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26.06.06
Piani alti, cultura bassa / 16. Sbarbatelli, sindacati e...
di Giuseppe Braga
Sbarbatelli, sindacati e subdoli sodalizi
Mi sto rilassando, ho appena chiuso un aggiornamento particolarmente ostico, una variante speciale (nuovi milioni di metri cubi di allegro cemento pronti a colare sulla città), relativa a un’area enorme di non so quanti metri quadrati, con un limite frastagliato che mi sembrava infinito, dalla forma mostruosa (pareva un drago dalla lingua biforcuta, preso di profilo). Nello specifico, a variante speciale, non poteva non corrispondere un limite speciale, con grafia specialissima, studiata ad hoc per l’occorrenza, composta da un trattino lungo alternato a un doppio punto, con pennino fine, accostato a un altro, leggermente più esterno (parliamo di un paio di millimetri), a doppio trattino e triplo punto, a pennino grosso. Il tutto a mano, con l’ovvio obbligo dell’altissima precisione. Un limite arzigogolato, ingarbugliato, che seguiva per un lungo tratto un pezzo di naviglio, svoltava lungo l’asse di un’arteria urbana a scorrimento veloce (veloce solo sulla carta) e poi girava intorno, inglobandola e fagocitandosela, a una vastissima area ex industriale, per andare a richiudersi nei pressi della circonvallazione esterna, sfiorando un parco della zona ovest della città.
Non ho più molto da scherzare, l’urgenza m’è piombata addosso senza preavvisi e c’ho da darci parecchio dentro, Natale è alle porte, per la puttana. Di sicuro però, un po’ di pausa e relax, non la si può negare nemmeno a me. Così adesso (dopo l’ultima ora che m’è passata davanti agli occhi sotto forma di ghiacciolo, inesorabile, mentre io me ne stavo ingobbito imprigionato sul tavolo luminoso a pensare a chissà quali altre cose avrei potuto fare), adesso sono qui, infreddolito ma col limite a forma di drago ormai chiuso, definito e riportato correttamente, sono qui seduto alla scrivania e mi sto rilassando, comodo appoggiato allo schienale, e mi godo, o almeno ci provo, entro le possibilità consentitemi, il meritato relax. Che poi, a voler spaccare il pelo nell’uovo, proprio relax non è.
Perché, il perché è presto detto, perché a meno di due metri in linea d’aria, c’è, c’ho, c’è il Capone che, appoggiato temerariamente sul bordo della sua seggiola girevole, agitato e asserragliato dietro la sua scrivania fortino, sta gridando come un ossesso nel telefono, potesse s’addenterebbe la cornetta in un paio di morsi. È incazzato infoiato furibondo nero, una biscia pizzicata da una tarantola. Ce l’ha coi sindacati in astratto, coi sindacalisti in genere e col suo (sigla impronunciabile, semisconosciuta) in particolare. Il suo sindacalista invece ha un nome piuttosto comune. Dico ciò, perché è come se lo conoscessi un po’ anch’io, adesso, pur non avendolo mai né visto né sentito, il suo sindacalista. Nel senso che, penso, da oggi non lo scorderò facilmente quel nome, io che adesso volevo rilassarmi e invece sono costretto ad ascoltare gli improperi urlati da Capone all’indirizzo del sindacalista, e il nome, l’oggetto degli improperi, me lo sento ripetere, il nome del sindacalista insultato da Capone, una quindicina di volte in tre minuti scarsi. Non ho contato, ma suppergiù siamo intorno a quella cifra. E per memorizzare i nomi, credo sia uno dei sistemi più efficaci, credo.
“Terlizzi, Terlizzi… è da un anno e mezzo che mi stai dicendo di restare calmo.”
pausa breve (Capone ascolta e si gratta la fronte spaziosa)
“Ma io mi sono rotto i coglioni di aspettare!”
pausa brevissima (ascolta e giocherella con la biro)
“No, no, no, non ne posso più!”
pausa intermedia (grugnisce e fa di no con la testa)
“Guarda Terlizzi che cambio sindacato, stavolta lo dico e lo faccio, porca di quella puttana!”
pausa nervosa (tamburella le dita sulla montagnola di pratiche inevase che ha di fianco)
“Mi avete stancato con le vostre vertenze collettive, con le tattiche operaiste, coi vostri attendismi da post proletari del cazzo. Non sono altro che scuse, scuse del cazzo, belle e buone per…”
pausa interlocutoria (fuori di sé, batte un pugno sulla scrivania e fa cadere il portabiro per terra)
“Non m’interrompere Terlizzi, m’avete scassato i trequarti di minchia! C’ho cinquant’anni io, e non mi faccio prendere per il culo da uno sbarbatello di sindacalista come te. Lo sai che cosa faccio se andate avanti così? Lo sai? Se andate avanti così, vi tolgo la quota, vi tolgo! E poi vi sputtano tutti!”
pausa lunghissima (si limita a scuotere la testa lentamente)
“Non dire altro, aspetto fino a marzo, poi però è la volta buona che vi mando tutti a farvi in cu…”
S’interrompe di colpo. Mi guarda interdetto: “Ma cazzo, m’ha riattaccato in faccia! Quel fanfarone sbarbatello perdigiorno ha messo giù!”
