" di Demetrio Paolin.
Quello che non tutti sanno (ma che ci tenevo tanto a dirvi) è che anch'io, pur con una piccola partecipazione, ho l'onore di far parte di questa nuova avventura. La copertina del romanzo "L'organigramma", infatti, è stata tratta da un quadro dipinto dal sottoscritto.
Posted by Giuseppe Braga at 08:48 | Comments (1)
16.11.06
il fascino maledetto dello scrittore (part II)
di Giuseppe Braga
stanotte mi sono fatto sei ore di sonno fitte fitte, poi mi sono svegliato con la radio (lasciata accesa, come sempre) verso le otto e mezza, pisciato, lavato, vestito, anzi, prima vestito e poi lavato, che faceva un freddo mica da ridere, spenta la radio, acceso lo stereo, ascoltato un cd misto composto da musica languida, adatto alla giornata novembrina, venuta un'idea per il futuro romanzo, cercata moleskine vicino al letto, non trovata perché era nella tasca della giacca, lontanissima dal letto, sorriso tra me e me, pensato, che cazzo le scrivo a fare certe cose spacciandole per vere se poi mi dimentico di farle, sbadato che non sono altro,
cercato di memorizzare l’idea, buon metodo per mettere in circolo i neuroni già di prima mattina, salito a controllare la posta elettronica, cercando di non scordare l'idea, anzi, le due idee, nel frattempo erano diventate due, letta la posta, cinque messaggi riguardanti cialis, viagra e investimenti finanziari in aree depresse dell’estremo oriente, cancellate tutte, anche quelle sul viagra, per il momento me la sfango ancora discretamente bene senza aiuti farmacologici, chiusa la posta, staccato da internet, aperto il file del futuro romanzo e scritte le due idee, nonostante viagra e cialis erano rimaste due nel frattempo, a quel punto, sollevato e ben disposto per non averle scordate, salvato e richiuso il file, sono uscito a far colazione al bar di fianco a casa e al bancone, mentre mi bevevo e mangiavo il cappuccio e la brioche, nascondendomi dietro una colonna, ho evitato astutamente il mio vicino di casa al quale dovrei pagare la mia quota di bolletta dell'acqua potabile, evitato per ora, tanto so che prima o poi mi becca, perché lui, colonne a parte, è molto più astuto di me, poi sono rientrato in casa, ho preparato la macchinetta da caffè grande (che è l'unica che ho, tra l'altro), ho tirato fuori il miele e i biscotti, lavata la tazza e il cucchiaio, rimasti nel lavello un paio di settimane, ma non particolarmente incrostate, preparata insomma, la seconda colazione, lasciato tutto lì (il caffè era sui fornelli, ma spenti, eh!, non sono così coglione, sbadato sì, così coglione no), risalito, riaperta posta elettronica, ma senza connessione, scritta mail per newsletter, ispirandomi al circostante, ovvero, alla pioggia, o quasi, che scende, o che sta per scendere, al freddo che mi ha costretto ad accendere, mio malgrado, la caldaia (che le bollette del gas non me le porta il vicino, ma l’aem, direttamente, e sono belle mazzate, ecco), allo sconforto che mi ha preso quando ho sentito gocciolare qualcosa, e dopo aver pensato, toh, sta piovendo, ho aguzzato meglio il senso dell'udito, al quale rinuncerei con moltissime difficoltà, anzi, forse nemmeno sotto tortura, rinuncerei all’udito (voi a quale senso rinuncereste, se proprio doveste rinunciare a un senso?), credo, dunque, aguzzandolo, il senso uditivo, ho ascoltato meglio e poi ho pure visto, cioè, ho visto la caldaia che sgocciolava di brutto, tutto per terra, acqua, cascatelle, appunto, tanta acqua che mi pioveva sulle cartellette, cartellette di cartone non idrorepellenti, cartellette piene di miei vecchi disegni, che tengo, sprezzante del pericolo, proprio sotto la caldaia, ergo, ho dovuto per forza di cose spegnere la caldaia, e tornare così al freddo, ai tredici gradi e rotti che ci stavano prima e che per quei sette, otto minuti in cui la caldaia ha funzionato, erano, immagino, saliti a quattordici e mezzo, a voler essere ottimisti, ma coperto copertissimo come sono, tre magliette e due maglioni, penso di potercela fare, il freddo tempra lo spirito e mantiene giovani, poi ho finito di scrivere la newsletter, dopo l’intermezzo caldaiolo, l'ho terminata, mi sono connesso a internet e felicemente l'ho spedita, felicemente almeno credevo, perché appena dopo averla spedita, l’occhio m’è caduto sul testo scritto, testo che m’ero premurato di controllare quattro volte, almeno quattro, forse cinque, e il testo scritto recitava una cosa che avevo scritto ma che non immaginavo di avere scritto, che uno, leggendola, quella cosa lì, potrebbe pure avere il dubbio e dire, ma che, ma quello lì, il libro l’ha scritto veramente lui, tutto da solo, o magari s’è fatto aiutare da qualcuno, perché, almeno il titolo, uno che scrive un libro, il titolo del suo libro lo dovrebbe conoscere a memoria, a memoria come minimo, e invece io, nella newsletter che avevo appena allegramente spedito, ero riuscito a sbagliare pure il titolo, ecco, dopo queste amare considerazioni ho pensato fosse meglio andare a farmi la seconda colazione... certo che, dovessi prender spunto dai particolari, oggi non s'annuncia una gran giornata e domani, per l’accidenti, domani è pure venerdì diciassette...
