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25.07.06
Comunicazione di servizio
carissime e carissimi voi,
vi scrivo da una località montana segreta (che resterà tale, per evidenti motivi di privacy) ed è ormai da un paio di giorni che sono partito (e non solo di testa...). Tornerò intorno alla fine del mese di agosto. Nel frattempo, non preoccupatevi, se avete crisi d'astinenza, potreste leggere o rileggere le prime puntate dei Piani alti, oppure spedirmi qualche vostro auto-scatto, oppure scrivermi (qui: giuse.braga@tiscali.it), o magari, per i pochi che ancora non l'hanno fatto, leggere "Ma tu lo conosci Joyce?". Io, vada come vada, tornerò (è più una promessa che una minaccia...), si spera, più fresco e pimpante che mai..!
a presto, il vostro caro giuse.
Posted by Giuseppe Braga at 16:33 | Comments (2)
21.07.06
Scatto sotto sopra

Andreas, tedesco che vive a Parigi e che conosce le lingue, intento in un esercizio di lettura sperimentale...
Posted by Giuseppe Braga at 08:20 | Comments (0)
20.07.06
Piani alti, cultura bassa / 23. Cambi di programma e produttività
“Bene ***, sai perché ti abbiamo chiamato?”
“Mi scusi, ma io mi chiamo *****.”
“Ah, sì, certo, perdonami, coi nomi non c’azzecco mai.”
“Si figuri, non c’è problema.”
“Senti, *****, tu sai perché sei qui, giusto?”
“Beh, sì, credo di saperlo, sì, per la pagellina.”
“La scheda di valutazione, sì.”
“Certo, intendevo quella…”
“È una dura incombenza, ma dobbiamo farla, lo sai.”
“Prego, fate pure.”
“Meglio non girarci troppo intorno, allora. Sappi che io e l’architetto Barella abbiamo deciso di darti il massimo.”
Era il dirigente che stava parlandomi, affabile e magnanimo, col tono del benefattore. Al suono di quelle parole però, a me m’era uscita spontanea. Considerato che Barella era la seconda volta che lo vedevo, considerato che lui, il Barella, l’architetto Barella, provenendo dalla Viabilità, nulla sapeva di me e considerato infine, soprattutto, che anche il mio dirigente di settore ignorava completamente ciò che avevo fatto nell’anno appena trascorso (si dava il caso che l’oggetto da valutare era il mio rendimento relativo all’anno appena trascorso) e che si ricordava a malapena come mi chiamavo, anzi non se lo ricordava affatto, considerate quelle cose, a me m’era uscita spontanea.
“Ma non mi conoscete, come fate a darmi il massimo…!?”
“Semplice, ci fidiamo ciecamente di te.”
“Ah, sì?”
“Ci hanno detto che sei molto bravo.”
“Ah, però.”
“Dunque ti meriti un bell’Eccellente.”
“Non so che dire…”
“Forza, firma qua, in duplice copia. E complimenti.”
Ebbene sì, andò all’incirca così e io ottenni il massimo risultato col minimo sforzo.
“Bene, *****, ora ti annuncio che il tuo futuro referente responsabile sarà per l’appunto l’architetto Barella.”
Barella m’aveva teso la mano e io gliel’avevo stretta.
“Ottimo, ora puoi pure andare, avrete tempo per fare conoscenza.”
E dopo avere salutato, con la mia eccellente scheda di valutazione, me n’ero tornato in ufficio.
Secondo episodio (cambio di programma)
Mezz’ora dopo ero stato richiamato d’urgenza dal dirigente stesso. Mentre percorrevo il corridoio in direzione ovest immaginavo già di dover ridare indietro la pagellina, m’immaginavo il dirigente a colloquio con alcuni vecchi funzionari del settore (che avevano avuto la sventura di avermi come disegnatore), me li immaginavo inviperiti per quell’eccellente immeritato. Con loro non ero mai andato oltre al Migliorabile, ovvero la voce più bassa tra le tre, nella scala di valori.
Invece no, una volta entrato nell’ufficio, il dirigente capo m’era venuto incontro, m’aveva stretto la mano, s’era scusato per l’inconveniente e m’aveva comunicato la novità.
“Caro *****, c’è stato un cambio di programma.”
“Dica…”
“S’è deciso, valutando le tue attitudini e le priorità del settore, di non affidarti più all’architetto Barella, spero che non ti dispiaccia.”
Avevo fatto di no con la testa, assolutamente, ci mancherebbe, e intanto vedevo Barella dissolversi in una nuvoletta di fumo. Stava tornando velocemente nell’oblio dal quale era venuto.
“Vedi, caro *****, ci sarebbe un lavoro importante da fare, un lavoro piuttosto delicato, trattasi d’un lavoro impegnativo, continuativo, d’altissima precisione, di notevole responsabilità insomma.”
“D’accordo, sono qui, datemi pure quel che c’è da fare, lo farò…”
L’avevo detto più che altro per cortesia, non sapendo che mi stavo per accollare un bel pacco di lavoro, porca di quella puttana ladra, proprio un bel pacco pesante. Un pacco lungo nove mesi.
E poi da dietro le mie spalle, dove se n’era stato fino a quel momento acquattato, sbucato come dall’ombra, era uscito ed apparso lui, quello che a tutti gli effetti è diventato il mio responsabile referente. Il mio superiore, il funzionario estremamente sintetico ed educato – di cui preferisco non fare il nome per evidenti ragioni d’opportunità. Sappiate però, fatevelo bastare, che è una persona elegante, beneducata, dinoccolata e flemmatica. E sopra ogni altra cosa, di pochissime parole.
“Si tratta dell’aggiornamento delle tavole originali del Piano Regolatore Generale.”
“Benissimo”, avevo fatto quasi spavaldo, “quando si comincia?”
“C’è da aspettare la nota di delibera e poi puoi partire.”
Beh, la nota di delibera ci aveva messo un paio di mesi ad arrivare a destinazione (che ci sia stato di mezzo lo zampino dei timbri di Capone?), ma dopo, una volta arrivata, ho cominciato a sudare.
32 tavole da 80x80 cm., con 49 variegate varianti da inserirci, non sono uno scherzo da niente.
Fine degli episodi passati, si torna al presente.
Adesso è mercoledì mattina e io non ci sto nella pelle. Ultimo giorno d’ufficio, signori lavoratori miei. Col responsabile referente darò un’occhiata ai due, tre punti lasciati in sospeso, poi scenderò al quinto, appiccicherò agile e delicato le strisce adesive con le trentadue date e i codici aggiornati, una striscia per sacra tavola, e consegnerò il favoloso malloppo a Puglisi. Toccherà a lui, gli auguro senza Cozza nei paraggi, fare le scansioni e le copie per le successive verifiche.
Tempo un’ora e mezza e ho fatto ogni cosa. Pure gli auguri al referente sintetico, con lui le cose vanno fatte senza troppi fronzoli. Mi pare di lievitare, da quanto mi sento leggero, mentre sono lì che telefono e che saluto tutti, Caterina, il Cacio, Franchi, Serena e Leali. All’anno prossimo, gli dico, non senza una punta d’ironia. Loro devono solo incassare, abbozzano qualche battuta, ma la loro realtà è durissima, loro si devono sorbire ancora mezza settimana, venerdì è lontanissimo. Beh, finisce che saluto pure Capone, rientrato dal tour con un panettone e due bottiglie di spumante, raccattate chissà dove e chissà da chi.
Mi vesto, nel dubbio saluto anche la stanza ma non credo che avrò crisi di nostalgia, esco e m’avvio agli ascensori. Tutt’intorno a me (io procedo a passo rallentato e mi vivo questi ultimi momenti in una piacevole dimensione rarefatta e distante) intanto, non posso fare a meno di notare che si sta scatenando il solito putiferio. Sono gli ultimi miei passi per quest’anno, mi spiace per voi, e la sento l’atmosfera frizzante, quasi elettrica, che c’è nell’aria. Porte che si aprono e si richiudono, gente nervosa che entra e gente nervosa che esce, ascensori impazziti, un gran via vai e un darsi daffare generalizzato.
Sotto le feste, prima della fine dell’anno, capita sempre così. A Natale sono tutti più buoni, tranne qui dentro. Ventiquattro piani d’agitazione sparsa, nevrotica e incontrollata. E tu li vedi i funzionari, funzionari mai visti prima, dannarsi l’anima, darci dentro come mandrilli, forsennatamente, a botte di straordinari e di ore extra, con gli ordini di servizio dell’ultimo minuto. Ma che succede? Presto detto: vanno chiusi i lavori lasciati in sospeso. Assolutamente, inderogabilmente! Vanno terminati, consegnati il più celermente possibile alle segreterie per le necessarie vidimazioni e timbrature e protocolli. Vanno conclusi entro la fine dell’anno, per forza, necessariamente! E perché? Facile, non perché se ne vogliono andare tutti in ferie come il sottoscritto, oddio, anche per quello, certo che sì, ma il motivo scatenante è un altro. Ovvero: ai lavori lasciati in sospeso e non chiusi entro l’anno solare, non verranno assegnati gli incentivi. E addio soldi. Sì, perché incentivi vuol dire soldi. E addio anche all’agognato premio di produttività.
Quindi, mentre fuori è Natale e tutti si fanno gli auguri scambiandosi bontà, qui dentro c’è l’inferno. Tutti a cercare tutti per chiudere tutte le pratiche, chiudere tutti i lavori chiudibili, chiudere con tutti i timbri, tutti timbrabili, chiudere tutti i protocolli, far firmare i dirigenti, tutti, farsi vedere tutti reattivi e scattanti. Sotto le feste mica si sta con le mani in mano, qui dentro… tutti al lavoro, forza!
Evviva la produttività! Evviva gli incentivi!
