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12.10.06

Alice non abita più qui

di Giuseppe Braga

Mi chiamo Alice, ma non amo guardare i gatti. Abito, da quando sono nata, nel solito posto, che poi sarebbe la casa dei miei genitori. Non ho mai lasciato il mio paese – nemmeno un’intenzione – e quel che mi gira intorno, credetemi, non è per nulla meraviglioso.

Mi chiamo Alice e se ripenso alle giornate che ho trascorso in camera mia senza poter uscire, affacciata alla finestra, le lacrime mi salgono agli occhi. Da dove mi trovo posso vedere l’unica cosa per la quale, credo, sia valsa la pena vivere fino a oggi. Un mondo sommerso, una vita parallela e speculare che non conosce dolore. Una sorella e una madre.

Mi chiamo Alice e, per uno strano scherzo del destino, le mie gambe non m’hanno mai sorretto, né portato da alcuna parte. È da quando sono nata che mi trovo in quest’irragionevole situazione. Obbligata a starmene su una stupida sedia.

Mi chiamo Alice e vivo in riva all’acqua. Davanti a me, l’azzurro del cielo e il blu, profondo e misterioso, che va a perdersi lontano, fin dove arriva l’occhio. Ciò che osservo dalla mia finestra sembra ovattato, avvolto in una nuvola senza materia, magico e irreale. I colori dell’acqua, i bagliori del sole, le imbarcazioni che solcano le onde. In lontananza, come fossero lo sfondo di una scenografia, elementare ma perfetta, le rive sabbiose che troppe volte ho sognato e le scogliere che riflettono le loro ombre sulla superficie mossa e instabile della baia. La natura con la sua essenza primitiva non ha mai smesso d’emozionarmi e mai smetterà. Quella madre m’ha visto nascere e crescere. E ora, ho deciso, non si limiterà a essere spettatrice finale di questa vicenda, ne sarà la protagonista. Ma non crediate che quella che sto per raccontarvi sia una favola, tutt’altro.

Mi chiamo Alice e il mio nome, come ben saprete, è stato il pretesto di molte e molte storie. Preparatevi, questa sarà l’ultima.

Mi chiamo Alice, sono chiusa nella mia stanza e mi sto rivedendo allo specchio. Io e la mia doppia ci stiamo fissando, da ore. Io da fuori e lei da dentro quel vetro. Mi sono sempre chiesta cosa ci fosse dall’altra parte. Là dietro, in quel mondo piatto e alla rovescia, chissà che succede. Mi consolo al pensiero che un giorno anch’io saprò.

Mi chiamo Alice e oggi è una giornata molto speciale. Non soltanto perché sto per sposarmi, o almeno non solo per questo. Oggi accadrà qualcosa d’imprevisto. Oggi è un sabato di fine aprile e nel cielo, oltre le tende della mia finestra, il sole della mattina illumina gran parte dell’orizzonte. Dentro di me invece, una voce sorda, una cupa premonizione senza forme, mi annuncia il futuro che verrà.

Mi chiamo Alice e la mia anima è buia, una continua e affannosa attesa. Assente e tormentata, come una barca alla deriva. Ossigeno compresso nelle narici, come un sommozzatore senza bombole. Battiti del cuore aritmici, la paura di non rivedere la superficie. Curve spasmodiche, branchi di pesci che indicano una direzione.

Mi chiamo Alice e, mi spiace per voialtri, ho compiuto la mia scelta.

Mi chiamo Alice e, a modo mio, oggi mi sento felice. Non importa se lui, quel lui ormai prossimo a diventare mio marito, sta aspettandomi da mezz’ora in chiesa. Non mi interessa un accidente se si sta innervosendo perché sto ritardando. Non stanno producendo nessun effetto i miei genitori che bussano contro la mia porta chiusa a chiave cercando di convincermi a uscire.

Mi chiamo Alice e adesso tiro le tende, prendo un forte respiro e guardo fuori. Il mare attraverso il vetro si rivela come un sogno, filtrato da un diaframma invisibile. Come si trattasse di un’amorevole protezione. È sorprendente, calmo e rassicurante. Le sue infinite minuscole superfici brillano specchiandosi fra loro. Impercettibili bagliori che luccicano, unici, universali. Sento un richiamo lontano, ancestrale. Primitivo e irrinunciabile. La grande madre delle acque che accoglie generosa i propri figli. Sta aspettando solo me, ora.

Mi chiamo Alice e in questo preciso momento ho capito che il mare è stato, fino a oggi, il vero specchio della mia anima.

Mi chiamo Alice e non provo commozione per le urla dei miei genitori. La redenzione può attendere. Non voglio più saperne dei discorsi freddi e assennati di mio padre.

Mi chiamo Alice e sono stanca di essere ragionevole, comprensiva, affettuosa e amorevole. Degli altri non mi interessa più nulla. Io voglio stare con me stessa, con me stessa e con la mia doppia. La mia altra Alice, l’unica persona con cui potrò essere, da oggi in avanti, ragionevole, comprensiva, affettuosa e amorevole.

Mi chiamo Alice e tra poco me ne andrò. Ma non è per questo che dovete preoccuparvi. Oggi è una giornata speciale. Oggi è il giorno del mio matrimonio. E perciò non mi accadrà nulla di speciale, perché oggi ogni cosa lo è già.

