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03.07.06

Piani alti, cultura bassa / 18. A tavola, la zuppa l'è cotta!

di Giuseppe Braga

Capone, aldilà dei timbri che fa finta di mettere, è uno metodico. Una di quelle persone che fonda la propria vita su poche certezze, poche, sicure e indiscutibili. Inattaccabili e inoppugnabili.

A un’ora prestabilita gli suona la sveglia del cellulare. Sempre, ogni stramaledetto giorno è così.

“Le undici e mezza. È ora.”

Segue una procedura collaudata. Gli avranno anche cambiato il settore solo da un anno, ma su alcune cose, vedi questa, Capone è svelto come un mandrillo e ha molta, parecchia facilità d’apprendimento.

Senza nemmeno voltarsi, seduto sulla sua seggiola con braccioli, muove il braccio sinistro e tira due pugni, secchi e decisi, contro la parete che sta dietro la sua scrivania. Dall’altra parte, tempo due, tre secondi, arriva una vocina stridula, la stessa, ogni mattina alle undici e mezza, sole pioggia nebbia o neve, è così. La conosco molto bene anch’io la procedura.

“Un momento e vengo di lì.”

Ci siamo, comincia l’overture del pranzo. Dopo due minuti, due minuti e mezzo entra, col suo passo lieve e leggiadro da elfo, folletto dall’animo nobile, caritatevole e altruista, generoso di natura, entra lei, la nostra vicina d’ufficio, l’adiacente di parete. Magra come un chiodo, capelli scompigliati, arruffatissimi e troppo abbondanti, allegra per contratto, un volto ingenuo e sorprendentemente paziente, gentile e pacato, nonostante la sciagura capitatale di dover avere a che fare con Capone ogni santissimo giorno, circostanza che toglierebbe il sorriso anche a una iena ridens. E io rido molto poco da quando sto in ufficio con lui, venite qua a vedere se non mi credete.

Capone la sente entrare e, da perfetto uomo di mondo qual è, si mostra immediatamente gentile.

“Ma come ti sei vestita oggi? Sembri la piccola fiammiferaia.”
“Non ho avuto tempo, sai, i bambini…”
“E quella macchia che hai sulla gonna?”
“Oh, cavolo, non m’ero accorta.”
“Cos’è, non dirmi che è quella roba lì”, fa lui, ammiccante e tendente al viscido, “dici sempre che non hai mai tempo per farlo e che tuo marito è sempre stanco, eh…”

Capone è davvero, indiscutibilmente, un gran signore. Lei arrossisce un po’ e anziché mandarlo a quel paese come dovrebbe, gli risponde pure. L’ironia all’ottavo piano arriva molto rarefatta, come l’ossigeno.

“Non ci pensare proprio. È la pappa del bambino, stamattina. Ma fa niente, stasera la lavo via.”
“Ce l’hai la lista?”
“Sì, certo.”
“Dammela, dai, che oggi sono nervoso e ho una fame che mi mangerei mezza Puglia se potessi…”

Capone s’eclissa, prende la lista e si mette a studiarla attentamente, molto meglio di quando sfoglia le pratiche che dovrebbe archiviare. Lei si volta verso di me, io non posso scappare da nessuna parte, e comincia a raccontarmi dei suoi figli, è buona certo, ma quando vuole, come tutte le persone troppo buone, sa infierire anche lei, e mi racconta del più piccolo che in questo periodo ha dei rigurgiti improvvisi ed è per quello che… io, che non sono stronzo come dovrei, tranne che in circostanze particolari (questa non lo è), non posso far altro che ascoltarla, sottomettermi al volere del dio degli impiegati che oggi ha scelto me per una punizione esemplare. Lei, credo che, se ci fosse una speciale classifica che premiasse i candidi e puri di cuore votati al sacrificio, arriverebbe senz’altro prima, staccando di parecchie lunghezze tutti gli altri concorrenti. È così buona che, quasi, quasi quando esagera lo è fin troppo.
I troppo buoni, avviso chi non lo sapesse, sono sì buoni, ma hanno, connaturato in profondità, un terribile difetto di fabbricazione e così succede che quando esagerano, in bontà e beatitudine, non s’accorgono che, pur da buoni, stanno davvero esagerando. Sovente capita che nemmeno tu, fortunato destinatario delle loro premurose attenzioni, te ne riesci ad accorgere, della loro invadente bontà, e così loro, buoni fino in fondo, mentre tu sei stordito e non hai forze per reagire, al culmine della loro generosa trance agonistica, una sorta di apice orgasmico in piena regola, prima che te ne rendi conto, loro t’hanno già sommerso di melassa. Loro t’irretiscono sorridendo a suon di miele e tu cadi nella loro ragnatela zuccherosa, stucchevole e nauseabonda, fatta di bontà e buone azioni multi giornaliere.

Lei, la buona in questione, lei ha un nome e il suo nome è Carolina Farinelli, ufficio Procedure Urbanistiche, trentasei anni, tre figli, un marito (in cassa integrazione) e una suocera (con gatto) a carico. Poteva andarle peggio, insomma. E infatti, quand’è in ufficio le tocca accudire pure quello sfruttatore d’anime candide d’un Capone. Ma lei è facile a commuoversi e a prendersi a cuore casi umani e similari. E Capone, che è separato (l’avrà fatta uscire pazza, quella povera moglie), che vive da solo in un bilocale, che ci ha le lenti spessi da miope, che ha dovuto cambiare, dopo venticinque anni d’onorato servizio, ufficio (poveretto, si sente spaesato), colleghi e settore (ma non le mansioni, a lui i timbri non glieli toglierà mai nessuno), Capone rientra appieno nella categoria.

Carolina, si sarà intuito, ha questo torto, radicato nella sua essenza intima (purtroppo per lei, incredibilmente enorme e fortemente penalizzante, come torto). È troppo, troppo, troppo buona. Disponibile e accondiscendente come un Cappuccetto Rosso senza cappuccio. E in questo micro-mondo in verticale, fatto non di marzapane ma di cemento, popolato da piranha e da squali, se si è fatti così, se si è troppo buoni, si rischia di uscirne in due modi. O con le ossa rotte o pazzi. Lei, per me, concorre in entrambe le categorie.

“Meno male che posso mangiare in ufficio senza i bambini intorno, così mi rilasso…”

Sono le ultime parole del monologo dedicatomi da Carolina che, dopo avermi raccontato di tutta la sua famiglia, aveva iniziato a parlarmi dei colleghi, della monotonia del lavoro e, e non pensavo di dover ringraziare Capone, ma oggi invece lo ringrazio, sì, perché, col suo tono di voce perentorio, interviene a proposito, un momento prima di una mia reazione inconsulta e sconsiderata e così lei, come per magia, lei, la nostra fatina, si interrompe.


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 03.07.06 07:52

Comments

Come vedi mi avvince proprio questo nuovo romanzo a puntate, così finito di cenare, ho subito riaperto il blog.
Giuseras

Posted by: giuseppe at 18.07.06 19:52

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