Posted by Giuseppe Braga at 12:00 | Comments (4)
13.11.06
Rumen’s Invasion
di Giuseppe Braga
potrete mai perdonarci? vi abbiamo fatto venire fin lì (Indian’s Saloon, Bresso - Mi), promettendovi un concerto indimenticabile, ecc., ecc., voi siete venuti, grazie!, avete affrontato le insidie della strada, della nebbia, della notte e invece… e invece, voi che non c’eravate, state un po’ a sentire quel che è successo.
Puntualizzo, che forse è opportuno, il concerto c’è stato, noi, intesti come Fix You (tribute band dei Coldplay), ci abbiamo messo del nostro, ce la siamo sfangata come al solito, direi, bene, molto bene, sì. E alla fine, come al solito, i fan dei Coldplay erano piuttosto felici, gli altri un po’ meno, ma il punto non sta qui.
Un’ora e mezza filata di canzoni dei Coldplay, a chi non piacciono i Coldplay, pur se egregiamente eseguite, rischiano di essere letali. Ma quello di sabato non è stato un concerto come gli altri, no, no, no. Sabato noi eravamo il gruppo che si esibiva, ma non l’attrazione, e questo mica si sapeva, noi. Sabato ho assistito a una tal incredibile situazione che se ci fosse stato uno scrittore (di quelli veri, intendo dire) nei paraggi, ci avrebbe tirato fuori un pezzo memorabile.
Non per rimarcare, ma è stata una serata di quelle serate che non mi era mai capitato di vivere una serata del genere. Sia nel bene che nel male. Più nel male, mi sa…
Dunque. Ora vi spiego.
Noi siamo saliti sul palco che erano le dieci e mezza, avevamo a disposizione un’ora e mezza, quindici pezzi, per strabiliare l’intera platea e l’intera platea era quasi al completo, i tavolini già quasi tutti pieni. Siamo saliti a abbiamo attaccato con Square One, poi è stata la volta di Politik, e poi, via, via tutti gli altri brani. Poco prima di salire, Teo, il tecnico del suono che sostituiva il buon vecchio Jerry (ho detto Teo e non Tom, si chiamava Teo), ci aveva messo la pulce nell’orecchio: “Occhio che appena finito di suonare dovete sbrigarvi a smontare tutto, che i rumeni si incazzano, se no”, come rumeni?, come appena finito?, gli ho chiesto, ingenuo come una rosa fresca e profumata di rugiada, lui allora m’ha spiegato meglio: “I rumeni sono in tanti e fanno a botte senza pensarci troppo su, se non sgomberate subito il palco, quelli vi menano di brutto!”
Ora, va ribadito che noi eravamo a Bresso, che io non ho nulla contro i rumeni (e neanche rispetto ai bulgari, agli irlandesi, ai tedeschi, ai coreani, ecc.), che Bresso non sta in provincia di Bucarest, ma di Milano, al confine con Sesto San Giovanni. Nonostante ciò, a fine serata era come stare a Bucarest. Un’esperienza, ecco, insomma. L’avessi saputo prima, mi facevo un paio d’ore di lezioni private per imparare i rudimenti della lingua.
