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08.06.06

Piani alti, cultura bassa / 11. La donna karma

di Giuseppe Braga

La donna karma

Serena Crocetta è una splendida quarantacinquenne parecchio esuberante e se lo dico ci sarà qualche buon motivo, che già all’epoca ti sbatteva le tette in faccia, in simpatia, ovvio, mica con beceri secondi fini. Giusto per entrare subito in confidenza. Un distillato di positività e ottimismo. Una pubblicità ambulante, a mio modo di vedere. L’amministrazione l’avrebbe dovuta cooptare come forza ausiliaria, allo scopo di fornire un volto umano e attraente, disinvolto e amicale per rinfrescare la propria immagine, stantia e repellente, d’amministrazione vecchia e logora, afflitta da burocratismi e code avvilenti. Dovrebbero stampare dei volantini o meglio produrre degli spot con lei in primissimo piano e con la sua voce squillante e coinvolgente che invita i dipendenti a recarsi al lavoro. Secondo me funzionerebbe. Ci dava la carica, Serena, scosse d’energie fresche e vitali, non solo perché ci faceva dono delle sue grazie, non solo.

Lei era la nostra portavoce ufficiale nelle vertenze coi capi e oltre a essere un’ottima mediatrice (ci sapeva fare, riusciva sempre a ottenere ciò che ci serviva), era, è, anche un’abile disegnatrice, instancabile, sempre molto disponibile. Generosa nelle forme e nelle maniere, dalla battuta pronta, burrosa e materna, come le famose donne di felliniana memoria. Una domanda però, mi perseguita da tempo, a chi le sbatterà in faccia, adesso?

Se si parla di Serena, non si può non parlare della sua amica per la pelle.

Caterina Lo Jovine, l’indiscussa donna karma. A lei un capitolo glielo devo. Meglio che vi prepariate. Un bel piano tutto per lei, magari senza spifferi che, tra le altre malattie, lei soffre di terribili dolori reumatici. Oltre a un’altra serie infinita di malanni. Caterina non è solo karmica, lei soprattutto è ipocondriaca. Pessimista e sfiduciata dalla vita, in generale, e in particolare nel lavoro. Specie da quando in ufficio è apparso il computer, la vera peste bubbonica dei nostri anni. Particolarmente grave e contagiosa, per noi disegnatori. Il passaggio dalla manualità pura all’uso del computer è stato un trauma che lei ancora deve superare. Da tre anni, mese più mese meno, che lo deve superare. Caterina, a ogni buon conto, è una di quelle persone che quando le incontri non ti vorresti più staccare da lei, dopo che le hai incontrate e conosciute bene, intendo. È un mondo, un universo, un catalogo assortito di sciagure e piccole disgrazie dal quale pescare a piene mani e se tu, mi rivolgo a te, lettore, se tu, come me, mettiamo pure il caso, sei un aspirante scrittore, be’, Caterina è una di quelle persone che prima d’essere persone sono personaggi letterari e se qui da noi, in giro per i piani, ci fosse un Tolstoj o un Flaubert, stai pur sicuro, lettore aspirante come me, che una come Caterina non se la lascerebbe scappare. Stai pur sicuro anche di quest’altra cosa, aspirante e lettore, io, a te, Caterina, non la presenterò mai, rassegnati subito, che Caterina me la tengo stretta stretta per il mio futuro romanzo/palazzo, è abbastanza chiaro il concetto?
Caterina, ovunque si sposta, lascia dietro di sé una lunga scia d’incenso e questo, accontentati della concessione, potrebbe essere un buon indizio. Buddista più per disperazione che per illuminazione karmica, la donna karma è sempre vestita di nero, capelli corvini, trucco e anelli in abbondanza, collane vistose, gonne lunghe e scure, un naso greco che però non è più quello di una volta (sapete, il cane epilettico trovatello che ha in casa, Pennac non c’entra, gli ha dato una musata e gliel’ha deviato), una serie di sfighe con gli uomini, un marito sempre sull’orlo, a settimane alterne, di una crisi d’identità, due figli scapestrati e nullatenenti a suo carico, un pessimismo della ragione e della speranza a tutto tondo. L’idiosincrasia per il lavoro, per questo lavoro, Caterina ce l’ha sempre avuta, ma dall’avvento maledetto del computer in poi, c’è stato il diluvio.

“Ah, ciao Caterina, come va?”
“E come vuoi che vada.”
“Male?”
“No.”
“Allora come?”
“Peggio, molto peggio che male…”

Un volto tragico e bellissimo alla Guttuso, lei, pittrice quotata negli anni settanta, lei, artista come ragione sociale di vita a prescindere dal karma, lei, che per una serie sfortunata di eventi e di carambole catastrofiche succedutesi a brevissima distanza l’una dall’altra, lei, da pittrice quotata s’è ritrovata dipendente pubblica, disegnatrice tecnica. Dove, al massimo, può quotare le tavole urbanistiche, quotare inteso come indicazione delle misure metrico decimali. Lei, Caterina, che con me ha un rapporto speciale, che subito, subito l’ha intuito che anch’io emanavo una certa aurea a lei affine e congeniale, lei, che per me ha un debole, inutile che ci giri troppo intorno, anch’io per lei, c’ho un irrefrenabile debole. Soprattutto per le sue avvincenti, inenarrabili e inarrestabili sfighe. Un debole reciproco, un debole che ci attrae irresistibilmente, come due calamite.

