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29.06.06
Piani alti, cultura bassa / 17. Legami profondi
di Giuseppe Braga
“C’è un legame profondo che ci unisce.”
“Te e lo sbarbatello?”, e mi viene quasi da scoppiargli in faccia una risata, di quelle fragorose.
“Io e Terlizzi, sì”, mi fa, scandendo le sillabe, serio, serio.
“Siete dei massoni, per caso?”
“Non sparare cazzate *****, per chi m’hai preso, io sono comunista!”, un barlume folle e iridescente gli attraversa le pupille. Io invece ho una visione mistica e vedo Togliatti, Nilde Jotti e Berlinguer a braccetto, a capo d’un immenso corteo (ma per la questura dell’aldilà, formato solo da poche centinaia di persone), in un mare di bandiere rosse, alle prese con un improvviso prudere alle mani.
“Ah, beh… e da quando sei diventato comunista, scusa?”
“Sei in vena di battute, oggi. Ho la tessera dei Comunisti Italiani, ho la tessera. Vuoi vederla?”
“Grazie Capone, un’altra volta, magari.”
Comunista, certo, l’andasse a dire agli addetti delle pulizie, gliel’andasse a dire a loro. Torna serio, si ricompone, schiocca la lingua, dà un colpetto di tosse, si schiarisce la voce e mi svela il segreto.
“Il legame è parentale.”
“Ma dai!”
“Terlizzi è…”
“Tuo cugino di terzo grado?”
“Fuochino…”
“…?”
“È mio nipote.”
“Scusa?”
“Quel coglione di sbarbatello è il figlio di mia sorella.”
“Ah, però, che bella coincidenza. Sarai orgoglioso…”
“Mah, ti dirò, detto tra noi, sarà pure mio nipote, ma è una gran testa di cazzo di sbarbatello.”
Sarà davvero contenta, contentissima, strafelice sua sorella, nell’apprendere, se mai l’apprenderà, ne dubito, quest’originale punto di vista del fratello.
“Hai visto poi, m’ha sbattuto il telefono in faccia, m’ha sbattuto. Non lo richiamo soltanto perché non c’ho il tempo da perdere, io. Io sono qui a rompermi il culo e a sgobbare, sono ventisei anni che sgobbo, non faccio mica il sindacalista che piglia per il culo la gente, vaffanculo, io.”
Guardo la montagnola di pratiche che ha sulla scrivania, mi potrei giocare mezzo stipendio (tanto è misero e potrei arrischiarmi) che domani mattina sarà ancora lì alla stessa altezza. Con buone possibilità di crescita di un paio di centimetri, anzi.
Capone non le manda a dire a nessuno, nemmeno ai sindacati le manda a dire lui, in quanto Capone. Figurarsi ai sindacalisti sbarbatelli e fanfaroni che sono pure suoi nipoti, figurarsi. Però a me qualcosa non mi torna.
“Capone, mi togli un’ultima curiosità?”
“Certo, spara.”
“Ma perché lo chiami per cognome, visto che è tuo nipote?”
Mi guarda come se gli avessi detto una bestemmia, tanto ovvia, quanto stupida e volgare.
“Cazzo, *****, ma ti devo spiegare proprio tutto.”
“…”
“Semplicemente si tratta d’essere professionali sul lavoro. Sempre, comunque e in qualunque circostanza. Io sono fatto così, professionale al 100%, non te ne sei ancora accorto?”
Capone non finirà mai di sorprendermi, Capone.
I sindacalisti (non tutti certo che no, non prendetemi per un qualunquista qualsiasi) dalle nostre parti si vedono soprattutto sotto elezioni (le loro). Al momento di rinnovare le R.S.U. (Rappresentanze Sindacali Unitarie) o nel pieno d’una rivendicazione particolarmente sentita e politicamente visibile, meglio se a livello nazionale. Come, altro esempio che calza a pennello, per il rinnovo del contratto nazionale degli enti locali. Ma abbiamo valide eccezioni anche tra i sindacalisti, alcuni di loro, non so quantificarli ma ci sono ed esistono, ve lo do per certo, parecchio e molto, si dannano l’anima a fondo perso, appassionatamente e disinteressatamente. Per La Causa. A loro va il mio plauso incondizionato, commosso e sincero. Restiamo (resto) comunque pur sempre nel dubbio: che alla fine lo facciano per non lavorare?
Al Capone invece, i sindacalisti, sotto, sotto, neppure troppo sotto, gli stanno profondamente sul culo, parenti inclusi. Lui li vede esclusivamente come un mezzo (medicina amara ma inevitabile), come uno strumento necessario. Lui ha a cuore solo i suoi arretrati (un vecchio e ancora irrisolto contenzioso relativo ad alcune pratiche legate a Progetti Obiettivo), lavori extra e molto urgenti che, a sentirlo dire, avrebbe accumulato nei suoi onorati faticosi ventisei anni di servizio amministrativo.