Dite quel che volete, ma io m’infilo nell’ascensore, scendo a terra, passo il badge, supero il tornello, esco in strada, respiro un po’ d’ossido di carbonio, mi getto in metropolitana e arrivederci a tutti. E mi raccomando, io adesso non ci sono più per nessuno, non si fosse compreso se ne riparla l’anno venturo dopo la Befana, d’accordo?
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 09:00 | Comments (0)
scatto sulla sdraio

Dody, intenta nella lettura, in quel di Castiglioncello (Livorno), ridente cittadina della costa toscana.
Posted by Giuseppe Braga at 08:30 | Comments (0)
19.07.06
blog recensione
Sul blog di gattostanco, si può leggere una recensione a Ma tu lo conosci Joyce?
Posted by Giuseppe Braga at 17:23 | Comments (0)
alla finestra

Le aiuole dei vicini (Telecom) sono sempre più verdi.
Posted by Giuseppe Braga at 14:27 | Comments (0)
18.07.06
Piani alti, cultura bassa / 22. Valutazioni.
di Giuseppe Braga
Capone con le segretarie ci aveva litigato per davvero e poi era rientrato in ufficio con un diavolo per capello, pochi ripeto, ma sul momento, forse per il nervosismo che l’attanagliava, non l’ha mica capita neanche lui, l’installazione cartonata (la miopia penalizza un po’ il ragazzo), nonostante le lenti spesse non era riuscito a inquadrare quella specie di cartoccio di cartone a forma di pennuto deforme, però quando s’è avvicinato e ha letto il foglio con l’augurio e la doppia P s’è imbestialito di brutto.
Quasi s’incazzava con me e a prova di ciò, stava già minacciando di strappare la busta della mia quietanza – lui aveva fatto il gesto nobile di ritirarla anche per me e io, tramando alle sue spalle, che gli combinavo? – quando, fortunatamente, come tre clown ubriachi e impasticcati, erano sbucati fuori dagli armadi gli ineffabili Pisticchi, Angelini e Bulleri e, dementi più che mai, avevano cominciato a saltellare allegri e spensierati.
“È Natale, è Natale, forza, evviva Capone, è Natale non facciamoci del male…!!!”
Capone a quel punto aveva abbozzato un mezzo sorriso ed era stato al gioco, ma io gli vedevo ancora quello sguardo luciferino brillargli nelle pupille. Poi i tre clown l’avevano invitato a bersi un caffè giù, al distributore del seminterrato, quello che da il resto. Lui s’era fatto un po’ desiderare, infine con un gesto rapido, disinvolto, aveva strappato il foglio con la scritta ignominiosa, l’aveva accartocciato e aveva fatto un discreto canestro nel cestino vicino alla mia scrivania.
“Va bene, vengo. Però offrite voi, eh?”
Oggi, adesso che sto scrivendo, comunque la si voglia guardare, è martedì. Ed è l’ultimo martedì di dicembre che trascorrerò in questo buco d’ufficio, ne consegue, pure l’ultimo martedì dell’anno. Ciò che ho appena descritto è avvenuto ieri e sempre ieri, rientrato dal caffè coi tre buontemponi, Capone s’è potuto finalmente sfogare e ha fatto a pezzi, tanti piccoli pezzettini, il cartoccio a forma di pennuto smorto, nel mentre sacramentava e malediceva i tre allegri ragazzi trash.
È martedì, ribadisco, e mi stavo quasi scordando di dirvi che ho appena terminato d’inserire l’ultima variante sulle sacre tavole. Avete capito bene cari amati miei amabili lettori, ho finito! Mi mancano solo due piccole sciocchezze, due quisquilie che avrò modo e agio di verificare domani insieme al mio referente sintetico superiore. E dunque ora, in completo totale relax (Capone è in giro per i vari piani con Nardello per il consueto tour dei saluti natalizi), posso lasciarmi andare a qualche ricordo. Sotto Natale i ricordi affiorano fitti, folti e a fiotti e fanno sempre la loro bella figura, giusto?
Ripenso a quando m’assegnarono l’aggiornamento delle sacre tavole del P.R.G. Mi viene da pensare a questo, sì. Fu un momento indubbiamente cruciale, per di più coincise con un altro episodio che merita d’essere raccontato.
Premessa condensata
Da quando ci hanno divisi e smembrati, io sono diventato l’unico disegnatore di tutto il mio settore, umile servo alle dipendenze di ben sette funzionari e scusate se è poco. Una bella responsabilità, insomma. Le mie mansioni, il mio incarico ufficiale m’è stato ratificato con una mail esplicativa (nella quale veniva definito il nuovo organigramma) e col colloquio di cui tra poco parlerò. Colloquio avvenuto circa due mesi dopo la suddivisione e la formazione dei nuovi settori. E nei primi due mesi senza mansioni e incarichi che hai fatto?, mi direte voi. Facile, rispondo io, li ho trascorsi senza fare nulla. Grattandomi, coltivando la passione per la scrittura e leggendo molto. Quasi alla Capone per intenderci, limitatamente al grattarsi, sia chiaro. Nell’attesa, nemmeno tanto elettrizzante, che decidessero a quale referente affidarmi. Scelta particolarmente scottante, capirete. È stato in quel periodo che è nata in me la necessità di scegliere la clandestinità creativa. Una forma di ribellione e di sopravvivenza intellettuale.
Primo episodio (le famigerate schede di valutazione)
È un lunedì dello scorso anno, ci hanno divisi da un paio di settimane, verso la tarda mattinata suona il telefono. Rispondo senza entusiasmo, dall’altra parte c’è la segretaria che, senza alcuna inflessione e molto professionalmente, mi comunica che sono desiderato nell’ufficio dirigenziale.
Ad attendermi c’è anche l’architetto Barella, la seconda volta in vita mia che lo vedo, normale direi, visto che è appena stato dirottato nel nostro settore, dal settore Viabilità. È lì, insieme al nostro capo dirigente, uno dei quattro a cui accennavo qualche pagina fa, uno del pool dei rampanti tanto per capirci meglio, e il Barella è lì perché, lo scoprirò a breve, è il funzionario destinato a farmi da referente. Io busso ed entro. L’ufficio di pertinenza dei dirigenti, di tutti (o quasi) i dirigenti, è posizionato nella stessa parte di palazzo. Ognuno di loro gode, a seconda del piano d’appartenenza, d’una vista privilegiata, non soltanto perché hanno vetrate molto più linde delle mie, ma questo è un esempio stupido me ne rendo conto, ma soprattutto perché si trovano sul lato corto del palazzo, verso ovest, lato corto con vetrate ad affaccio triplo. Dunque la loro vista può spaziare, oltre che all’ovest, anche verso il sud e il nord della città. Strategicamente molto valida come ubicazione, considerato che ad est del nostro palazzo, a poche decine di metri, ce ne sta un altro bello alto (sede delle telecomunicazioni nazionali) e la visuale è bloccata, mentre ad ovest il campo è sgombro e lo spettacolo che ti può regalare una giornata limpida, goduto da lì, è qualcosa davvero notevole. Tutto l’arco alpino, tutto, ma proprio tutto, molto di più di quel che riesco a vedere io, sempre per fare un esempio stupido. Ma dico questo senza alcuna nota di recriminazione e di polemica, credo che se sei un dirigente c’hai prue il diritto, anzi dirò di più, quasi il dovere morale d’avere il migliore ufficio su piazza. E anche la segretaria gnocca, se lo ritieni opportuno e se ti garba. Non discuterei neppure questo, figuriamoci. Tornando a quella giornata, dopo che la segretaria (nota di servizio: la nostra segretaria non è gnocca) con un largo sorriso inespressivo m’ha fatto cenno d’entrare, io ho bussato, sono entrato e ho salutato. Loro ci hanno messo un po’ a realizzare il fatto che, nel frattempo, era entrato qualcuno, così se ne sono andati avanti a discutere, presi e persi nei loro ragionamenti, per un paio di minuti buoni. E vi assicuro che due minuti, se ti trovi in una situazione imbarazzante, non sono affatto pochi. Io mi ci trovavo. Ho lasciato passare secondi e altri secondi che non passavano, ho dato un colpetto di tosse, ho provato a fare due passetti in avanti, finché il dirigente non s’era voltato, m’aveva visto e come niente fosse s’era rivoltato e aveva continuato i suoi ragionamenti. Allora c’ho provato anch’io ad ascoltarli, i ragionamenti, magari imparo qualcosa, magari è interessante, mi sono detto, molto propositivo e disponibile all’apprendimento tout court. Sta di fatto che stavano discutendo animosamente davanti a una grossa tavola appesa alla parete. Era una foto aerea della città con sopra evidenziate alcune aree sulle quali si sarebbe andati, a breve secondo le previsioni, non preoccupatevi ci vorranno anni, a intervenire pesantemente – massicciamente e con volumetrie abnormi – e alcune viabilità, snodi di transito importanti per lo sviluppo urbano, anch’essi di nuova progettazione.
Poi si erano interrotti come di colpo. S’erano voltati insieme verso di me, preoccupati d’avermi inconsapevolmente svelato qualche indicibile segreto, m’avevano squadrato ed erano restati in attesa, sulla difensiva. Io avevo montato una bellissima espressione da mezzo deficiente che c’ha la testa sulle nuvole e loro si erano subito rassicurati.
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 06:45 | Comments (1)
Scat-to... ilet!

Manca la testa, ma è lui, Matteo Ninni. Il quale, a margine, mi scrive: "Ecco dove mi è capitato di leggerti. Un uomo della tua intelligenza sa dare il giusto rispetto a luoghi del genere. No, perché magari qualcuno riuscirebbe anche ad offendersi..."
Ma che, dico, scherziamo?
Posted by Giuseppe Braga at 05:45 | Comments (0)
17.07.06
I miei personaggi mi scrivono / 6. Il mio primo vero fan in carne e ossa
Io, chi sono io? Io sono un personaggio del libro di Giuseppe Braga, sì, lo scrittore milanese, l’architetto, quello lì che ha scritto “Ma tu lo conosci Joyce?” (io no, personalmente, ma di nome sì, lo conosco). Mi chiamo Stefano, e nel libro, se cercate bene, c’è anche il mio cognome.
