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10.07.06
Piani alti, cultura bassa / 20. Varianti e cicale
di Giuseppe Braga
È l’ultimo lunedì lavorativo prima di Natale e io sento l’ansia crescermi dentro. Ma non è l’ansia natalizia, quella solita, quella che t’assale ogni anno in questo periodo, l’ansia per i regali, i presepi, gli alberi e i pranzi che inesorabili t’aspettano, e neppure quella per le luminarie che hanno invaso, incongrue, eccessive e accecanti, la città, nossignori. Questa è l’ansia tipica che prende per la gola la cicala.
Sì, lo dichiaro, ebbene sì, lo confesso, sono stato una stupida cicala anch’io, con tutto quel tempo buttato via ad ascoltare le fregnacce di Capone o tutte quelle ore spese a scrivere della slitta e dell’orso miope o a fantasticare sui bei tempi che furono. E adesso, volete proprio saperlo?, adesso sono qui, piegato, genuflesso, inginocchiato davanti al tavolo luminoso e ai suoi neon incassati e lavoro forte, mi spacco la schiena, forte e duro, non guardo più in faccia a nessuno io, adesso, io, eh no!, adesso basta scherzare, lavoro duro e forte come un camionista incazzato che si spara su e giù le autostrade della beneamata penisola per non so quante volte in una settimana senza battere ciglio. Pronto a inserire la marcia e a ripartire. Giorno e notte. Ecco, magari non proprio a quei livelli, io di notte dormo tranquillamente a casa mia, ecco, ma quasi ci siamo. A costo di spaccarmela, la schiena, e di lasciare qualche diottria per strada, io, il mio lavoro lo voglio finire assolutamente entro i termini che mi sono stati, sinteticamente ed esplicitamente, ordinati. E dunque sì, ora basta trastullarsi, la chiusura dell’aggiornamento delle sacre tavole del Piano Regolatore Generale mi attende e non può più essere rimandata. Questa spada di Damocle che pende sulla mia testa non me la lascerò cadere addosso. Quest’aggiornamento s’ha da fare ed entro Natale sarà mio.
Settimana scorsa, se volete che ve lo dica, e ve lo dico senza auto-compiacermi più del dovuto, ci ho dato dentro a capofitto, pur con l’ostruzionismo, chissà poi quanto involontario di quello scansafatiche di Capone, ci ho dato una bella botta al plico di varianti che dovevo inserire sulle sacre tavole. Da montagnola ch’era, l’ho declassata a poco più che collinetta, dai pendii dolci e decisamente meno impervi.
Oggi, mattinata limpida e gelida, a poco meno d’una settimana dal santo Natale, col rischio di imprevisti cali di zuccheri preventivamente scongiurato da un’abbondante e sostanziosa colazione consumata al bar sotto il metrò, oggi, a meno tre dalle mie sacrosante e sospirate ferie di fine anno, prima di ributtarmi a capofitto nella collinetta di varianti, decido di fare un breve riepilogo e una conta delle varianti inserite, di quelle ancora in sospeso e di quelle mancanti. Le giornate di oggi e di domani s’apprestano a essere lunghe e faticose, perciò necessito di un bel programmino definito e preciso. Conto e riconto, riconto e conto e verifico con un certo sollievo che le varianti più rognose, quelle dai limiti frastagliati, arzigogolati, incagliati, a serpentina e incerti le ho fatte quasi tutte. Così cicala non lo sono, allora, mi compiaccio ancora un pochino, tra me e me.
Dopo il conteggio e la spunta, arrivo a constatare quanto segue.
Varianti riportate effettivamente sulle tavole di P.R.G., n° trentanove
Varianti ancora in sospeso, da verificare con il responsabile funzionario, n° due
Varianti da fare, n° otto
Ne deriva che ce la posso fare. Quattro varianti al giorno (tra oggi e domani) non sono uno scherzo, ma esprimendomi agli alti livelli di cui sono capace, posso farcela. Mi riserverei la mezza giornata di mercoledì infine, per risolvere i dubbi inevasi e per portare il malloppo delle sacre tavole corrette e aggiornate al quinto piano, dal mite e corretto Puglisi, il venerabile tutore di tutta la cartografia cartacea originale dei vari settori urbanistici, saggio e umano titolare del laboratorio eliografico, per le susseguenti scansioni e copie su carta. A quel punto il mio lavoro si interrompe, nel senso che passo il testimone agli altri. A Elena Sabatini, esperta ragazza dedita a trovare peli nell’uovo, ex disegnatrice, ora amministrativa, molto meticolosa e scrupolosa fino allo sfinimento e al funzionario responsabile, il referente sintetico. Entrambi controlleranno con rigore e altissima precisione il mio operato e poi, inevitabilmente ce ne saranno, mi ridaranno da correggere quelle tavole sulle quali avranno riscontrato le mie eventuali piccole disattenzioni. Ma se ne riparla dopo Natale, anzi, ve lo dico subito, se ne riparlerà nell’anno nuovo, che io ho intenzione di tornare dopo la Befana, ve lo annuncio formalmente qui e ora, regalandomi una bella e meritata pausa lontano da questo postaccio vista smog, cemento e luminarie. Le ferie me le sono tenute apposta, chiamatemi scemo.
