« I miei personaggi mi scrivono / 1. Montanari: "Come volevasi dimostrare" | Main | I miei lettori mi scrivono / 3. Un interessante carteggio con Remo Borgatti »

12.06.06

Piani alti, cultura bassa / 12. Scadenze, doppi maglioni e borsette

di Giuseppe Braga

Scadenze, doppi maglioni e borsette

Sono le nove e ventidue del primo martedì di dicembre. Ieri m’ero portato un maglione in più, ma il freddo l’avevo sentito lo stesso, eccome se l’avevo sentito, e non m’era neanche servito troppo, provare a distrarmi con la nostalgica rivisitazione dei bei tempi che furono. Oggi allora mi sono attrezzato. Magliettina della salute a mezze maniche, maglietta a maniche lunghe, maglioncino a collo alto, due maglioni belli spessi. Doppi calzini e guanti di lana tagliati all’altezza delle falangi, così almeno i delicati e precisi limiti tratteggiati riesco a farli. Non sono stato troppo lì a guardare lo stile, diciamo che ho badato più che altro al sodo.

E stamattina, giusto mezz’ora fa, è entrato in ufficio il mio referente, il funzionario responsabile del sottoscritto, nonché dell’aggiornamento delle sacre tavole originali del P.R.G. (che, attenzione, ora che lo leggo così, al freddo, sotto un’altra inedita e nuova luce, potrebbe sembrare l’acronimo, un po’ rigirato, di P.G.R., Per Grazia Ricevuta, quella di cui avrei estremo bisogno, io) e, subito dopo essere rabbrividito, non so dirvi se per il mio abbigliamento piuttosto fuori ordinanza (così agghindato sembro essere ingrassato di dieci chili in cinque giorni e assomiglio a una specie di omino della Michlein, panciuto come la circonferenza di un pneumatico di tir) o per il freddo gelido che regna sovrano e incontrastato nella stanza, m’ha sorriso (il mio referente responsabile è persona davvero molto beneducata), m’ha salutato e m’ha detto, senza molti giri di parole che a lui, al referente mio responsabile, i giri di parole piacciono assai poco e per lui, contano i risultati e basta.

“Entro Natale dobbiamo finire l’aggiornamento.”
“Ah sì?”
“Sì.”
“Dobbiamo proprio?”
“Buon lavoro.”

E se n’è andato. Lasciandomi con molte, evidentemente troppe, perplessità e con parecchi dubbi riguardanti il mio futuro immediato, inquietanti e abbastanza irrisolti. Che era sta novità? Entro Natale voleva dire entro tre settimane circa, le mie settimane lavorative sono composte da due giorni e mezzo lavorativi (si fa per dire…) e il malloppo di nuove varianti da aggiornare è alto, impervio e frastagliato. Non s’era mai parlato di urgenza, men che meno di Natale.

Titubante, piuttosto decisamente angosciato, ho provato una forte stretta allo stomaco e, per cercare di farmela passare, me ne sono disceso, previa telefonata a Caterina, a bermi un caffè con lei. Caterina non mi ha certo tirato su di morale, tutt’altro, ma questo lo sapevo di già, la sua visione del mondo coincide con una sorta di Armageddon perenne, però almeno, le piccole disavventure che le erano accadute nelle ultimissime ore, come ogni mattina a lei qualcosa capita sempre, da quel punto di vista una sicurezza, hanno avuto il merito di distrarmi.

“È da stamattina che non trovo più il cellulare e il porta sigarette, quello color fucsia.”
“Hai cercato bene?”
“Ho cercato ovunque, secondo me, me li hanno fregati.”
“Pensi che i due eventi siano collegati?”
“Assolutamente sì. E ti dirò di più, ho dei sospetti.”
“Non dirmi su Mauro Tredi…”
“L’hai detto.”

Mauro Tredi lavora per l’amministrazione da una ventina d’anni e per quel poco che so di lui, sono almeno vent’anni che scrocca sigarette. Impunemente, a destra e manca. Oltre a ciò, nessuno, non solo io, ha mai capito il suo ruolo e le sue mansioni. Quel che è certo è che ha un ufficio tutto suo, che continua ad aggirarsi per i corridoi (guardandoti strano) alla ricerca disperata di nicotina da aspirare e che, tutto sommato, non ci sta mai in quel suo cavolo d’ufficio, perché, come detto, s’aggira per i corridoi annusando nicotina, tabacco e chissà che altro. Appena gli riesce però, tra un’annusata e un’altra, tampina (sarebbe più corretto dire, importuna) Caterina. Le fa una corte spietata, serratissima, seppur fallimentare e senza speranza. Il Tredi io lo vedo innocuo, incapace di furti del genere, ma Caterina al contrario, è convinta che sia stato lui.

