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28.09.06

Il 'Joyce' sul web...

Care voi, cari voi,

ci tenevo a segnalare che sul blog I Lanternati (nato da circa due mesi e gestito da un gruppo di lettori della Piccola Scuola di Scrittura di Padova), da alcuni giorni in qua, si sta parlando e discutendo, nientemeno che, del sottoscritto e del suo spassosissimo romanzo "Ma tu lo conosci Joyce?".

Il dibattito è aperto!

Posted by Giuseppe Braga at 15:30 | Comments (2)

27.09.06

il 'Joyce' alla ribalta della cronaca!

articolo corriere blog.jpg

[tratto da Il corriere della Sera del 13/9/06]

Posted by Giuseppe Braga at 08:19 | Comments (3)

26.09.06

I miei personaggi mi scrivono / 8. Gianni Turchetta

Con grande piacere, ricevo e pubblico la lettera inviatami da Gianni Turchetta (docente di Letteratura e cultura nell’Italia contemporanea all'Università Statale di Milano e molto altro...)

Caro Giuseppe,

con enorme ritardo, ti scrivo per ringraziarti del tuo libro, e delle belle parole che mi scrivi, sia nella dedica sia nel libro stesso (peraltro accomunandomi [con mia soddisfazione] a un amico di vecchia data come Danilo Manera, con cui ci conoscemmo più di vent’anni fa nella redazione della grande “Linea d’ombra” di Fofi, e di cui sono ormai da parecchi anni collega in Università).

Confesso che non l’ho letto tutto, ma solo per larghi squarci: e l’ho trovato vivace, divertente, intelligente; forse un po’ troppo aderente alla realtà biografica. Ma è sicuramente un libro molto interessante, e mi riprometto di leggerlo con più attenzione, quando l’università mi lascerà un po’ respirare (mi massacrano: pare che questo significhi che faccio carriera; sì, vabbè, ma… che fatica: ed è soprattutto lavoro amministrativo, burocrazia, riunioni etc.etc.).
Tornando alle tue parole, davvero molto gentili (anzi: fin troppo! Non sono così colto… sono pieno di abissali ignoranze anche su cose che dovrei conoscere almeno un pochino).
Peraltro (lasciamelo dire…), vorrei rassicurarti anche sul “lì sotto” (cui accenni con divertita malizia): che nonostante la non più rosea età (48 anni) continua a darmi parecchie soddisfazioni… [non dico altro] Ovviamente in questo caso non posso fornire performances pubbliche, e quindi… devi credermi sulla fiducia… (se fossimo più in confidenza, avrei potuto dirti: “portami tua sorella”, ma non posso…)
Vabbè, scusa se metto a scherzare così pesantemente (però dico verità vere!): ma forse anche nelle lezioni si sarà capito che sono convinto che la letteratura sia vita (troppo spesso i miei colleghi prof la uccidono), e che la vita… sia da vivere (perdona la banalità…), e… che cosa sarebbe la vita senza le donne?
[…]

Gianni Turchetta

Posted by Giuseppe Braga at 07:32 | Comments (3)

21.09.06

Ferdinando e l’uomo autografo

di Giuseppe Braga

Io ho un amico, mi pare d’averne già parlato, tempo fa. Quest’amico mio (nulla vi impedirà di pensarlo immaginario, nulla io farò per farvi cambiare idea), si chiama Ferdinando. Ferdinando, ai suoi tempi belli, suonava il sassofono (a lui ci piace, da sempre, il jazz…), poi, di punto in bianco, per una serie di vicissitudini (i suoi tempi brutti), decise di mollare lo strumento e di darsi, coraggiosamente, alla scrittura creativa. Un bel salto, effettivamente sì, si trattò d’un bel salto. Non sarò certo io a dire se fece bene o no, sta di fatto che sono un paio d’anni, ormai, che s’è buttato.

Risultato: legge molto (letteratura postmoderna americana, principalmente), scrive alquanto (racconti autobiografici vertenti su temi ricorrenti, quali: la sua ex, il suo sax, la birra al doppio malto e la fellatio) e partecipa ossessivamente a presentazioni in librerie, a reading con autori, ecc.

E, ovviamente, in ultimo ma non per ultimo, s’è iscritto a una scuola di scrittura creativa.

Postilla: tutte queste cose le fa quando si regge in piedi e non eccede con la birra al doppio malto, s’intende.

Qualche mese addietro ci siamo incontrati in una libreria (i nostri incontri avvengono, solitamente, nelle librerie, solitamente nelle librerie con i bar, quelle sono le sue preferite). La breve storia che sto per raccontarvi, riguarda quel nostro incontro e ciò che ne è seguito¹.

Tanto per cambiare, l’occasione del nostro incontro, fu la presentazione d’un libro. Un grande romanzo d’avventure². Un testo scritto tra le due guerre, uscito nel 1929, per mano di un collettivo formato da dieci scrittori più o meno noti dell’epoca, romanzo popolarissimo e molto letto in quegli anni, ma poi, via, via scomparso progressivamente dalle librerie, mai più circolato su vasta scala e men che meno citato in alcuna antologia. Ristampato e ripubblicato, settantacinque anni dopo, grazie al fiuto, alla curiosità e all’intraprendenza di un editor che ci sa fare per davvero (lo dico io, ma lo dicono pure molti altri, molto più qualificati di me, quindi mi permetto di dirlo pure io...). L’ha scovato in una piccola libreria della sua città, se l’è letto in una notte, divorato, tutto d’un fiato se l’è bevuto e poi, entusiasta e sorpreso al tempo stesso dell’oblio nel quale era precipitato quel formidabile romanzo, ha fatto in modo che venisse rimesso in circolazione e dunque che fosse fruibile nuovamente, almeno a livello potenziale, al grande pubblico. Come nota a margine, si può rivelare che il libro, dopo un paio di mesi è giunto agilmente alla prima ristampa.

Sede dell’incontro è stata la libreria F di piazza P, a Milano. Una volta deciso di presenziare all’evento, perdonatemi, ma non ho resistito e ho subito chiamato Ferdinando. A lui le presentazioni piacciono assai (ove possibile non se ne perde una), come ho poc’anzi detto, soprattutto se accompagnate da sostanziosi buffet.

Al telefono, mezzo assonnato, mi assicura che sarà lì, alle sei precise, puntuale, e si raccomanda che sia anch’io lì all’ora stabilita. Pensa la combinazione, ma stava per chiamarmi lui, sì, come no, ha delle cose importanti da darmi, sottolinea con uno sbadiglio. Immagino si tratti dei cd che m’ha promesso. Ferdinando, tra una birra, un racconto, una fellatio immaginaria e un’altra birra (meno immaginaria), mi sta introducendo sapientemente nel mondo del jazz.
Com’è, come non è, alle sei e venti abbondanti lo vedo arrivare pedalando svogliato a cavallo di una bicicletta. Ovviamente non si scusa per il ritardo, per lui è una cosa più che normale. Per fare lo spiritoso, appena m’inquadra nel suo campo visivo, accelera improvvisamente e mi punta, scampanellando come un pazzo. A meno di tre metri, quando mi sto preparando all’impatto e per evitarlo sto prendendo in seria considerazione di gettarmi sul cofano d’un auto in sosta lì a fianco, Ferdinando inchioda e frena. Essendo imprudente e naif di natura, il ragazzo, usa i freni delle ruote anteriori e quasi s’impenna. Non mi frana addosso solo perché ha l’intuito di puntare i piedi per terra e perché lo zainetto che ha sulle spalle agisce da contrappeso. Heilà, dopo avermi salutato sbrigativamente ed essersi sincerato sul mio stato di salute generale, se mi centrava sarei stato peggio, non si perde in fronzoli ed estrae dallo zainetto, non dico uno, ma ben quattro cd e con un gesto svolazzante e teatrale, me li ammolla tra le mani.

