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21.09.06

Ferdinando e l’uomo autografo

di Giuseppe Braga

Io ho un amico, mi pare d’averne già parlato, tempo fa. Quest’amico mio (nulla vi impedirà di pensarlo immaginario, nulla io farò per farvi cambiare idea), si chiama Ferdinando. Ferdinando, ai suoi tempi belli, suonava il sassofono (a lui ci piace, da sempre, il jazz…), poi, di punto in bianco, per una serie di vicissitudini (i suoi tempi brutti), decise di mollare lo strumento e di darsi, coraggiosamente, alla scrittura creativa. Un bel salto, effettivamente sì, si trattò d’un bel salto. Non sarò certo io a dire se fece bene o no, sta di fatto che sono un paio d’anni, ormai, che s’è buttato.

Risultato: legge molto (letteratura postmoderna americana, principalmente), scrive alquanto (racconti autobiografici vertenti su temi ricorrenti, quali: la sua ex, il suo sax, la birra al doppio malto e la fellatio) e partecipa ossessivamente a presentazioni in librerie, a reading con autori, ecc.

E, ovviamente, in ultimo ma non per ultimo, s’è iscritto a una scuola di scrittura creativa.

Postilla: tutte queste cose le fa quando si regge in piedi e non eccede con la birra al doppio malto, s’intende.

Qualche mese addietro ci siamo incontrati in una libreria (i nostri incontri avvengono, solitamente, nelle librerie, solitamente nelle librerie con i bar, quelle sono le sue preferite). La breve storia che sto per raccontarvi, riguarda quel nostro incontro e ciò che ne è seguito¹.

Tanto per cambiare, l’occasione del nostro incontro, fu la presentazione d’un libro. Un grande romanzo d’avventure². Un testo scritto tra le due guerre, uscito nel 1929, per mano di un collettivo formato da dieci scrittori più o meno noti dell’epoca, romanzo popolarissimo e molto letto in quegli anni, ma poi, via, via scomparso progressivamente dalle librerie, mai più circolato su vasta scala e men che meno citato in alcuna antologia. Ristampato e ripubblicato, settantacinque anni dopo, grazie al fiuto, alla curiosità e all’intraprendenza di un editor che ci sa fare per davvero (lo dico io, ma lo dicono pure molti altri, molto più qualificati di me, quindi mi permetto di dirlo pure io...). L’ha scovato in una piccola libreria della sua città, se l’è letto in una notte, divorato, tutto d’un fiato se l’è bevuto e poi, entusiasta e sorpreso al tempo stesso dell’oblio nel quale era precipitato quel formidabile romanzo, ha fatto in modo che venisse rimesso in circolazione e dunque che fosse fruibile nuovamente, almeno a livello potenziale, al grande pubblico. Come nota a margine, si può rivelare che il libro, dopo un paio di mesi è giunto agilmente alla prima ristampa.

Sede dell’incontro è stata la libreria F di piazza P, a Milano. Una volta deciso di presenziare all’evento, perdonatemi, ma non ho resistito e ho subito chiamato Ferdinando. A lui le presentazioni piacciono assai (ove possibile non se ne perde una), come ho poc’anzi detto, soprattutto se accompagnate da sostanziosi buffet.

Al telefono, mezzo assonnato, mi assicura che sarà lì, alle sei precise, puntuale, e si raccomanda che sia anch’io lì all’ora stabilita. Pensa la combinazione, ma stava per chiamarmi lui, sì, come no, ha delle cose importanti da darmi, sottolinea con uno sbadiglio. Immagino si tratti dei cd che m’ha promesso. Ferdinando, tra una birra, un racconto, una fellatio immaginaria e un’altra birra (meno immaginaria), mi sta introducendo sapientemente nel mondo del jazz.
Com’è, come non è, alle sei e venti abbondanti lo vedo arrivare pedalando svogliato a cavallo di una bicicletta. Ovviamente non si scusa per il ritardo, per lui è una cosa più che normale. Per fare lo spiritoso, appena m’inquadra nel suo campo visivo, accelera improvvisamente e mi punta, scampanellando come un pazzo. A meno di tre metri, quando mi sto preparando all’impatto e per evitarlo sto prendendo in seria considerazione di gettarmi sul cofano d’un auto in sosta lì a fianco, Ferdinando inchioda e frena. Essendo imprudente e naif di natura, il ragazzo, usa i freni delle ruote anteriori e quasi s’impenna. Non mi frana addosso solo perché ha l’intuito di puntare i piedi per terra e perché lo zainetto che ha sulle spalle agisce da contrappeso. Heilà, dopo avermi salutato sbrigativamente ed essersi sincerato sul mio stato di salute generale, se mi centrava sarei stato peggio, non si perde in fronzoli ed estrae dallo zainetto, non dico uno, ma ben quattro cd e con un gesto svolazzante e teatrale, me li ammolla tra le mani.