Mi trovate alle pagine 102-103, quindi non direi proprio di essere uno dei personaggi principali, però insomma, un po’ di gloria ce l’ho anche io, visto che sono il primo vero fan di Braga. Ma vi pensate? Sono il suo primo fan e sono citato nel suo libro. Vasco Rossi mica cita il suo primo fan ai suoi concerti. Forse neanche Paola e Chiara lo fanno. Io comunque sono talmente fan che se l’avesse pubblicato prima, il suo libro, l’avrei inserito nella mia tesi sulla letteratura pop (e tengo a precisare che era una tesi, mica una tesina, come lui dice nel capitolo che mi riguarda). Detto questo, a me Braga mi fa sbregare, e scusate il bisticcio verbale. Quando sono a lezione e non mi passa, tiro fuori il suo libro e mi faccio qualche risata, così almeno il tempo passa più velocemente. Ce ne vorrebbe un po’ di più, di gente che non si prende tanto sul serio e che magari, ogni tanto, ci fa vedere la realtà da un altro punto di vista. Perché, si sarà capito, Braga non parla solo di scrittura creativa, di autori e di scuole varie: parla anche della società, della nostra società, quella in cui siamo tutti belli invischiati. Grazie Giuse! Per il libro e, ovviamente, per la citazione.
Ste
Posted by Giuseppe Braga at 09:17 | Comments (0)
14.07.06
Piani alti, cultura bassa / 21. Tredicesime, trattenute e tetri opuscoli
di Giuseppe Braga
Capone è imbestialito nero e stavolta ha ragione, sì che ce l’ha, pure da vendere ne avrebbe. Ha controllato meticolosamente le vecchie quietanze e ha verificato che, zitti, zitti ci hanno aumentato le trattenute. Senza contare poi, il suo caso personale e specifico. Gli mancano sempre quegli incentivi che a suo dire gli spettano di diritto, relativi a quei vecchi lavori urgenti e speciali che gli era toccato fare, ma qui la colpa ricade tutta sulle spalle dello sbarbatello Terlizzi, la Ragioneria non ha responsabilità particolari.
“La tredicesima assieme allo stipendio. E lo sai perché fanno così?”, non si da pace.
“Dimmelo tu, ti prego”, e avendo finalmente terminato il limite della variante, posso voltarmi e guardarlo.
“Scherza, scherza, continua a scherzare mi raccomando, intanto quelli ci fottono sempre.”
“Lo so Capone, tu hai ragione, ma è più forte di me.”
“Maledette trattenute, ci uscirebbe un altro mezzo stipendio…”
“In area di rigore?”
“Ma che cazzo dici! Le trattenute, le ritenute, le detrazioni, le imposte regionali, la tax area… mettendo tutto in un unico calderone, poi a noi ci tocca pagare più tasse!”
“Che bastardi.”
“L’hai detto.”
“Sai una cosa Capone?”
“Dimmela.”
“Tanto io faccio il part-time e prendo pochissimo lo stesso.”
“Sì, sì ma così prendi pure meno, così.”
Capone ha davvero ragione, lo so, a noi poveri dipendenti pubblici, ultime ruote del carro, ci stanno fottendo per benino, cocendo a fuoco lento, senza fretta, concedendoci stipendi da fame, miserrimi, fuori dal mondo, di certo non al passo con l’inflazione, ma a me, di fondo, piace prenderlo un po’ in giro anche quando sostiene tesi condivisibili – il che, comunque, accade di rado. Che c’è di male a prenderlo un po’ in giro? Poi, come se si fosse già disamorato della questione, riattacca con un nuovo argomento. Quando ingrana, Capone non si ferma più e ci vorrebbe la contraerea per abbatterlo.
“Ti è arrivato l’opuscolo del Sindaco?”
“Cosa, quella lettera col pieghevole che illustrava le meravigliose opere realizzate?”
“Quello, quello.”
“Sì, m’è arrivato.”
“L’hai letto?”
“Gli ho dato una sfogliata, poi ho smesso perché mi faceva troppo ridere.”
“Ridere…!?”
“Sì, ridere per non piangere, intendevo dire che m’ha fatto incazzare!”
“Ah, beh, giusto, giusto. Concordo pienamente con te, *****.”
“Tutta questa ostentazione e quanta spocchia poi, mamma mia!, quest’arroganza nel mostrare i progetti dei futuri grattacieli e i nuovi quartieri residenziali esclusivi e tutto quel dire: abbiamo fatto questo e quanto siamo bravi in quest’altro e meglio di noi non c’è nessuno… avessero realizzato qualcosa per le periferie, dico io, e per le persone che non hanno da vivere, dico sempre io! E gli anziani sotto sfratto? E i bambini che mangiano schifezze nei nidi? Per non parlare dello smog, delle polveri sottili, dei nostri polmoni scoppiati, del traffico…”, senz’accorgermi mi ero accalorato.
Capone mi guarda piuttosto sorpreso, credo non mi abbia mai visto così alterato. Si gratta la testa, si sistema gli occhiali dalle lenti spesse e accenna a un sorriso complice.
“Senti, non è che me lo porteresti da leggere?”
“A te non è arrivato?”
“Beh, no, cioè sì…”
“Non capisco, t’è arrivato, sì o no?”
“Sì, sì è arrivato anche a me.”
“E allora perché vuoi anche il mio?”
Adesso sono io che vedo Capone sotto una luce nuova, completamente inedita. La sua fronte comincia a imperlarsi d’impercettibili gocce di sudore e i suoi occhi, attraverso le lenti, prendono a brillargli luciferini. Poi lo sento dire, con una voce mefistofelica e sussurrante.
“Per il piacere di dargli fuoco. Sai, c’ho provato così gusto col mio, che…”
Poi prende e se ne va, lasciandomi lì a riflettere sulla sua natura di piromane. Uscendo mi detta di slancio il suo ultimo messaggio volante: “Se qualcuno mi cerca sono a litigare in segreteria.”
Certo come no, ma chi ti cerca a te? Povere segretarie, incolpevoli e del tutto estranee a qualsivoglia vicenda, sia sotto forma di trattenuta che di opuscolo, come non le invidio. Speriamo sia sprovvisto di accendino, piuttosto, il nostro caro Capone.
Io riattacco con un’altra variante, la pausa è andata bene, ma adesso bisogna ricominciare a lavorare. Neanche due minuti e mi telefonano. Cazzo sarà che rompe? Mi alzo, vado al telefono, scocciato, rispondo. È Pisticchi, ma che cavolo vuole da me?
“Per caso, c’è lì il Capone?”
“No, non c’è.”
“Mi sai dire dov’è?”
Visto che con Pisticchi è inutile resistere o svicolare, glielo dico subito, così mi tolgo il peso.
“Dovrebbe essere in segreteria… hai bisogno?”
“No, no, niente, niente…”
Tempo mezzo minuto e vedo entrare, di soppiatto, Pisticchi, seguito in fila indiana da Angelini e dalla Bulleri, gli inseparabili del piano. E adesso che cazzo vogliono questi, ma tutti oggi, per la puttana?, mi sembra la calata degli unni. Hanno in mano un cartoccio indefinito fatto di cartone, scotch e nastri colorati. Si danno di gomito come degli scemi. Sollevo schiena e testa dall’angolo di piazza attorno alla quale sto levando il retino e li vedo sghignazzare nei pressi del tavolo di Capone.
Resto in attesa di spiegazioni, tanto lo so che arriveranno anche se non richieste. Infatti non tardano. Il favoloso trio si apre a ventaglio permettendomi così di vedere la scrivania bunker di Capone, fino a quel momento coperta dai loro ingombranti corpi. Accanto alla montagnola di pratiche inevase, sempre in bellissima evidenza e sempre più svettante, manco fosse un piccolo irraggiungibile Monte Bianco, spicca il cartoccio di cui dicevo.
“Cosa ne dici, forte, eh?”, fanno intonati, in coro.
Non mi dice molto, allora provo a osservarlo meglio. E osservando meglio m’accorgo che quel cartoccio fatto di cartone, scotch e nastri colorati somiglia vagamente e sinistramente a una specie di pennuto senza penne, triste e col becco pendulo e coi tempi che stiamo correndo, tra influenze aviarie e crisi del mercato del pollame, non è il massimo della pubblicità, per di più sotto Natale, sto cartoccio triste farebbe passare la voglia di mangiare polli anche a un ciccione affamato.
“Ma l’hai capito o no?”, mi chiede Pisticchi, il più allegro della compagnia.
Mi guardano tutti e tre come se fosse scontato che capissi.
Dico ingenuo: “No, non l’ho mica capito.”
“Allora dobbiamo scriverlo, l’avevo detto io che così non si capisce”, fa dubbioso, l’Angelini.
“E va bene, sbrighiamoci però, che tra un momento e l’altro rischia che torna”, chiosa la Bulleri.
Li osservo, mi sembrano tre agenti segreti usciti da un film sgangherato. Mi viene da strizzarmi gli occhi, magari mi sto inventando tutto, loro non esistono e si tratta di una potente allucinazione.
La Bulleri, operosa come non l’ho mai vista, prende un foglio A4 dal tavolo di Santana, tanto secondo me non se ne accorgerà mai, uno più uno meno, e si mette a scrivere. Poi prende un pezzo di scotch da un rotolo che aveva in tasca, lo stacca coi denti, appiccica il foglio al cartoccio deforme e aviario e scoppia a ridere. Ah sì, adesso sì che ci siamo. Ridono in tre. Grosse, grasse, belle risate natalizie. Si riallargano e mi mostrano l’opera d’arte completata con la doverosa targhetta.
BUON NATALE CAPPONE!