“Guarda che questi sono bellissimi, uno più bello dell’altro… solo per dirti, lì dentro ci suona gente come Miles Davis, John Coltrane, Julian Cannonball Adderley, Hank Jones, Curtis Fuller, Bill Evans, Sonny Rollins, Max Roach…”
“Be’, bene, grazie…”, gli dico sulla fiducia, che dei nomi che m’ha sparato a raffica ne conosco a malapena tre, grazie, Ferdinando, grazie davvero.
“Adesso mi dovrai offrire qualche birretta per tirarti in pari…”, mi fa lui, strizzando l’occhio.
“Certo, naturale. Perché non leghi la bici, così entriamo e comincio subito a sdebitarmi?”

Ferdinando mi guarda sconsolato, quasi contrito e mi spiega che non può restare, che per le birre ci sarà tempo, mica scappo, che tra l’altro ne ha già bevute cinque nel pomeriggio (una in più dei cd) e per oggi sono più che sufficienti. Che non può, che ha un impegno inderogabile, che deve scappare via subito, che.

“Hai il corso di scrittura?”, gli chiedo, mentre tiro un sospiro di sollievo, perlomeno tornerò a casa col portafogli ancora gonfio.
“No, no, quello c’è l’ho al martedì, non ti ricordi?”
“Già, me l’ero scordato, hai ragione, allora dov’è che devi andare, a un incontro amoroso?”
“No, no, vado in piscina.”

Ecco, la vita a me mi piace davvero tanto perché quando meno te l’aspetti ti cava fuori piccole sorprese, gemme preziose e profumate che ti lasciano di stucco. Non so voi, ma io, io una cosa che non avrei mai, mai pensato d’immaginarmi è Ferdinando che nuota a dorso, con la panza che gli fuoriesce dal pelo dell’acqua come il groppo d’un balenotto, tra le corsie d’una piscina. Ma cosa sarà mai, una sorta di vizio snob e perverso che gli è preso all’improvviso? Imbottito com’è imbottito di birra, malto e luppolo, forse ci va perché non sente la fatica, nell’acqua magari il malto fermenta, il suo stomaco si gonfia e lui galleggia. Forse fa da boa o da salvagente per i principianti.

Lo guardo meglio. È sempre lui, barba sfatta, capigliatura ribelle, giacca di velluto un po’ bohemienne. Osservo nel dettaglio. Dalla tasca gli fuoriesce la cresta d’un libro. È Compagni di sbronze, invariabilmente il suo libro cult, dell’amatissimo imprescindibile sacro vecchio Buk.
“Lo tengo per far colpo sulle ragazze”, mi dice lui, appena s’accorge che il mio sguardo era caduto proprio lì.
“Agli incroci, al semaforo, lo tiro fuori e fingo di leggerlo, tanto lo conosco a memoria, Compagni di sbronze è uno di quei libri che ti potrei citare a occhi chiusi e pedalando all’indietro. Sulle ragazze fai sempre colpo se sei un po’ trasandato e intellettualmente attivo. Bukowski poi, è una certezza matematica, una formula infallibile, te l’assicuro!”

Non metto mai in dubbio i dogmi del mio amico. D’altro canto, credo di capire. In piscina ci andrà, questo il mio ragionamento, ci andrà giusto per sbirciare le ragazze in costume, quel mandrillo d’un Ferdinando. Figurarsi se si mette a nuotare, dai!

“Qual è il libro che presentano stasera, scusa ma me lo sono scordato”, cambia argomento lui.
“Un vecchio romanzo d’avventure, riscoperto e ristampato in questi mesi.”
“Avventure… be’, peccato, ma non posso proprio restare, mi spiace. Vedrò di dargli una sfogliata uno di questi giorni che ricapito in libreria. Tanto per allargare un po’ gli orizzonti. E poi, lo sai, di te mi fido… ah, piuttosto, ma lo sai che adesso sto leggendo David Foster Wallace? È un grande, quel tizio lì, proprio un grande, cazzo!”
“Grande quanto Don DeLillo?”, gli faccio senza pensarci.
“Eh no!, ehi, vacci piano, geni come DeLillo non ce n’è!”, mi risponde con un tono piccato.

Mi sa che gli ho urtato la sua sensibilità letteraria. Ora sono io a cambiare argomento, il dubbio m’è restato e vorrei togliermelo subito dalla testa. Meglio non toccarglielo e girare al largo dal suo Don.

“Levami una curiosità Ferdinando, da quand’è che hai preso a nuotare? M’avevi tenuto all’oscuro, di questa tua passione.”
“Che? Io mica vado in piscina per nuotare, io.”

Ecco, lo dicevo.

“Perché ci vai, allora?”
“Semplice, ho avuto un’idea geniale.”

Leggendo ripetutamente e reiteratamente opere di riconosciuti geni, è facile che si abbiano idee geniali. La proprietà transitiva esiste e questa ne è la dimostrazione lampante.

“Sto scrivendo una serie di racconti noir postmoderni, ambientati nel mondo dello sport.”
“Scusa?”

“Adesso che è inverno comincio con le piscine coperte e riscaldate. Poi, con la bella stagione, mi sposterò sui campi di calcio, pallavolo, hockey su prato e basket. Ho bisogno di fare precise e dettagliate ricerche sugli ambiti specifici, come fanno gli autori americani, come fa DeLillo. Nulla deve essere lasciato al caso.”
“Bravo, però. Chi te l’ha data quest’idea?”
“Un grosso editor d’una grossissima casa editrice, alla scuola di scrittura. Sai, si parlava di trarre storie da ciò che ci circonda, approfondendo e sviscerando tematiche non troppo banali o già sfruttate e… così m’è venuta l’idea! Hai mai sentito d’un serial killer che si nutre a merendine ipercaloriche e che s’accanisce sui frequentatori di impianti sportivi?”

Dopo questa rivelazione, scoppia in una grassa risata e, salutandomi con un cenno, a gran colpi di pedale, s’allontana zigzagando pericolosamente tra i pedoni. Io, con un senso misto di sollievo e vuoto cosmico, rientro in F. Io sono lì per il romanzo d’avventure, non me lo sono scordato. Faccio qualche passo inoltrandomi nella libreria e adocchio un manifestino appeso alla colonna che sorregge le scale centrali. Apprendo che l’incontro si terrà nella saletta del secondo piano, locale che ben conosco, decisamente più raccolto e defilato, molto meno mainstream dell’area presentazioni ed eventi del piano terra. Il bar, tanto per dire, è lontanissimo. E Ferdinando, secondo me, la sapeva perfettamente sta cosa qui. Salgo le scale, entro nella saletta e m’accomodo, districandomi tra file ordinate di seggiole molto ravvicinate, cercando di non fare troppo rumore. La presentazione è già iniziata da qualche minuto. L’atmosfera è rilassata, quasi informale, ci saranno una trentina di persone, tutte attente, motivate e curiose (a me danno quest’impressione). Chi parla, adesso, è il curatore (l'editor scopritore) del romanzo, e sta introducendo il libro, cercando di raccontarne la trama, ma senza svelarne i retroscena più sorprendenti, quelli che potrebbero togliere il sano gusto alla lettura.

Chi parla non è solo. Alla sua destra è seduto un critico letterario e alla sua sinistra c’è uno stimato docente universitario.

Si parla del collettivo che ha scritto il libro. Pare di capire, fuor di metafora, che sono arrivati molto prima di molti altri, su molte, parecchie cose.

Per esempio.

Lo Splatter? Primi.
Il pulp dei nostri (ex) giovani cannibali? Ancora primi loro.
Ironie e forzature linguistiche, quasi al limite del post modernismo? Sempre primi loro.
Scene di sesso spinto alla Melissa P.? Impareggiabilmente primi loro.
L’idea del romanzo collettivo alla Luther Blisset e Wu Ming? Primi, sempre indubbiamente primi.

