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22.06.06
Piani alti, cultura bassa / 15. Lo strano caso di Rosa Pallotta
di Giuseppe Braga
Un paio di rosei indimenticabili aneddoti
Una volta, l’unica, ma per me davvero memorabile, ci ho pranzato insieme, in mensa. Era agosto, non c’era quasi nessuno in città, figurarsi in ufficio (partivo piuttosto avvantaggiato, insomma) ed era da un po’ che, con garbo ma puntigliosamente, le facevo il filo. Ebbene, nel silenzio tombale della calura estiva, mi squilla il telefono e cazzo se era lei, era proprio lei, era la mia Rosa.
La voce di Rosa, sempre calda (la temperatura esterna non c’entra nulla con la voce di Rosa, che è calda anche d’inverno), un po’ ingenua e suadente, ti fa pensare, almeno a me fa quell’effetto lì, a quei filmetti degli anni ottanta, quelli con Gloria Guida ed Edvidge Fenech. Ecco, dopo che avevo riattaccato il telefono, in quel giorno di calura agostana, già sensibilmente eccitato, io mi stavo già immaginando nell’atto di spiarla, mentre lei, nuda e insaponata, si stava facendo la doccia.
In mensa ci siamo arrivati tutti sudati e appiccicaticci, ma il sudore di Rosa indiscutibilmente il suo sudore andrebbe conservato, protetto in una santa teca e poi, una volta all’anno, sciolto come il sangue di San Gennaro, davanti al sindaco e a tutti gli assessori riuniti. Il suo sudore le scendeva leggiadro e freschissimo giù per il collo e io glielo avrei leccato via tutto quanto quel suo sudore, non fosse che eravamo in fila davanti ad altra gente col vassoio in mano e io sono un po’ timido e la mia timidezza talvolta indiscutibilmente mi frena e non mi permette di fare quel che invece indiscutibilmente dovrei. E poi va pur detto che due cose insieme mi riesce difficile affrontarle. O le leccavo via il sudore dal collo o sceglievo le pietanze. Avevo optato, chissà se feci la cosa giusta, per la seconda. E così, come inebetito, l’osservavo destreggiarsi tra piatti d’insalata, di pollo e di riso freddo e constatavo confusamente che le altre persone munite di vassoio, poche fortunatamente, erano lì tutte attorno a lei e cercavano d’attirare la sua attenzione anche nei modi più meschini, che non mi va neppure di raccontarveli, gli stratagemmi che s’inventavano sti cazzo di stronzi invidiosi.
Beh, poco fa ho parlato del suo meraviglioso fondoschiena, ma adesso, perdonatemi, c’ho da glorificarle assolutamente quell’altra zona erogena, fondamentale e strepitosa, che le sta impiantata meravigliosamente nel petto. Le tette, parlo di loro, di Rosa Pallotta, sono due robe sontuose, sferici attributi tondi, sodi e d’indiscutibile inarrivabile fascino e scusate se mi sono ripetuto ma è così che stanno le cose e per cose, qui intendo quelle due grandi fascinose allupanti tette rosa che Rosa si porta con disarmante disinvoltura addosso e appresso.
In buona sostanza, restando in tema, appena ci siamo seduti al tavolo, in mensa, sotto le occhiate impenitenti degli altri maschi inviperiti furibondi, lei, la mia Rosa, quasi ce le affondava le tette, sul suo vassoio. Poi tra noi due è partita una brevissima conversazione, concernente indovinate cosa.
“Lo sai che la mia collega **** se le è rifatte?”
“Che cosa?”
“Le tette, **** s’è rifatta le tette.”
“Davvero…?”, ma intanto io non avevo occhi che per le sue due.
“Io invece, non me le rifarei per nulla al mondo. Sai?”
“…”, col sudore che, in un paio di secondi, dal collo m’era arrivato ai piedi.
“No, perché sai, penso che se madre natura ha voluto così…”
Madre natura quel giorno, il giorno in cui venne al mondo Rosa Pallotta, era indiscutibilmente molto parecchio ispirata.
“… beh, con me è stata abbastanza generosa, non trovi?”
Cazzo, ci credevo, altroché se ci credevo. Sottoscrivevo. Tendo a precisare che le tette di Rosa, durante questa brevissima conversazione, mi continuavano a ballonzolare davanti agli occhi. Grosse, belle, languide, sode, per trequarti scoperte e ben in vista.
“Beh, buon appetito, allora.”
Quelle furono all’incirca le ultime parole che Rosa Pallotta mi rivolse quel giorno. Poi cominciò a mangiare e io mi perdetti nella sua masticazione lenta e meravigliosa, a voler essere sinceri, alternativamente mi persi tra la sua masticazione e le due enormi rotondità ballonzolanti che avevo a trenta centimetri dal mio naso. Le sue tette coprivano mezzo vassoio, si avvicinava verso di me, allungava la mano per prendere il sale o l’olio e i suoi piatti con l’insalata e con la coscia di pollo e col riso freddo per metà sparivano, coperti oscurati dall’ombra incombente delle sue enormi e magnifiche dolci semisfere. Inutile sottolineare il mio evidente stato confusionale, l’avrete capito pure voi. Quel giorno digiunai. Lo stomaco mi si chiuse irrimediabilmente e a Rosa, che mi chiedeva perché avevo lasciato tutto nel vassoio, dissi che preferivo stare leggero, nel pomeriggio avrei dovuto affrontare un lavoro impegnativo che richiedeva freschezza mentale e di stomaco. Parve non interessarle particolarmente la mia spiegazione e si concentrò sulla macedonia di frutta.
