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30.10.06
Parecchio vivo (un vecchio pezzo, rivisitato...)
di Giuseppe Braga
Quando penso son contento e m’accontento dell’evento, ma.
Quando penso che ho l’età di Aldo Nove e – quasi – di Nicolò Ammaniti, mi viene un po’ di tristezza. Loro alla mia età hanno già scritto un fottio di libri di successo, pubblicati, osannati, recensiti, venduti e comprati da un fottio di gente osannante. Anch’io ho prodotto molto materiale cartaceo. Un casino di racconti (centoventotto per l’esattezza, questo escluso, s’intende) e un paio, anzi tre romanzi. Peccato che se ne restano a casa mia e non se li legge nessuno*.
Quando penso a ‘ste cose m’accontento, per dirla come dice mia madre. Che c’è sempre chi sta peggio di me. E già!
Quando penso – invece – che Enrico Brizzi c’ha – addirittura! – dieci anni meno di me, be’ – cazzo! – lasciamo perdere ch’è meglio…
Quando invece penso a Pulsatilla, il pensiero mi si finisce a metà e mi inizia a titillare e pulsare la capoccia.
Quando penso a Faletti, penso che ho sbagliato genere.
Quando penso a Kafka, Nabokov, Proust, e compagnia cantante, penso che ho sbagliato campo d’applicazione.
Quando penso a Melissa P., mi passa la voglia di pettinarmi, la mattina come il pomeriggio. Poi penso anche che il campo d’applicazione è talmente vasto che c’è spazio un po’ per tutti…
Quando penso che Naomi è stata tre anni con Briatore, confesso che mi girano i coglioni.
Quando penso che non c’ho neppure un centesimo dei soldi che ha Briatore, be’… credo che dovrei imparare a farne di più. Non molti, solo un po’.
Quando penso a come far soldi, mi fermo a metà col pensiero.
Quando penso tanto – è un dato di fatto, purtroppo – mi stanco. Quindi, essendo assai pigro, penso poco.
Quando penso a un cane – e a volte mi succede –, non vorrei esserlo.
Quando penso a un gatto – mi capita anche questo –, forse sì. Ma non castrato però.
Quando penso a Cuba – senza prendere in considerazione i fondoschiena, perfetti e fuori categoria, delle mulatte – non so perché, ma mi viene in mente Gianni Minà.
Quando penso a Gianni Minà, porca di quella troia, mi diventa moscio.
Quando penso che mi s’ammoscia, m’avvilisco.
Quando m’avvilisco divento antipatico.
Quando divento antipatico (e quando lo divento, sono notevolmente antipatico), sono suscettibile e mi irrito su ogni cosa, Faletti, Briatore, Pulsatilla, Melissa, Naomi compresi.
Quando invece intendo al volo una cosa – quando cioè, la capisco subito –, mi sento intelligente. Capita di rado, comunque, e non c’è bisogno di preoccuparsi.
Quando una persona dice comunque mi fa incazzare, comunque. Che cazzo vuol dire comunque?
Quando m’incazzo non riesco a far paura nemmeno a mia nipotina, tre anni a mezzo.
Quando arriva giugno mi sento meglio: l’estate è vicina.
Quando invece arriva novembre sto male, l’estate, pur dotandosi di acrobatiche fantasie, è oggettivamente lontanissima, cazzo!
Quando arriva l’estate, prima o poi arriva sempre, mi sento meglio per un motivo specifico: io vado in cerca di f*** nuova.
Quando trovo una f*** nuova, me la scopo, senza indugi.
Quando ci riesco, me la scopo.
Quando ci riesco e quindi scopo, senz’indugi, mi sento parecchio vivo.
Quando mi sento parecchio vivo mi pare di non essere trasparente.
Quando sono trasparente non mi vedo nemmeno davanti allo specchio.
Quando sono allo specchio, nondimeno, socchiudo le palpebre.
Quando socchiudo le palpebre succede sempre qualcosa.
Quando succede qualcosa vuol dire che esisto.
Quando esisto non sono ancora morto, ma non sono più parecchio vivo.
Quando invece muoio, sono morto.
Quando sono morto finisce ogni cosa.
Anche questa.
[*] questo passaggio intimistico/pessimista, evidentemente, è stato scritto prima dell'avvento del meraviglioso 'Joyce'...
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 15:44 | Comments (2)
25.10.06
il fascino maledetto dello scrittore
di Giuseppe Braga
il fascino maledetto dello scrittore è alzarsi alle sei e mezza del mattino, lavarsi i capelli e farsi la barba, tagliuzzarsi qua e là, tamponare alla buona con lo scottex, scendere le scale, aprire il portone, attraversare la strada e rendersi conto che c’è già la nebbia, nonostante sia ancora ottobre, che sta piovigginando e che hai i capelli tutti bagnati a rischio cervicale. Il fascino maledetto dello scrittore è non perdersi d’animo, fendere la nebbia, salire in auto, scaldarla un po’, mettere in moto e partire.
Trovare altre, fottutissime auto come la tua, anche se di altre fatture e modelli e dimensioni ed epoche, immetterti nella fila disordinata e, ordinatamente, fare la coda. Guardare il cielo, sono le sette e dieci, ancora buio. Intravedere ai bordi della statale, fottutissimi cacciatori arrancare in mezzo alla poltiglia e in cuor tuo sperare che si impallinino il culo a vicenda, esclusi i cani, superare una dozzina di semafori, svoltare nel contro viale, trovare un parcheggio, uno degli ultimi, nella solita via senza uscita, ormai scoperta da tutti e non solo più prerogativa di pochi, fare a piedi un cinquecento metri abbondanti, su una lunga striscia di marciapiede, accostato alle rotaie del tram, da una parte, e a un grosso vialone trafficato, dall’altra, pensare che ci sarebbe l’imbarazzo della scelta, metti il caso che un giorno volessi fare un gesto estremo, solo decidere se farsi arrotare dalle rotaie del quindici che va fino a Rozzano o da qualche grosso copertone di un furgone, arrivare al capolinea della metropolitana, linea verde, raccattare il giornale gratuito Metro, scendere giù, comprare il carnet da dieci biglietti, per la modica cifra di nove euro e venti, con un risparmio netto di ottanta centesimi, obliterare, scendere ancora, aspettare l’arrivo del metrò, sederti a culo su uno degli ultimi posti liberi del vagone, il penultimo, come sempre, leggiucchiare notiziole dementi e francamente irrilevanti, perlopiù stupide, Pete Doherty con la faccia insanguinata, gli italiani che dormono di meno, il tfr, Casini polemico con Follini, Adriano che è in Brasile, i due vincitori della pupa e del secchione, le bestemmie in tv, ascoltare, forzosamente, i fottutissimi discorsi di giovinastri che anziché parlare urlano, saranno stati gli omogeneizzati che si trangugiavano da piccoli, o l'mp3 che c'hanno incollato alle orecchie, alzarti una fermata prima della tua per non dovere fare a pugni per scendere alla tua, spintonare un po’, tutto come di norma, salire le scale, fermarti a bere il cappuccino e a mangiarti la brioche, salire altre scale, riaffiorare in superficie, constatare che il sole ha fatto capolino, fare dieci metri, il fottutissimo palazzo ce l’hai davanti, non s’è mosso nella notte, no, ventiquattro piani che incombono e che t’aspettano, oltrepassare la porta a vetri, cinque gradini ancora, strisciare il tesserino magnetico nella fessura, bip, ore otto e quattordici minuti, ecco, la sbarra s’abbassa, ecco, finalmente sei arrivato al lavoro. Ecco, eccolo qui, il fottutissimo fascino maledetto dello scrittore metropolitano…
Posted by Giuseppe Braga at 09:55 | Comments (9)
24.10.06
una recensione
Ma tu lo conosci Joyce?