Ne sapevano una più del diavolo e, divertendosi probabilmente come dei mattacchioni, hanno scritto un romanzo singolare e unico. Dall’intatta potenza espressiva anche a distanza di quasi un secolo.

Si prosegue e si discute di comunismo, di Vaticano, di Cina, di fantapolitica, di fascismo, di mezzi di trasporto, di vendette trasversali. Tutti argomenti indiscutibilmente attualissimi o quasi. Veniamo a sapere che (sembra una spiegazione plausibile) il libro è scomparso dalla scena letteraria italiana anche e soprattutto perché, del ventennio fascista, tendenzialmente, se ne parla ancora oggi un po’ malvolentieri. Il periodo resta ostico e scomodo. Sia come sia, il romanzo in questione è un grande romanzo popolare, ricco d’avventure e zeppo di simbologie, raffinati richiami e sofisticate citazioni nascoste. Un romanzo collettivo (forse) scritto per gioco, un divertissement strutturato, dalla trama complessa e articolata, una spy story in clamoroso anticipo sui tempi.

Parentesi: ciò che fa grandi gli americani e che, al contempo, manca qui da noi. Lo sanno anche i muri che in Italia siamo (sono?) tutti ripiegati sulle solite vicende intimiste, ombelicali e incestuose. Abilissimi narratori di virtuosismi psicologici, molto più che costruttori di trame, dono innato dei fottutissimi yankee.

La presentazione, dopo queste note finali non so quanto rincuoranti, termina con un bell’applauso. Dalle retrovie, con perfetto tempismo, fa la sua comparsa una ragazza, una graziosa commessa della F. Ha con sé una bottiglia di spumante e dei bicchieri e ciò la rende ancora più graziosa e simpatica. Lei armeggia col tappo, i tre relatori parlano fitto tra loro, scambiandosi le prime impressioni a caldo e il grosso del pubblico si avvia all’uscita. E intanto, risalendo la corrente in senso inverso, vedo entrare a passi timidi ma risoluti, un ometto piccolo piccolo, dai capelli bianchi e dal corpo fragile, esile e minuto. Un taccuino di fogli bianchi squadernato in mano, una biro nell’altra, una macchinetta fotografica a tracolla. Se ne sta lì, senza disturbare nessuno, un passo dietro tutti, quasi a fare da sfondo.

La bottiglia viene stappata, i relatori sciolgono il cerchio che avevano formato e alzano i calici di plastica. Per chi è rimasto insieme a loro, adesso, è giunto il momento del brindisi. E allora si brinda, e visto che io ero astutamente rimasto nei paraggi, brindo anch’io!

Tra chi è rimasto, si formano un paio di capannelli, nei quali si prova a discutere un po’ in generale di scrittura, di tempi moderni e di pagine culturali dei quotidiani. Io galleggio un po’ qua e un po’ là, cercando di non perdermi una parola e finendo per non capire un accidente di niente. Peccato che Ferdinando non ci sia, penso ingollandomi amabilmente lo spumante che mi scende frizzando fresco nella gola, anzi meglio. Lui la bottiglia se la sarebbe scolata in un solo sorso e non avrebbe lasciato nulla a nessuno, da giurarci.

L’omino imbiancato, piccolo piccolo, nel frattempo s’è fatto sotto. Un passettino alla volta, senza fretta ma con metodo e pazienza, ora mi è a un passo. S’avvicina ancora un po’ e mi chiede, indicando il docente universitario: “Quel signore con gli occhiali è… (segue il nome del critico letterario, che, per la cronaca, è appena andato via)?”

Io pur non percependo il senso profondo della domanda, gli rispondo che l’uomo che lui pensava essere il critico letterario, in realtà è uno stimato docente universitario. L’omino fa una smorfia piccola piccola, proporzionata alla sua statura e resta immobile, avvolto nei suoi pensieri. Poi s’accosta senza timore o reverenza alcuna, al docente universitario, gli porge taccuino e biro e, senza giri impropri e inutili, gli chiede un autografo con dedica. Non pienamente soddisfatto, procedendo coi suoi modi cortesi ma fermi, chiede anche il permesso di scattargli una foto. Il professore prova a ritrarsi, ma dopo una flebile resistenza, decide di arrendersi, l’omino ha maniere disarmanti a cui non si può resistere. Dunque monta un bel sorriso e si mette in posa. Il flash scatta inesorabile e l’omino soddisfatto ringrazia.

Ora m’è tutto chiaro.

Ho davanti a me una specie di reincarnazione letteraria, distorta, originalissima e invecchiata de L’uomo autografo di Zadie Smith.

L’uomo che chiede gli autografi vive, esiste veramente e lo sto vedendo coi miei occhi, in questo esatto preciso istante. Ma l’uomo autografo che vedo io, non s’accontenta del semplice autografo, eh no!, lui ha inventato e creato una sua personalissima variante. Quest’uomo sì che è un genio (un altro, da aggiungere alla lista).

L’uomo autografo prosegue nella sua opera meritoria e bislacca. Ora è la volta del curatore del romanzo. Anche con lui, dedica personalizzata, autografo e foto a figura intera.

Io osservo a debita distanza la scenetta e mi viene da pensare, non so quanto maliziosamente, che magari non ha nemmeno il rullino dentro e scatta giusto per scattare, tanto per compiere il gesto. Questo sì che sarebbe un bel colpo di scena. E se invece fosse la reincarnazione di qualche spirito letterario/fotografico errante? Mah, questo sarebbe davvero chiedere troppo. Certo è che, a sentire la ragazza della F, l’uomo autografo non se ne perde una, di presentazione, peggio di Ferdinando, insomma. Lui è uno di quelli che c’è sempre, non ne salta una manco a impegnarsi, nell’ambiente si dice persino che porti fortuna, spiega lei. Questo lo dico perché, se uno è scaramantico e allo stesso tempo è pure scrittore in odore di vernissage, conviene che se lo tenga buono, l’uomo autografo.

Provo anche a immaginarmi la sua casa. Un terremoto d’autografi, dediche e foto appese alle pareti. Altri fogli sparsi, scarabocchiati, disordinati sui pavimenti. Sarebbe una gran cosa visitare la casa dell’uomo autografo, ci scommetto, sarebbe come entrare al Louvre. Un giorno che mi capita, giuro che lo seguo!

L’uomo autografo pare avere un solo difetto. Arriva sempre verso la fine, troppo verso la fine, così troppo che a volte è troppo tardi e l’oggetto dell’autografo, lo scrivente o autore che dir si voglia, ha già fatto a tempo a salutare baracca e meneghini e se n’è andato. Ma si sa, di presentazioni a Milano ce ne sono a iosa e stare dietro a tutte, mica è robetta da niente. Provateci voi. Che poi, credo che all’uomo autografo non interessino le presentazioni in quanto tali, no, lui fa incetta d’autografi e di foto di persone che ritiene meritevoli e importanti. Zadie Smith e il suo libro non c’entrano o forse sì, chi può dirlo con certezza. Magari l’uomo autografo in questione, colui che ho appena visto all’opera, piccolo piccolo, esile e coi capelli bianchi, l’ha pure letto il libro della Smith. Dirò di più, di sicuro c’ha anche l’autografo e la foto della bella Zadie, figurarsi se gli mancano proprio quelle.

L’uomo autografo, nonostante abbia mancato di poco il critico letterario, ora sembra soddisfatto. Ad ogni modo si guarda un po’ in giro per vedere se può colmare la lacuna con qualcun altro d’appetibile. Una qualche specie di saldo dell’ultima ora, giusto per chiudere in bellezza la più che buona serata.

Io esito un istante, poi provo a darmi un tono e mi butto. Con consumata noncuranza incrocio il suo sguardo che fluttua nel vuoto e gli sorrido, rassicurante e amabile.

Quasi, quasi vado a firmargli un autografo anch’io.