“Guarda che questi sono bellissimi, uno più bello dell’altro… solo per dirti, lì dentro ci suona gente come Miles Davis, John Coltrane, Julian Cannonball Adderley, Hank Jones, Curtis Fuller, Bill Evans, Sonny Rollins, Max Roach…”
“Be’, bene, grazie…”, gli dico sulla fiducia, che dei nomi che m’ha sparato a raffica ne conosco a malapena tre, grazie, Ferdinando, grazie davvero.
“Adesso mi dovrai offrire qualche birretta per tirarti in pari…”, mi fa lui, strizzando l’occhio.
“Certo, naturale. Perché non leghi la bici, così entriamo e comincio subito a sdebitarmi?”

Ferdinando mi guarda sconsolato, quasi contrito e mi spiega che non può restare, che per le birre ci sarà tempo, mica scappo, che tra l’altro ne ha già bevute cinque nel pomeriggio (una in più dei cd) e per oggi sono più che sufficienti. Che non può, che ha un impegno inderogabile, che deve scappare via subito, che.

“Hai il corso di scrittura?”, gli chiedo, mentre tiro un sospiro di sollievo, perlomeno tornerò a casa col portafogli ancora gonfio.
“No, no, quello c’è l’ho al martedì, non ti ricordi?”
“Già, me l’ero scordato, hai ragione, allora dov’è che devi andare, a un incontro amoroso?”
“No, no, vado in piscina.”

Ecco, la vita a me mi piace davvero tanto perché quando meno te l’aspetti ti cava fuori piccole sorprese, gemme preziose e profumate che ti lasciano di stucco. Non so voi, ma io, io una cosa che non avrei mai, mai pensato d’immaginarmi è Ferdinando che nuota a dorso, con la panza che gli fuoriesce dal pelo dell’acqua come il groppo d’un balenotto, tra le corsie d’una piscina. Ma cosa sarà mai, una sorta di vizio snob e perverso che gli è preso all’improvviso? Imbottito com’è imbottito di birra, malto e luppolo, forse ci va perché non sente la fatica, nell’acqua magari il malto fermenta, il suo stomaco si gonfia e lui galleggia. Forse fa da boa o da salvagente per i principianti.

Lo guardo meglio. È sempre lui, barba sfatta, capigliatura ribelle, giacca di velluto un po’ bohemienne. Osservo nel dettaglio. Dalla tasca gli fuoriesce la cresta d’un libro. È Compagni di sbronze, invariabilmente il suo libro cult, dell’amatissimo imprescindibile sacro vecchio Buk.
“Lo tengo per far colpo sulle ragazze”, mi dice lui, appena s’accorge che il mio sguardo era caduto proprio lì.
“Agli incroci, al semaforo, lo tiro fuori e fingo di leggerlo, tanto lo conosco a memoria, Compagni di sbronze è uno di quei libri che ti potrei citare a occhi chiusi e pedalando all’indietro. Sulle ragazze fai sempre colpo se sei un po’ trasandato e intellettualmente attivo. Bukowski poi, è una certezza matematica, una formula infallibile, te l’assicuro!”

Non metto mai in dubbio i dogmi del mio amico. D’altro canto, credo di capire. In piscina ci andrà, questo il mio ragionamento, ci andrà giusto per sbirciare le ragazze in costume, quel mandrillo d’un Ferdinando. Figurarsi se si mette a nuotare, dai!