di Rosario Pantaleo (tratta da: Il diciotto*)
A volte non ci si chiede perché si decide di acquistare oppure di leggere un libro. Una recensione letta su una rivista, il suggerimento di un amico, la raccomandazione del libraio, un regalo di compleanno, del tempo da fare scorrere velocemente, magari per un viaggio.
Altre volte la curiosità di un titolo, l’immagine accattivante della copertina, o… conosci l’autore che ti regala il libro dubitando che tu lo leggerai veramente. Invece il libro lo leggi e ti piace e decidi di spendere qualche parola per raccontarlo a chi non lo ha letto e potrebbe esserne interessato. Giuseppe Braga, l’autore di Ma tu lo conosci Joyce?, ha costruito un libro di grande scorrevolezza attraverso il quale racconta le peripezie di uno scrittore dotato di talento (e chi leggerà il libro lo potrà constatare) da anni alle prese con concorsi, riviste letterarie, incontri inattesi, lezioni di scrittura, vicissitudini relazionali, problematiche affettive, dubbi e motivazioni, delusioni ed entusiasmi.
Le pagine scorrono davvero lievi e la lettura è assolutamente all’altezza in tutte le pagine del libro che è strutturato in capitoli che esprimono differenti momenti e situazioni di vita, riflessioni ed eventi, aspettative e delusioni.
Alla radice del racconto c’è l’entusiasmo per le proprie capacità, per l’evidente talento narrativo, per la capacità di sapere raccontare con garbo, arguzia e piacevolezza, soprattutto quando si parla di vita/delusioni vissuta. Impagabile il capitolo Scrittori si nasce relativo ai libri che hanno fatto da battistrada alla passione letteraria dell’autore. Gli autori che hanno appassionato Giuseppe Braga appaiono sulle pagine del libro come attori principali capaci di suscitare una profonda gioia e spirito di emulazione.
Autori come Dostoevskij, Marquez, Kerouac e la beat generation, Hemingway, Kafka, Joyce, Fante, Salinger sono stati uno degli elementi che hanno scatenato in questo giovane e talentuoso autore la voglia di cimentarsi con le parole. Ma c’è di bello che tra le parole spese in favore di autori famosi, c’è anche l’elenco di tanti grandi autori non letti oppure non compresi. Fenoglio, Simenon, Agata Christie, Dante, Manzoni, Omero, Bellow, Mann, Conrad appaiono come giganti appannati non per loro demerito ma in quanto sfiorati oppure volutamente non inclusi nelle proprie scelte letterarie.
Questo mettere in piazza le proprie carenze non è un elemento di debolezza ma denota, invece, una grande onestà intellettuale. Cosa rara in una realtà in cui la millanteria è uno degli elementi basilari e profondi su cui la maggioranza delle persone pone le basi del vivere quotidiano. La scrittura ironica di Braga, che appare in ogni pagina, è il fulcro del suo sentire letterario.
Non ci aspettano pagine di fragore narrativo, la penna non arriverà mai agli apici descritti da Hermann Hesse oppure alla sfrenata ed onirica follia di Charles Bukowski ma, certamente, la scrittura di Braga non delude ed appassiona.
È una scrittura solida e sincera che cerca di legare momenti di vita reale ed aspirazioni in divenire. Che cerca di lanciare messaggi nella bottiglia sperando che altri raccolgano il senso del suo scrivere e del suo immaginare.
Le sue parole sono ponti pronti ad accogliere e sostenere chiunque abbia la ventura di attraversare il desiderio di leggere parole non banali, trame non scontate, oppure che voglia trascorrere alcune ore condividendo con questo “giovane” autore le gioie ed i dolori di una professione meravigliosa, quando si raccolgono i frutti del proprio lavoro, oppure ingrata ed ostile, quando la pagina scritta rimane nel timido ed offuscato limbo dell’oblio.
Attraverso la parola sagace ed accorta, Braga ci introduce, infine, in un mondo ostico, duro, difficile, nel quale è difficile avere udienza per ottenere quell’attenzione che potrebbe fare cambiare la vita.
Scrittori famosi spesso non sanno scrivere (forse scrivono altri ma l’immagine di determinate persone è il marketing che rende possibile l’operazione commerciale), godono di innaturale ed immeritato successo; altri invece, capaci e dotati di una letizia letteraria di ottimo spessore, sono spesso costretti alla finestra in attesa di un’occasione che, magari, non giungerà mai.
Dalla lettura di Ma tu lo conosci Joyce? emerge il mondo degli scrittori in itinere, di coloro, cioè, che viaggiano da un premio letterario all’altro, da un concorso serio ad uno implausibile, alla ricerca dell’affermazione che farà cambiare la propria vita.
Ma se anche questa occasione non verrà mai, certamente non cambierà la determinazione di coloro che pensano d’essere dei bravi scrittori, di potere avere l’occasione per dimostrarlo.
E Giuseppe Braga, francamente, bravo lo è davvero e questa sua fatica letteraria merita una doverosa ed attenta lettura.
E nessuno, garantisco, se ne pentirà…
Rosario Pantaleo
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[*] Il diciotto mensile di informazione e cultura per la zona 7 (area sud-ovest di Milano)
Posted by Giuseppe Braga at 07:47 | Comments (2)
17.10.06
le mani addosso
di Giuseppe Braga
Stanotte ho sognato un personaggio del mio libro. Credo - vado a memoria - sia la prima volta, spero non diventi un’abitudine. Era la Signora Dettaglio, vi tolgo i dubbi. Ci incontravamo in un luogo che era l’incrocio tra la casa di mio zio E. e gli uffici della casa editrice. Ero fermo in corridoio (che fosse la 'famosa' anticamera?), con un plico in mano, in attesa.