Capitemi, io ho cantato al meglio – in inglese, non in rumeno (poi mi hanno detto che un po’ ho stonato, non è stato alcun rumeno a dirmelo, ma due amiche che ringrazio per la sincerità), il pubblico era partecipe, pur se non del tutto coinvolto, ma noi non siamo i Pearl Jam o gli U2, e la musica dei Coldplay non è che sia la più trascinante di questo mondo, né per gli italiani, tanto meno per i rumeni. Anzi, secondo me, da sabato scorso, ai rumeni, perlomeno a quel gruppetto di rumeni che si aggirava sotto al palco, diciamo dalla sesta canzone in poi, a quei rumeni specifici, ecco, i Coldplay, a loro, specificamente a loro, da sabato scorso, a loro i Coldplay stanno abbastanza sul culo.
Ecco, qualcosa l’ho già anticipato, dalla sesta canzone in avanti, gruppetti sparsi di rumeni, perlopiù giovani, hanno cominciato ad aggirarsi, non dico minacciosamente, ma diciamo in modo animoso e non propriamente amichevolissimo, nei pressi del palco.
Un ragazzo, di bianco vestito, con taglio di capelli cortissimo, in particolare, si è piazzato proprio sotto di me e ha cominciato a fissarmi, sorridendo malizioso e insofferente. Che i Coldpaly gli facessero cagare, era poco più che un dettaglio, a lui interessava che finissimo il prima possibile. Il perché è un perché semplicissimo. Dopo di noi sarebbe cominciata la loro festa (ogni sabato, lì, in quel locale, è così che avviene, e i gruppi che si esibiscono prima, c’hanno vita dura, provare per credere…), una gran festa rumena, tutta musica e balli e canti tipicamente rumeni e noi eravamo visti come noiosi intralci o poco meno. Ineccepibile, ragazzi!
Il giovane rumeno ha provato a parlarmi, gesticolava e mi faceva le smorfie, io, con tutta la mia ineccepibile professionalità, ho tirato dritto, ignorandolo, e ho cantato bene Talk, ho cantato benino The Hardest part (è qui che devo avere stonato, intendo, qui sicuramente…), ho cantato per metà Speed of sound (non perché imbavagliato dal simpatico giovane rumeno, ma perché il microfono, misteriosamente, forse intimorito dai sempre più intemperanti e numerosi rumeni, m’è morto in mano) e, infine, ho cantato con tutto il sentimento di cui disponevo (sentimento non vuol dire, per forza di cose, bene) Fix you, il bellissimo e struggente pezzo tratto dall’ultimo disco, da cui abbiamo preso il nostro nome.
A quel punto la situazione è precipitata. C’erano rumeni ovunque, molti dei quali concentrati sotto al palco, non vedevano l’ora che terminassimo.
Appena finito di suonare, giusto il tempo di presentare la band e ringraziare il pubblico, nemmeno il tempo di scendere dal palco, ecco che i rumeni si sono materializzati in tutta la loro numerosa potenza e vivacità. Erano centinaia. Tutto è avvenuto in pochi minuti (se dico più di cinque minuti, non credetemi, perché vuol dire che sto esagerando). Le luci si sono accese. Il solerte e non autorizzato (a quanto ne so) servizio d’ordine rumeno, ragazzoni alti e grossi e molto presi nella parte, hanno fatto gentilmente (utilizzo un termine dolce, nel dubbio) alzare tutti i presenti, vuotare velocemente o lasciare lì, i bicchieri, e fatto uscire tutti dal locale. Poi ho visto ragazze rumene che estraevano, da scatoloni apparsi per magia da chissà dove, tovagliette colorate, senz’altro rumene, candele e altri ammennicoli tipici. Sgombrato la sala, spostato tavolini e sedie, creato lo spazio per ballare, insomma, una pista da ballo per balli, evidentemente rumeni. È scattata la musica, ci sarebbe bisogno di dirlo?, no, ma lo dico lo stesso: era indiscutibilmente musica rumena, noi abbiamo dovuto smontare tutto, farci un culo come se aver suonato l’ora e mezza precedente fosse stato come bersi un bicchiere d’acqua fresca, smontar via tutto in meno di cinque minuti, meno, credo si sia trattato di una sorta di record di smontaggio palco, ci avessero cronometrato e ci fosse una speciale classifica ci saremmo piazzati nella top five, smontar via tutto, ovvero: casse, amplificatori, batteria, via gli strumenti, di corsa nelle custodie, via, di corsa, tutto nei bagagliai dell’auto, via, perché il palco si doveva trasformare rapidissimamente in un palco con consolle e dj rumeni, via, che si doveva ballare!
