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16.10.06
penne allo spiedo
Ricevo e volentieri pubblico, questo pezzo.
Resoconto, ovvero: occhio alle penne!
di Orazio Argento e Marco Tosoni
Federico era in anticipo. Scese le scale e girò a sinistra come indicava il cartellone. Più che altro seguì il brusio che passo dopo passo si faceva più intenso. Si trovò davanti file di sedie disposte ad anfiteatro, sedie già occupate da persone che evidentemente alle cinque e mezza del pomeriggio avevano già terminato di lavorare: forse il mercoledì era il loro giorno libero? Erano in ferie? Avevano preso un permesso…? Altre persone erano in piedi, dietro le basse librerie – le posizioni migliori per assistere alla serata –, altri ancora, soppesandoli, esaminavano libri, li aprivano a metà, leggevano mezza pagina e li riponevano.
L’aveva segnato sul suo taccuino, quel mercoledì di settembre: non voleva perdersi il secondo incontro di Rimetterci le penne, la presentazione, presso La F di corso Buenos Aires, di un’antologia di racconti scritti dai corsisti ed ex corsisti di una scuola di scrittura creativa. Racconti pubblicati in un libro dal titolo ammaliante ed evocativo: Da un mondo all’altro (ed. Tartaruga).
Federico, sarà stata l’emozione, sarà stata la giornata di fine estate, era trafelato; la camicia gli si era attaccata alla schiena sin dal viaggio in metropolitana e gocce di sudore, scendevano lente dalle stanghette degli occhiali da sole, a loro volta scivolati lungo il setto nasale. I suoi occhi, disabituati alla luce diretta, mostravano stupore e meraviglia per la quantità di gente e, forse, anche un minimo d’incazzatura per il fatto di dover rimanere in piedi. La rabbia scemò non appena la scorse. Lei, la ragazza addetta all’organizzazione della serata. Un vero splendore di ragazza. S’incantò a guardarla. E sposta le sedie e aggiungine altre e controlla i microfoni e chiama il piano di sopra per far diffondere il messaggio che di lì a poco avrebbe avuto luogo la presentazione, etc… Federico rimase affascinato da quegli occhi verde mare, da quella pelle olivastra, da quella sua voce, calibrata e persuasiva, nel chiedere prego, scusa o permesso, e poi quelle seggiole pieghevoli Ikea sotto braccio…
Tornò alla realtà. Una trentina di sedie erano disposte davanti a tre tavoli – accostati tra loro –, color argento. Dietro i tavoli erano seduti i quattro relatori (pronti a dialogare e argomentare, insieme al pubblico presente, riguardo l’antologia, ovvero riguardo all’impresa di pubblicare una raccolta di racconti scritti da autori giovani e non, scrittori non di professione, perlopiù sconosciuti, diciamocelo, alla gran massa divoratrice di libri… impresa riuscita, diciamocelo, perlomeno secondo il punto di vista dei quattro relatori).
Iniziò la sua relazione introduttiva Bruna M (creatrice, negli anni ‘90, dei primi corsi di scrittura creativa a Milano), la cui voce è ben nota agli ascoltatori di RP. Una breve, succinta storia dell’antologia, l’impegno dei curatori, degli editor e soprattutto degli scrittori (i corsisti, ex corsisti perlopiù sconosciuti, ma magari, si spera, ancora per poco…).
Federico, avendo un’ampia visuale dal posto in cui si trovava, cercava di individuare qualche volto conosciuto, ma il suo sguardo inevitabilmente finiva per cadere sull’organizzatrice, la quale curava con la massima attenzione che tutto filasse liscio. Lui, quasi ne fosse il responsabile, se ne compiacque. Le bottigliette d’acqua naturale e i bicchierini di plastica, ben ordinati sui tavoli, il volume del microfono ben regolato, la precisa disposizione dei posti, dei libri, dei cartelloni…
Non tutto era perfetto, però. Federico avvertiva dietro di sé il fastidioso mormorio sommesso di alcune signore. Altra gente arrivava, sistemandosi alla meglio, accrescendo il brusio di fondo. Intanto la voce era passata a uno dei curatori, Alberto R. Iniziò un discorso che Federico non riuscì a seguire: era scivolato indietro, oppresso dalle parole continue delle signore e colpito dalle manate di chi voleva impossessarsi del libro testé presentato, la cui pila era in bella mostra al suo fianco destro… sconosciuti non professionisti, ma molto ricercati, pensò.
La voce sicura di R proseguiva il suo corso, di cui Federico aveva ormai perso il filo. Non si era accorto che la parola era passata a Gianni T, seduto all’estrema destra nella disposizione dei posti, dietro i tavoli argentati. T, docente di letteratura presso l’Università Statale di Milano, nonché curatore e autore della prefazione, discuteva della consistente presenza, all’interno dell’antologia, delle autrici: su vent’otto racconti ben… erano stati scritti da donne, il …%. Gli autori, intesi come uomini, avevano comunque una buona media e no n potevano certo lamentarsi.
Relazionò anche delle descrizioni di coiti, amplessi e feticismo sessuale, all’interno della raccolta, o forse mostrò stupore per la mancanza di questo aspetto che tutti, o quasi, gli scrittori emergenti affrontano nei più svariati, acrobatici e rocamboleschi modi. E poi, ancora: delle difficoltà a trovare una casa editrice che creda nel lavoro di un aspirante scrittore sconosciuto e non professionista (tema già trattato in altre relazioni e conferenze…).