E poi via, come tre ragazzini. Mi raccomando però, tu non dire nulla eh!, mi raccomando. E vanno a nascondersi tra gli armadi/lapidi, tre simpatici becchini che non si vogliono perdere lo spettacolo. Al Capone, se c’è una cosa che non sopporta proprio, oltre ai sindacalisti, d’accordo, è quando si sbagliano col cognome e ci mettono la doppia P. Lo manda in bestia, a lui. Venite a dirlo a me che è da più d’un mese che sto sull’elenco aggiornato sotto forma di geometra, io che dovrei dire, io?
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 08:29 | Comments (1)
13.07.06
Scatto incisivo

Il 'Joyce' ti lascia a bocca aperta..!
Posted by Giuseppe Braga at 10:11 | Comments (0)
12.07.06
vecchio Scontrino, quanto tempo è passato...
[lo sappiamo, ad alcuni non è piaciuto, qualcun altro non l'ha capito, altri ancora, invece, fortunatamente, hanno gioito ed esultato, qualcun altro ancora - parenti stretti, perlopiù - addirittura ha gridato al capolavoro... ecco, oggi lo ripropongo, per la prima volta sul web!, eccolo qui, è lui, il famigerato pezzo apparso nella raccolta Scontrini. E voi che ne dite? gb]
Piccolo Mondo Ikea
Breve Romanzo Popolare dei nostri giorni
di Giuseppe Braga
Prologo
EUREKA, CHE BELLA SCOPERTA!
All’IKEA trovi tutto.
Anche per dormire.
Cap. 1
IL PROBLEMA DEI PROBLEMI
Lo scorso inverno, il dormire sembrava essere diventato il problema dei problemi, per la mia fidanzata. Il nostro letto non le piaceva più. All’improvviso, era diventato scomodo. Sfogliando il catalogo che avevamo in casa, ho cominciato a pensare. È stato verso pagina 50 che ho avuto l’idea. Senza dirle niente, vado e le faccio trovare una sorpresa. Quando torna a casa, la scopre e resta di sasso. Questo ho pensato.
Prologo (Parte Seconda)
L’ANTEFATTO
Era da molto tempo che non facevo un bel regalo alla mia fidanzata. Quale migliore occasione per accontentarla? Senza considerare il particolare, non trascurabile, che poi, nel bene e nel male, ne avrei usufruito anch’io.
Cap. 2
UN ALTRO, NON INDIFFERENTE PROBLEMA: IL TRASPORTO
Ho chiesto in prestito la Polo a mio fratello. L’ho presa e mi serviva solo per quel pomeriggio, non per un mese. Lui m’ha detto: “Bene, bene, prendila pure, figurati, prendila, ci mancherebbe, prendila pure, però attento, non c’è molta benzina dentro, il serbatoio è quasi a secco.”
“Come”, ho chiesto io, “vuoi dire che non ce n’è proprio più o…”, lui m’ha interrotto e ha fatto no, no, ha fatto no con la testa, “di benzina”, ha detto, “di benzina ce n’è, però attento, che non so se c’arrivi all’IKEA.”
Cap. 3
ELEMENTARI (E NECESSARIE) NOZIONI GEOGRAFICHE
L’IKEA si trova a Corsico (Milano) in via Marchesi 4, nelle vicinanze della Nuova Strada Vigevanese. Io vivo a Baggio (non il calciatore, ma un quartiere della periferia sudovest di Milano) e in linea d’aria saranno cinque chilometri, a esagerare. Corsico, in poche parole è vicinissimo. Voleva dire che era davvero a secco. Però a me serviva la macchina e la Polo andava a fagiolo. Ha le due barre in alto, sul tettuccio, e tu le puoi usare come portapacchi. Senza contare che ha il portellone dietro e se vuoi, lo apri, abbassi i sedili e di roba ce ne infili parecchia. Sta di fatto che ho dovuto fare venti euro di benzina. Il prezzo da pagare per dormire, m’ha detto scherzando. Meno che in albergo, mi sembra d’aver pensato fugacemente tra me e me, quand’ero al distributore.
Cap. 4
FINALMENTE IKEA!
All’IKEA, dopo il benzinaio, sono arrivato e, effettivamente, c’era di tutto. Soprattutto per dormire, ho pensato chiaramente, avvicinandomi al reparto notte. Pure sul mangiare non scherzano e l’ho pensato lucidamente, attraversando le cucine. Per ogni arredo della casa era così. Giardino e bagno inclusi. Accessori ovunque.
Cap. 5
PARENTESI POETICA
Cercai in quel luogo
Perso nel tempo
Vagolando tra immensi spazi
M’inoltrai nella Notte
Cap. 6
ZUPPA MISTA ALLA SVEDESE
Impressionante. Letti d’ogni risma, non è che posso star qui a dirli tutti. Qualcuno però sì: Alesund, Robin, Noresund, Malm, Brekke, Visdalen, Ekeberg, Vestby.
Cap. 7
DIRETTO ALL’OBIETTIVO
Ma io ne cercavo uno in particolare. La mia fidanzata s’era fissata. Voleva il letto alla giapponese. Ero all’IKEA per quel motivo lì. Giapponese. Pensa un po’.
Cap. 8
RIFLESSIONE A MARGINE, UN PO’ AMARA
Ci vorrei andare in Giappone. Vorrei proprio andarci, io. E constatare se in Giappone dormono per davvero così. A dieci centimetri dal pavimento. Col freddo che ti entra nelle ossa e la fatica che fai per alzarti da quota zero, la mattina. Vorrei vedere. Ma lì forse, m’è venuto spontaneo pensare, sono tutti bassi e hanno meno problemi a sollevarsi dal letto, loro. La mia fidanzata poi, è alta uno e cinquantotto e qui il cerchio si chiude.
Cap. 9
PRIMA BREVE DIGRESSIONE (PER PUNTI ESSENZIALI) ORIENTALEGGIANTE
Gli origami, l’incenso indiano Sandesh di Bangalore, la pratica zen, le biciclette, il tiro con l’arco, la meditazione trascendentale, la carta di riso, il buddismo, Siddharta, le ombre cinesi, i samurai, le bacchette, i bonsai, l’ultimo imperatore, il kung fu.
Il Futon.
Cap. 10
PUNTI DI VISTA
Sul dizionario l’ho trovato tra futilità e futures.
Futon /giapp. fw’ ton / [vc. giapp.; 1997] s. m. inv. · Grossa trapunta che si può stendere sul pavimento o su un basso supporto rigido e usare come materasso.
Sul catalogo IKEA, invece, s’andava giù per le spicce.
Per il massimo della flessibilità, adattalo alle tue esigenze: il tuo futon può diventare divano, una chaise longue oppure un comodo letto.
Cap. 11
QUESITI ESISTENZIALI, PER NIENTE NECESSARI AL FINE DELLA VICENDA
E il kimono? Dove vado a prenderlo, il kimono? A voler essere precisi, coerenti e precisi, se vuoi dormire alla giapponese, anche vestirti come loro, dovresti.
Finisce che dovrò comprare pure quello, ho melanconicamente pensato.
Cap. 12
SECONDA (ALTRETTANTO BREVE) DIGRESSIONE CULTURALE
Forse è tutta colpa di Hermann Hesse.
La mia fidanzata li ha letti tutti i libri suoi. Io, per restare nell’ambito giapponese, mi sono limitato a leggere un millelire di Stampa Alternativa di Mishima, che però m’ha stroncato sul posto. Con quella roba eclatante che aveva fatto poi, con me aveva chiuso. Mai piaciuti i bonzi piromani guerrafondai. Da quel giorno, lottatori di sumo e manga a parte, ho cominciato a diffidare del Giappone.
Cap. 13
LA SCELTA
Allora ero lì e ce n’erano tre di modelli di divani/letto futon. Uno scadente (il nome parlava da solo, Grankulla) che ho scartato subito. Visto che avrei dovuto dormire a quota zero, che almeno fosse di qualità. Per gli altri due ho dovuto riflettere. Poi ho fatto la prova. Mi ci sono sdraiato sopra. Chi se ne frega delle persone che mi guardano, ho pensato, io mi ci sdraio sopra e faccio il collaudo. Prima di comprarlo devo essere sicuro di star comodo. Ci avrei dormito io, non quelli che mi stavano guardando. Dico comodo, tanto per dire. Perché meglio che un letto di quelli tradizionali, non penso che ci sia, e no, non lo penso proprio.
Alla fine, sguardi o non sguardi, l’ho provato e ho scelto.
Cap. 14
SCHEDA TECNICA, FATTI NON PAROLE
Il bello dei futon IKEA è che sono regolabili in diverse posizioni. Per stare seduti… sdraiati… addormentati. Scegli tu, in base al tuo momento. (pag. 54 del catalogo)
JARNAVALLA/MUNKARP divano futon con fodera Lindan in 100% cotone, asportabile e lavabile, e materasso MUNKARP in schiuma di poliuretano. In acciaio laccato con struttura in faggio massiccio trattato con mordente marrone. Schienale regolabile. Cm. 140x104, h cm 76.
Misure letto: cm 140x200
Cap. 15
TRE SEMPLIFICAZIONI NECESSARIE
Jarnvalla è la struttura.
Lindan fod, il rivestimento.
Munkarp futon, il materasso.
Cap. 16
LA RISOLUZIONE DEL PROBLEMA DEI PROBLEMI
Il rivestimento l’ho preso blu scuro, così nasconde le macchie. Nel cestone ce n’erano una decina, ho cercato di prendere quello che mi sembrava il meno toccato dagli altri. Ho scavato un po’ e l’ho estratto. Ho controllato che il cellophane ci fosse tutto. Bello sigillato l’ho preso. In questi tempi non sai mai come comportarti, meglio essere previdenti.
La struttura pesava abbastanza, ma l’ho messa sopra al carrello piuttosto facilmente. Anche qui controllato ogni cosa. Tutt’apposto. Potevo andare.