Mentre risistema il bellissimo portabiro in decoupage, sacro dono dei vecchi colleghi, decide, del tutto arbitrariamente direi, se non fosse superfluo dirlo, decide che mi deve assolutamente spiegare. Anche se, e non dovrei neppure dire questo, no che non dovrei, io non gli ho chiesto nulla (ma nemmeno per l’anticamera del cervello m’era passata l’idea di chiedergli conto di Terlizzi, manco per niente se volete saperla tutta). E il perché io non gli ho chiesto nulla è un perché piuttosto semplice. È perché io sono lì, anzi sono qui, seduto, sfatto, con un principio di scogliosi, sono qui, cerco solo di rilassarmi un po’, prima di affrontare un’altra variante, la testa e gli occhi, occhi che invece vagano nell’iperspazio, occhi che mi vanno ancora di traverso, seguendo lingue biforcute e circonvallazioni trafficate, rincorrendo affannosamente i miei limiti, proprio il caso di dirlo.
È scosso, non gliela fa a stare fermo, Capone ha ancora ettolitri d’adrenalina in circolo e si vede. Si alza, fa un giro su sé stesso, sembra un ballerino ubriaco, si risiede, apre il primo cassetto della scrivania a sinistra, quello dei viveri, rovista un po’, pesca qualcosa e tira fuori un pacchetto di cracker, un sopravvissuto, uno di quelli salati in superficie che a lui piacciono tanto, si rialza, con un elegante colpo d’anca richiude il cassetto e comincia a passeggiare (a strascicarsi nervosamente i piedi sul pavimento, sarebbe più preciso dire) avanti e indietro per l’ufficio, come fosse un carcerato in attesa dell’ormai sicura condanna. Mangia sempre qualcosa quand’è nervoso o annoiato, ormai questo l’ho capito (Capone inizia ad avere sempre meno segreti per il sottoscritto), se non sono i cracker, è una banana o una pera o un buondì al cioccolato. Oggi, a ogni buon conto, ci troviamo nel caso A, quello dei cracker e del nervosismo. Oggi sta incazzato per benino.
“Hai visto, hai visto come si comportano, i sindacalisti? Il telefono in faccia mi ha messo!”, inspira nervoso e poi butta fuori dal naso aria densa come fuliggine, “non lo richiamo e non gliene dico quattro, soltanto perché ho un sacco di lavoro da sbrigare.”
Sta sbriciolando cracker ovunque, ma a lui, al Capone, gliene frega una beata mazza, lo sappiamo, di sporcare in giro. Ci stanno gli addetti alle pulizie, li pagano apposta, che lavorassero un po’ anche loro, che si guadagnassero la pagnotta. Ha un diavolo per capello (non molti, a giudicare dai capelli, ma senz’altro cattivissimi), potesse, manderebbe al rogo l’intera classe sindacale italiana, anzi mondiale. A partire dal suo sbarbatello fanfarone, il primo della lista.
“C’ha neanche trent’anni e si crede un dio, quello lì. Giusto che l’anno scorso gli è andata bene la vertenza dei neoassunti del quarto livello, passati al quinto a tempo indeterminato… che poi, che poi, detto fra noi, se non avessero fatto sentire il loro peso i Confederati, col cazzo che ottenevano qualcosa, ‘sti minchioni qui.”
Non posso evitare di chiederglielo, lo so, dovrei lasciarlo sbollire nel suo brodo lo so, ma non posso evitare. Non farò mai carriera anche per macroscopiche debolezze come questa, lo so bene, lo so. E allora glielo chiedo, a me la questione pare semplice.
“Cambia sindacato, che ci vuole.”
Lui rallenta, ma non si ferma, prosegue a sgranocchiare e a camminare. Mandibole e gambe, su e giù, avanti e indietro.
“Fai presto a dirlo, tu.”
“Ma se è uno sbarbatello che non conta un cazzo, cambialo, no?”
“Non posso.”
“Come mai? Ti tengono sotto ricatto?”
Si ferma. Sorride amaro. Smette di masticare. Mi guarda come se lo avessi scoperto. Non dice nulla.
“Allora?”, adesso sono io a fissarlo, come fa lui di solito con me.
Capone vacilla, sembra un animale in trappola braccato da un branco di cani da caccia. Si guarda in giro, deglutisce l’ultimo tocco di cracker, si lascia scivolare di dosso l’ultima resistenza e si confida.
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 26.06.06 09:33