A un certo punto avvertivo la sua presenza e così, mi voltavo per salutarla. Lei, per tutta risposta, senza nemmeno lasciarmi il tempo di capire, m’aggrediva, mettendomi le mani addosso. Menava le mani e intanto sorrideva, la cosa evidentemente la divertiva parecchio. Io invece non ridevo e mi sentivo soffocare. Con le sue mani, non v’erano molti dubbi, che erano belle grosse e pesanti, la Signora Dettaglio, poco signorilmente mi permetterei di sottolineare, stava cercando di strangolarmi.
In qualche maniera, facendo ricorso alle mie energie segrete, per fortuna, riuscivo a resistere. Ma lei, dettaglio non da poco, era un osso duro e mi stringeva forte forte. Alla fine, in un modo o nell'altro, riuscivo a divincolarmi e a staccarmi dalla sua presa. Incazzato e fuori di me (va bene tutto, ma essere strangolato – seppur in sogno – dalla Signora Dettaglio, no…), sorpreso dall’accoglienza, mi lasciavo andare e cominciavo a insultarla pesantemente. Lei non era da meno, devo ammetterlo, e di male parole ne conosceva un sacco, pure più di me. Morale della favola, dopo un ferocissimo e urlatissimo botta e risposta, onestamente irriferibile, nel quale tiravamo in ballo senza remore genitori, amici intimi, figli, nipoti, mariti, fidanzate e mogli, le ho gridato, col fiato che m’era rimasto, che non era per niente sportiva (eufemismo) e ho battuto svelto in ritirata per evitare il peggio.
Ho dunque percorso a ritroso il corridoio, a passo spedito, senza voltarmi, e mi sono ritrovato, come per magia (questo indubbiamente è il lato meraviglioso dei sogni), nella cucina di mio zio E. Al suo posto però, sui fornelli, intento a cucinare delle uova al tegamino con la pancetta, c’era Giulio Mozzi. Appena vistomi così conciato, arruffato, sconvolto, col collo segnato e col fiatone, disinteressandosi delle uova, aveva posato la forchetta e mi aveva squadrato con un’occhiata severa. Poi m’aveva domandato, non posso nasconderlo, decisamente seccato: ma che è successo, di là?, ma ti pare il modo di gridare quelle cose lì? Guarda che t’hanno sentito tutti, eh! Scusa, ma ti facevo una persona molto più equilibrata, molto più razionale, molto più riflessiva…
Io, che con la coda dell’occhio tenevo sotto controllo il corridoio sperando che non tornasse alla carica la Signora Dettaglio, gli rispondevo per le rime, tagliando corto. Anzi cortissimo. Gli dicevo, fuori dai denti, che, se avevo gridato quel che avevo gridato, era perché avevo le mie buone, sacrosantissime ragioni. Punto e stop. E che più tardi, magari, gli avrei spiegato tutto. Magari, più tardi. Le uova intanto, insieme alle striscioline di pancetta, sfrigolavano sul fuoco e a me era venuta un’acquolina in bocca che…
Poi sono uscito dal sogno e mi sono svegliato di soprassalto. La sveglia stava suonando all’impazzata, ho ripensato alle zucchine ripiene (dettaglio: di uova, pangrattato e pancetta) che avevo mangiato la sera prima e ho guardato l’ora. Erano le sei e mezza, dovevo alzarmi.
Be’, che ne dite? Devo preoccuparmi?
Posted by Giuseppe Braga at 14:48 | Comments (3)
16.10.06
penne allo spiedo
Ricevo e volentieri pubblico, questo pezzo.
Resoconto, ovvero: occhio alle penne!
di Orazio Argento e Marco Tosoni
Federico era in anticipo. Scese le scale e girò a sinistra come indicava il cartellone. Più che altro seguì il brusio che passo dopo passo si faceva più intenso. Si trovò davanti file di sedie disposte ad anfiteatro, sedie già occupate da persone che evidentemente alle cinque e mezza del pomeriggio avevano già terminato di lavorare: forse il mercoledì era il loro giorno libero? Erano in ferie? Avevano preso un permesso…? Altre persone erano in piedi, dietro le basse librerie – le posizioni migliori per assistere alla serata –, altri ancora, soppesandoli, esaminavano libri, li aprivano a metà, leggevano mezza pagina e li riponevano.
L’aveva segnato sul suo taccuino, quel mercoledì di settembre: non voleva perdersi il secondo incontro di Rimetterci le penne, la presentazione, presso La F di corso Buenos Aires, di un’antologia di racconti scritti dai corsisti ed ex corsisti di una scuola di scrittura creativa. Racconti pubblicati in un libro dal titolo ammaliante ed evocativo: Da un mondo all’altro (ed. Tartaruga).
Federico, sarà stata l’emozione, sarà stata la giornata di fine estate, era trafelato; la camicia gli si era attaccata alla schiena sin dal viaggio in metropolitana e gocce di sudore, scendevano lente dalle stanghette degli occhiali da sole, a loro volta scivolati lungo il setto nasale. I suoi occhi, disabituati alla luce diretta, mostravano stupore e meraviglia per la quantità di gente e, forse, anche un minimo d’incazzatura per il fatto di dover rimanere in piedi. La rabbia scemò non appena la scorse. Lei, la ragazza addetta all’organizzazione della serata. Un vero splendore di ragazza. S’incantò a guardarla. E sposta le sedie e aggiungine altre e controlla i microfoni e chiama il piano di sopra per far diffondere il messaggio che di lì a poco avrebbe avuto luogo la presentazione, etc… Federico rimase affascinato da quegli occhi verde mare, da quella pelle olivastra, da quella sua voce, calibrata e persuasiva, nel chiedere prego, scusa o permesso, e poi quelle seggiole pieghevoli Ikea sotto braccio…
Tornò alla realtà. Una trentina di sedie erano disposte davanti a tre tavoli – accostati tra loro –, color argento. Dietro i tavoli erano seduti i quattro relatori (pronti a dialogare e argomentare, insieme al pubblico presente, riguardo l’antologia, ovvero riguardo all’impresa di pubblicare una raccolta di racconti scritti da autori giovani e non, scrittori non di professione, perlopiù sconosciuti, diciamocelo, alla gran massa divoratrice di libri… impresa riuscita, diciamocelo, perlomeno secondo il punto di vista dei quattro relatori).