“Ma dai, non ci credo, dai, prova a pensare a quando hai usato per l’ultima volta il cellulare.”
“Ieri sera, quando ho telefonato all’assicurazione.”
“Perché li hai chiamati?”
“No, niente, un piccolo incidente…”
“Scusa?”
“Manuele è andato a sbattere contro un palo con la Micra.”
“S’è rotto qualcosa?”
“No, no, lui niente, nemmeno un graffio.”
“Meno male. E l’auto?”
“Praticamente distrutta.”
“Scusa Caterina.”
“Dimmi.”
“Ma non aveva appena fatto un altro incidente, due settimane fa?”
“Non era stato Manuele.”
“E chi era stato?”
“Suo fratello Simone. Aveva centrato un autobus in sosta.”

Una famiglia dalla mira infallibile.

“Hai provato a cercare nella borsa?”, e le indico il borsone che tiene a tracolla.
“Ma certo, per chi mi hai presa, ovvio che ho cercato nella borsa, è stato il primo posto in cui ho cercato. Ma tanto me l’ha fregato lui, me lo sento…”
E mentre Caterina prova a far ricorso alle sue innate e indubbie doti karmiche, io comincio a sentire un suono di mambo venire dal profondo della sua borsa. Continuo, crescente, intonato e contagioso.

“Oh, ma è il mio?”

Considerato che di fronte al distributore di bevande ci siamo solo io e lei e che io non ho con me il cellulare, la risposta, per quanto mi concerne, è semplicissima.

“Direi che è il tuo, Caterina, sì. A meno che non si tratti di musiche illuminate che arrivano direttamente dagli altopiani tibetani, direi che è il tuo.”
“Oh, che roba. Pensa che la borsa era la prima cosa che avevo controllato…”

Le borse delle donne sono ricettacoli indefinibili, cavità senza fondo, gorghi danteschi che se ci infili una mano rischi di uscirne senza un dito, inferni di stoffa e tela, sabbie mobili senza sabbia, pozzi di san Patrizio, cavità mostruose e indecifrabili, triangoli delle bermuda portatili, le borse delle donne sono tutto questo e altro, la borsa di Caterina tutto questo e molto più.

“Oh, ma guarda qui, c’è anche il porta sigarette fucsia.”

Cos’ho appena detto? Il cellulare intanto continua col suo mambo, Caterina guarda il display e non risponde.
“Scusa Caterina, ma non rispondi?”
“Non se ne parla proprio.”
“Perché?”
“È mio marito.”
“E allora?”
“Troppo lungo da spiegare.”
“Casini familiari?”
“Non esattamente.”
“Allora che?”
“Ha deciso di licenziarsi.”
“Cosa?”
“Sente che deve seguire la sua strada, che è arrivato il suo momento. Dice che gli è venuto come un impulso irrefrenabile.”
“E che impulso sarebbe?”
“La sua vecchia passione, quella di quand’era giovane.”
“Ossia?”
“L’Harley Davidson.”
“Che?”
“Se ne vuole comprare una nuova di zecca con la liquidazione e poi andare ai raduni.”
“Con la bandana, il giubbotto con le borchie, i tatuaggi e gli anfibi?”
“Dice così, dice che ormai ha deciso.”
“A cinquantasette anni?”
“Pensi che non gliel’abbia detto che sfiora il ridicolo?”
“E Manuele? E Simone? Loro che dicono?”
“Lascia perdere.”
“No, no, dimmi cosa ne pensano del loro padre futuro biker, sono curioso.”
“Lascia stare *****, ti prego.”
“Dai Caterina, dimmelo…”

Caterina con un gesto sconsolato, uno dei suoi a cui m’ha abituato, lascia cadere il bicchierino coi fondi del caffè nel cestino. Mi guarda con quei suoi occhi neri, dolenti, profondi e sussurra, senza per fortuna perdere il suo inconfondibile filo d’ironia nella voce.

“Naturalmente ci vogliono andare anche loro.”
“Dove, in moto?”
“No, è troppo scomoda la moto.”
“Quindi?”
“Vogliono andare direttamente ai raduni con l’auto e bersi birra a volontà.”
“Ah, le nuove generazioni…”

Rinfrancato, del resto telefonino e porta sigarette erano stati recuperati brillantemente, con nuovi stimoli e fresche energie positive in circolo, torno in ufficio e mi rimetto a scrivere. Ho da terminare di mettere giù gli appunti dell’impiegato sulla slitta e dell’orso bianco affamato. L’aggiornamento può aspettare, benché urgente, può ancora aspettare un po’.

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 12.06.06 10:28

Comments

Post a comment




Remember Me?