________________________________

[¹] Il vero protagonista di questa piccola storia è un altro personaggio, un personaggio che sta ai limiti della leggenda, un personaggio cui avevo accennato qualcosa nell’ultimo post.

[²] “Lo Zar non è morto”, de Il Gruppo dei Dieci, Sironi editore.


Posted by Giuseppe Braga at 18:40 | Comments (0)

19.09.06

I miei personaggi mi scrivono / 7. Con tutti i crismi

di Paolo Gravellini

Ecco sì, allora non me lo sono inventato. E' documentato nel libro di Braga. Quella sera lessi. E prima ancora scrissi il mio primo (e unico) racconto. Lo volevo che rispettasse tutti i crismi appuntati sui miei fogli senza righe quadretti. Le note delle precedenti lezioni. Quasi una formula esatta (i crismi). Eppure il ricordo di quella serata di Tikkun, scappato dall'ufficio che è tardi, mi insospettisce.

- Chi legge stasera? - Buttò lì la Signora Dettaglio.
- Tocca a te, dai, avevi promesso che lo facevi -, mi disse qualcuno alle spalle, forse Braga stesso.
- Leggo io, se nessun'altro ha portato qualcosa naturalmente -.
Nessun'altro aveva portato qualcosa, sarebbe stato meglio che qualcun altro avesse avuto qualcosa da leggere, mi sarei tirato indietro mostrando generosità, spirito di gruppo e umiltà, - no figurati leggi tu, io non ho niente di speciale – avrei detto. Non c'era più scampo invece, toccò a me.
I compagni aspiranti si rilassano, gli occhietti fissi su di me, sentiamo, sentiamo un pò, è la prima volta per questo qui. Alcuni sono spettatori al colosseo, sangue. Gli altri, genitori al saggio di danza della figlioletta, compassione. Qualsiasi capitombolo, compassione.
Mi feci forza. Sapevo di aver messo tutti gli ingerdienti giusti nel racconto, avevo seguito gli appunti, pure Kennedy c'era (la Storia). Due epoche che si rincorrono attraverso il legame padre figlio, riscatto della memoria del primo, Kennedy non muore a Dallas.
Dopo le prime righe riesco a sentirmi, sono anch'io seduto di fronte con la fretta di farmi un'opinione su quello che ascolto, ma non mi capisco, è troppo complicato. Vedo qualcuno nelle prime file che si sistema sulla sedia, la storia non funziona, non offro appigli, non accompagno, troppa fatica, stupido.
Terminai quasi sottovoce. Volevo scusarmi. Rinaldo mi fissò dubbioso, Lucia comprensiva le-prime-volte-va-sempre-così. Fioccarono le domande: ma che foto era quella che cercava? Perchè Kennedy è dal Woytila? Che fine ha fa fatto la ragazzina?
Come sempre quando mi sento braccato ringhio: si capiva benissimo… qui era charo che… assolutamente era voluto l'elemento di disturbo…
Poi rinunciai. Fu ben in vista la mia bandiera bianca. Quindi ecco la fase degli incoraggiamenti: - beh, però potresti riscriverlo, l'idea era buona -, qualcun altro: - bisogna allenarsi, scrivere è per il 90% un lavoro da artigiano -.
Tornai a sedermi, anche Braga mi incoraggiò: - la descrizione della ragazzina era forte, comunque-.
Però. Forse ricordo male. Ho riletto il racconto da solo concentrato obiettivo, bisogna lasciar passare del tempo prima di rileggere. Mi sembra tutto chiaro. Forse mi diagnosticarono tutti un talento evidente, la Signora Dettaglio disse che bisognava assolutamente pubblicarlo. Qualcuno chiese come era nata l'idea di non far morire Kennedy per un caso fortuito.
Ritornai al mio posto e Braga commentò con una pacca sulla spalla e un sorriso.
Ecco, di sicuro ci fu solo il sorriso.


Paolo Gravellini

Posted by Giuseppe Braga at 07:34 | Comments (0)

15.09.06

pizza, birre e reading!

di Giuseppe Braga

reading blog.jpg

Mercoledì scorso, tredici settembre, due giorni fa, come avevo annunciato un paio di post addietro, ho presentato il mio libro, “Ma tu lo conosci Joyce?” (il titolo, lo dico giusto per i distratti), nella libreria Feltrinelli (concedetemi la pubblicità, è il minimo che possa fare per sdebitarmi, ci hanno pure offerto lo spumante, alla fine!) di corso Buenos Aires, a Milano.

È stata un’esperienza molto interessante. Roba che la rifarei già domani, ecco, peccato che ci stanno anche gli altri e che il mondo sia pieno, stracolmo, strabordante di scrittori, scrittori che pubblicano (ormai lo sappiamo, pubblicano proprio di tutto, ormai) e, di conseguenza, presentano i loro libri, di norma in libreria, ecco. Ma è stato così bellissimo che lo rifarei anche domani, ecco. Magari in un angolino, non pretendo la sala principale.

È stata una serata ricca di sorprese e di incontri e avvenimenti sorprendenti.

Per esempio.

Ho trovato, appena entrato in Feltrinelli (ero entrato insieme al grande Balda, il quale era in compagnia – ce l’aveva a tracolla, da perfetto jazzista – del suo sax, aveva un cappello comprato a Chicago, in testa non a tracolla, e occhiali da sole scurissimi, alla Ray Charles, ma lui, Balda il grande, ci vede benissimo), ho trovato i miei genitori. Dico subito questa cosa qui: i miei genitori non era previsto che venissero. Non me l’avevano detto, insomma, m’hanno fatto la sorpresa, sì. Anche loro lì (avevano acquistato il divertente libro di loro figlio, grazie ragazzi!, teniamo alto il livello delle vendite, sì!, e un altro libro per la nipotina), anche loro erano dunque lì, in Feltrinelli (e io, chissà perché, ma lo so il perché, appena subito dopo averli abbracciati e baciati, la prima cosa che ho pensato, è stata: oh cazzo, e adesso come faccio a bermi le birre che dovrei bermi, intendo, quelle strettamente necessarie e sufficienti – ne avevo computate, a braccio, che me ne sarebbero servite almeno un paio – a farmi star tranquillo e necessarie e sufficienti a non farmi agitare troppo, con loro lì?).

I miei genitori poi, come per magia, sono usciti dalla Feltrinelli (era ancora presto, erano arrivati con largo anticipo) e ho fatto giusto in tempo a bermi una birra (una piccola). È servita, dopotutto, il suo effetto l’ha fatto. Ero molto sciolto e disinvolto, dopo. Ma certo non solo per il luppolo, sotto sotto c’era anche la sostanza, ovvio che sì. Me l’hanno detto in tanti: ehi, bravo, non sembravi per niente teso, eri proprio a tuo agio, complimenti, hai parlato (incredibile ma vero) e letto benissimo... eh, be’, erano tutte persone che, incaute, sottovalutavano le mie doti di grande performer.

Prima avevo già bevuto una birra, devo confessarlo. Lo confesso. Se devo esser sincero, come ogni scrittore – ammesso io possa considerarmi tale – dovrebbe essere (l’ho letto da qualche parte, non chiedetemi dove), se devo essere sincero devo dire tutto, quindi lo dico. Di corsa l’ho bevuta, una piccola chiara, dentro un bar di cui non ricordo il nome, nei pressi di piazza Argentina, col barista che mi guardava stranito, perché, contestualmente alla birra, stavo rispondendo alle domande delle giornaliste di Play Radio che, via telefono (ma come facevano, prima dell’avvento dei cellulari, a fare le interviste?), m’hanno intervistato – in diretta! – e temo d’aver detto – in diretta! –, una marea di cazzate, dentro quel bar, da solo, con la birra sul tavolo, con un paio di avventori che cercavano di scoprire a che quiz stessi rispondendo. Ma non stavo rispondendo a nessun quiz, io. Rispondevo, semplicemente (così mi avevano istruito fuori onda, le ragazze di Play Radio), al citofono. Sì, al citofono: driinn, chi è? Giuseppe Braga, eccomi qui!