È seguito un certo periodo per me meraviglioso e inarrivabile, nel quale andavamo a bere il caffè al distributore o addirittura, ancora si poteva, ancora non esisteva la restrizione del badge e dei tornelli, uscivamo a fare colazione, cappuccino e brioche, le migliori che io ricordi. Offrivo sempre io, mi sembrava il minimo. Ma intanto, nugoli di vesponi intorno, sciami di luridi mosconi viscidi e bavosi. E ancora, ciao Rosa di qua, ciao Rosa di là, che si doveva fare lo slalom per sviarli tutti.
Con lei, a ripensarci adesso che ci siamo un po’ persi di vista e tra pochissimo capirete il perché, con lei, con Rosa Pallotta, è stato all’incirca quasi tutto bello, molto, tranne che per una cosa, che tra l’altro, tra l’altro, non sarebbe nemmeno propriamente la più trascurabile tra le cose, come cosa. Nella sostanza, si stava bene insieme, noi due, io respiravo la sua aria, il suo indescrivibile profumo mi pervadeva le narici, annusavo in gran quantità quel suo aroma di donna popolare e desiderata da almeno ventiquattro piani, aroma che lasciava dietro sé una scia di stelle coloratissime e profumate. Anche la vista, la mia, ne usciva confortata, con quel bendiddio che avevo sotto gli occhi ogni volta.
Tutto bene dunque, tranne per quel particolare non propriamente trascurabile.
Non avevamo nemmeno un argomento in comune, neppure sforzandomi con tutta la buona volontà ero riuscito a trovarlo. A parte il luogo di lavoro e passi, le tette rifatte dalle sue colleghe e passi pure questa, a parte i colleghi che le ronzavano intorno e di cui lei teneva un conto preciso e dettagliato aggiornatissimo, enumerandomeli spietatamente, ma non era il caso, a parte i programmi televisivi e le vacanze prossime venture, a parte ciò, il nulla. E dunque il risultato che ne scaturiva era semplice, non parlavamo di niente. O meglio, lei parlava di lavoro e io facevo, però le nascondevo, delle smorfie atroci, sofferenti, terribilmente brutte a vedersi e arditamente provavo a cambiare discorso. Portandolo ovviamente sul terreno a me più congeniale.
“Cosa ti piace leggere?”
“…”
“Il tuo scrittore preferito?”
“…”
“Lo conosci John Fante?”
“…”
“Lo sai che scrivo racconti?”
“…”
“Lo guardi mai Passaparola?”
“No, a quell’ora preferisco Amadeus.”
Tornavo a concentrarmi sulle sue tette, alternativamente sul suo culo. Mi davano decisamente più soddisfazione.
Lo sguardo di Rosa, in quei brevi e monchi tentativi di conversazione, vagava alla ricerca di argomenti più interessanti e i suoi occhi si sgranavano al passaggio o all’incrocio di un funzionario particolarmente sorridente e prestante, meglio ancora se alto oltre l’uno ottanta. Non avevo chance, questo lo capivo da me, così coglione non lo sono mai stato.
Io ad ogni buon conto, come tutti gli innamorati respinti e incompresi, in un momento di particolare struggimento, decisi di dedicarle una poesia. Gliela dedicai un giorno in cui fuori stava per arrivare un temporale, un pomeriggio in cui il cielo si oscurò all’improvviso, un giorno in cui le nuvole mi parvero addirittura stessero premendo contro le finestre del mio ufficio, un pomeriggio premonitore, un pomeriggio carico di elettricità e promettente tempesta. In quel pomeriggio io le dedicai, a lei, al suo fantasmagorico retrobottega, a lei, a lei in quanto persona e in quanto donna meravigliosa, a lei, sì, certo, a lei, ma anche, non ultime, alle sue esplicitamente fantastiche e favolosamente tonde scialuppe di salvataggio, a lei, a lei le dedicai una poesia, una poesia, perdonatemi ma poeta ancora non sono, tutta in rima baciata.
Poi, dopo quel pomeriggio di tempesta, come se fossi stato catapultato all’interno d’un film senza lieto fine, lei, Rosa Pallotta, ho cominciato a sentirla meno, l’ho sentita sempre meno volte. O non rispondeva al telefono o era troppo occupata o non era in ufficio. Però ho cominciato a vederla sempre più spesso insieme a un altro tizio, un tale alto e biondo, elegante ma sportivo, giacca di tweed e scarpe Tod’s, biondo, non un capello fuori posto e poi ho scoperto che era pure funzionario, un nuovo funzionario dell’Edilizia Privata, io li odio quelli dell’Edilizia Privata e un giorno di questi vi spiego anche il perché, li odio tanto quanto i geometri. Anzi, pare che quel tizio, l’elegantone biondo, sia proprio un geometra, e qui capirete anche voi, molti cerchi si chiudono, amaramente, ma si chiudono, attorno a Rosa Pallotta e ai geometri.
La poesia, vorrei che lo sapeste anche voi, la mia poesia non l’ho mai fatta leggere a Rosa, però non escludo che un giorno, chissà, quello stolto di geometra biondino ed elegante se ne andrà. O magari, mai porre limiti alla divina provvidenza, magari sarà lei che si stancherà di lui. E io sarò qui, ottavo piano, stanza n° ***, pronto, attivo, sessualmente abile e soprattutto molto, parecchio disponibile.
Oh, Rosa, fiore sbocciatomi in mano
Gioiello del lontano emiro sultano
Fresca oasi del deserto sahariano
Dolce amorevole petalo ottomano
L’amor – tra noi due – un bel dì regnerà sovrano
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 22.06.06 09:21