Il futon, come la struttura, si trovava nel reparto Selfservice, settore C, fila 5. Arrotolato e sottovuoto. Quando l’ho visto non credevo che si poteva gonfiare fino a diventare una roba dove ci si dorme sopra.
Cap.17
PICCOLO GRANDE MONDO IKEA!
Futon, dormire alla giapponese, all’IKEA, azienda svedese, si può trovare. Il mondo è piccolo, e se hai la carta VISA a disposizione, di più.
Cap. 18
IL VIL DANARO
I prezzi neppure sono stato a guardarli, i prezzi. Ho solo pensato una cosa. I regali (di più le sorprese) alle fidanzate si fanno senza stare a guardare i prezzi.
Cap. 19
INTRAVEDO LA LUCE (E’ TEMPO D’ANDARE)
La coda è filata via piuttosto veloce. Gente sì, ma scorreva. Alla cassa la ragazza m’ha sorriso. Mentre passava il rilevatore sul codice a barre, m’ha detto che ero la nona persona, quel giorno, che acquistava il Futon Jarnvalla.
In poche parole andavano a ruba. Non che m’abbia fatto un grand’effetto, saperlo, però le ho contraccambiato il sorriso. Per educazione, più che altro per quello.
Cap. 20
SIMPATICAMENTE, ALLA CASSA
Poi m’ha chiesto, sorridendo simpaticamente (dava per scontato che non avrei pagato in contanti), carta o bancomat? E simpaticamente ha battuto lo scontrino. Se paghi con la carta, simpaticamente, sembra che non spendi, ho simpaticamente pensato io.
Fine
segue…

Appendice con finale aperto
Primo Epilogo
HAPPY END
Meno male che le istruzioni allegate sono in italiano. Meno male.
Riconsegnata la Polo a mio fratello, mi sono messo a montarlo e in un paio d’ore era pronto. Futon giapponese. Stasera la mia fidanzata sarebbe rimasta a bocca aperta!
Secondo Epilogo
FINALINO INTERLOCUTORIO
Quando rimetti ordine alle cose, o almeno provi a farlo, dovresti prevederli, gli imprevisti. Perlomeno metterli in conto. Io questa volta non l’ho fatto. Stasera (m’è capitato mentre riordinavo i cassetti) ho ritrovato un vecchio scontrino dell’anno scorso. Sta a vedere, ho pensato distintamente, sta a vedere che è proprio quello.
Lo tengo in mano e lo guardo. Salto tutto il resto e mi concentro a metà.
T O T A L E euro 274,00
CARTA VISA 274,00
RESTO 0,00
Un tuffo al cuore mi prende. Certo non per i soldi spesi. Anche se.
Avevo fatto tanto per rimuovere il passato. Tanto avevo fatto, ma.
Ora, in un lampo, tutto è riaffiorato in superficie.
Come farò adesso?
Terzo (e ultimo) Epilogo
CONCLUSIONE STRAZIANTE
All’IKEA non ci sono mai più tornato. Escluderei anche il fatto di poterci tornare in futuro. Solo brutti ricordi. L’IKEA con me ha chiuso per sempre.
Il kimono (alla fine, nonostante tutto, per coerenza e amor di precisione credo, l’avevo comprato) l’ho dato a mia madre. In camera ho rimesso il mio vecchio letto. Modello tradizionale, due piazze in acciaio laccato. Lo comprai un sacco d’anni fa, era in offerta da Gran Casa. Tanto per dire, non mi ricordo neanche più quando.
Quello che mi ricordo perfettamente invece, è che due mesi dopo averle regalato il Futon Jarnavalla, quella stronza della mia fidanzata m’ha lasciato.
Posted by Giuseppe Braga at 15:39 | Comments (0)
I miei lettori mi scrivono / 9. Francesca Pagliarulo
Ho appena finito di leggerlo, il tuo romanzo-diario-riscossa-di-ogni aspirantescrittore.
Carissimo giuse.braga, grazie.
Mi sono divertita immensamente perché alla fine, voi aspiranti, siete molto più coraggiosi e simpatici (non tutti, ma almeno quelli che compaiono nel tuo libro) di noi che non osiamo neanche aspirare! Pensa che io non ho mai preso una penna in mano (se non quando abitavo in Giappone, ma quella è un'altra storia) perché, ogni volta che cominciavo a formulare una frase mentalmente, già mi vedevo attorniata dagli scrittori più grandi di tutti i tempi. Specialmente quelli già morti che incutono anche più timore. Non ho mai frequentato un corso di scrittura creativa ma, avendo appena aperto una libreria a Venezia [lo scorso giugno, ndr], ne ospiterò uno da ottobre. Allora avrò la scusa per infiltrarmi con discrezione. La mia è una libreria di viaggi (viaggi e miraggi, come dire) e non solo. Sarebbe molto bello se tu avessi voglia di presentarci il tuo libro o magari di venire a parlarci della tua esperienza di veterano di corsi. Fammi sapere se sei interessato.
Ti faccio i miei migliori auguri, non demordere che mi sembri sulla strada giusta.
Francesca
Posted by Giuseppe Braga at 14:35 | Comments (0)
11.07.06
alla finestra

Orizzonti di Gioia (Via Melchiorre)
Posted by Giuseppe Braga at 07:59 | Comments (0)
10.07.06
Piani alti, cultura bassa / 20. Varianti e cicale
di Giuseppe Braga
È l’ultimo lunedì lavorativo prima di Natale e io sento l’ansia crescermi dentro. Ma non è l’ansia natalizia, quella solita, quella che t’assale ogni anno in questo periodo, l’ansia per i regali, i presepi, gli alberi e i pranzi che inesorabili t’aspettano, e neppure quella per le luminarie che hanno invaso, incongrue, eccessive e accecanti, la città, nossignori. Questa è l’ansia tipica che prende per la gola la cicala.
Sì, lo dichiaro, ebbene sì, lo confesso, sono stato una stupida cicala anch’io, con tutto quel tempo buttato via ad ascoltare le fregnacce di Capone o tutte quelle ore spese a scrivere della slitta e dell’orso miope o a fantasticare sui bei tempi che furono. E adesso, volete proprio saperlo?, adesso sono qui, piegato, genuflesso, inginocchiato davanti al tavolo luminoso e ai suoi neon incassati e lavoro forte, mi spacco la schiena, forte e duro, non guardo più in faccia a nessuno io, adesso, io, eh no!, adesso basta scherzare, lavoro duro e forte come un camionista incazzato che si spara su e giù le autostrade della beneamata penisola per non so quante volte in una settimana senza battere ciglio. Pronto a inserire la marcia e a ripartire. Giorno e notte. Ecco, magari non proprio a quei livelli, io di notte dormo tranquillamente a casa mia, ecco, ma quasi ci siamo. A costo di spaccarmela, la schiena, e di lasciare qualche diottria per strada, io, il mio lavoro lo voglio finire assolutamente entro i termini che mi sono stati, sinteticamente ed esplicitamente, ordinati. E dunque sì, ora basta trastullarsi, la chiusura dell’aggiornamento delle sacre tavole del Piano Regolatore Generale mi attende e non può più essere rimandata. Questa spada di Damocle che pende sulla mia testa non me la lascerò cadere addosso. Quest’aggiornamento s’ha da fare ed entro Natale sarà mio.
Settimana scorsa, se volete che ve lo dica, e ve lo dico senza auto-compiacermi più del dovuto, ci ho dato dentro a capofitto, pur con l’ostruzionismo, chissà poi quanto involontario di quello scansafatiche di Capone, ci ho dato una bella botta al plico di varianti che dovevo inserire sulle sacre tavole. Da montagnola ch’era, l’ho declassata a poco più che collinetta, dai pendii dolci e decisamente meno impervi.
Oggi, mattinata limpida e gelida, a poco meno d’una settimana dal santo Natale, col rischio di imprevisti cali di zuccheri preventivamente scongiurato da un’abbondante e sostanziosa colazione consumata al bar sotto il metrò, oggi, a meno tre dalle mie sacrosante e sospirate ferie di fine anno, prima di ributtarmi a capofitto nella collinetta di varianti, decido di fare un breve riepilogo e una conta delle varianti inserite, di quelle ancora in sospeso e di quelle mancanti. Le giornate di oggi e di domani s’apprestano a essere lunghe e faticose, perciò necessito di un bel programmino definito e preciso. Conto e riconto, riconto e conto e verifico con un certo sollievo che le varianti più rognose, quelle dai limiti frastagliati, arzigogolati, incagliati, a serpentina e incerti le ho fatte quasi tutte. Così cicala non lo sono, allora, mi compiaccio ancora un pochino, tra me e me.
Dopo il conteggio e la spunta, arrivo a constatare quanto segue.
Varianti riportate effettivamente sulle tavole di P.R.G., n° trentanove
Varianti ancora in sospeso, da verificare con il responsabile funzionario, n° due
Varianti da fare, n° otto
Ne deriva che ce la posso fare. Quattro varianti al giorno (tra oggi e domani) non sono uno scherzo, ma esprimendomi agli alti livelli di cui sono capace, posso farcela. Mi riserverei la mezza giornata di mercoledì infine, per risolvere i dubbi inevasi e per portare il malloppo delle sacre tavole corrette e aggiornate al quinto piano, dal mite e corretto Puglisi, il venerabile tutore di tutta la cartografia cartacea originale dei vari settori urbanistici, saggio e umano titolare del laboratorio eliografico, per le susseguenti scansioni e copie su carta. A quel punto il mio lavoro si interrompe, nel senso che passo il testimone agli altri. A Elena Sabatini, esperta ragazza dedita a trovare peli nell’uovo, ex disegnatrice, ora amministrativa, molto meticolosa e scrupolosa fino allo sfinimento e al funzionario responsabile, il referente sintetico. Entrambi controlleranno con rigore e altissima precisione il mio operato e poi, inevitabilmente ce ne saranno, mi ridaranno da correggere quelle tavole sulle quali avranno riscontrato le mie eventuali piccole disattenzioni. Ma se ne riparla dopo Natale, anzi, ve lo dico subito, se ne riparlerà nell’anno nuovo, che io ho intenzione di tornare dopo la Befana, ve lo annuncio formalmente qui e ora, regalandomi una bella e meritata pausa lontano da questo postaccio vista smog, cemento e luminarie. Le ferie me le sono tenute apposta, chiamatemi scemo.
