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20.07.06

Piani alti, cultura bassa / 23. Cambi di programma e produttività

“Bene ***, sai perché ti abbiamo chiamato?”
“Mi scusi, ma io mi chiamo *****.”
“Ah, sì, certo, perdonami, coi nomi non c’azzecco mai.”
“Si figuri, non c’è problema.”
“Senti, *****, tu sai perché sei qui, giusto?”
“Beh, sì, credo di saperlo, sì, per la pagellina.”
“La scheda di valutazione, sì.”
“Certo, intendevo quella…”
“È una dura incombenza, ma dobbiamo farla, lo sai.”
“Prego, fate pure.”
“Meglio non girarci troppo intorno, allora. Sappi che io e l’architetto Barella abbiamo deciso di darti il massimo.”

Era il dirigente che stava parlandomi, affabile e magnanimo, col tono del benefattore. Al suono di quelle parole però, a me m’era uscita spontanea. Considerato che Barella era la seconda volta che lo vedevo, considerato che lui, il Barella, l’architetto Barella, provenendo dalla Viabilità, nulla sapeva di me e considerato infine, soprattutto, che anche il mio dirigente di settore ignorava completamente ciò che avevo fatto nell’anno appena trascorso (si dava il caso che l’oggetto da valutare era il mio rendimento relativo all’anno appena trascorso) e che si ricordava a malapena come mi chiamavo, anzi non se lo ricordava affatto, considerate quelle cose, a me m’era uscita spontanea.

“Ma non mi conoscete, come fate a darmi il massimo…!?”
“Semplice, ci fidiamo ciecamente di te.”
“Ah, sì?”
“Ci hanno detto che sei molto bravo.”
“Ah, però.”
“Dunque ti meriti un bell’Eccellente.”
“Non so che dire…”
“Forza, firma qua, in duplice copia. E complimenti.”

Ebbene sì, andò all’incirca così e io ottenni il massimo risultato col minimo sforzo.

“Bene, *****, ora ti annuncio che il tuo futuro referente responsabile sarà per l’appunto l’architetto Barella.”

Barella m’aveva teso la mano e io gliel’avevo stretta.

“Ottimo, ora puoi pure andare, avrete tempo per fare conoscenza.”

E dopo avere salutato, con la mia eccellente scheda di valutazione, me n’ero tornato in ufficio.

Secondo episodio (cambio di programma)

Mezz’ora dopo ero stato richiamato d’urgenza dal dirigente stesso. Mentre percorrevo il corridoio in direzione ovest immaginavo già di dover ridare indietro la pagellina, m’immaginavo il dirigente a colloquio con alcuni vecchi funzionari del settore (che avevano avuto la sventura di avermi come disegnatore), me li immaginavo inviperiti per quell’eccellente immeritato. Con loro non ero mai andato oltre al Migliorabile, ovvero la voce più bassa tra le tre, nella scala di valori.

Invece no, una volta entrato nell’ufficio, il dirigente capo m’era venuto incontro, m’aveva stretto la mano, s’era scusato per l’inconveniente e m’aveva comunicato la novità.
“Caro *****, c’è stato un cambio di programma.”
“Dica…”
“S’è deciso, valutando le tue attitudini e le priorità del settore, di non affidarti più all’architetto Barella, spero che non ti dispiaccia.”

Avevo fatto di no con la testa, assolutamente, ci mancherebbe, e intanto vedevo Barella dissolversi in una nuvoletta di fumo. Stava tornando velocemente nell’oblio dal quale era venuto.

“Vedi, caro *****, ci sarebbe un lavoro importante da fare, un lavoro piuttosto delicato, trattasi d’un lavoro impegnativo, continuativo, d’altissima precisione, di notevole responsabilità insomma.”

“D’accordo, sono qui, datemi pure quel che c’è da fare, lo farò…”

L’avevo detto più che altro per cortesia, non sapendo che mi stavo per accollare un bel pacco di lavoro, porca di quella puttana ladra, proprio un bel pacco pesante. Un pacco lungo nove mesi.
E poi da dietro le mie spalle, dove se n’era stato fino a quel momento acquattato, sbucato come dall’ombra, era uscito ed apparso lui, quello che a tutti gli effetti è diventato il mio responsabile referente. Il mio superiore, il funzionario estremamente sintetico ed educato – di cui preferisco non fare il nome per evidenti ragioni d’opportunità. Sappiate però, fatevelo bastare, che è una persona elegante, beneducata, dinoccolata e flemmatica. E sopra ogni altra cosa, di pochissime parole.

