« Colpo secco | Main | Oggi e domani »
23.11.06
Il fascino maledetto dello scrittore (part III)
di Giuseppe Braga
Poi è entrato il mio capo, saranno state le tre e mezza, e m’ha beccato ancora al pc. Due volte s’è fatto vivo, oggi, due volte ero qui che, clandestinamente, scrivevo… giuro però, che di Varianti Urbanistiche al Piano Regolatore Generale, ne avevo fatte quasi tre, oggi! Però, vallo a spiegare al tuo capo che… Ecco, appena uscito, morso dai morsi della coscienza, mi sono rimesso al lavoro. Brutta cosa i morsi della coscienza.
E allora eccomi qui, mezz’ora dopo. Curvo e pensieroso sul tavolo luminoso. Ho appena fallito la ricerca di una stellina, piccola e senza cielo, determinante per la completezza della terza Variante di giornata (Variante che mi sto apprestando a terminare), stellina a cinque punte che avrei dovuto appiccicare sulla tavola del P.R.G. (non l’anagramma di: per grazia ricevuta, ma più prosaicamente: piano regolatore generale), e dunque, fallita la ricerca – quelle cazzo di stelline paiono introvabili – decido che, alla mal parata (mali estremi, estremi rimedi, recitano i saggi), sprezzante dei pericoli, me la disegno a mano, la stellina del cazzo a cinque punte. Col rapido graph (attrezzo da lavoro, di cui i più giovani, forse, ignorano l’esistenza) e la squadretta. Ma la stellina (che sta a indicare, nello specifico della legenda urbanistica, la prevalenza, in quell’area, di funzioni commerciali) fatta a mano, pur con la squadretta, pur con tutta la mia buona volontà, pur con tanto sentimento e pur con la mia non disprezzabile abilità di disegnatore tecnico, la stellina, adesso che la vedo bene, oggettivamente, è venuta un mezzo schifo. Spero che i commercianti della zona non lo vengano mai a sapere. Ma credo loro non interessi, alla fine dei conti. È solo una cosa simbolica, ecco. Ai commercianti interessano altre tipologie di conti.
Però la stellina resta schifosa lo stesso, ecco. E allora, dopo due minuti di fitti pensieri, mi sono deciso. Mi restavano due possibilità, essenzialmente due: grattarla via con la lametta e ridisegnarla o provare a sistemarla col suddetto rapido (gli intercity e gli eurostar non c’entrano una mazza, eh!). Che sono bei problemi, a ben pensarci, questi qui!
Dopo una pisciatina e un’occhiata alla posta elettronica, mi sono rimesso al lavoro.
La stellina l’ho ritoccata, sistemandola con sopraffina maestria, col rapido 0.25, ma onestamente fa molto parecchio schifo lo stesso, anzi, forse è pure peggio. C’ha le punte una diversa dall’altra (meno male che sono solo cinque, le punte) e il tratto del contorno è tremolante, non ci vuole un genio per vederlo.
Un minuto e mezzo dopo, prendo l’iniziativa. E dopo altri due minuti…
Il capo, che non so se sia un genio o no, l’ha vista (nel frattempo, dopo il minuto e mezzo, prima dei due minuti, bello come il sole che non c’è, c’ero andato io, dal capo, prendendo l’iniziativa cui accennavo, e gli avevo detto se, gentilmente, poteva venire a dare un’occhiata al lavoro che avevo fatto, perché, nonostante mi avesse visto due volte su due al pc a scrivere, io, le Varianti, le avevo fatte, ecco). Il capo è entrato, si è chinato sul tavolo luminoso e ha visto tutto, i capi vedono tutto, sempre, anche quando non danno l’impressione di vedere. Tutto bene ha detto, direi bene, sì, sì, dai, bene, poi però non ho potuto, anch’io c’ho una dignità, anche se non vedo proprio tutto, la stellina, cazzo!, quella stellina del cazzo la vedevo eccome, e perciò ho richiamato la sua attenzione proprio sulla stellina, che probabilmente lui aveva già visto, essendo un capo, lui ad ogni modo ha osservato la stellina, non più di due secondi, gli sono bastati, e senza muovere un solo muscolo facciale, con un aplomb unico e inimitabile, ha dato la sua solenne approvazione. Va bene, va bene, dai, va bene, sì. Forse non un genio, ma un signore con molta, parecchia classe. Pura e cristallina. Va bene, dai, sì (v’assicuro che la stellina faceva proprio proprio schifo, il mio capo però è davvero un uomo magnanimo e dal cuore d’oro), dai, va bene. Così, dopo aver approvato la Variante ormai quasi terminata, stellina inclusa, stava congedandomi. Già che c’ero però, gli ho fatto notare un’altra cosa. Inutile rimandare, quando si tratta di notizie spiacevoli, via il dente, ecco. Le stelline, quel tipo di stelline, gli ho fatto notare, quel tipo particolare di stelline, con quelle cinque punte e quelle precise esatte dimensioni, non le abbiamo più, capo, ho cercato ovunque negli scatoloni e nei cassetti e nelle buste e nell’armadio, ma niente, finite, terminate, esaurite, consumate, dissolte, nemmeno mezza, insomma, ecco… e se vuoi che te la dica tutta, capo, è pure molto probabile, trattandosi di robe vecchie, che siano andate fuori produzione, sparite da ogni galassia, uscite definitivamente dal commercio. Speriamo non ne debba fare molte altre, così gli ho detto, alla fine del discorso, con un mezzo sorriso speranzoso, ma preoccupato. Va bene, va bene, sì, ha fatto lui sul punto di scocciarsi (certe sciocchezze ai capi non interessano). Ma poi, da come mi ha guardato, senza sorridere e non muovendo mezzo muscolo facciale, temo che sì. Occhio e croce, mi aspettano tante altre stelline. Da fare a mano.