Inizio a darci dentro, allora. Sono le nove e dieci, ovviamente in ufficio ci sono solo io e dunque comincio bello rilassato e senza rotture varie. Lavoro bene, in assoluta tranquillità, per una buona ora, poi entra Capone. È più trafelato del solito, con la coda dell’occhio, senza alzare la schiena dal tavolo luminoso, gli faccio un cenno di saluto, lui mi borbotta qualcosa e si fionda alla scrivania. Sento che apre cassetti e scartabella fogli. Lo lascio fare. Lui lascia fare me e io lascio fare lui, un onesto patto silenzioso tra gentiluomini. E poi, ci manca solo che gli dia il la, d’accordo sbagliare, ma ai gesti d’autolesionismo, no, non ci sono ancora arrivato.
Mi ributto nel lavoro. Ora è il turno della Variante n° 1856, fogli di P.R.G. I-L 3-4 e I-L 5-6, zona di decentramento 5, riguardante le aree comprese tra via T**** e Piazza A******, ai sensi della legge regionale ****, ai sensi del D.P.R. n°*****, funzionario e responsabile del procedimento, arch. Cristiana Tondini.
Molto bene. Un lotto di medie dimensioni, con la previsione d’un nuovo parcheggio sotterraneo. È questo l’oggetto della variante. Da area a destinazione industriale e artigianale, ad area soggetta a intervento urbanistico comunale, comprendente, in superficie, una nuova zona adibita a verde pubblico. Beh, a volte succede di creare nuove zone verdi, peccato solo che, per fare i tre piani interrati del parcheggio, dovranno interrompere due vie, deviare il corso di una terza e chiudere un largo e trafficato tratto stradale per almeno due anni e mezzo. I prezzi del progresso e della mobilità. Che dopo, i parcheggi pubblici d’interscambio in prossimità dei capolinea delle linee metropolitane (questo è un caso del genere), restino perlopiù deserti e che tutti s’avventurino in città con le proprie auto, questo è tutt’altro discorso. L’unica costante è che noi, noi intesi come cittadini, ci intossichiamo giorno dopo giorno sempre più, respirando smog in percentuali elevatissime.
Ma sarà meglio che torni all’aggiornamento. Visti sulla carta, imperfezioni, manchevolezze e limiti, insiti e reali, presenti nella metropoli, sembrano molto più gestibili e hanno l’aria d’essere innocui per la nostra salute. Potenza delle mappe cartografiche che semplificano sempre tutto.
Incido il retino esistente (una pellicola adesiva trasparente con diverse simbologie, stavolta un largo quadrettato ortogonale) con estrema cura, poi lo sollevo, sempre col bisturi, cercando d’alzarlo via, possibilmente tutt’assieme. Impresa quasi impossibile, i retini sono vecchi e la colla resta attaccata alla sacra tavola e così, mentre il retino si stacca, va disintegrandosi in vari micropezzettini. Allora devo lavorare d’astuzia e di cesello, un pezzetto alla volta e poi, per eliminare la colla appiccicosa che resta sulla tavola, ci passo sopra con la gomma. E vai così. Poi prendo il nuovo retino, un bel reticolo fitto, sempre a maglia ortogonale, ma inclinato di 45°, ne taglio una parte, sagomandola a occhio su misura, la posiziono con molta cura sull’area di tavola sgombra, oggetto della variante urbanistica, e con l’aiuto del bisturi e della squadra ne taglio i precisi contorni. Stando bene attento a non far appiccicare troppo il retino nuovo sulle altre parti adiacenti all’area sgombra, che a volte succede che il retino aderisca troppo e alzandolo poi, si porti via i vecchi pezzi. E allora devi riattaccare tutto, ritappezzare, ricomporre, ricominciare daccapo, rincollare la tavola. Ma non è finita, certo che no. Adesso arriva il momento dei limiti. A tutto c’è un limite, no? Prendo la scatolina dei biscotti danesi, apro il coperchio tondo, frugo un po’, estraggo i pennini a china 0,3 e 0,8. Tocca a loro, è giunto il loro grande momento. Li agito un poco, ne provo la fluidità dell’inchiostro su un foglio di brutta e procedo con estrema attenzione, sperando di non sbagliare e di non dovere ricorrere alla lametta.
“Bastardi, lo sapevo!”
Sobbalzo di colpo. La tregua è finita, Capone s’è svegliato, accidenti. Mi mette subito al corrente. È arrivata una mail dalla segreteria, sono pronte le quietanze, e fin qui ci sarebbe solo da esserne felici, ma la notizia ferale e tremenda è un’altra. Insieme alla mensilità che ci spetta, i furboni della Ragioneria ci hanno infilato anche la tredicesima.
“Lo sai, ma lo sai *****, che sarebbe illegale?”
“Denunciamoli, allora”, gli faccio senza voltarmi.
“Sempre in vena di battute, eh? Anche quando non sarebbe il caso.”
“Dico sul serio, avvisiamo i sindacati e vediamo cosa dicono a proposito.”
“Seee, povero illuso, i sindacati! Lasciali stare quelli lì, che è da giovedì che provo a chiamare quel fanfarone di Terlizzi e non lo trovo mai…!”
“Chiama tua sorella, no?”
“Non ci penso neppure.”
“Perché?”
“Mai mischiare gli affetti con il lavoro.”
“Ah, beh, allora, se la mettiamo giù in questi termini, non parlo più.”
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 08:11 | Comments (0)
06.07.06
Scatto da fermo

Francesco, lettore di periferia, crepuscolare e un poco underground.
Posted by Giuseppe Braga at 15:15 | Comments (0)
I miei personaggi mi scrivono / 5. la Signora Dettaglio
Ricevo e pubblico (senza alcuna censura), il commento al vetriolo della Sig.ra Dett. (vedere foto allegate)

Caro Braga (e scrivo caro, nota il gentile dettaglio, anche se non dovrei, considerato come ti sei comportato),
sono la Signora Dettaglio e ti dico subito una cosa – che dettaglio non è –: io, a questo gioco al massacro, non ci sto! Eh, no, no, no!
Tanto per cominciare, io non mi sono mai cotonata i capelli! Ma che ti è saltato in mente! Pura follia, io i miei capelli non li tingo neppure, figurati un po’! Le mie sono pieghe naturali, accidenti a te!
E poi, dettagliatamente, puntualizziamo una buona volta per tutte, che:

Io li amo i cannibali, Tiziano Scarpa in testa (i capelli qui non c’entrano, lui tra l’altro è pelato, come ben sai). E non ho mai paragonato i tuoi scritti (mediocri, per dirla tutta e fuori dai denti) coi loro, ma che, scherzi?
E ancora (te ne sarai accorto anche tu, o no? Ma dove vivi, nel mondo dei sogni? A Bragopoli, per caso?), forse ti sarà sfuggito, ma questo non è certo un dettaglio insignificante, loro, quel gruppo là, non sono più neanche loro, quelli là, dei cannibali… è da anni che non lo sono più! Nel frattempo, in questi anni (anni nei quali tu ti trastullavi a Bragopoli), ti fosse sfuggito (evidentemente sì), loro, quel gruppo là, sono diventati onnivori! Hanno allargato, insieme alle vedute letterarie, anche le loro abitudini alimentari (Lucarelli va pazzo per le lasagne al forno col pesto, tanto per dire, Pinketts, ogni mattina se non si fa un bel pinzimonio gli gira male, Ammaniti si fa scorpacciate di pizze surgelate e Aldo Nove… be’, facile, questa la sanno anche i sassi, Aldino si fa i Quattro Salti in Padella un giorno sì e l’altro pure)!
Altro punto dolente: Amo la Elena Ferrante, e allora? Che problemi hai, al riguardo? Lasciamela stare, la Ferrante, anche se fosse Starnone, dio non voglia, lasciamela stare, per favore!
E ancora (come vedi non mi sfugge alcun dettaglio, a me): il tuo racconto per Scontrini, quella cavolo di storiella sul futon alla giapponese acquistato all’Ikea, non mi piaceva quando lo leggesti al corso, non mi piace ora che me l’hai fatto ricordare e non mi piacerà nemmeno in futuro, quindi… ma poi, scusami tanto, bello mio, adesso non si può più nemmeno criticare piccole operine ambientate in grandi magazzini seriali d’arredamento scandinavi? Ma chi ti credi di essere, Arturo Bandini, forse? Per non dire di questa fissa infantile e puerile per John Fante, ma dai, ma cresci un po’, ma va là…
Amo anche A.K., e allora? C’hai da ridire pure su di lei? Quel giorno era nervosa, a ragion veduta lo era, ma solo dopo, io, solo più tardi, l’ho saputo. Era appena uscita dal dentista (un dente del giudizio grosso così, le han tolto), ma io, solo dopo sono venuta a saperlo, però. E a te, a voi, non l’ho detto. Cosa facevo, mi mettevo a spettegolare sui denti di A.K.? Per chi m’hai presa, per una portinaia qualsiasi di Bragopoli?
Ma adesso, adesso che sai la vera dettagliata verità, che fai, lo aggiungi a mano, rettifichi a pagina 127 (ventinovesima riga, tanto per essere precisi) su tutte le copie vendute? (spero poche… passami la dettagliatissima e deliberata benevola cattiveria)
Mio non più troppo caro Braga, quante sciocchezze in libertà che ho trovato nel tuo mediocre libro, e neanche questo è un dettaglio di poco conto, sai?, perché se in un libro trovi tante sciocchezze in libertà (io ne ho trovate in quantità industriale, nel tuo), non può certo essere un buon libro!