Iniziò la sua relazione introduttiva Bruna M (creatrice, negli anni ‘90, dei primi corsi di scrittura creativa a Milano), la cui voce è ben nota agli ascoltatori di RP. Una breve, succinta storia dell’antologia, l’impegno dei curatori, degli editor e soprattutto degli scrittori (i corsisti, ex corsisti perlopiù sconosciuti, ma magari, si spera, ancora per poco…).
Federico, avendo un’ampia visuale dal posto in cui si trovava, cercava di individuare qualche volto conosciuto, ma il suo sguardo inevitabilmente finiva per cadere sull’organizzatrice, la quale curava con la massima attenzione che tutto filasse liscio. Lui, quasi ne fosse il responsabile, se ne compiacque. Le bottigliette d’acqua naturale e i bicchierini di plastica, ben ordinati sui tavoli, il volume del microfono ben regolato, la precisa disposizione dei posti, dei libri, dei cartelloni…
Non tutto era perfetto, però. Federico avvertiva dietro di sé il fastidioso mormorio sommesso di alcune signore. Altra gente arrivava, sistemandosi alla meglio, accrescendo il brusio di fondo. Intanto la voce era passata a uno dei curatori, Alberto R. Iniziò un discorso che Federico non riuscì a seguire: era scivolato indietro, oppresso dalle parole continue delle signore e colpito dalle manate di chi voleva impossessarsi del libro testé presentato, la cui pila era in bella mostra al suo fianco destro… sconosciuti non professionisti, ma molto ricercati, pensò.
La voce sicura di R proseguiva il suo corso, di cui Federico aveva ormai perso il filo. Non si era accorto che la parola era passata a Gianni T, seduto all’estrema destra nella disposizione dei posti, dietro i tavoli argentati. T, docente di letteratura presso l’Università Statale di Milano, nonché curatore e autore della prefazione, discuteva della consistente presenza, all’interno dell’antologia, delle autrici: su vent’otto racconti ben… erano stati scritti da donne, il …%. Gli autori, intesi come uomini, avevano comunque una buona media e no n potevano certo lamentarsi.
Relazionò anche delle descrizioni di coiti, amplessi e feticismo sessuale, all’interno della raccolta, o forse mostrò stupore per la mancanza di questo aspetto che tutti, o quasi, gli scrittori emergenti affrontano nei più svariati, acrobatici e rocamboleschi modi. E poi, ancora: delle difficoltà a trovare una casa editrice che creda nel lavoro di un aspirante scrittore sconosciuto e non professionista (tema già trattato in altre relazioni e conferenze…).
Federico ora vedeva la sala da un altro punto di vista: era davanti alla porta delle toilette (essere previdenti, nella vita, a prescindere, aiuta), dietro le teste dei quattro relatori. Quattro teste molto diverse tra loro, pensò per un attimo, sia per capigliatura che per sostanza. Tutte di altissimo livello, però. Perlomeno, la sostanza. Incapace di stare fermo, sia coi pensieri che con le gambe, era giunto a fianco del bancone del bar, dove, lo notò chiaramente, venivano tirate fuori alcune bottiglie di spumante. Di lì a breve, sarebbero state stappate per i brindisi.
Intanto, la voce di Marisa B, la quarta relatrice, ignara dello spumantino bello fresco da frigo, scandiva un excursus storico delle scuole di scrittura, da Emily Dickinson a Melville, dal Middlesbury College del Vermont a Carver, etc…
Federico, inutile negarlo, aveva ben altri pensieri. Voleva parlare all’organizzatrice, chiederle se si ricordava di lui. Di lui che, la settimana precedente, al primo incontro della rassegna Rimetterci le penne, era lì, nel medesimo spazio, impegnato ad ascoltare la simpaticissima lettura di brani dal libro [attenzione!, segue spazio pubblicitario non a pagamento] Ma tu lo conosci Joyce? – una sorta di percorso all’interno dei corsi di scrittura, il tutto descritto con molta ironia, autocritica e non solo – libro presentato dall’autore, Giuseppe B, insieme a un altro scrittore, Matteo BB. Le avrebbe voluto chiedere se ricordava il vivace scambio di battute avuto dai due col pubblico, sui vari aspetti di quanto scritto, detto e letto… al termine, quella sera, Joyce a parte, Federico aveva preso un bicchiere di brut dalle sue mani gentili e le aveva sorriso sornione…
Ora lei si trovava a due passi da lui, assorta, appoggiata a una colonna. Federico si avvicinò con in bocca la frase da sussurrarle (non proprio originale, ma la migliore che gli era venuta in mente), Quando smonti, trancetto di pizza da Spontini?
Era a una spanna dal suo lobo sinistro, le labbra già dischiuse, un profumo…
Ma le dannate parole di una voce distorta, amplificate dal microfono tenuto non correttamente, allontanarono bruscamente i due corpi: l’organizzatrice si mosse facendo segno di scostare un po’ il microfono. Federico alzò gli occhi al cielo, maledicendo l’intervento della guastafeste del pubblico.
“Poi, io vorrei sapere se è presente quello scrittore, se così si può dire, che mi ha gettato addosso del fango nel suo libro Ma chi lo conosce Yeats?, o quale che sia il titolo… Io ero in crisi, allora, non ero più in grado di scrivere, e lui mi ha ridicolizzata… E’qui? Si nasconde dietro un dito, forse? No, perché vorrei vederlo e sapere da lui cosa ne sa di quello che prova – gli sforzi, le crisi, le ansie di non riuscire a scrivere – uno Scrittore, con la esse maiuscola… E non uno che sputa sul piatto da cui si è nutrito, da cui ha preso gli insegnamenti preziosi… Perché io faccio fatica a trovare le parole giuste, ogni volta che scrivo, ma… Che poi, non è l’unico ad aver pubblicato, quello di Chi lo conosce James?, no? Ormai pubblicano di tutto, ma proprio tutto…”
Federico ci avrebbe scommesso dieci a uno, avesse avuto in tasca qualcosa con cui scommettere, la signora invasata proprio lei, era l’incarnazione vivente della bambina già vecchia!
Si spostò più indietro e da voci vicine venne a sapere che questa donna era anche autrice di uno dei racconti dell’antologia. Fu contento e sollevato che le fosse passata la crisi creativa… Ma il riferimento al libro presentato la settimana prima, cosa c’entrava? Lei, la signora invasata, a memoria di Federico, la settimana prima non c’era… Ma forse neanche una settimana prima sarebbe stato il caso di scatenare una battaglia verbale, chissà…
Gli interventi del pubblico si fermarono lì. Soppressi sul nascere da tale foga così fuori luogo. Si passò direttamente ai brindisi e forse non fu nemmeno male, ai saluti, alle dediche sulle copie del libro e via così. C’era anche chi offriva il proprio manoscritto, ché venisse letto e pubblicato, ma forse non era quella la sede più adatta.