Poi, con le persone fuori al freddo (piccolo particolare, avevano pagato l’ingresso, gli sventurati, e io agli sventurati in ascolto, dico ancora, perdonateci, giuro che non sapevamo che sarebbe andata così!), ad aspettare di poter rientrare, che poi mica tutti sono riusciti a rientrare, eh!, il cambio di geografia e di prospettiva visiva ha avuto inizio (o fine, dipende dai punti di vista). Nel locale c’erano solo ragazzi e ragazze (molto belle, fatemelo dire, perbacco!) rumeni. La festa stava avendo inizio. Tutti hanno preso a ballare e saltare e cantare e a bere red bull (bevanda per la quale i rumeni vanno letteralmente pazzi, se volete far colpo su una ragazza rumena, ora sapete cosa offrirle).
Io dopo, mentre mi sorseggiavo la settima birra (nonostante i rumeni, ho mantenuto la mia media da concerto), circondato da moltitudini di ragazzi dell’est, in totalità provenienti dalla Romania, pur se, immagino, residenti a Milano e provincia (non credo vivano tutti a Bresso), io, dopo, insomma, vedendoli così felici, eccitati e spensierati, ballare e bere e parlare (la cosa che davvero m’è spiaciuta è che non capivo un cazzo di quello che si raccontavano) tra loro, in una parola, divertirsi un mondo, io dopo, insomma, ero persino quasi contento di come era andata. Fatti due conti, avevamo suonato, ci avevano pagato subito, m’era riuscito di scroccare tre delle sette birre che avevo bevuto ed ero nel bel mezzo di una festona rumena, dove ragazzi rumeni allegri che avevano voglia di divertirsi, si stavano oggettivamente divertendo… che poi, ascoltandola per un po’, la musica rumena non è male, basta farci un po’ l’orecchio, ma non è proprio malaccio, ecco, io resto sempre sulle mie posizioni e preferisco i Coldplay, ma tutto sommato la musica rumena balcanica che ho avuto modo di sentire non m’è dispiaciuta…
Concludo e saluto tutti con simpatia, rumeni compresi, ricordando che sabato prossimo suoniamo al Circolino di Cusano Milanino. Che dio ce la mandi buona, non necessariamente rumena…
Posted by Giuseppe Braga at 10:02 | Comments (8)
10.11.06
Ma voi li conoscete i Fix You?

Non ancora? Be’, ecco due buone opportunità per farlo…
Sabato 11 novembre, ore 22.30 - Indian’s Saloon di via Clerici, 342 – Bresso – S.S. Giovanni (Milano)
Sabato 18 novembre, ore 22.30 – Il Circolino , via Adige, 22 - Cusano Milanino (Milano)
Posted by Giuseppe Braga at 13:28 | Comments (1)
08.11.06
Presentazione di Ma tu lo conosci Joyce? a Mestre
ASSOCIAZIONE CULTURALE “RISTORARTI”
Ristorante “All’Amelia” - Via Miranese n. 113 - Mestre
L’iniziativa ha per titolo “Cucina di storie. Corso di narrazione”, ideatrice e curatrice è la scrittrice Annalisa Bruni, affiancata da Lucia De Michieli.
La prima parte del corso si aprirà domani, giovedì 9 novembre, alle ore 17.30, con la presentazione di Ma tu lo conosci Joyce?
Posted by Giuseppe Braga at 10:04
06.11.06
Recensione di Francesca Fava per Inchiostro

Ma tu lo conosci Joyce?
Esilarante susseguirsi di opere letterarie che bisogna tassativamente citare o che, viceversa, risulta assai disdicevole aver letto; di figure retoriche che è d’obbligo utilizzare o non utilizzare; di scrittori che si deve per forza imitare o dai quali è invece meglio tenersi prudenzialmente alla larga: l’opera d’esordio dell’architetto milanese Giuseppe Braga può essere definita come il più divertente e irriverente vademecum dell’aspirante autore.