Ma ti rendi conto? Oh, cos’altro mi sovviene in mente, adesso, oh mamma mia!, hai persino dato del millantatore a Raul Montanari, ma che, ma ti sei impazzito? Ma, dico, ma non t’ha ancora querelato? Evidentemente ha un gran buon cuore, prendi esempio… e poi, Rollo (!) l’hai paragonato a un punto esclamativo! Pura follia… mah, meglio che mi fermi qui, sì, sarà meglio, che io ho stile e non voglio infierire.
Insomma, hai sputato nel piatto in cui hai mangiato per anni, questo lo capisci, vero? Vergognati, screanzato che non sei altro!
A non risentirci (e questo è il mio dettagliato saluto, finale e definitivo)
La (non più) tua Signora Dettaglio
Posted by Giuseppe Braga at 09:46 | Comments (10)
05.07.06
Piani alti, cultura bassa / 19. L'allegra combriccola
di Giuseppe Braga
Capone, dopo una lunga e ponderata riflessione, ha scelto, finalmente. Carolina prende carta e penna e s’appresta a riportare correttamente il menù di giornata.
Maccheroni mare e monti
Battutina di maiale ai ferri
Patate arrosto e spinaci saltati al burro (mezza porzione di ognuno)
Due panini
Un pacchetto di cracker (mi raccomando salato in superficie, specificalo!)
Acqua liscia, bottiglietta da mezzo litro
Una pera cotta
Perfetto, equilibrato, leggero, vitaminico, proteico, nutriente. Cazzo volete di più?
Carolina torna di là, anzi resta di qua, usa il telefono di Santana, tanto quello non c’è mai e gli cresceranno pure i funghi sotto la scrivania, chiama la mensa e fa le ordinazioni. Entro mezzogiorno vanno fatte, che se no, non riescono a preparare le vaschette e i sacchetti, quelli della mensa.
L’ora di pranzo è decisamente singolare e ha degli aspetti senz’altro spettacolari, qui all’ottavo piano, stanza n° ***, se ne vedono di cose, che quasi si fa fatica a crederle.
Se a una cert’ora chiudi gli occhi, diciamo intorno alle dodici e mezza, dodici e trequarti, diamole tempo di andare a prendere i sacchetti con le vaschette piene di pietanze e di tornare, alla Carolina, tu prova a chiudere gli occhi e vedrai, li chiudi e senti lo sferragliare delle posate, li tieni chiusi e se non hai il raffreddore puoi annusare il profumo delle cibarie ancora calde e, resisti ancora un attimo con gli occhi serrati e vedrai, con un po’ di fantasia, ti sembrerà davvero di stare al ristorante, ti sembrerà.
Poi li riapri e la verità, triste, buffa o grottesca, dipende dal tuo umore, assume i contorni della realtà e ti vedi Capone, a due metri scarsi di distanza, lo vedi in compagnia di altri indistinti personaggi, che s’ingozza coi maccheroni mare e monti, spaparanzato sulla sua seggiola girevole coi braccioli, col tovagliolo di carta al collo per non sporcarsi la camicia e col sugo mare e monti, pomodoro, cozze e funghi, spalmato disordinatamente intorno alla sua bocca come se gli avessero sparato una mitragliata sui denti.
Un orrore, un abisso. La fine della civiltà, in poche parole. Che se non avessi, asserragliato chissà dove, ancora un barlume di lucidità e un pizzico d’amor proprio, ti getteresti senza indugi dalla finestra e chi s’è visto s’è visto.
Io invece, davanti a simile orrido spettacolo, ho, solitamente, due possibilità. La facoltà della scelta, finestra a parte, per fortuna ce l’ho.
E dunque accade che, riavutomi dopo l’inevitabile quotidiano shock iniziale, o resto ipnotizzato da tanto orrore e rischio la finestra, o me ne vado, pure io, a gambe levate, a mangiare. Che così almeno non li vedo all’opera e penso che non esistano. Così facendo però, lascio sguarnita la mia postazione e questo è un guaio. È capitato, al ritorno, di trovare alcune sorpresine, sparse qua e là…
L’allegra combriccola del pranzo all’ottavo piano è variabile e consta di personaggi e interpreti, piuttosto notevoli e originali, intercambiabili e/o più o meno saltuari a seconda dalle occasioni.
Carolina alle dodici e trenta spaccate corre alla mensa, passa il badge per tutti, raccatta i sacchetti caldi e colmi di vaschette fumanti, e torna, volando sulle ali dell’altruismo che la contraddistingue, nel palazzo. Entra leggiadra in ufficio e i profumi misti e variegati dei cibi si spandono nell’aria. Capone sobbalza dalla sedia e si prepara col tovagliolo. Non ci sta nella pelle, è sempre affamato quell’uomo. Scatta il giro di telefonate e in pochi minuti, dai vari piani, arrivano i commensali. Nel frattempo Carolina ha apparecchiato, per tutti tovaglietta di carta, bicchiere di plastica e tovagliolo. Le sedie non sono mai abbastanza e si cercano negli uffici limitrofi. Tanto è ora di pranzo e quasi tutti sono usciti a mangiare. Io spesso resisto asserragliato alla mia scrivania, presidiando un posto molto, fin troppo appetibile. Arrivano gli ospiti, arrivano già con le sedie raccattate qua e là e si siedono nei posti appositamente preparati da Carolina. Poi è sempre lei che distribuisce i sacchetti contenenti le pietanze. Buon appetito a tutti, adesso non si scherza più, adesso si mangia.
Oggi sei coperti, oggi ci sta il pienone.
Marzia l’aiuto segretaria,
Il ragioniere Alberto Falletti, un panzone del settimo, che chiede sempre le doppie porzioni e ci credo che c’ha una tal panza,
Simona Chini, l’amica di Carolina, un’impiegata del diciannovesimo piano, nulla di che, solo un po’ squinternata, ma a Carolina se non c’hanno qualcosa che non funziona non piacciono mica,
Nardello il santo, il vecchio collega disegnatore, quello che ha fatto l’aggiornamento del P.R.G., ma che per me passerà alla storia per la trovata geniale del bicchierino d’acqua nella sonda del fan-coil.
E poi loro due, ma di Capone e Carolina già sapete. Loro due sono i commensali fissi, nonché gli impeccabili e irreprensibili padroni di casa.
Faccio appena in tempo a intravederli, li lascio, con un po’ d’esperienza e piuttosto furbescamente, sistemare sulle loro sedie e quando tutti hanno cominciato a far andare su e giù le mandibole, mi alzo, li saluto, do loro il buon appetito di prammatica e me ne vado, abbastanza sollevato, a mangiarmi un panino per i cavoli miei, in compagnia di David Foster Wallace, non in persona, ma sotto forma cartacea, nella fattispecie accompagnati entrambi da una ragazza dai capelli strani.
Flash back (esercizio di memoria metonimica): vi ricordate le briciole sotto la mia scrivania?
Rientro prima del previsto, staccandomi a fatica da storie americane su quiz televisivi, domande su animali inespressivi e record di vittorie consecutive e ho una bella sorpresa. Trovo bella comoda sbracata sulla mia sedia Susanna Precipizi, un’altra amica di Carolina, un po’ svitata pure lei, impegnata a scofanarsi una vaschetta fumante di non so che, ma con molto parecchio sugo. Per terra, tutt’intorno, briciole, indiscutibilmente briciole di pane. Evidentemente un ultimo arrivo, senza prenotazione.
“Scusa, cazzo ci fai al mio posto?”
“Non c’era nessuno e mi sono accomodata.”
“Ma cazzo, ti assicuro che questo è il mio posto, cazzo.”
“Perché, ti da fastidio se mangio qui?”
Mi guardo in giro in cerca di consenso o conferme. Non ottengo nulla, solo varie e diverse tipologie di masticazioni. Qualche scrollata di capo, da uomo di mondo, esempio Capone, come a dire, lascia perdere, è fatta così, la ragazza è un po’ fatta così, lascia stare.
Non mi resta che stringere forte il Foster Wallace fatto di carta, pensare a Gin Fizz, Big, Cucciolo Rabbioso e Mister Wonderfull e chiudermi nel cesso, infinitamente triste e senza speranza. La vita d’ufficio è una brutta bestia, soprattutto quando si ha fame.
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 23:20 | Comments (1)
alla finestra
Fronte della Pubblicità
Posted by Giuseppe Braga at 14:40 | Comments (0)
04.07.06
I miei lettori mi scrivono / 8. Giuseppe Carlotti
Odio gli scrittori
di Giuseppe Carlotti
[Giuseppe Carlotti , l'autore di Klito, romanzo uscito per Fazi Editore lo scorso anno, ha letto Ma tu lo conosci Joyce?. Ecco, a riguardo, il suo commento. gb]
Odio gli scrittori e tutto quello che rappresentano. Li trovo spocchiosi e davvero troppo narcisi. Nessuno è uno scrittore, forse nemmeno Joyce lo era. Siamo tutti esseri umani, qualcuno di noi scrive, c'è chi lo fa meglio e c'è chi lo fa peggio. Poi ci sono i critici, coloro che leggono i libri, ed i più nemmeno li leggono. Peccato, perché quello del critico è un mestiere autentico.
