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05.06.06
Piani alti, cultura bassa / 10. ammorbanti amarcord
di Giuseppe Braga
Ammorbanti (asfittici e asfissianti) amarcord
Capita che mi venga da sospirare, anche qui, anche quando sono qui, in questa dannata galera di ufficio. E non solo per il freddo. Succede che mi vengano fuori dal petto, improvvisi e a tradimento, lunghi profondi malinconici sospiri. Profondissimi, struggenti, nostalgici. Gli occhi mi si velano per un istante, poi tiro su col naso e penso che, va bene tutto, ma immalinconirsi così non è davvero il caso. Socchiudo le palpebre, recito un brevissimo mantra, penso a Bukowski, dio ubriacone degli impiegati scrittori, apro un nuovo file e mi ci metto d’impegno. Anche la malinconia va sfruttata per il meglio. Stamattina c’ho il buzzo buono, sguardo da pesce lesso, pochissimo lavoro, per nulla urgente (le tavole del P.R.G. devono rassegnarsi, per oggi non le toccherò) e tanta, parecchia, troppa voglia di ricordare. I miei ex colleghi dell’ufficio. È giunta l’ora che vi parli di loro.
Parto dall’antefatto, criminoso e scellerato, da cui ha avuto inizio questa triste vicenda.
Avvenne giusto un anno fa. Capone, giusto per dire, poco più che uno sconosciuto, pensate un po’. Alcuni giorni prima delle feste di Natale a ciascun dipendente del settore arrivò una lettera, una bella busta chiusa e timbrata. Già se ne parlava e noi ce n’eravamo fatti una ragione da qualche tempo, per cui quella busta non ci colse impreparati. La busta l’aprimmo tutti insieme, come in un rito pagano, riuniti in circolo attorno al vecchio tavolo luminoso, quello con le gambe in legno e con le viti arrugginite, ora finito in chissà quale deposito di robivecchi, in quella che era la nostra stanza, la stanza dei disegnatori, quella che invece ora è diventata l’archivio invaso dagli armadi/lapidi, proprio di fianco a dove sto attualmente.

Leggemmo a voce alta, a turno, il contenuto di ciascuna busta. Ognuno con una nuova destinazione, ognuno pronto con la valigia a lasciare la propria casa. Ognuno che da quel momento in poi doveva provvedere a cercarsi degli scatoloni per portarsi via le proprie cose.
Lo smembramento del gruppo disegnatori, sto parlando esplicitamente di questo.
Grazie all’idea meravigliosa di un pool di dirigenti e di funzionari, che a loro volta appaltarono la nuova logistica a una ditta esterna che venne a fare i sopralluoghi, i rilievi e poi i relativi disegni e non voglio neppure sapere quanti soldi (evidentemente presi direttamente dalle tasche dei contribuenti) spesero per fare quello che avremmo potuto ad esempio fare noi (cazzo li tieni lì a fare cinque disegnatori se poi, quando c’è da disegnare, non li fai disegnare e chiami altri al loro posto?), grazie al pool dicevo, venne attuata la riorganizzazione del settore urbanistico e la susseguente divisione del settore, prima unico e autosufficiente, in cinque nuovi settori, e noi, immaginatevelo, ultime ruote di un carro in marcia, ultimi insieme a molti altri, fummo divisi senza troppi complimenti.
La Diaspora. La migrazione. L’esodo, l’esilio, l’espatrio.
Che pena. Provammo a parlarne ai sindacati. Nel nostro palazzo ci sono, esistono, li ho persino visti distribuire volantini, giù all’ingresso, qualche volta. Non c’è molto da fare, avreste dovuto muovervi prima, adesso dovreste organizzarvi da voi e protestare col vostro dirigente di settore, noi abbiamo le mani legate. Il dirigente di settore dell’epoca si chiamava Rotini, gli mancavano tre mesi alla pensione e faceva la corte alla sua segretaria da dodici anni. Non ci ricevette neppure, era lui che aveva firmato le lettere, era lui che, sotto la spinta dei più giovani e rampanti (si può usare ancora, come parola, rampanti?) emergenti motivati funzionari e dirigenti, il famoso pool, aveva avallato la decisione di smembrare il giocattolo. In più era disperato perché la segretaria non corrispondeva il suo folle e ostinato amore. Aveva insomma ben altri grilli per la testa. E tre mesi dopo sarebbe andato in pensione con una lauta liquidazione. Che gli importava di noi disegnatori? Forse non gli fregava una beata mazza neppure dell’urbanistica in generale, intesa come disciplina che regola e controlla il territorio, ecc.