Mentre Federico s’intratteneva con Bruna M, chiedendo lumi sulle iscrizioni al prossimo corso di scrittura (Federico, ove possibile, non se ne perdeva uno), venne spintonato da un signore anziano che si aggirava per la sala, a passetti rapidi e brevi, munito di un block notes e macchina fotografica digitale.
Illuminato a dovere, terminato lo spumantino, s’avviò verso l’uscita. Osservò l’uomo, era intento a chiedere autografi. Era la seconda volta che lo vedeva, un vecchio con la barba imbiancata, a caccia di dediche e fotografie di scrittori.
Una settimana fa, il vecchio c’era!, pensò Federico, salendo le scale.
Si girò, vide l’organizzatrice, la fissò per un momento, chissà se l’avrebbe più rivista.
Lei raggruppava le sedie.
Posted by Giuseppe Braga at 07:59 | Comments (0)
13.10.06
È una ruota che gira!
scartabellando tra vecchi file, ho trovato questo raccontino, scritto alcuni anni fa. rileggendolo m'ha fatto sorridere. lo metto qui, magari farà un po' sorridere anche voi...
È una ruota che gira!
di Giuseppe Braga
mio padre voleva un nipotino. mia madre due. mia nonna invece si sarebbe accontentata di vedermi sistemato, nel senso che mi sarei dovuto sposare, ovviamente. non era al corrente del fatto che in quel periodo ero fidanzato con una ragazza che odiava la sola idea del matrimonio. io ero solidale con lei. con la fidanzata intendo. stavo dimenticando mio fratello: a lui non gli fregava un cazzo di quello che facevo. meno male. io come al solito stavo in mezzo, col baricentro fuori squadro e sempre in equilibrio instabile. anche instabile di mente, tra l’altro. non preoccupatevi, non ero pericoloso. solo un tantino stravagante, ecco tutto. pochi soldi e tante idee, niente di nuovo insomma.
ogni giorno cercavo di portare il culo a casa, in senso strettamente metaforico, ci tengo a dire. anche se l’idea d’andare a vendere il culo per guadagnarmi da vivere non mi aveva mai sfiorato, potevo capire chi lo andava a fare e a maggior ragione capivo chi lo andava a prendere. tra l’altro ero appena andato al cinema a vedere querelle the brest di fassbinder e l’argomento era scottante. meglio andarci piano con certe cose. il film comunque l’avevo trovato estremamente poetico. avevo trent’anni all’epoca e mi sentivo giovane. il mio modello era gianni morandi: se a cinquant’anni era andato a fare la maratona a new york, io avevo buone speranze per la stramilano. l’unico problema semmai, era arrivare a cinquant’anni. ma avevo tempo per pensarci, fretta non ce n’era. vivevo da solo ormai da tre anni, forse avevo cucinato cinque volte in tutto e non era perché volessi risparmiare sul gas. forse però me l’ero solo immaginato. mangiavo pane e formaggio, mi piaceva il caciocavallo, il parmigiano e anche il provolone, che poi assomiglia molto al caciocavallo… bè ci siamo capiti. andavo avanti coi tramezzini del supermercato e con le banane che prendevo dal fruttivendolo vicino casa. in realtà non mangiavo quasi mai. ero piuttosto inappetente, per la gioia di mia madre che quando mi vedeva, diceva le solite frasi tipo: “marco, ma sei dimagrito ancora?”, oppure: “… ma hai mangiato oggi? vuoi un piatto di pasta?”. la pasta di mia madre. potrei aprire un capitolo a parte. ma non ne vale la pena, non vi interesserebbe, lo so benissimo. e non interessa neppure a me. dirò solo che era sempre insipida e mancava completamente di sale, ma lei sosteneva, spalleggiata da mio padre, che così era meglio, perché il sale faceva male alle arterie. io non sapevo neanche dove cazzo fossero ‘ste arterie. comunque le poche volte in cui li andavo a trovare, mi mangiavo la pasta ed ero pure contento. quando faceva gli gnocchi invece era festa grande. quelli le venivano bene. io li preferivo burro e salvia e quando me li cucinava col tonno, io storcevo un po’ la bocca, anche se poi me li mangiavo lo stesso. e se avanzavano me li portavo a casa senza la minima contestazione. il sessantotto era lontano anni luce. il sessantanove, un sogno ricorrente. non avevo ancora capito se mi piaceva mangiare, parlo in generale e non della cucina di quella santa donna di mia madre, in tutta onestà credo che mangiassi semplicemente per una questione di sopravvivenza. avessi potuto farne a meno l’avrei fatto, non sai quanti vantaggi e non solo economici. dimenticavo, ero un gran consumatore di pizze e di focacce. scongelavo e mettevo in forno: bastavano alcuni minuti e la cena era pronta, un’ottima pizza margherita dall’aroma plastificato/affumicato non me la toglieva nessuno. e io ero contento così. se dovevo scegliere, preferivo bere, senza alcun dubbio. tra una birra e un risotto non ci sarebbe stata storia. forse con le lasagne, oltre agli gnocchi naturalmente. i super alcolici li tenevo per le grandi occasioni, solitamente andavo di birra e vino. una volta, un paio d’anni fa, avevo festeggiato il compleanno a casa, invitando i miei più cari amici a bere insieme a me. non c’era un bel cazzo da festeggiare, ma visto che si usa così, li avevo invitati. loro erano venuti e io li avevo obbligati a scolarsi una bottiglia di tequila in tre. neanche un salatino o una patatina. signori, una strage. non mi ricordavo che, nel frattempo (nel frattempo avevano messo su famiglia) erano diventati astemi. da quel giorno ho ricevuto solo telefonate, non li ho più visti di persona. l’ultimo ricordo visivo che ho, sono loro che vomitano a turno nel mio bagno. Per essere precisi sul pavimento del mio bagno. mio padre era di centro-destra. ma forse non sapeva quel che faceva. o forse lo sapeva benissimo. il risultato era uguale e io preferivo restare col dubbio. pessimo. s’era avvicinato alle posizioni conservatrici insieme ai suoi fratelli e come se fossero siamesi o gemelli, finita l’era socialista, e rapidamente passata di moda quella leghista, erano passati in blocco al polo delle libertà. che bel nome, però, polo delle libertà (composizione del polo: fascisti, ex