Ecco.

Tra noi cinque, tra le quattro pareti del nostro ufficio, vigeva un collaudato regime di Mutuo Soccorso. Ci si aiutava, ci si copriva a vicenda, se era il caso, ci si divertiva, si collaborava e si lavorava con profitto, persino quello si faceva. Era il nostro piccolo porto, il nostro approdo protetto e sicuro. Ora ci stanno gli armadi dell’archivio, occupano loro la scena. Che scoramento, un posto vitale e allegro (chi lo dice che per lavorare e produrre bisogna essere tristi?), trasformato in una specie di grigio campo santo metallico. Noi invece, di nostro, l’avevamo personalizzato, l’ufficio. Poster, manifesti, foto, cartoline alle pareti. E ora tutto via, scomparso, fatto sparire di gran carriera. Non esiste umanità, all’interno dei luoghi di lavoro pubblici, nossignori. Anche i calendari della Canalis, della Ferilli e della Falchi c’hanno tolto, mannaggia a loro.

Per non parlare dei pranzi e delle festicciole che, talvolta (occasioni speciali), ci organizzavamo nel nostro spazio. Spazzati via anche i ricordi, insieme alle briciole. Senza cuore, i dirigenti e gli alti funzionari sono dei senza cuore, degli insensibili di professione.

Una volta spartitisi ciò che c’era da spartire, i cinque rampanti nuovi dirigenti, divenuti i nuovi capi dei nuovi cinque settori, al vecchio Rotini (affettuosamente vecchio, ormai ex-capo unico del settore che fu) hanno provveduto a dare il cosiddetto benservito, tanto lui bramava la giovane e irraggiungibile segretaria e aveva altri grilli per la testa, e si sono piacevolmente avviati a dividersi piani, geometri, collaboratori, stanze e uffici, come fossero bruscolini.

Disegnatori inclusi.

Il Cacio è da un anno che sta al primo piano, nella parte bassa del palazzo, posizionata a ponte sulla strada. Coi pezzi del controsoffitto che qualche volta cadono giù, sugli automobilisti. Se non sta attento rischia di ritrovarsi senza pavimento, un bel giorno. Uno stanzone più freddo del mio, incredibile ma vero. (Settore Programmi Esecutivi per l’Edilizia)

Leali l’hanno spedito al sesto. Nella stanza adiacente a quella del Franchi, tanto per inquadrare planimetricamente l’ufficio. In coppia con una bella gnocca di consulente, che però non c’è quasi mai. (Progettazione e Pianificazione del Tessuto Urbano)

Serena invece, al quarto, insieme a una simpatica rompicoglioni, una tutta: e non far questo e stai attenta a quello. Non bastasse, l’hanno ficcata in un buco d’ufficio stretto e lungo, dove, per arrivare alla sua postazione deve obbligatoriamente scavalcare la simpatica rompicoglioni. Più che un ufficio, viste le dimensioni, sembra un corridoio. (Settore Piani e Progetti Strategici)

Caterina, la donna karma per eccellenza, è finita al terzo. Con tre nuovi colleghi che provano in tutti i modi a rincuorarla, giorno dopo giorno, ma sotto sotto meditano il trasferimento, spossati dalle sue karmiche lamentazioni quotidiane. (Settore Piani Operativi)

L’unico che non s’è mosso, a ben vedere, sono stato io (anche se il nome del settore di appartenenza è cambiato lo stesso, diventando Settore Pianificazione Urbanistica Generale). Sia come sia, ho dovuto solo spostare la scrivania di due metri e mezzo, non di più. Scherzi del destino. Ma tanto mi sono arrivati in casa Capone e Santana (quando non è in malattia, cioè mai…) ed è come se mi trovassi catapultato in un altro pianeta, puttana ladra.

La diaspora, l’esodo, l’esilio, lo smembramento d’un corpo pulsante e compatto (forse per questo, scomodo e pericoloso?). Guardateci ora, divisi, lontani, separati e tristemente in balia di nuovi colleghi. Perlopiù impresentabili, perlopiù.

Settore Programmi Esecutivi per l’Edilizia, Progettazione e Pianificazione del Tessuto Urbano, Settore Piani e Progetti Strategici, Settore Piani Operativi, Settore Pianificazione Urbanistica Generale… pensare che prima bastava una parola soltanto e ci si capiva al volo.

Le parole sono importanti, le parole, diceva Nanni Moretti e prima di lui senz’altro l’avrà pur detto qualche d’un altro, le parole ci identificano per quello che siamo. Gran brutta storia, già.

Ah, come si stava meglio quando si stava peggio!

_____________

nota: i nomi dei Settori, pur somigliando parecchio a quelli reali, sono frutto della mia fantasia. Insomma, lo dico solo, perché, poi magari, incuriositi, venite qui, vi mettete a cercarli, facendo su e giù per ascensori e alla fine non li trovate...


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 08.06.06 09:11

Comments

Combatti per la gnocca Beppe! Fatti trasferire!

Posted by: Matteo at 08.06.06 14:23

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