“Qual è il libro che presentano stasera, scusa ma me lo sono scordato”, cambia argomento lui.
“Un vecchio romanzo d’avventure, riscoperto e ristampato in questi mesi.”
“Avventure… be’, peccato, ma non posso proprio restare, mi spiace. Vedrò di dargli una sfogliata uno di questi giorni che ricapito in libreria. Tanto per allargare un po’ gli orizzonti. E poi, lo sai, di te mi fido… ah, piuttosto, ma lo sai che adesso sto leggendo David Foster Wallace? È un grande, quel tizio lì, proprio un grande, cazzo!”
“Grande quanto Don DeLillo?”, gli faccio senza pensarci.
“Eh no!, ehi, vacci piano, geni come DeLillo non ce n’è!”, mi risponde con un tono piccato.

Mi sa che gli ho urtato la sua sensibilità letteraria. Ora sono io a cambiare argomento, il dubbio m’è restato e vorrei togliermelo subito dalla testa. Meglio non toccarglielo e girare al largo dal suo Don.

“Levami una curiosità Ferdinando, da quand’è che hai preso a nuotare? M’avevi tenuto all’oscuro, di questa tua passione.”
“Che? Io mica vado in piscina per nuotare, io.”

Ecco, lo dicevo.

“Perché ci vai, allora?”
“Semplice, ho avuto un’idea geniale.”

Leggendo ripetutamente e reiteratamente opere di riconosciuti geni, è facile che si abbiano idee geniali. La proprietà transitiva esiste e questa ne è la dimostrazione lampante.

“Sto scrivendo una serie di racconti noir postmoderni, ambientati nel mondo dello sport.”
“Scusa?”

“Adesso che è inverno comincio con le piscine coperte e riscaldate. Poi, con la bella stagione, mi sposterò sui campi di calcio, pallavolo, hockey su prato e basket. Ho bisogno di fare precise e dettagliate ricerche sugli ambiti specifici, come fanno gli autori americani, come fa DeLillo. Nulla deve essere lasciato al caso.”
“Bravo, però. Chi te l’ha data quest’idea?”
“Un grosso editor d’una grossissima casa editrice, alla scuola di scrittura. Sai, si parlava di trarre storie da ciò che ci circonda, approfondendo e sviscerando tematiche non troppo banali o già sfruttate e… così m’è venuta l’idea! Hai mai sentito d’un serial killer che si nutre a merendine ipercaloriche e che s’accanisce sui frequentatori di impianti sportivi?”

Dopo questa rivelazione, scoppia in una grassa risata e, salutandomi con un cenno, a gran colpi di pedale, s’allontana zigzagando pericolosamente tra i pedoni. Io, con un senso misto di sollievo e vuoto cosmico, rientro in F. Io sono lì per il romanzo d’avventure, non me lo sono scordato. Faccio qualche passo inoltrandomi nella libreria e adocchio un manifestino appeso alla colonna che sorregge le scale centrali. Apprendo che l’incontro si terrà nella saletta del secondo piano, locale che ben conosco, decisamente più raccolto e defilato, molto meno mainstream dell’area presentazioni ed eventi del piano terra. Il bar, tanto per dire, è lontanissimo. E Ferdinando, secondo me, la sapeva perfettamente sta cosa qui. Salgo le scale, entro nella saletta e m’accomodo, districandomi tra file ordinate di seggiole molto ravvicinate, cercando di non fare troppo rumore. La presentazione è già iniziata da qualche minuto. L’atmosfera è rilassata, quasi informale, ci saranno una trentina di persone, tutte attente, motivate e curiose (a me danno quest’impressione). Chi parla, adesso, è il curatore (l'editor scopritore) del romanzo, e sta introducendo il libro, cercando di raccontarne la trama, ma senza svelarne i retroscena più sorprendenti, quelli che potrebbero togliere il sano gusto alla lettura.

Chi parla non è solo. Alla sua destra è seduto un critico letterario e alla sua sinistra c’è uno stimato docente universitario.

Si parla del collettivo che ha scritto il libro. Pare di capire, fuor di metafora, che sono arrivati molto prima di molti altri, su molte, parecchie cose.

Per esempio.

Lo Splatter? Primi.
Il pulp dei nostri (ex) giovani cannibali? Ancora primi loro.
Ironie e forzature linguistiche, quasi al limite del post modernismo? Sempre primi loro.
Scene di sesso spinto alla Melissa P.? Impareggiabilmente primi loro.
L’idea del romanzo collettivo alla Luther Blisset e Wu Ming? Primi, sempre indubbiamente primi.