Ad esempio Antonio De Benedetti è un critico letterario. Quando entri a casa sua vieni investito dall'odore della carta. Successivamente scorgi migliaia di libri accatastati, dal pavimento fino al soffitto. Libri disposti su librerie pericolanti, tavoli, divani, davanzali delle finestre. E quando senti parlare Antonio De Benedetti vorresti stare lì ad ascoltarlo per sempre. Quando parla di Moravia, ad esempio. O di Dacia Maraini. Ora. Antonio ha pubblicato numerosissimi libri. Lo si potrebbe definire uno scrittore sopraffino. Ma io non credo che lui si autodefinirebbe scrittore. E' una persona troppo intelligente. Allo stesso modo, non definirei Giuseppe Braga uno scrittore. E scrittore -poi- per quale motivo? Forse perché qualcuno-da-qualche-parte-alla-fine-dopo-tanto-peregrinare-ha-pensato-di-pubblicargli-un-libro? Giuseppe Braga scrive da anni, ed il fatto che oggi sia acquistabile in libreria un suo romanzo non cambia assolutamente nulla. Nel merito, "Ma tu lo conosci Joyce?" è intriso di un umorismo milanesotto alle volte pesantello (specie quando l'autore si attarda in mimesi stilistiche di altri autori) ma tuttosommato godibile. Vi assicuro che non varrebbe la pena di leggerlo, se fosse tutto qui. Il libro di Braga, invece, merita assolutamente di essere letto perché è una miscela esplosiva di rabbia autentica e di quel risentimento che solo gli sconfitti riescono a provare, elaborare e mettere su carta. In questo senso Braga è un perdente: anche i perdenti, alla fine, vivono i loro trionfi. Non mi soffermerei tanto, ad esempio, sui ritratti dei docenti e dei vari "scrittori" incontrati da Braga nei corsi e seminari da lui frequentati. Quelle sono caricature da sorridere, sono pagine carine, a volte persino omaggi... nulla di veramente impattante. Invece è grandioso il ritratto dei compagni di corso: una masnada di derelitti (per giunta ipercompetitivi e terribilmente cinici) destinati ad essere spremuti nelle loro più estreme sostanze psico-economiche dal sistema perché... Perché le pecore sono pecore e come tali vengono semplicemente scannate. Uomini e donne che si invidiano, si odiano, si agitano e si picchiano per un mezzo elogio in più, per un "bravo" detto a mezzabocca a seguito della lettura ad alta voce di raccontini peggio che mediocri. Questi corsisti sono in realtà zombie senza speranza, gente destinata all'oblio, schiavi del nuovo millennio, condannati persino a combattersi tra di loro senza che in lontananza si intraveda mezzo -autentico- posto al sole. Arance (con poco o nullo succo) da spremere e gettare via: la nostra generazione in un ritratto autenticamente spietato. Peccato che quando Braga si renda conto di "stare esagerando", si tiri un po' indietro, quasi impaurito dalle stesse circostanze che racconta, quasi atterrito dal timore di risultare pesante per il lettore o, peggio, querelabile. Lo scrittore deve essere un violento! - mi verrebbe da dirti, mio caro omonimo di nome (ed in qualche episodio anche di fatto). Sono piccole ingenuità tipiche dell'esordiente, credo, che tuttavia non tolgono nulla al valore del romanzo. Intendiamoci: io sono convinto che la massa degli idioti troverà questo libro "irresistibilmente divertente". Confido invece che pochi sensibili ed ardimentosi lo trovino "terribilmente vero, drammatico e rabbioso", quale in effetti è.
Posted by Giuseppe Braga at 07:11 | Comments (8)
03.07.06
Piani alti, cultura bassa / 18. A tavola, la zuppa l'è cotta!
di Giuseppe Braga
Capone, aldilà dei timbri che fa finta di mettere, è uno metodico. Una di quelle persone che fonda la propria vita su poche certezze, poche, sicure e indiscutibili. Inattaccabili e inoppugnabili.
A un’ora prestabilita gli suona la sveglia del cellulare. Sempre, ogni stramaledetto giorno è così.
“Le undici e mezza. È ora.”
Segue una procedura collaudata. Gli avranno anche cambiato il settore solo da un anno, ma su alcune cose, vedi questa, Capone è svelto come un mandrillo e ha molta, parecchia facilità d’apprendimento.
Senza nemmeno voltarsi, seduto sulla sua seggiola con braccioli, muove il braccio sinistro e tira due pugni, secchi e decisi, contro la parete che sta dietro la sua scrivania. Dall’altra parte, tempo due, tre secondi, arriva una vocina stridula, la stessa, ogni mattina alle undici e mezza, sole pioggia nebbia o neve, è così. La conosco molto bene anch’io la procedura.
“Un momento e vengo di lì.”
Ci siamo, comincia l’overture del pranzo. Dopo due minuti, due minuti e mezzo entra, col suo passo lieve e leggiadro da elfo, folletto dall’animo nobile, caritatevole e altruista, generoso di natura, entra lei, la nostra vicina d’ufficio, l’adiacente di parete. Magra come un chiodo, capelli scompigliati, arruffatissimi e troppo abbondanti, allegra per contratto, un volto ingenuo e sorprendentemente paziente, gentile e pacato, nonostante la sciagura capitatale di dover avere a che fare con Capone ogni santissimo giorno, circostanza che toglierebbe il sorriso anche a una iena ridens. E io rido molto poco da quando sto in ufficio con lui, venite qua a vedere se non mi credete.
Capone la sente entrare e, da perfetto uomo di mondo qual è, si mostra immediatamente gentile.
“Ma come ti sei vestita oggi? Sembri la piccola fiammiferaia.”
“Non ho avuto tempo, sai, i bambini…”
“E quella macchia che hai sulla gonna?”
“Oh, cavolo, non m’ero accorta.”
“Cos’è, non dirmi che è quella roba lì”, fa lui, ammiccante e tendente al viscido, “dici sempre che non hai mai tempo per farlo e che tuo marito è sempre stanco, eh…”
Capone è davvero, indiscutibilmente, un gran signore. Lei arrossisce un po’ e anziché mandarlo a quel paese come dovrebbe, gli risponde pure. L’ironia all’ottavo piano arriva molto rarefatta, come l’ossigeno.
“Non ci pensare proprio. È la pappa del bambino, stamattina. Ma fa niente, stasera la lavo via.”
“Ce l’hai la lista?”
“Sì, certo.”
“Dammela, dai, che oggi sono nervoso e ho una fame che mi mangerei mezza Puglia se potessi…”
Capone s’eclissa, prende la lista e si mette a studiarla attentamente, molto meglio di quando sfoglia le pratiche che dovrebbe archiviare. Lei si volta verso di me, io non posso scappare da nessuna parte, e comincia a raccontarmi dei suoi figli, è buona certo, ma quando vuole, come tutte le persone troppo buone, sa infierire anche lei, e mi racconta del più piccolo che in questo periodo ha dei rigurgiti improvvisi ed è per quello che… io, che non sono stronzo come dovrei, tranne che in circostanze particolari (questa non lo è), non posso far altro che ascoltarla, sottomettermi al volere del dio degli impiegati che oggi ha scelto me per una punizione esemplare. Lei, credo che, se ci fosse una speciale classifica che premiasse i candidi e puri di cuore votati al sacrificio, arriverebbe senz’altro prima, staccando di parecchie lunghezze tutti gli altri concorrenti. È così buona che, quasi, quasi quando esagera lo è fin troppo.
I troppo buoni, avviso chi non lo sapesse, sono sì buoni, ma hanno, connaturato in profondità, un terribile difetto di fabbricazione e così succede che quando esagerano, in bontà e beatitudine, non s’accorgono che, pur da buoni, stanno davvero esagerando. Sovente capita che nemmeno tu, fortunato destinatario delle loro premurose attenzioni, te ne riesci ad accorgere, della loro invadente bontà, e così loro, buoni fino in fondo, mentre tu sei stordito e non hai forze per reagire, al culmine della loro generosa trance agonistica, una sorta di apice orgasmico in piena regola, prima che te ne rendi conto, loro t’hanno già sommerso di melassa. Loro t’irretiscono sorridendo a suon di miele e tu cadi nella loro ragnatela zuccherosa, stucchevole e nauseabonda, fatta di bontà e buone azioni multi giornaliere.
Lei, la buona in questione, lei ha un nome e il suo nome è Carolina Farinelli, ufficio Procedure Urbanistiche, trentasei anni, tre figli, un marito (in cassa integrazione) e una suocera (con gatto) a carico. Poteva andarle peggio, insomma. E infatti, quand’è in ufficio le tocca accudire pure quello sfruttatore d’anime candide d’un Capone. Ma lei è facile a commuoversi e a prendersi a cuore casi umani e similari. E Capone, che è separato (l’avrà fatta uscire pazza, quella povera moglie), che vive da solo in un bilocale, che ci ha le lenti spessi da miope, che ha dovuto cambiare, dopo venticinque anni d’onorato servizio, ufficio (poveretto, si sente spaesato), colleghi e settore (ma non le mansioni, a lui i timbri non glieli toglierà mai nessuno), Capone rientra appieno nella categoria.
Carolina, si sarà intuito, ha questo torto, radicato nella sua essenza intima (purtroppo per lei, incredibilmente enorme e fortemente penalizzante, come torto). È troppo, troppo, troppo buona. Disponibile e accondiscendente come un Cappuccetto Rosso senza cappuccio. E in questo micro-mondo in verticale, fatto non di marzapane ma di cemento, popolato da piranha e da squali, se si è fatti così, se si è troppo buoni, si rischia di uscirne in due modi. O con le ossa rotte o pazzi. Lei, per me, concorre in entrambe le categorie.
“Meno male che posso mangiare in ufficio senza i bambini intorno, così mi rilasso…”
Sono le ultime parole del monologo dedicatomi da Carolina che, dopo avermi raccontato di tutta la sua famiglia, aveva iniziato a parlarmi dei colleghi, della monotonia del lavoro e, e non pensavo di dover ringraziare Capone, ma oggi invece lo ringrazio, sì, perché, col suo tono di voce perentorio, interviene a proposito, un momento prima di una mia reazione inconsulta e sconsiderata e così lei, come per magia, lei, la nostra fatina, si interrompe.
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 07:52 | Comments (1)