Poi il capo magnanimo è tornato nel suo ufficio e io finalmente mi sono messo a disegnare il limite della Variante, nello specifico, un tratteggio molto specifico: tratto, tre punti, tratto, tre punti, tratto, tre punti, tratto
Il limite della Variante è l’ultima cosa che si fa, quando si fa una Variante, ed è il suggello finale del lavoro. Per quello che ho detto finalmente, perché ero ormai alla fine. La chiusura del cerchio, insomma. Essendo l’ultima cosa che fai, devi stare attento a mantenere alta la concentrazione, ovvio che sì, ben sapendo però, che poi, essendo l’ultima cosa che stai facendo, la cazzo di Variante di cui stai disegnando il limite, diventerà ben presto un ricordo. Sbiadito, incolore e insapore, da cancellare al più presto dalla tua mente. Lei, la cazzo di Variante, insieme alla cazzo di stellina.
Ecco, quand’ero praticamente alla fine e già mi pregustavo un buon caffè della macchinetta, il tratto di china, quello che stavo tracciando, intervallato dai tre punti, ha inspiegabilmente sbavato ed è andato, allargandosi come una macchia d’olio, sotto un appiccico adesivo che avevo appena applicato con dovizia di taglio. Ciò, dovete sapere, ciò è una cosa davvero bruttissima, quando si verifica. Una cosa altamente tremenda. La terribile conseguenza è stata semplice, nella sua semplicità: tutto l’inchiostro di china del tratto di cui sopra, s’è sparso nell’infinitesimale spazio, un’intercapedine più virtuale che reale, sita tra l’appiccico e la tavola di P.R.G., quadrante E.F-7.8, scala 1:5000.
Ho osservato la scena a non più di dieci centimetri di distanza (a una distanza maggiore la scena non si sarebbe mai vista, tanto era piccola la sbavatura), con gli occhi sbarrati e increduli. La china s’allargava sotto l’appiccico, sopra la tavola, nell’infinitesimale intercapedine, con una velocità disarmante, come se si trattasse d’un microallagamento, un’esondazione imprevista e deleteria. Un paio di isolati tutti, almeno.
Ho ripensato ai commercianti. E intanto osservavo impotente. Pensavo a chi me l’aveva fatto fare. Pensavo al mio capo. pensavo al suo aplomb. Pensavo alle future stelline. Pensavo al rapido 0.25. Pensavo a chi aveva inventato le Varianti Urbanistiche. Pensavo a chi s’è inventato gli aggiornamenti del P.R.G. Pensavo a chi ha deciso di farli fare a me. Pensavo. Pensavo a chi s’è inventato il Piano Regolatore Generale. Pensavo all’inventore dell’Urbanistica. Pensavo e pensavo e pensavo, ecco. E intanto la macchia s’allargava. Pensavo che grattar via la china sbavata sarebbe stata una brutta, bruttissima gatta da pelare. E pensavo che, proprio perché brutta e rognosa, forse era il caso di prendere la lametta e cominciare a grattarla via, quella cazzo d’esondazione. Pensavo al caffè. Pensavo. Pensavo e pensavo e pensavo.
La vita dello scrittore è davvero una vitaccia, ti fa pensare troppe cose insieme, ecco.
Posted by Giuseppe Braga at 23.11.06 17:05