“Si tratta dell’aggiornamento delle tavole originali del Piano Regolatore Generale.”
“Benissimo”, avevo fatto quasi spavaldo, “quando si comincia?”
“C’è da aspettare la nota di delibera e poi puoi partire.”

Beh, la nota di delibera ci aveva messo un paio di mesi ad arrivare a destinazione (che ci sia stato di mezzo lo zampino dei timbri di Capone?), ma dopo, una volta arrivata, ho cominciato a sudare.

32 tavole da 80x80 cm., con 49 variegate varianti da inserirci, non sono uno scherzo da niente.

Fine degli episodi passati, si torna al presente.

Adesso è mercoledì mattina e io non ci sto nella pelle. Ultimo giorno d’ufficio, signori lavoratori miei. Col responsabile referente darò un’occhiata ai due, tre punti lasciati in sospeso, poi scenderò al quinto, appiccicherò agile e delicato le strisce adesive con le trentadue date e i codici aggiornati, una striscia per sacra tavola, e consegnerò il favoloso malloppo a Puglisi. Toccherà a lui, gli auguro senza Cozza nei paraggi, fare le scansioni e le copie per le successive verifiche.

Tempo un’ora e mezza e ho fatto ogni cosa. Pure gli auguri al referente sintetico, con lui le cose vanno fatte senza troppi fronzoli. Mi pare di lievitare, da quanto mi sento leggero, mentre sono lì che telefono e che saluto tutti, Caterina, il Cacio, Franchi, Serena e Leali. All’anno prossimo, gli dico, non senza una punta d’ironia. Loro devono solo incassare, abbozzano qualche battuta, ma la loro realtà è durissima, loro si devono sorbire ancora mezza settimana, venerdì è lontanissimo. Beh, finisce che saluto pure Capone, rientrato dal tour con un panettone e due bottiglie di spumante, raccattate chissà dove e chissà da chi.

Mi vesto, nel dubbio saluto anche la stanza ma non credo che avrò crisi di nostalgia, esco e m’avvio agli ascensori. Tutt’intorno a me (io procedo a passo rallentato e mi vivo questi ultimi momenti in una piacevole dimensione rarefatta e distante) intanto, non posso fare a meno di notare che si sta scatenando il solito putiferio. Sono gli ultimi miei passi per quest’anno, mi spiace per voi, e la sento l’atmosfera frizzante, quasi elettrica, che c’è nell’aria. Porte che si aprono e si richiudono, gente nervosa che entra e gente nervosa che esce, ascensori impazziti, un gran via vai e un darsi daffare generalizzato.

Sotto le feste, prima della fine dell’anno, capita sempre così. A Natale sono tutti più buoni, tranne qui dentro. Ventiquattro piani d’agitazione sparsa, nevrotica e incontrollata. E tu li vedi i funzionari, funzionari mai visti prima, dannarsi l’anima, darci dentro come mandrilli, forsennatamente, a botte di straordinari e di ore extra, con gli ordini di servizio dell’ultimo minuto. Ma che succede? Presto detto: vanno chiusi i lavori lasciati in sospeso. Assolutamente, inderogabilmente! Vanno terminati, consegnati il più celermente possibile alle segreterie per le necessarie vidimazioni e timbrature e protocolli. Vanno conclusi entro la fine dell’anno, per forza, necessariamente! E perché? Facile, non perché se ne vogliono andare tutti in ferie come il sottoscritto, oddio, anche per quello, certo che sì, ma il motivo scatenante è un altro. Ovvero: ai lavori lasciati in sospeso e non chiusi entro l’anno solare, non verranno assegnati gli incentivi. E addio soldi. Sì, perché incentivi vuol dire soldi. E addio anche all’agognato premio di produttività.

Quindi, mentre fuori è Natale e tutti si fanno gli auguri scambiandosi bontà, qui dentro c’è l’inferno. Tutti a cercare tutti per chiudere tutte le pratiche, chiudere tutti i lavori chiudibili, chiudere con tutti i timbri, tutti timbrabili, chiudere tutti i protocolli, far firmare i dirigenti, tutti, farsi vedere tutti reattivi e scattanti. Sotto le feste mica si sta con le mani in mano, qui dentro… tutti al lavoro, forza!

Evviva la produttività! Evviva gli incentivi!

Dite quel che volete, ma io m’infilo nell’ascensore, scendo a terra, passo il badge, supero il tornello, esco in strada, respiro un po’ d’ossido di carbonio, mi getto in metropolitana e arrivederci a tutti. E mi raccomando, io adesso non ci sono più per nessuno, non si fosse compreso se ne riparla l’anno venturo dopo la Befana, d’accordo?


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 20.07.06 09:00

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