Mi chiamo Alice e ho ventitré anni. Indosso l’abito da sposa e sono seduta sopra l’unica sedia che io abbia mai provato. Due grandi ruote in acciaio che mi tengono in contatto col mondo esterno. L’abito invece l’ho acquistato, su consiglio di mia madre, sei mesi fa. Lei adesso sta piangendo, la sento oltre la porta, e mio padre piange con lei. Certamente, tutto questo non lo potevano prevedere. Mai avrebbero potuto pensare che loro figlia… l’unica loro figlia. La loro bambina, l’adorabile bambina che qualche volta fa i capricci e si sente incompresa. La colpa è stata dei medici, che non l’hanno capito in tempo, quando ancora si poteva fare qualcosa. Certo, lo so. Ma oggi non si tratta di capricci. È accaduto in maniera del tutto naturale. Imprevista e naturale, come l’arcobaleno dopo la pioggia. Qualcosa s’è spezzato e mi sto chiedendo anch’io come ricomporre le parti. Ma forse le domande a questo punto sono inutili.

Mi chiamo Alice e non avrò mai più bisogno di nessuna sedia o medico o inutile speranza. I miracoli li lascio a chi ci crede.

Mi chiamo Alice, faccio leva con le braccia e mi alzo.

Mi chiamo Alice e apro la finestra. L’aria è calda, pare essersi fermata. Non un alito di vento, neppure una nuvola nel cielo. Un giorno perfetto, all’apparenza. Il mare è calmo, quasi immobile. In lontananza le coste riflettono le loro ombre sulla superficie ferma. Mi assale una pericolosa emozione, un senso di nausea e una stretta allo stomaco. M’affaccio e faticosamente guardo verso il basso. La mia immagine riflessa, l’altra me. Impercettibile, mi sorride dalle profondità. Sembra chiamarmi.

Mi chiamo Alice e la mia doppia è dolce e sinuosa, una dea delle acque che smuove i fondali con la lunga coda.

Mi chiamo Alice e, finalmente, da dietro la porta sento anche la voce del mio futuro prossimo marito. Che sarà vedovo ancor prima di sposarsi. Il caso più rapido nella storia dei matrimoni. Lui per ora non sa. Lui mi ama come si può amare una bambola, ma lui ancora non sa. Lui mi ama e lo sta gridando che sembra un pazzo: io ti amo io ti amo amore mio perché non esci perché non. Perché.

Mi chiamo Alice e penso che perché sia una brutta parola. Se non capisci puoi anche lasciar perdere delle volte. Questa è una di quelle.

Mi chiamo Alice e credo sia arrivato il momento. Nello specchio di fronte a me la mia doppia rifà esattamente quello che sto facendo io. Ce ne andremo insieme, così come siamo venute. Un mondo di immerse e imprevedibili felicità.

Mi chiamo Alice e inizio a pensare che nel mio nome era racchiuso il mio destino.

Mi chiamo Alice e la finestra è completamente aperta.

Mi chiamo Alice e non serve a niente chiamare la polizia o i pompieri. E i vigili del fuoco e l’ambulanza. Neanche sfondare la porta.

Mi chiamo Alice e sono seduta sul davanzale. Nella mia testa solo musica. Negli occhi, scolpito nella memoria, il mare. Ultima eterea immagine che porterò con me.

Mi chiamo Alice e tutto inizia a girarmi intorno. Terre capovolte, alberi che ballano a ritmo col sole, nuvole che s’abbracciano, orizzonti che s’avvicinano.

Mi chiamo Alice e decido di danzare con loro, un lento valzer mi guida verso il cielo.

Mi chiamo Alice e sento che devo lasciarmi andare.

Mi chiamo Alice e sto volando.

Mi chiamo Alice e le mie gambe sono le stecche di un aquilone, il vestito d’organza bianco, il suo grosso telone.

Mi chiamo Alice e potrò dire d’essere corsa via un sabato di fine aprile.

Mi chiamo Alice e sto per congiungermi con l’unico mio vero amore.

Mi chiamo Alice e da oggi dovrete cercarmi nelle profondità.

Mi chiamo Alice e solo ora capisco appieno cosa significa fermarsi alle apparenze.

Mi chiamo Alice e la mia sedia è un rottame vecchio che s’arrugginirà presto.

Mi chiamo Alice e d’ora in avanti sarò una macchia sopra una fotografia.

Mi chiamo Alice, ma anche il mio nome da oggi in avanti, non avrà più peso.

Mi chiamo Alice e da oggi non risponderò più al telefono.

Mi chiamo Alice e sono aria ed energia, fuoco e spirito.

Mi chiamo Alice e ora somiglio a una bolla di sapone.

Mi chiamo Alice e sono una cosa sola con l’acqua.

Mi chiamo Alice e non sono più materia.

Mi chiamo Alice

Mi chiamo

Alice

Posted by Giuseppe Braga at 12.10.06 09:07

Comments

Per qs pezzo ti sei ispirato a qualcosa o qualcuno? Cioè insomma come t'è venuta l'idea? C'è tanta disperazione dentro.
Grazie, Ciao!

Posted by: cmalox at 18.10.06 16:45

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