Se una trasmissione si chiama Citofonare Play, c’avrà il suo perché, o no?

Ad ogni modo, grazie Flavia, è stato, ancora una volta, bellissimo!

Poi, birre e cazzate in diretta a parte, sono entrato, come dicevo, in Feltrinelli con Balda e il suo sax, ho attraversato la libreria e sono sceso. Nella saletta da basso ho trovato Pietro dell’ufficio stampa di Sironi e il personale della libreria che sistemava le seggiole. Poi ho quasi toccato una tizia che m’è passata davanti con una pila di libri. I libri erano tutti uguali. Ho avuto un tuffo al cuore. Erano loro. Quel faccione è inconfondibile, soprattutto per me. Tanti faccioni con gli occhi allucinati e lo sfondo blu. Poi ho anche sentito, in filodiffusione, una voce, suadente ma molto professionale, annunciare: tra poco avverrà la presentazione di… eccetera eccetera eccetera. E lì, non so come, non so perché, mi sono venuti i brividi.

Poi, a posteriori, mentre me la sfangavo alla grande, alla grande si fa per dire, rintuzzando domande ostiche e molto dettagliate (non così dettagliate come avrebbe potuto porle, ovviamente, la Signora Dettaglio che, ampliamente immaginabile come cosa, non c’era…) che provenivano da ogni dove, mi ha fatto un casino piacere, sapere che lì, c’erano i miei genitori, proprio seduti lì, ad ascoltare, insieme alle altre persone, le mie pronte e argomentatissime risposte.

Tante persone, più di cinquanta di sicuro. Ho un certo occhio, io, certo non sono come i sindacati confederali che esagerano sempre le stime, ma nemmeno sono come la questura che fa il contrario. Insomma, non le ho contate, ma più o meno, sì, saranno state una cinquantina.

Tra queste cinquanta e rotti non c’era la Signora Dettaglio, ma mi pare d’averlo già detto. Mancavano anche gli altri (loro, mettiamo il caso capitassero da queste parti e leggessero, sanno a chi mi riferisco), peccato. Neanche da dire che non si sapeva o che era stato mal pubblicizzato, l’evento. Anzi, direi il contrario. C’era una mezza pagina perfino sul Corriere della Sera, che io appena l’ho vista (la pagina con l’intervista, la foto e tutto il resto… be’, ragazzi, concedetemelo, sono cose che non ti succedono tutti i giorni…), stentavo a crederci. Sia come sia, forse erano tutti a casa a prepararsi per la prima puntata dell’Isola dei Famosi. Questo io l’avevo sottovalutato, ebbene sì. Quest’anno poi, ci sono il fantino Aceto e Raul Casadei e ho detto tutto.

Non ho avvistato nemmeno lettrici assidue e instancabili (di leggere cose proprie), che mi sarei aspettato di vedere, ma invece, del tutto inaspettatamente, ho rivisto una mia compagna di classe del Liceo (era da vent’anni e non è un modo di dire, erano proprio vent’anni, che non ci vedevamo). È stato poco più di un flash, una roba incredibile sfuggente che mi ha lasciato di sasso, perché poi, lei ha girato dietro a un pilastro, io mi sono distratto e non l’ho vista più. Di colpo, svanita nel nulla. E quindi ho pure il sospetto che sia stata un’allucinazione. Però, se così non fosse, se stai leggendo queste deliranti righe, ti prego, Cristina P., mettiti in contatto con me! Se no vado a Chi l’ha visto?, giuro!

Poi è arrivato Paolo, con la chitarra. Paolo e Balda, molto diligentemente, hanno cominciato ad accordare gli strumenti e a fare delle piccole prove. Paolo era tranquillo, Balda invece, da buon emotivo qual è, era tesissimo. Ma io non gli ho detto nulla. C’avevo già le mie gatte da pelare, io.

Poi sono successe altre cose, tutte significativamente rilevanti: è arrivato Matteo B. Bianchi e, via, via, è arrivata un sacco di gente. Amici e non. Nel senso che, parecchia gente ch’era venuta lì, non la conoscevo. La cosa mi ha, da un lato galvanizzato, dall’altro preoccupato. Metti che qualcuno s’era preso la briga di venire lì apposta per mettermi in difficoltà magari perché gli stavo sul culo, magari perché il libro gli aveva fatto cagare, magari perché aveva visto la foto sul giornale e aveva detto: guarda sto qui, che faccia da coglione che c’ha, oppure, ma senti tu che cazzo ha il coraggio dire sto deficiente del cavolo, adesso vado a sentirlo e gliene dico quattro. Poi ho pensato alla prima puntata dell’Isola dei Famosi, all’esordio di Brosio (quello che stava fisso, giorno e notte, davanti al palazzo di Giustizia milanese durante tangentopoli) come co-conduttore, a tutte ste cose televisive qui, e mi son detto, no, dai, se uno è qui è perché è interessato, dai. Un pizzico di ottimismo serve sempre nella vita. Queste sono le tipiche occasioni in cui bisogna farlo uscire.

Infatti è andata così. Tutte belle domande, tutti molto gentili e interessati. Anzi, visto che son qui, li ringrazio tutti. Grazie ragazzi, è stata una gran serata.

Poi hanno sistemato per bene le sedie e i libri e tutto quanto. La gente ha cominciato a sedersi.

C’era fibrillazione nell’aria, quindi abbiamo cominciato. Matteo m’ha presentato e abbiamo subito sparato due pezzi forti. Il sax e la chitarra facevano da sottofondo.

Dopo la lettura dei due pezzi forti, è cominciata la presentazione vera e propria. S’è parlato principalmente di aspiranti, di scuole di scrittura, di riviste letterarie, delle nuove frontiere telematiche, degli editori (soprattutto di quelli a pagamento), di come avevo fatto ad essere lì, di cosa parlava il libro, eccetera, eccetera.

In buona sostanza, abbiamo letto, suonato, parlato, risposto, ecc.

La gente, come dice una amica mia, era molto interagente (attenzione, il copyright di interagente pare l’abbia già depositato alla siae).

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Poi, sempre con le note del sax e della chitarra in sottofondo, abbiamo letto (stavolta in coppia, io e Matteo) altri due brani del libro.

Applausi... e come diceva quel tale, è stato bellissimo, signor Braga!

Al termine, abbiamo risposto alle domande, alcune insidiose (come dicevo), dei presenti. In generale però, domande molto ferrate e puntuali. Il pubblico era molto preparato, questo io l’aveva capito fin da subito, per quello che ero teso.

Poco prima, verso metà presentazione, è scattato un flash (di una macchina fotografica, la mia amica del Liceo non c’entra), ho alzato gli occhi e l'ho visto andar via. Era lui, ne sono certo. Di lui, dell’uomo degli autografi e delle foto, mi piacerebbe parlarne un’altra volta. Merita uno spazio apposito, solo suo.

Un’altra mia amica invece, non è arrivata proprio, l’ho saputo dopo (via sms, ah, i cellulari!). Non è arrivata perché aveva confuso libreria. Era andata, bella spedita sicura, nella Feltrinelli di piazza Piemonte (dall’altra parte di Milano), anziché in quella di corso Buenos Aires. Cose che capitano.

Poi, nell’ordine: autografi e dediche, spumante, baci e pacche sulle spalle, ma solo con alcuni, molti (soprattutto miei amici e conoscenti, e anche i miei genitori, adesso che ci penso, vorrà forse dire qualcosa?) se n’erano già andati via. Subito, appena terminata la presentazione. Ma in quel momento sì che era tardi, e la nuova avventura sull’Isola stava per cominciare.