fascisti, ex-socialisti, democristiani, er pecora e stavo dimenticando casini). quando pensavo al polo, prima mi venivano in mente i pinguini, poi gli esquimesi e infine gli igloo. anche le caramelle alla menta col buco in mezzo, prima che mi dimentichi. il polo. che poi era il posto dove avrei spedito volentieri i miei cari parenti, così, tanto per rinfrescarsi un pochino le idee. pensare che loro padre era stato un antifascista della madonna, un vero socialista, non de michelis o la ganga. adesso sarà lassù da qualche parte incazzato nero (anzi rosso). io non mi ci mettevo neppure a discutere con loro, i tempi delle discussioni erano passati e poi dall’altra parte non è che si stesse meglio: socialisti, ex-socialisti, democristiani e persino buttiglione. fate voi. stavo a sinistra, ma defilato. mi sembrava la posizione migliore da tenere da lì ai prossimi venti, trent’anni, sempre che non fossero precipitati all’improvviso gli eventi. mi sentivo vagamente anarchico e apolide. questa m’è venuta così, mi piaceva la parola e ce l’ho messa. conviene sempre tenersi un dizionario vicino, può far comodo. anche uno coi sinonimi e contrari. io sul tavolo, invece di tenerlo libero per mangiarci, ci ho appoggiato una marea di carta: libri (i soliti, non ve li dico neppure), bollette da pagare, pubblicità, giornali, inserti di giornali, inserti degli inserti dei giornali e i miei vocabolari. italiano, inglese/italiano, tedesco/italiano. che poi non sappia neppure una di queste lingue è un altro discorso, intanto mi porto avanti. tra un anno c’è il giubileo e ci tenevo a dire che non me ne frega molto. tra un mese santificano padre pio. uguale come sopra. tra gli animali c’è una discriminazione strisciante che voglio denunciare. se dici porco e ci aggiungi quella parola, bestemmi, se invece ti sposti su una farfalla o pollo o mirtillo (che però non è un animale) e ci aggiungi sempre quella parola, passi inosservato o quasi. allora come la mettiamo? perché non tutti gli animali, accostati a quella parola, valgono uguale? perché vengono considerati così poco? e soprattutto, chi è che li discrimina? anche questa se ci pensate è un’ingiustizia. anche grignani che canta e vende i dischi è un’ingiustizia, ma lì ci dobbiamo rassegnare. il mondo va come va e non è altro che una ruota che gira (se vi viene in mente mike bongiorno siete fuori strada), l’essenziale è non finirci sotto. mi piacerebbe che gli stati uniti pagassero i debiti che hanno con l’ONU. mi piacerebbe che esistesse veramente un’organizzazione delle nazioni unite che si preoccupasse dei paesi sottosviluppati e dei debiti folli che hanno contratto con i paesi sviluppati (?) e che cercasse di porre un rimedio efficace. mi piacerebbe essere il presidente degli stati uniti per un giorno, magari facciamo un mese, via. magari quando lui è in vacanza. gli svizzeri mi hanno sempre fatto ridere. sarà per quel modo un po’ del cazzo che hanno di parlare. non mi sono mai chiesto se anche noi facciamo ridere gli svizzeri. non ha importanza, ma credo di sì. importante invece, è scopare bene, come diceva quel piccione di venditti, che ogni tanto ci pigliava. l’amore e il sesso, il sesso senza amore, il sesso solo per amore… troppo difficile, parliamone un’altra volta. la mia fidanzata è vegetariana, però scopa bene. mangia poco e penso che sublimi il cibo con il sesso. cosa chiedere di più? viva i vegetariani. tra le altre cose (non è che siano tante, ma si dice così) penso che l’evoluzione della specie passi attraverso il vegetarianesimo, ma forse è una cazzata, perché un mondo senza la mortadella non lo riesco proprio a immaginare. ieri stavo andando al lavoro e avevo comprato il solito giornale e di colpo mi sono fermato. immobile, spintonato dalla gente infoiata e frettolosa, che non vedeva l’ora di raggiungere l’ufficio. fanculo l’ufficio, dico io. la notizia stava in prima pagina. era morto kubrick. puttana ladra assassina. se c’era uno capace di creare dei capolavori, era lui. un michelangelo della ripresa, un caravaggio dell’inquadratura. se ne era andato. ci saremmo dovuti consolare con thomas milian e alvaro vitali. li avrebbero santificati. era solo questione di tempo. basta vedere nino d’angelo. a milano hanno iniziato a recintare i parchi, quando riusciranno a recintare la città mi piacerebbe essere già morto. sarebbe uno spettacolo troppo umiliante da vedere. adesso concludo. sto con le pezze al culo e il calorifero gocciola, fortuna che inizia la primavera, tra poco. i pantaloni mi stanno larghi e mi cadono. l’ultimo paio di scarpe che mi sono comprato è quello che uso tutt’ora. sono passati tre anni e mezzo. sono stato più fedele a queste scarpe che a qualsiasi fidanzata. non sono io a dirlo, ma la statistica. mi sto trasformando in arturo bandini. inesorabilmente, fantasticamente, tuo, anzi, vostro. fine.
“ogni uomo uccide ciò che ama.” r.w. fassbinder
“wendy... wendy?” s. kubrick
[milano, 16 marzo 1999]
Posted by Giuseppe Braga at 08:24 | Comments (2)
12.10.06
Alice non abita più qui
di Giuseppe Braga
Mi chiamo Alice, ma non amo guardare i gatti. Abito, da quando sono nata, nel solito posto, che poi sarebbe la casa dei miei genitori. Non ho mai lasciato il mio paese – nemmeno un’intenzione – e quel che mi gira intorno, credetemi, non è per nulla meraviglioso.
Mi chiamo Alice e se ripenso alle giornate che ho trascorso in camera mia senza poter uscire, affacciata alla finestra, le lacrime mi salgono agli occhi. Da dove mi trovo posso vedere l’unica cosa per la quale, credo, sia valsa la pena vivere fino a oggi. Un mondo sommerso, una vita parallela e speculare che non conosce dolore. Una sorella e una madre.
Mi chiamo Alice e, per uno strano scherzo del destino, le mie gambe non m’hanno mai sorretto, né portato da alcuna parte. È da quando sono nata che mi trovo in quest’irragionevole situazione. Obbligata a starmene su una stupida sedia.