Ne sapevano una più del diavolo e, divertendosi probabilmente come dei mattacchioni, hanno scritto un romanzo singolare e unico. Dall’intatta potenza espressiva anche a distanza di quasi un secolo.

Si prosegue e si discute di comunismo, di Vaticano, di Cina, di fantapolitica, di fascismo, di mezzi di trasporto, di vendette trasversali. Tutti argomenti indiscutibilmente attualissimi o quasi. Veniamo a sapere che (sembra una spiegazione plausibile) il libro è scomparso dalla scena letteraria italiana anche e soprattutto perché, del ventennio fascista, tendenzialmente, se ne parla ancora oggi un po’ malvolentieri. Il periodo resta ostico e scomodo. Sia come sia, il romanzo in questione è un grande romanzo popolare, ricco d’avventure e zeppo di simbologie, raffinati richiami e sofisticate citazioni nascoste. Un romanzo collettivo (forse) scritto per gioco, un divertissement strutturato, dalla trama complessa e articolata, una spy story in clamoroso anticipo sui tempi.

Parentesi: ciò che fa grandi gli americani e che, al contempo, manca qui da noi. Lo sanno anche i muri che in Italia siamo (sono?) tutti ripiegati sulle solite vicende intimiste, ombelicali e incestuose. Abilissimi narratori di virtuosismi psicologici, molto più che costruttori di trame, dono innato dei fottutissimi yankee.

La presentazione, dopo queste note finali non so quanto rincuoranti, termina con un bell’applauso. Dalle retrovie, con perfetto tempismo, fa la sua comparsa una ragazza, una graziosa commessa della F. Ha con sé una bottiglia di spumante e dei bicchieri e ciò la rende ancora più graziosa e simpatica. Lei armeggia col tappo, i tre relatori parlano fitto tra loro, scambiandosi le prime impressioni a caldo e il grosso del pubblico si avvia all’uscita. E intanto, risalendo la corrente in senso inverso, vedo entrare a passi timidi ma risoluti, un ometto piccolo piccolo, dai capelli bianchi e dal corpo fragile, esile e minuto. Un taccuino di fogli bianchi squadernato in mano, una biro nell’altra, una macchinetta fotografica a tracolla. Se ne sta lì, senza disturbare nessuno, un passo dietro tutti, quasi a fare da sfondo.

La bottiglia viene stappata, i relatori sciolgono il cerchio che avevano formato e alzano i calici di plastica. Per chi è rimasto insieme a loro, adesso, è giunto il momento del brindisi. E allora si brinda, e visto che io ero astutamente rimasto nei paraggi, brindo anch’io!

Tra chi è rimasto, si formano un paio di capannelli, nei quali si prova a discutere un po’ in generale di scrittura, di tempi moderni e di pagine culturali dei quotidiani. Io galleggio un po’ qua e un po’ là, cercando di non perdermi una parola e finendo per non capire un accidente di niente. Peccato che Ferdinando non ci sia, penso ingollandomi amabilmente lo spumante che mi scende frizzando fresco nella gola, anzi meglio. Lui la bottiglia se la sarebbe scolata in un solo sorso e non avrebbe lasciato nulla a nessuno, da giurarci.

L’omino imbiancato, piccolo piccolo, nel frattempo s’è fatto sotto. Un passettino alla volta, senza fretta ma con metodo e pazienza, ora mi è a un passo. S’avvicina ancora un po’ e mi chiede, indicando il docente universitario: “Quel signore con gli occhiali è… (segue il nome del critico letterario, che, per la cronaca, è appena andato via)?”

Io pur non percependo il senso profondo della domanda, gli rispondo che l’uomo che lui pensava essere il critico letterario, in realtà è uno stimato docente universitario. L’omino fa una smorfia piccola piccola, proporzionata alla sua statura e resta immobile, avvolto nei suoi pensieri. Poi s’accosta senza timore o reverenza alcuna, al docente universitario, gli porge taccuino e biro e, senza giri impropri e inutili, gli chiede un autografo con dedica. Non pienamente soddisfatto, procedendo coi suoi modi cortesi ma fermi, chiede anche il permesso di scattargli una foto. Il professore prova a ritrarsi, ma dopo una flebile resistenza, decide di arrendersi, l’omino ha maniere disarmanti a cui non si può resistere. Dunque monta un bel sorriso e si mette in posa. Il flash scatta inesorabile e l’omino soddisfatto ringrazia.