Poi Balda ci ha portato da Spontini, lui è un habitué di Spontini. Da Spontini ci siamo mangiati la pizza. Spontini fa solo pizze, non si poteva spaziare molto. Buona però, molto, la pizza di Spontini, soffice e molto digeribile.

La serata l’abbiamo chiusa, tanto per non cambiare abitudini, in gloria, al Tango, sui navigli. Birra della staffa, insieme al caro Fede (non il giornalista, eh?), che finalmente ha avuto il buon cuore di comprarsi il libro. A dire la verità l’avevo minacciato, usando parole pesanti, e gli amici, i veri amici intendo dire, capiscono al volo quando non è più tempo di scherzare. Lui l’ha capito e l’ha comprato. E, vi dirò, ha pure offerto la birra...

Be', buona notte a tutti voi, sogni d’oro a tutte voi.

Posted by Giuseppe Braga at 14:11 | Comments (5)

Scatto roccioso

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Gianni, impegnato in una lettura rocciosa...

Posted by Giuseppe Braga at 10:23 | Comments (0)

12.09.06

I miei lettori mi scrivono / 11. Pur non essendo un romanzo...

di Francesca

Ho appena finito di leggere “Ma tu lo conosci Joyce?” e volevo dirti che mi è piaciuto tantissimo, ho riso molto, ma soprattutto mi ha permesso di mettere il naso in molte cose dalle quali mi tenevo lontana per paura o timidezza, chissà. Comunque ti volevo dire fondamentalmente due cose:

1- che il tuo libro, pur non essendo un romanzo, con la trama e tutto il resto mi ha fatto l'effetto che a volte fanno i bei romanzi, e cioè che quando li finisci ti accorgi di esserti affezionato ai personaggi talmente tanto che lasciarli ti dispiace (e qui penso soprattutto alla Signora Dettaglio, a Parazzoli e a M.r. E.P. - anche se probabilmente incontrati dal vero non sarebbero per nulla così).

2- io vorrei proprio tanto leggere "Oblò". È stupido da parte mia, nel senso che non so nulla di quel libro, di cosa parla, quanto è lungo, chi sono i personaggi... però, non so perché, io lo vorrei proprio leggere. Forse è proprio il fatto che per il momento non sia reperibile a far insorgere desideri così immotivati, in fondo chi non ha pensato, almeno per un momento, di voler leggere “Canemacchina” di Guido Laremi?

Ad ogni modo, spero che nel frattempo tu abbia trovato un editore.

[...]

ciao e grazie

Francesca

Posted by Giuseppe Braga at 10:19 | Comments (3)

09.09.06

Presentazione e reading di Ma tu lo conosci Joyce?

Mercoledì 13 settembre, alle ore 18.00, nella Feltrinelli Libri e Musica di Milano, in corso Buenos Aires 33, Matteo B. Bianchi
presenta Ma tu lo conosci Joyce?, accorrete numerosi...

p.s. il sottoscritto sarà presente!

qui e qui i link esaustivi.

Posted by Giuseppe Braga at 11:02 | Comments (0)

07.09.06

Una 'tina molto, parecchio rock...

Sull'ultimo numero di 'tina, la rivistina letteraria di Matteo B. Bianchi, tra gli altri, troverete un mio racconto/resoconto titolato: La leggenda del saggio bevitore (realistico riassunto di una serata molto, parecchio rock, vissuta intensamente sul mitico palco del Rolling Stone...). Il tutto lo si può leggere qui.

Posted by Giuseppe Braga at 10:25 | Comments (2)

Scatto da artista

Joyce, mon amour...

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Posted by Giuseppe Braga at 10:21 | Comments (0)

06.09.06

I miei lettori mi scrivono / 10. L'aspirante scrittore, un animale sociale

di Andrea

Ma tu lo conosci Joyce?

Che dire, è la prima volta nella mia carriera di lettore che mi imbatto in un libro scritto da una persona che ho conosciuto, anzi è la prima volta che leggo un libro con in copertina mezzo ritratto di una persona che conosco.

L'approccio è stato cauto e timido, avevo l'impressione di entrare nell'intimità altrui e per contro, assegnare il vero volto ad alcuni personaggi, toglie un poco all'immaginario che solitamente una lettura mi solletica.
Dopo un inizio un poco ostico dove ho vinto un po' i miei timori di intruso, la narrazione mi ha avvolto e mi sono ritrovato nel sotterraneo della libreria Tikkun alla luce delle candele (per la verità quando c'ero stato avevano ancora le lampadine).
Il libro mi ha sorpreso, mi ha rivelato che l'aspirante scrittore non è un animale solitario come immaginavo, ma bensì un animale sociale che si riunisce in branchi dove ognuno cerca e trova i difetti veri o presunti dell'altro in nome di un talento che è sempre superiore a quello altrui, regola a cui non sfugge neanche il protagonista.
Mi ha sorpreso scoprire che questo atteggiamento non abbandona l'animale scrittore quando diventa famoso, ma cambia solamente obbiettivo indirizzandosi altrove o in altre forme, che sia una peculiarità dello scrittore?
Una narrazione fluida, allegra e un ritratto graffiante del sottobosco letterario sconosciuto ai più.

Dopo la lettura, "Ma tu lo conosci Joyce?" riposa sullo scaffale accanto a “Il Partigiano Johnny”, chissà che sia di buon auspicio… (guarda che quel libro merita proprio).

Andrea

Posted by Giuseppe Braga at 07:29 | Comments (0)

01.09.06

Ho visto (tante cose in 40 giorni)

di Giuseppe Braga

Ho visto luoghi, incontrato gente e fatto cose. In sintesi, in questi quaranta giorni:

Ho visto un tremila chilometri abbondanti di asfalto. Più o meno buono, in condizioni più o meno decenti. Autostrade incluse.

Ho visto pochi incidenti, anzi quasi nessuno, fortunatamente.

Ho visto, in autostrada, quei cartelloni luminosi che ti invitano ad andare entro i limiti, a non bere, a mantenere le distanze di sicurezza, a non distrarti, a rallentare in caso di asfalto bagnato, ecc. e mentre li leggevo ho rischiato di distrarmi per davvero e di andare in culo a un autotreno.

Ho visto parecchie banconote di euro andare a gonfiare le tasche di benzinai felici.

Ho visto, più che altro ho trasportato, valigioni stracolmi di abiti, abiti che sono rimasti bellamente al loro posto, cioè, piegati dentro i valigioni. Più che altro della mia fidanzata, gli abiti. Ma non gliene faccio mica una colpa specifica, sia chiaro, so benissimo come sono fatte le donne (be’, più o meno, benissimo). Magari la prossima volta gliela svuto anticipatamente nottetempo, ecco.

Ho visto tanti cieli. Anche la grandine una volta.

Ho visto l’Emilia, la Romagna, le Marche e poi, finalmente, l’Abruzzo!

Ho visto un arcobaleno che attraversava tutta la vallata, dalla finestra di casa, in Abruzzo. Non ho espresso alcun desiderio.

Ho visto i cinghiali e i lupi. Ma solo le sagome, attenzione, disegnate sui cartelli.

Non ho visto stelle cadenti, la notte di San Lorenzo era nuvoloso, le altre notti avevo il torcicollo.

Ho visto un gregge misto, di pecore, capre e mucche. Attraversava la statale che stavo percorrendo. Erano moltissime, disciplinate e tenute sotto controllo da un paio di pastori abruzzesi cenciosi e svogliati, ma evidentemente parecchio autorevoli. Molto più emozionante che l’arcobaleno, se devo essere sincero.

Ho visto una vipera, era sulla strada per l’Alba Fucens (antichi resti romani), ancora col rigor mortis, con la testolina rialzata e la linguettina di fuori. Appena schiacciata da un’autovettura. Le ho fatto una foto, ma è venuta mossa. La vipera era morta stecchita immobile ma io ero in curva e ho dovuto fare in fretta, per evitare di venire schiacciato, come lei, da qualche autista distratto dal panorama.