Mi chiamo Alice e vivo in riva all’acqua. Davanti a me, l’azzurro del cielo e il blu, profondo e misterioso, che va a perdersi lontano, fin dove arriva l’occhio. Ciò che osservo dalla mia finestra sembra ovattato, avvolto in una nuvola senza materia, magico e irreale. I colori dell’acqua, i bagliori del sole, le imbarcazioni che solcano le onde. In lontananza, come fossero lo sfondo di una scenografia, elementare ma perfetta, le rive sabbiose che troppe volte ho sognato e le scogliere che riflettono le loro ombre sulla superficie mossa e instabile della baia. La natura con la sua essenza primitiva non ha mai smesso d’emozionarmi e mai smetterà. Quella madre m’ha visto nascere e crescere. E ora, ho deciso, non si limiterà a essere spettatrice finale di questa vicenda, ne sarà la protagonista. Ma non crediate che quella che sto per raccontarvi sia una favola, tutt’altro.
Mi chiamo Alice e il mio nome, come ben saprete, è stato il pretesto di molte e molte storie. Preparatevi, questa sarà l’ultima.
Mi chiamo Alice, sono chiusa nella mia stanza e mi sto rivedendo allo specchio. Io e la mia doppia ci stiamo fissando, da ore. Io da fuori e lei da dentro quel vetro. Mi sono sempre chiesta cosa ci fosse dall’altra parte. Là dietro, in quel mondo piatto e alla rovescia, chissà che succede. Mi consolo al pensiero che un giorno anch’io saprò.
Mi chiamo Alice e oggi è una giornata molto speciale. Non soltanto perché sto per sposarmi, o almeno non solo per questo. Oggi accadrà qualcosa d’imprevisto. Oggi è un sabato di fine aprile e nel cielo, oltre le tende della mia finestra, il sole della mattina illumina gran parte dell’orizzonte. Dentro di me invece, una voce sorda, una cupa premonizione senza forme, mi annuncia il futuro che verrà.
Mi chiamo Alice e la mia anima è buia, una continua e affannosa attesa. Assente e tormentata, come una barca alla deriva. Ossigeno compresso nelle narici, come un sommozzatore senza bombole. Battiti del cuore aritmici, la paura di non rivedere la superficie. Curve spasmodiche, branchi di pesci che indicano una direzione.
Mi chiamo Alice e, mi spiace per voialtri, ho compiuto la mia scelta.
Mi chiamo Alice e, a modo mio, oggi mi sento felice. Non importa se lui, quel lui ormai prossimo a diventare mio marito, sta aspettandomi da mezz’ora in chiesa. Non mi interessa un accidente se si sta innervosendo perché sto ritardando. Non stanno producendo nessun effetto i miei genitori che bussano contro la mia porta chiusa a chiave cercando di convincermi a uscire.
Mi chiamo Alice e adesso tiro le tende, prendo un forte respiro e guardo fuori. Il mare attraverso il vetro si rivela come un sogno, filtrato da un diaframma invisibile. Come si trattasse di un’amorevole protezione. È sorprendente, calmo e rassicurante. Le sue infinite minuscole superfici brillano specchiandosi fra loro. Impercettibili bagliori che luccicano, unici, universali. Sento un richiamo lontano, ancestrale. Primitivo e irrinunciabile. La grande madre delle acque che accoglie generosa i propri figli. Sta aspettando solo me, ora.
Mi chiamo Alice e in questo preciso momento ho capito che il mare è stato, fino a oggi, il vero specchio della mia anima.
Mi chiamo Alice e non provo commozione per le urla dei miei genitori. La redenzione può attendere. Non voglio più saperne dei discorsi freddi e assennati di mio padre.
Mi chiamo Alice e sono stanca di essere ragionevole, comprensiva, affettuosa e amorevole. Degli altri non mi interessa più nulla. Io voglio stare con me stessa, con me stessa e con la mia doppia. La mia altra Alice, l’unica persona con cui potrò essere, da oggi in avanti, ragionevole, comprensiva, affettuosa e amorevole.
Mi chiamo Alice e tra poco me ne andrò. Ma non è per questo che dovete preoccuparvi. Oggi è una giornata speciale. Oggi è il giorno del mio matrimonio. E perciò non mi accadrà nulla di speciale, perché oggi ogni cosa lo è già.
Mi chiamo Alice e ho ventitré anni. Indosso l’abito da sposa e sono seduta sopra l’unica sedia che io abbia mai provato. Due grandi ruote in acciaio che mi tengono in contatto col mondo esterno. L’abito invece l’ho acquistato, su consiglio di mia madre, sei mesi fa. Lei adesso sta piangendo, la sento oltre la porta, e mio padre piange con lei. Certamente, tutto questo non lo potevano prevedere. Mai avrebbero potuto pensare che loro figlia… l’unica loro figlia. La loro bambina, l’adorabile bambina che qualche volta fa i capricci e si sente incompresa. La colpa è stata dei medici, che non l’hanno capito in tempo, quando ancora si poteva fare qualcosa. Certo, lo so. Ma oggi non si tratta di capricci. È accaduto in maniera del tutto naturale. Imprevista e naturale, come l’arcobaleno dopo la pioggia. Qualcosa s’è spezzato e mi sto chiedendo anch’io come ricomporre le parti. Ma forse le domande a questo punto sono inutili.
Mi chiamo Alice e non avrò mai più bisogno di nessuna sedia o medico o inutile speranza. I miracoli li lascio a chi ci crede.
Mi chiamo Alice, faccio leva con le braccia e mi alzo.
Mi chiamo Alice e apro la finestra. L’aria è calda, pare essersi fermata. Non un alito di vento, neppure una nuvola nel cielo. Un giorno perfetto, all’apparenza. Il mare è calmo, quasi immobile. In lontananza le coste riflettono le loro ombre sulla superficie ferma. Mi assale una pericolosa emozione, un senso di nausea e una stretta allo stomaco. M’affaccio e faticosamente guardo verso il basso. La mia immagine riflessa, l’altra me. Impercettibile, mi sorride dalle profondità. Sembra chiamarmi.
Mi chiamo Alice e la mia doppia è dolce e sinuosa, una dea delle acque che smuove i fondali con la lunga coda.
Mi chiamo Alice e, finalmente, da dietro la porta sento anche la voce del mio futuro prossimo marito. Che sarà vedovo ancor prima di sposarsi. Il caso più rapido nella storia dei matrimoni. Lui per ora non sa. Lui mi ama come si può amare una bambola, ma lui ancora non sa. Lui mi ama e lo sta gridando che sembra un pazzo: io ti amo io ti amo amore mio perché non esci perché non. Perché.
Mi chiamo Alice e penso che perché sia una brutta parola. Se non capisci puoi anche lasciar perdere delle volte. Questa è una di quelle.
Mi chiamo Alice e credo sia arrivato il momento. Nello specchio di fronte a me la mia doppia rifà esattamente quello che sto facendo io. Ce ne andremo insieme, così come siamo venute. Un mondo di immerse e imprevedibili felicità.