Che poi consisterebbe, il suo onorato, oneroso e faticoso servizio, sostanzialmente nel timbrare, vidimare e archiviare pratiche. E poi, smistarle e inviarle ai settori di competenza, eppoi ancora, quando le copie contro vidimate e contro timbrate sono ritornate sulla sua scrivania, nell’ordinarle, catalogandole per genere e per data, nei famosi armadi/lapidi (Capone non s’è mai perso, perlomeno fino ad ora, ma il mio non vuole essere un augurio, per carità), depositandole e lasciandole lì, spesso a marcire, non certo per colpa sua, dimenticate per anni, altre volte invece, pronte a venire ripescate, come in un’estrazione del lotto fortunata, per i successivi ufficiali passaggi amministrativi.
Appendice pratica sulle pratiche (e, appendice nell’appendice, curiose analogie inquietanti)
Le pratiche, quelle fortunate di cui sopra, seguono percorsi ufficiali prestabiliti, gerarchici, regolati e disciplinati da carte bollate, da firme dirigenziali, da enti sovrintendenti e da tempistiche decise a monte, non derogabili, salvo eccezioni particolari, tempistiche scritte nero su bianco, a cui ci si deve attenere rigorosamente. Salvo eccezioni dunque, Capone è solo una piccola parte d’un meccanismo molto più grande di lui, di Terlizzi e di tutte le loro famiglie riunite, anche se il mio ineffabile dirimpettaio spesso tende a non darlo a vedere e si compiace a fare la figura di quello che, coi suoi timbri e le sue archiviazioni, regge sulle proprie spalle l’intera amministrazione. Molto tipico e usuale come atteggiamento, anche questo qui.
Tornando alla pratica delle pratiche, il meccanismo/percorso che seguono è il seguente:
Avvio, Inoltro, Adozione, Pubblicazione, Approvazione, Efficacia
Terminologie piuttosto sintetiche ma altrettanto chiare, no?
Confuse tra la montagnola, le pratiche baciate dalla sorte, seguiranno la suddetta trafila per poi, magicamente, vedere la luce, trasformandosi da pratiche teoriche fatte di cellulosa e inchiostro, a pratiche costruite e costituite, in pratica, da cemento, mattoni, asfalto e metri cubi di movimenti di terra.
Ed è qui, qui e ora, che io vengo abbagliato da un flash abbacinante e, in un mare di luce bruciante che m’acceca, intravedo, distorta, una somiglianza inquietante, un’analogia che paralizza ogni mio muscolo. Analogia che ora provo a riportarvi, nella speranza di sgravarmi almeno un poco di questo penoso turbamento che ha preso ad angosciarmi a tradimento. E passatemi la rima baciata.
Capone e i suoi timbri, Capone e le sue priorità, Capone e le sue pause caffè. Capone che maneggia, palleggiandosele come birilli, pratiche su pratiche. Che se gli saltasse lo sghiribizzo, al Capone, il censore Capone, lui potrebbe, per interesse, inedia o antipatia, fare scivolare una pratica antipatica o noiosa sotto alle altre, con un gesto lieve e invisibile, metterla alla base della montagnola e ti saluto tempistica, gerarchia, ufficialità e carte bollate.
Capone, pollice verso, starter o affossatore di pratiche urbanistiche. Capone l’Imperatore delle pratiche, Capone la pratica dell’Impero. Meglio farselo amico uno come Capone. Eccola, l’analogia inquietante che mi fa tremare i polsi e che mi fa vedere sotto tutt’altra luce quel cazzone di Capone.
M’immagino la montagnola di pratiche che ha parcheggiate sulla scrivania da non so quanti mesi e che non degna di uno sguardo da settimane, me l’immagino come se fosse una montagnola, non di pratiche urbanistiche, ma di manoscritti di giovani poveri innocenti e ingenui esordienti aspiranti scrittori. E lui, ovviamente, lui me lo vedo distintamente, sotto le sembianze di un editor scazzato che non ne ha per le palle di fare, come dovrebbe, il lavoro per cui viene pagato (perché Capone, nonostante si lamenti sempre, al ventisette di ogni mese lui lo stipendio lo ritira regolarmente).
Ho una visione distorta e allucinata che mi provoca una fitta allo stomaco.
avvio… inoltro… adozione… pubblicazione… approvazione… efficacia…
(prendeteli pure, i puntini di sospensione, come una libera citazione celiniana)
Parole forse vuote, ma pregne di significati, terminologie che rimestano nel torbido del nostro subconscio di aspiranti. I famosi plichi dei manoscritti degli esordienti, eccoli che vengono inoltrati via posta prioritaria, eccoli che anelano ad essere approvati dall’editor di turno e susseguentemente pubblicati, eccoli infine che confidano in una piena e totale efficacia, una forte presa sui lettori…
Manoscritti urbanistici, nel nostro caso, ai quali lui da l’imprimatur, la benedizione finale, il beneplacito, il via libera definitivo e liberatorio… coi suoi cavoli di timbri storti.
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 29.06.06 09:20