Ho visto, per restare in tema di animali pericolosi, anche due scorpioni, nel soggiorno della casa nella quale stavo. Quelli li ho schiacciati io, vi tolgo la suspense.

Non ho visto Briatore, il suo Billionaire, le tasse sui vip e nemmeno il vulcano finto di Berlusconi. Non so se rientrano tra la categoria animali, ma un po’ pericolosi, a modo loro, lo sono…

Ho visto il Gran Sasso e la Maiella, ma da lontano. Non sono dispiaciuto di non averli visti da vicino, c’ero già stato e, se tutto va bene, li rivedrò in futuro. Muoversi, non dovrebbero muoversi. Maometto permettendo, si capisce.

Ho visto Sulmona, terra famosa per avere dato i natali a Ovidio. Più famosa per i confetti, però. Ovidio non me ne abbia.

Ho visto paesini, poco più che borghi, arroccatti su ripidissimi pendii di arcigne montagne. Abitati da quattro anime in croce, ma col viso sereno e disincantato di chi non c’ha a che fare col caos del traffico cittadino e con le code alla posta.

Ho visto Santo Stefano di Sessanio, borgo medievale in via di ristrutturazione e meritevole di una visita (tengo a precisare che non mi paga la proloco locale).

Non ho visto il computer (salvo quelle due, tre volte in cui ho controllato la posta elettronica in un internet point sulmonese gestito da una signora giapponese) per tutti questi giorni. Mi sembra di star bene, nessuna crisi di astinenza o che. Nemmeno sogni particolarmente strani.

Non ho neppure visto la televisione, in questi quaranta giorni, diamine! Oggi, che sono tornato a casa, disfatte le valigie (i famosi valigioni coi vestiti inutilizzati), assolti i più impellenti bisogni fisiologici, l’ho accesa. Ho visto subito il faccione di Mastella e ho spento immediatamente. L’ho preso come una sorta di avvetimento, un presagio. Un benevolo consiglio del destino. La televisione è brutta, sporca e cattiva, attento, se la guardi diventi come lui. E a me Clemente non piace proprio.

Ho visto invece, anzi, diciamo che l’ho letto, Lolita di Nabokov, e l’ho trovato scandalosamente bello.

Ho visto Calascio, un altro piccolo paese in provincia dell’Aquila.

Ho visto i resti del suo castello, in cima, sulla rocca più alta. Lì ci hanno girato Lady Hawk, il film con Michelle Pfeiffer e Rutger Hauger. Mi sono guardato un po’ in giro. Non c’era nessuno dei due. Solo un rapace, che volava lontano, maestoso e reale, un imperatore dei cieli. Che fosse Michelle?

Ho visto molte pizze, perlopiù Margherita, una anche col salame piccante.

Non ho visto ristoranti cinesi.

Ho visto e parlato con un ristoratore/barista locale (a Ovindoli). Io mangiavo un panino al prosciutto nostrano, lui ha provato con tutti i mezzi a farmelo andare di traverso: s’è messo a parlare di politica. Per farla breve, ce l’aveva un po’ con tutti, trasversalmente. Per lui son tutti ladri, il sud è abbandonato a sé stesso, chiunque entri in politica lo fa per garantire i propri interessi trascurando la collettività (manco a farlo apposta ce l’aveva con Mastella), Roma è ladrona (anche lì!). L’unico che non ruba, ero arrivato all’ultimo boccone, che non ruba come gli altri, che tanto, ricco com’è, nemmeno c’ha bisogno di rubare, per lui, per il ristoratore di Ovindoli, l’unico che si salvava dall’accozzaglia era proprio quello lì, quello del vulcano finto. Alla fine, ovviamente, mi ha salutato cordialmente, ci mancherebbe, ma senza erogarmi il vituperato scontrino fiscale…

Ho visto, mantenedomi in un certo senso in argomento, che a fine settembre uscirà il nuovo cd dell’ex premier canterino, instancabile animatore notturno. Canzoni d’amore napoletane. Penso che i multistore musicali non mi vedranno mai nei paraggi di quegli scaffali. La B la salto alla grande. Non me ne vogliano Bowie, Beck, i fratelli Bennato e Branduardi.

Ho visto una sagra dove, tra le varie prelibatezze, si mangavano anche le ranocchie fritte. Io però, ho mangiato solo gli arrosticini e gli gnocchi. Le caprette non mi fanno ciao, le patate tirano sempre e mi fanno decisamente meno impressione dei ranocchi.

Ho visto molta, parecchia gente che se le mangiava, però, le coscette di ranocchiette impanate fritte. Parevano felici e alla fine non saltellavano, se è questa la vostra morbosa curiosità.

Ho visto Fiordaliso, la cantante (non il centro commerciale di Rozzano), o una che le somigliava moltissimo, ma, detto tra noi, credo fosse lei, sì. Eravamo a Sulmona e lei aveva un gelato in mano. I gusti me li sono persi, si è girata proprio nel mentre stavo per decifrarli. Mi spiace. Non nascondo che mi sarebbe piaciuto scoprire i gusti preferiti da Fiordaliso.

Poi, dopo due rilassanti e paciose settimane d’Abruzzo, ho ricaricato i valigioni in auto, ho rivisto l’autostrada, i casellanti e i benzinai su di giri che contavano gli euro, e mi sono spostato nel Cilento.

Ho visto cose, in Cilento, cose quanto meno bizzarre che meritano d’essere raccontate.

Ho visto le bufale, anzitutto. Sia intere, pascolanti e ruminanti, che sottoforma di mozzarelle. Gli animalisti non si incazzino, io le bufale le preferisco nella seconda versione, mentre, a bocconcini freschi, entrano in contatto con le mie papille gustative. Anche quelle belle e saporite (il trucco sta nello strofinarci sopra il rosmarino) costatone alla griglia, oopps, qui si incazzano veramente…

Ho visto altre sagre, tipiche cilentane: quella del bosco a Perito, di Bacco a Pellare, degli Antichi Sapori a Stio e a San Nicola di Centina. Tutte basate sui cibi (e sui vini, sì!), precipuamente locali.

Ho visto la mia panza lievitare considerevolmente, il cibo e il vino locali cilentani fanno sballare anche i fautori della dieta a punti e gli astemi non troppo intransigenti.

Ho visto il mare, obiettivamente ne avevo visti di meglio.

Ho visto la casa (dove ho vissuto per due settimane abbondanti) e per poco non tiravo una testata alla padrona. La voglia m’è venuta, inutile far finta di niente. La casa era un tugurio, molto peggio del tugurio nel quale erano reclusi i ragazzi del Grande Fratello. Ho sperato fino alla fine che ci sarebbe stata anche per noi la Suite (o casa dei Nababbi o come caspita la chiamava la Marcuzzi), ma avevo sbagliato a capire. La casa è rimasta sempre quella. Proprio vero. Certe cose accadono solo dentro alla tele.

Ho visto dei bei tramonti. Dal ballatoio antistante la casa. Meno ci stavo, lì dentro, meglio stavo.

Ho visto un bagno che nell’ordine era: senza finestre, senza areatore, col wc senza tazza, con lo specchio scentrato rispetto al lavandino, senza box doccia e col sopraporta aperto, senza vetro, che dava direttamente nel soggiorno. Architettura d’interni sperimentale, per un attimo ho pensato. Ma era pensare troppo alto, evidentemente, e c’era pure da fare i conti con la stringente realtà contingente, non so se mi riesco a spiegare. Intendo: purtroppo era il mio bagno, cazzo. Intendo, purtroppo non ero il solo a usufruirne. Eravamo in tre, purtroppo. Purtroppo a volte mi scappava pure a me la roba grossa. Be’, lasciamo perdere e sorvoliamo. Pensiamo alto, sì.