Mi chiamo Alice e inizio a pensare che nel mio nome era racchiuso il mio destino.
Mi chiamo Alice e la finestra è completamente aperta.
Mi chiamo Alice e non serve a niente chiamare la polizia o i pompieri. E i vigili del fuoco e l’ambulanza. Neanche sfondare la porta.
Mi chiamo Alice e sono seduta sul davanzale. Nella mia testa solo musica. Negli occhi, scolpito nella memoria, il mare. Ultima eterea immagine che porterò con me.
Mi chiamo Alice e tutto inizia a girarmi intorno. Terre capovolte, alberi che ballano a ritmo col sole, nuvole che s’abbracciano, orizzonti che s’avvicinano.
Mi chiamo Alice e decido di danzare con loro, un lento valzer mi guida verso il cielo.
Mi chiamo Alice e sento che devo lasciarmi andare.
Mi chiamo Alice e sto volando.
Mi chiamo Alice e le mie gambe sono le stecche di un aquilone, il vestito d’organza bianco, il suo grosso telone.
Mi chiamo Alice e potrò dire d’essere corsa via un sabato di fine aprile.
Mi chiamo Alice e sto per congiungermi con l’unico mio vero amore.
Mi chiamo Alice e da oggi dovrete cercarmi nelle profondità.
Mi chiamo Alice e solo ora capisco appieno cosa significa fermarsi alle apparenze.
Mi chiamo Alice e la mia sedia è un rottame vecchio che s’arrugginirà presto.
Mi chiamo Alice e d’ora in avanti sarò una macchia sopra una fotografia.
Mi chiamo Alice, ma anche il mio nome da oggi in avanti, non avrà più peso.
Mi chiamo Alice e da oggi non risponderò più al telefono.
Mi chiamo Alice e sono aria ed energia, fuoco e spirito.
Mi chiamo Alice e ora somiglio a una bolla di sapone.
Mi chiamo Alice e sono una cosa sola con l’acqua.
Mi chiamo Alice e non sono più materia.
Mi chiamo Alice
Mi chiamo
Alice
Posted by Giuseppe Braga at 09:07 | Comments (1)
09.10.06
Scatto dall'oblio
Chi è stato? Alzi la mano chi l'ha dimenticato lì!

p.s. vi prego... liberatelo!
Posted by Giuseppe Braga at 10:49 | Comments (3)
05.10.06
La domanda più bella
di Giuseppe Braga
L’altro ieri ero in ufficio. I ragazzi della *** mi stavano cambiando il computer (per raggiunti limiti d’età). A un certo punto sento la porta che si apre e vedo entrare una collega del quarto piano (che conosco solo di vista). Supera gli scatoloni e inizia a gridare: “Ma allora sei tu! Sei tu lo scrittore! Complimenti! Bravissimo!”
Sono seguiti due, tre minuti nei quali ha proseguito chiedendomi le cose che normalmente mi vengono chieste riguardo al libro (come sta andando, per quale editore è uscito, di cosa parla, quand’è che l’ho scritto, ecc.). Ah, mi stavo dimenticando, anche il titolo ha voluto sapere ben bene (inizialmente l’aveva storpiato in “Tu mi conosci?” e in “Ma tu chi conosci?”). Prima di salutarmi e di farmi capire che probabilmente lo acquisterà (certo, adesso le informazioni necessarie ce le avrebbe…), mi ha rivolto la domanda più bella.
“Ma l’hai scritto tutto tu?”
Secondo voi, la devo prendere come un complimento o come una lampante e palese mancanza di fiducia?
Posted by Giuseppe Braga at 12:45 | Comments (3)
04.10.06
Scatto misterioso

Chi si cela dietro al 'Joyce'?
Posted by Giuseppe Braga at 07:36 | Comments (10)
02.10.06
A grandissima richiesta (...), ecco il testo (leggibile!) dell'articolo/intervista del Corriere della Sera.
Tu lo conosci Joyce? No, ma scrivo lo stesso
Giuseppe Braga è uno che ce l’ha fatta: “Il mio libro sugli AA, aspiranti autori”
di Roberta Scorranese

In libreria li riconosci subito: lenti, un po’ curvi, osservano attentamente i volumi, soppesando nomi, date, prefazioni e codici Isbn. Alle letture pubbliche sono quelli un po’ defilati, con l’aria rassegnata di chi ha imparato ad aspettare. Conoscono titoli improbabili, librerie strane.
Perché in fondo, un AA, un aspirante autore, è come un innamorato: ciò che davvero vuole è alimentare baudrillardianamente un desiderio senza fine. E come per tutti i sogni, anche intorno a questo, fiorisce un mercato: scuole di scrittura, corsi propedeutici alla frustrazione coordinata e continuativa, case editrici ad hoc. Bene.
È il momento di riderci sopra. Ci pensano le librerie Feltrinelli con Rimetterci le penne, tre incontri dedicati agli aspiranti scrittori. Tra farsa e smania, oggi comincia Giuseppe Braga, un AA milanese che alla sua condizione di emergente non emerso dedica un libro spassoso, edito da Sironi.
Ma tu lo conosci Joyce? (è una domanda, oltre che essere il titolo del libro). “Un po’, ho letto Gente di Dublino. Ma il titolo è una provocazione. Per dire che l’aspirante scrittore spesso si sente costretto a sapere, conoscere, approfondire. Insomma, una fatica.” Architetto (che vi aspettavate, un AA a tempo pieno?) di 39 anni, Braga decide di diventare un autore più o meno nove anni fa. Nel frattempo, di tutto: corsi, scuole, concorsi, conoscenze. “Una spirale da cui non esci più”, come dice lui. Ma tu lo conosci Joyce? È il diario di uno che ne ha viste di ogni: la compagna di corso che si sente Omero e non fa che leggere; l’AA pignolo che non accetterebbe critiche nemmeno da Henry James. “E che dire di quella volta – racconta Braga – quando venne Raul Montanari, lesse un mio racconto e disse che era nato un nuovo Kafka. Ora, uno si aspetta che quantomeno il suo racconto venga letto nell’evento di fine corso. Macché! E io che avevo invitato pure la mamma…”.
Nessuno storca il naso davanti alle naturali punte ingenue di un AA. “Sono persone che investono tempo, energia e denaro nella scrittura – dice Gianni Turchetta, docente di Letteratura italiana contemporanea alla Statale e, quindi, dall’altra parte della cattedra – e credo sia un valore forte”.
[…]
Posted by Giuseppe Braga at 08:02 | Comments (1)