Federico ora vedeva la sala da un altro punto di vista: era davanti alla porta delle toilette (essere previdenti, nella vita, a prescindere, aiuta), dietro le teste dei quattro relatori. Quattro teste molto diverse tra loro, pensò per un attimo, sia per capigliatura che per sostanza. Tutte di altissimo livello, però. Perlomeno, la sostanza. Incapace di stare fermo, sia coi pensieri che con le gambe, era giunto a fianco del bancone del bar, dove, lo notò chiaramente, venivano tirate fuori alcune bottiglie di spumante. Di lì a breve, sarebbero state stappate per i brindisi.
Intanto, la voce di Marisa B, la quarta relatrice, ignara dello spumantino bello fresco da frigo, scandiva un excursus storico delle scuole di scrittura, da Emily Dickinson a Melville, dal Middlesbury College del Vermont a Carver, etc…
Federico, inutile negarlo, aveva ben altri pensieri. Voleva parlare all’organizzatrice, chiederle se si ricordava di lui. Di lui che, la settimana precedente, al primo incontro della rassegna Rimetterci le penne, era lì, nel medesimo spazio, impegnato ad ascoltare la simpaticissima lettura di brani dal libro [attenzione!, segue spazio pubblicitario non a pagamento] Ma tu lo conosci Joyce? – una sorta di percorso all’interno dei corsi di scrittura, il tutto descritto con molta ironia, autocritica e non solo – libro presentato dall’autore, Giuseppe B, insieme a un altro scrittore, Matteo BB. Le avrebbe voluto chiedere se ricordava il vivace scambio di battute avuto dai due col pubblico, sui vari aspetti di quanto scritto, detto e letto… al termine, quella sera, Joyce a parte, Federico aveva preso un bicchiere di brut dalle sue mani gentili e le aveva sorriso sornione…
Ora lei si trovava a due passi da lui, assorta, appoggiata a una colonna. Federico si avvicinò con in bocca la frase da sussurrarle (non proprio originale, ma la migliore che gli era venuta in mente), Quando smonti, trancetto di pizza da Spontini?
Era a una spanna dal suo lobo sinistro, le labbra già dischiuse, un profumo…
Ma le dannate parole di una voce distorta, amplificate dal microfono tenuto non correttamente, allontanarono bruscamente i due corpi: l’organizzatrice si mosse facendo segno di scostare un po’ il microfono. Federico alzò gli occhi al cielo, maledicendo l’intervento della guastafeste del pubblico.
“Poi, io vorrei sapere se è presente quello scrittore, se così si può dire, che mi ha gettato addosso del fango nel suo libro Ma chi lo conosce Yeats?, o quale che sia il titolo… Io ero in crisi, allora, non ero più in grado di scrivere, e lui mi ha ridicolizzata… E’qui? Si nasconde dietro un dito, forse? No, perché vorrei vederlo e sapere da lui cosa ne sa di quello che prova – gli sforzi, le crisi, le ansie di non riuscire a scrivere – uno Scrittore, con la esse maiuscola… E non uno che sputa sul piatto da cui si è nutrito, da cui ha preso gli insegnamenti preziosi… Perché io faccio fatica a trovare le parole giuste, ogni volta che scrivo, ma… Che poi, non è l’unico ad aver pubblicato, quello di Chi lo conosce James?, no? Ormai pubblicano di tutto, ma proprio tutto…”
Federico ci avrebbe scommesso dieci a uno, avesse avuto in tasca qualcosa con cui scommettere, la signora invasata proprio lei, era l’incarnazione vivente della bambina già vecchia!
Si spostò più indietro e da voci vicine venne a sapere che questa donna era anche autrice di uno dei racconti dell’antologia. Fu contento e sollevato che le fosse passata la crisi creativa… Ma il riferimento al libro presentato la settimana prima, cosa c’entrava? Lei, la signora invasata, a memoria di Federico, la settimana prima non c’era… Ma forse neanche una settimana prima sarebbe stato il caso di scatenare una battaglia verbale, chissà…
Gli interventi del pubblico si fermarono lì. Soppressi sul nascere da tale foga così fuori luogo. Si passò direttamente ai brindisi e forse non fu nemmeno male, ai saluti, alle dediche sulle copie del libro e via così. C’era anche chi offriva il proprio manoscritto, ché venisse letto e pubblicato, ma forse non era quella la sede più adatta.
Mentre Federico s’intratteneva con Bruna M, chiedendo lumi sulle iscrizioni al prossimo corso di scrittura (Federico, ove possibile, non se ne perdeva uno), venne spintonato da un signore anziano che si aggirava per la sala, a passetti rapidi e brevi, munito di un block notes e macchina fotografica digitale.
Illuminato a dovere, terminato lo spumantino, s’avviò verso l’uscita. Osservò l’uomo, era intento a chiedere autografi. Era la seconda volta che lo vedeva, un vecchio con la barba imbiancata, a caccia di dediche e fotografie di scrittori.
Una settimana fa, il vecchio c’era!, pensò Federico, salendo le scale.
Si girò, vide l’organizzatrice, la fissò per un momento, chissà se l’avrebbe più rivista.
Lei raggruppava le sedie.
Posted by Giuseppe Braga at 16.10.06 07:59