Ho visto una caldaia che perdeva acqua e che stentava ad accendersi, faceva cilecca, l’ho vista parecchie volte, accidenti. Problemi di pressione e di età (le caldaie ci assomigliano più di quanto non si possa credere).

Ho visto queste cose, e tante altre che per amor proprio non dico, tutte dentro alla casa dove ho alloggiato per due settimane, manco avessero fatto a gara per stare tutte lì, meglio non averle viste quelle cose, fidatevi.

Ho visto Pisciotta, Palinuro e la costa cilentana. Davvero notevole. Rocce a strapiombo sul mare, calette meravigliose, alberi da frutto e macchia mediterranea a gò gò.

Ho visto una ragazza che, in spiaggia, leggeva Ho voglia di te, il libro di Moccia. Giuro che non le ho fatto nulla, né a lei, né al libro che aveva tra le mani.

Ho visto Paestum, ma da lontano.

Ho visto la sosia di una mia ex-fidanzata, era spiaccicata, fottutamente identica. M’è preso un colpo, sono almeno sei anni che non la vedo. Eravamo appena entrati al ristorante La Scogliera. Che coincidenza, anche lei lì. Poi l’ho squadrata meglio, lei e la tavolata alla quale era seduta. A dire il vero non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso, che quasi il marito si stava alzando e stava venendo da noi. Poi, mano a mano, i particolari sono venuti a galla. Non era lei, no che non lo era. Questa era tedesca e aveva, almeno, dieci anni in meno. E, particolare non secondario, nove figli.

Non ho visto meduse, nemmeno squali, piranha o barracuda, nonostante l’innalzamento delle temperature delle acque del mediterraneo e la conseguente tropicalizzazione dei mari, non li ho visti.

Ho visto Agropoli e gente che stava per menare le mani per un tavolo in pizzeria.

Non ho visto il concerto dei Ricchi e Poveri, ma per poco. A Casal Velino li aspettavano (io ero tra quelli che li aspettava), ma l’organizzatore, smorzando gli entusiasmi sul nascere, ci ha detto che l’aereo sul quale viaggiavano aveva avuto dei ritardi e che il concerto era stato rinviato di un giorno. Il giorno dopo ripartivo e così li ho persi. Ma una validissima scusante ce l’avevano, i Ricchi e Poveri. Arrivavano direttamente dalla Russia, eccheccavolo. Chissà lo sbalzo termico, ho pensato. A Casal Velino in quelle sere faceva un caldo della madonna. In Russia non credo. Occhio all’umidità ragazzi, che la voce può risentirne, eh!

Ho visto code a tratti sulla Salerno – Reggio Calabria. Nel tratto Battipaglia – Ponte Cagnano le vedono tutto l’anno.

Ho visto molte, parecchie case (costruzioni, edifici in genere) non finite, lasciate a metà. Mi dicono che nel sud, in particolare da quelle parti, è una consuetudine, una simpatica usanza edilizia. Io pur sforzandomi non la capisco, anche se a qualcuno può sembrare simpatica – e forse redditizia – per davvero.

Ho visto ville, villone, villette e affini (alcune, anzi molte, non terminate, ovviamente), in riva al mare, a non più di trenta, quaranta metri dalla costa. Mi chiedo cazzo servano gli uffici urbanistici e i Piani Regolatori. Ma forse è solo derformazione professionale, chissà.

Ho visto, appena alle spalle della spiaggia, poco lontano dalle orde dei bagnanti, montagne e colline verdissime, immacolate e inesplorate, che riconciliavano lo spirito.

Ho visto e ho preso molto sole.

Ho visto e preso, per fortuna, poche sòle (questa forse la capiscono solo i romani…).

Ho visto il mare e fatto alcuni bagni, pur non allontanandomi troppo dalla riva. La prudenza non è mai troppa e il mare, ricordatevelo sempre, è traditore.

Non ho fatto castelli di sabbia.

Ho visto il mio ombrellone piegarsi e soccombere sotto le folate di vento. Va pur detto che c’aveva una sua età e comunque, quando l’ho visto inabissarsi nel cassonetto, per mano mia, un tuffetto al cuore m’è venuto. C’ero affezionato a quegli spicchi rossoblu stinti e a quel bastone arrugginito.

Ho visto parecchia, indiscutibilmente troppa, spazzatura in giro. Ovunque ti giravi, ne trovavi. E a me piangeva il cuore, lo dico davvero. Il mio ombrellone non c’entra.

Ho visto automobilisti quantomeno indisciplinati.

Ho visto sorpassi quantomeno azzardati.

Ho visto parcheggi quantomeno inopportuni.

Ho visto gesti, attraverso il cruscotto, quantomeno volgari, spesso rivolti al primo sventurato malcapitato.

Non ho (quasi mai) visto, quantomeno ne ho visti davvero pochi, vigili o agenti di polizia stradale, quantomeno nei punti dove avrei avuto piacere vederli.

Ho visto… ehi, avete visto come sono diventato diplomatico?

Ho visto un polipo a pezzetti, nel mio piatto, insieme alle patate, al ristorante La Scogliera di Ascea. E poi anche un bel fritto misto, tanto per essere precisi.

Ho visto, sulla spiaggia di Velia, località Ascea marina, Thomas Pololi, Valerio Millefoglie e Paolo Cammarano, giovani e brillanti scrittori milanesi. Si distinguevano, dalla massa indistinta dei bagnanti, per via del libro che ognuno di loro teneva sottobraccio. Che begli incontri che si fanno, sulla spiaggia di Velia. Solo Cammarano, per gli amici Spremuta, era a mani vuote. Per un attimo ho pensato al da farsi. Poi ho raccattato solo le dieci euro. Ho tenuto il profilo basso, insomma. Al bar ci siamo andati, per festeggiare l’incontro, e ho offerto io, alla grande. Ghiaccioli per tutti!

Ho visto ragazzi che cantavano il famoso po-po-po-po-po-po-po (con sette po, attenzione, diffidate dalle imitazioni) e anche: I Campioni del Mondo Siamo Noi, Siamo Noi… ma di francesi in giro non ce n’erano, al più qualche tedesco che si faceva i cazzi propri.

Ho visto il lungo mare di Ascea, coi giardinetti, la fontana, le panchine, i lampioncini, le fantasiose pavimentazioni… avrei potuto tranquillamente farne a meno. L’arredo urbano di Milano mi basta e avanza.

Ho visto cornetti alla crema e alla nutella. Li hanno visti anche le pareti del mio stomaco, gioiscono ancora.

Ho visto le sfogliatelle alla ricotta. Idem come sopra.

Ho visto fiori di zucca in pastella, salsicce e costolette alla brace, melanzane ‘mbuttunate, pittule, peperoni al forno, cinghiale in umido e molte, parecchie altre cose che voi umani non potete neanche…

Ho visto Acciaroli e Pioppi, e queste sono davvero felice di averle viste.

Poi ho visto per l’ultima volta il tugurio, ho rivisto il valigione, ho litigato col bagagliaio dell’auto per farcelo stare dentro, ho salutato gli amici, le sagre e il mare, ho rivisto l’autostrada, i casellanti, le partenze intelligenti, i benzinai felici, ecc.

Ho visto il cartello di uscita Milano, ho visto la barriera di Melegnano, ho visto la tangenziale ovest, ho visto la statale della Val Tidone, un paio di rotonde, due semafori e alla fine ho visto il cancello di casa. Ho fatto le prime cose che si fanno quando si torna dalle vacanze.

Poi ho scritto questo resoconto e ora mi rilasso. Ho appena riacceso la televisione, ho accuratamente evitato il canale di prima e mi sono sintonizzato su MTV. Stanno trasmettendo l’ultimo video di quel gran pezzo di gnocca di Beyoncè… per la miseria, mi sa che l’incantesimo di Mastella è già finito, la tv vince sempre!

Posted by Giuseppe Braga at 08:46 | Comments (4)

son tornato...

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Posted by Giuseppe Braga at 08:44