Inizio a darci dentro, allora. Sono le nove e dieci, ovviamente in ufficio ci sono solo io e dunque comincio bello rilassato e senza rotture varie. Lavoro bene, in assoluta tranquillità, per una buona ora, poi entra Capone. È più trafelato del solito, con la coda dell’occhio, senza alzare la schiena dal tavolo luminoso, gli faccio un cenno di saluto, lui mi borbotta qualcosa e si fionda alla scrivania. Sento che apre cassetti e scartabella fogli. Lo lascio fare. Lui lascia fare me e io lascio fare lui, un onesto patto silenzioso tra gentiluomini. E poi, ci manca solo che gli dia il la, d’accordo sbagliare, ma ai gesti d’autolesionismo, no, non ci sono ancora arrivato.
Mi ributto nel lavoro. Ora è il turno della Variante n° 1856, fogli di P.R.G. I-L 3-4 e I-L 5-6, zona di decentramento 5, riguardante le aree comprese tra via T**** e Piazza A******, ai sensi della legge regionale ****, ai sensi del D.P.R. n°*****, funzionario e responsabile del procedimento, arch. Cristiana Tondini.
Molto bene. Un lotto di medie dimensioni, con la previsione d’un nuovo parcheggio sotterraneo. È questo l’oggetto della variante. Da area a destinazione industriale e artigianale, ad area soggetta a intervento urbanistico comunale, comprendente, in superficie, una nuova zona adibita a verde pubblico. Beh, a volte succede di creare nuove zone verdi, peccato solo che, per fare i tre piani interrati del parcheggio, dovranno interrompere due vie, deviare il corso di una terza e chiudere un largo e trafficato tratto stradale per almeno due anni e mezzo. I prezzi del progresso e della mobilità. Che dopo, i parcheggi pubblici d’interscambio in prossimità dei capolinea delle linee metropolitane (questo è un caso del genere), restino perlopiù deserti e che tutti s’avventurino in città con le proprie auto, questo è tutt’altro discorso. L’unica costante è che noi, noi intesi come cittadini, ci intossichiamo giorno dopo giorno sempre più, respirando smog in percentuali elevatissime.
Ma sarà meglio che torni all’aggiornamento. Visti sulla carta, imperfezioni, manchevolezze e limiti, insiti e reali, presenti nella metropoli, sembrano molto più gestibili e hanno l’aria d’essere innocui per la nostra salute. Potenza delle mappe cartografiche che semplificano sempre tutto.
Incido il retino esistente (una pellicola adesiva trasparente con diverse simbologie, stavolta un largo quadrettato ortogonale) con estrema cura, poi lo sollevo, sempre col bisturi, cercando d’alzarlo via, possibilmente tutt’assieme. Impresa quasi impossibile, i retini sono vecchi e la colla resta attaccata alla sacra tavola e così, mentre il retino si stacca, va disintegrandosi in vari micropezzettini. Allora devo lavorare d’astuzia e di cesello, un pezzetto alla volta e poi, per eliminare la colla appiccicosa che resta sulla tavola, ci passo sopra con la gomma. E vai così. Poi prendo il nuovo retino, un bel reticolo fitto, sempre a maglia ortogonale, ma inclinato di 45°, ne taglio una parte, sagomandola a occhio su misura, la posiziono con molta cura sull’area di tavola sgombra, oggetto della variante urbanistica, e con l’aiuto del bisturi e della squadra ne taglio i precisi contorni. Stando bene attento a non far appiccicare troppo il retino nuovo sulle altre parti adiacenti all’area sgombra, che a volte succede che il retino aderisca troppo e alzandolo poi, si porti via i vecchi pezzi. E allora devi riattaccare tutto, ritappezzare, ricomporre, ricominciare daccapo, rincollare la tavola. Ma non è finita, certo che no. Adesso arriva il momento dei limiti. A tutto c’è un limite, no? Prendo la scatolina dei biscotti danesi, apro il coperchio tondo, frugo un po’, estraggo i pennini a china 0,3 e 0,8. Tocca a loro, è giunto il loro grande momento. Li agito un poco, ne provo la fluidità dell’inchiostro su un foglio di brutta e procedo con estrema attenzione, sperando di non sbagliare e di non dovere ricorrere alla lametta.
“Bastardi, lo sapevo!”
Sobbalzo di colpo. La tregua è finita, Capone s’è svegliato, accidenti. Mi mette subito al corrente. È arrivata una mail dalla segreteria, sono pronte le quietanze, e fin qui ci sarebbe solo da esserne felici, ma la notizia ferale e tremenda è un’altra. Insieme alla mensilità che ci spetta, i furboni della Ragioneria ci hanno infilato anche la tredicesima.
“Lo sai, ma lo sai *****, che sarebbe illegale?”
“Denunciamoli, allora”, gli faccio senza voltarmi.
“Sempre in vena di battute, eh? Anche quando non sarebbe il caso.”
“Dico sul serio, avvisiamo i sindacati e vediamo cosa dicono a proposito.”
“Seee, povero illuso, i sindacati! Lasciali stare quelli lì, che è da giovedì che provo a chiamare quel fanfarone di Terlizzi e non lo trovo mai…!”
“Chiama tua sorella, no?”
“Non ci penso neppure.”
“Perché?”
“Mai mischiare gli affetti con il lavoro.”
“Ah, beh, allora, se la mettiamo giù in questi termini, non parlo più.”
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 10.07.06 08:11