Ora m’è tutto chiaro.

Ho davanti a me una specie di reincarnazione letteraria, distorta, originalissima e invecchiata de L’uomo autografo di Zadie Smith.

L’uomo che chiede gli autografi vive, esiste veramente e lo sto vedendo coi miei occhi, in questo esatto preciso istante. Ma l’uomo autografo che vedo io, non s’accontenta del semplice autografo, eh no!, lui ha inventato e creato una sua personalissima variante. Quest’uomo sì che è un genio (un altro, da aggiungere alla lista).

L’uomo autografo prosegue nella sua opera meritoria e bislacca. Ora è la volta del curatore del romanzo. Anche con lui, dedica personalizzata, autografo e foto a figura intera.

Io osservo a debita distanza la scenetta e mi viene da pensare, non so quanto maliziosamente, che magari non ha nemmeno il rullino dentro e scatta giusto per scattare, tanto per compiere il gesto. Questo sì che sarebbe un bel colpo di scena. E se invece fosse la reincarnazione di qualche spirito letterario/fotografico errante? Mah, questo sarebbe davvero chiedere troppo. Certo è che, a sentire la ragazza della F, l’uomo autografo non se ne perde una, di presentazione, peggio di Ferdinando, insomma. Lui è uno di quelli che c’è sempre, non ne salta una manco a impegnarsi, nell’ambiente si dice persino che porti fortuna, spiega lei. Questo lo dico perché, se uno è scaramantico e allo stesso tempo è pure scrittore in odore di vernissage, conviene che se lo tenga buono, l’uomo autografo.

Provo anche a immaginarmi la sua casa. Un terremoto d’autografi, dediche e foto appese alle pareti. Altri fogli sparsi, scarabocchiati, disordinati sui pavimenti. Sarebbe una gran cosa visitare la casa dell’uomo autografo, ci scommetto, sarebbe come entrare al Louvre. Un giorno che mi capita, giuro che lo seguo!

L’uomo autografo pare avere un solo difetto. Arriva sempre verso la fine, troppo verso la fine, così troppo che a volte è troppo tardi e l’oggetto dell’autografo, lo scrivente o autore che dir si voglia, ha già fatto a tempo a salutare baracca e meneghini e se n’è andato. Ma si sa, di presentazioni a Milano ce ne sono a iosa e stare dietro a tutte, mica è robetta da niente. Provateci voi. Che poi, credo che all’uomo autografo non interessino le presentazioni in quanto tali, no, lui fa incetta d’autografi e di foto di persone che ritiene meritevoli e importanti. Zadie Smith e il suo libro non c’entrano o forse sì, chi può dirlo con certezza. Magari l’uomo autografo in questione, colui che ho appena visto all’opera, piccolo piccolo, esile e coi capelli bianchi, l’ha pure letto il libro della Smith. Dirò di più, di sicuro c’ha anche l’autografo e la foto della bella Zadie, figurarsi se gli mancano proprio quelle.

L’uomo autografo, nonostante abbia mancato di poco il critico letterario, ora sembra soddisfatto. Ad ogni modo si guarda un po’ in giro per vedere se può colmare la lacuna con qualcun altro d’appetibile. Una qualche specie di saldo dell’ultima ora, giusto per chiudere in bellezza la più che buona serata.

Io esito un istante, poi provo a darmi un tono e mi butto. Con consumata noncuranza incrocio il suo sguardo che fluttua nel vuoto e gli sorrido, rassicurante e amabile.

Quasi, quasi vado a firmargli un autografo anch’io.

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[¹] Il vero protagonista di questa piccola storia è un altro personaggio, un personaggio che sta ai limiti della leggenda, un personaggio cui avevo accennato qualcosa nell’ultimo post.

[²] “Lo Zar non è morto”, de Il Gruppo dei Dieci, Sironi editore.


Posted by Giuseppe Braga at 21.09.06 18:40

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