Incentrato sulla descrizione dei momenti più importanti per accedere al Parnaso della scrittura, il libro non si limita a snocciolare le regole e i principi considerati indispensabili per poter scrivere, ma si spinge oltre: enumera infatti gli svariati corsi di scrittura che si devono seguire prima di poter dimostrare di aver talento; elenca gli inutili e sfibranti incontri ai quali è bene partecipare per conoscere bizzarri, e spesso fantomatici, autori più o meno celebrati; passa in rassegna i premi letterari cui bisogna concorrere per poter provare a se stessi e agli altri di essere dotati di idee originalissime e di una penna unica e speciale.
Ma il lavoro di Braga non solo descrive l’universo-scrittura, bensì si sforza di ricrearlo. Disseminati lungo tutta la narrazione, infatti, gli esempi si moltiplicano: figure retoriche di perfetto o improbabile uso; citazioni di folgorante o dubbio effetto; imitazioni di strabiliante o sconcertante riuscita; frasi magistralmente costruite o del tutto mancanti di verbi, di soggetti e di complementi; discorsi egregiamente articolati oppure improprietà che ignorano le più elementari regole sintattiche.
Ed è proprio attraverso questo ironico e scanzonato (anche se, a tratti, con toni un po’ troppo esasperati ed insistiti) ritratto del lungo e impervio cammino di ogni aspirante autore che Braga arriva a fregiarsi, a tutti gli effetti, del titolo di vero scrittore.
Posted by Giuseppe Braga at 08:38 | Comments (0)
03.11.06
LSD per colazione
di Giuseppe Braga
Ho visto le migliori menti della mia generazione perdersi sul retro di una figurina di Boninsegna o strafarsi con Bettega e Paolo Rossi.
Ho visto Canelli Stefano arrampicarsi sulla lavagna e scrivere equazioni di quarto grado a testa ingiù. Eravamo in seconda media e lui s’era appena succhiato Facchetti.
Ho visto la Petrilli (la Sonia Petrilli!), gambe da terzino di fascia, ma tette gonfie da ventenne, sollevarsi la maglietta e farsi toccare le poppe durante l’ora di religione. Le avevano fatto ciucciare il retro di Antognoni.
Ho visto il prof. di Geografia scordarsi completamente, durante la spiegazione, i paesi che confinano con l’Italia. E, non bastasse, dimenticare che il Po è un fiume. La sera prima aveva contribuito a finire l’album di suo figlio.
Poi l’ho provata anch’io. La raccolta di figurine della serie A. E con Savoldi sono sballato di brutto. L’ho staccato e l’ho appiccicato a pagina dodici. Gagliardo e a petto in fuori, mi sono leccato le dita, seguendo il consiglio del Canelli.
Ed ecco che un secondo dopo sto volando, leggerissimo e con le piume, sopra San Siro. Un momento appena e c’ho la tuta della Puma, le scarpette chiodate dell’Adidas e punto verso il glorioso rettangolo verde. Scarto Rivera, Mazzola, Benetti, li scarto tutti, anche l’arbitro e il guardalinee mi scarto, prendo la mira, colpisco di collo pieno e infilo l’angolino alto. E’ goal! Albertosi è spiazzato.
Cazzo, quella roba era fenomenale.
La Finanza ci fece la perquisizione una tranquilla mattina di marzo del ‘74 (a metà campionato e a trequarti dell’album). Mamma ci stava preparando la colazione. Io facevo la terza e da quel giorno fui affidato al Centro del Buon Gesù. I miei genitori finirono dentro e ci restarono per un paio d’anni. L’accusa e me parve esagerata, ma. Spaccio, smercio di droga, circonvenzione di minore, resistenza a pubblico ufficiale. In questura i poliziotti ci spiegarono (io ero lì insieme ai miei zii, increduli più di me) che, grazie ad alcuni appostamenti, erano venuti a capo del più importante traffico di droghe sintetiche degli ultimi anni. Passavano indenni attraverso le dogane, perché spalmate. Come la marmellata. Invece era droga. Sul retro delle figurine dei calciatori della serie A.
Peccato, ero quasi riuscito a finirlo, l’album.
Posted by Giuseppe Braga at 10:11 | Comments (2)
lettura da cani

il 'Joyce' interessa a prescindere dall'età, dalla razza e dalla specie...
Posted by Giuseppe Braga at 10:09 | Comments (0)