Ormai è andata ed è inutile piangersi addosso. Ma comunque la si voglia vedere, eravamo un gran bel gruppo, unito, solidale e affiatato. Cazzo, se lo eravamo. I fantastici cinque o i cinque pazzi allo zoo, se preferite: Cacioppo, Leali, Crocetta, Lo Jovine e io. Che meraviglia, ragazzi!
Ferdinando Cacioppo (per noi tutti Cacio) è nato a Cesano Boscone, provincia di Milano, trentasette anni fa. Impareggiabile quel ragazzo, un affabulatore nato: raccontava in totale scioltezza senza pudori o reticenze i fatti suoi privati personalissimi (un po’, in questo, somigliava a Capone, ma i suoi racconti, al contrario del Capone, mi facevano spanciare dal ridere) e non li raccontava solo a me, ma, nell’ordine, anche a sua madre, alla sua fidanzata di turno e agli altri tre colleghi di stanza. A volte invertito come ordine, dipendeva dai giorni. A ciascuno ovviamente dedicava una versione personalizzata. Mi spiego. Il resoconto, spesso mirabolante, della serata e/o del weekend appena trascorso, toccava, di solito, a me, subito, in battuta, alle otto del mattino, prima ancora del caffè, appena messo piede in ufficio. Poi il Cacio alzava il telefono e raccontava tutto di nuovo a sua madre. E poi ancora, al cellulare, veniva il turno della sua fidanzata di turno. I resoconti, per forza di cose, cambiavano e differivano a seconda della persona a cui stava raccontandoli. Io so solo che a metà mattina conoscevo a memoria spostamenti, incontri, discussioni, nomi degli amici e dei cocktail che s’era fatto il Cacio la sera precedente. Le nostre scrivanie erano una di fronte all’altra, speculari, facile saperle a memoria, le sue avventure notturne. In più, aveva, ha, il difetto non indifferente, il buon vecchio Cacio, di gridare, per la miseria, il Cacio ha un tono della voce altissimo, non ci posso fare niente, lui si giustificava così, ho la voce potente di natura, mi spiace. Certo, e la propensione a spaccare i timpani altrui. Così, io e non solo io, all’incirca mezzo ottavo piano, eravamo al corrente d’ogni suo segreto.
Insomma, al Cacio ne capitavano, d’avventure. Più ne raccontava e più gliene capitavano, sembrava facesse apposta a farsi capitare le cose per poi avere il gusto di raccontarle. Vado a memoria, che sarebbero troppe se andassi in ordine cronologico o tassonomico.
Quella volta che s’era rotto il didietro sulla tavola da snowboard, quell’altra che, mentre faceva pesi, a casa con l’attrezzatura professionale, Cacio ci tiene al fisico, da sempre ci tiene, s’era strappato l’adduttore, l’altra volta poi, ch’era scivolato su una lastra di ghiaccio e s’era sfasciato i legamenti del ginocchio. E ancora, indimenticabile questa qui, la sera prima di partire per Cuba (il Cacio è uno di quelli che va a Cuba) gli era crollata in testa la sbarra di ferro che teneva sulla porta per fare gli esercizi. Era quindi dovuto correre all’ospedale, dove, dopo avere riso per mezz’ora, gli infermieri, gli avevano messo nove punti di sutura e una bella, appariscente pezza di garza sulla testa. Cacio è pelato, questo m’ero ancora scordato di dirlo e così quand’è tornato da Cuba (ovviamente non aveva rinunciato alla vacanza) aveva un’abbronzatura quantomeno singolare. Come se avesse una placca rettangolare, precisa, sulla testa. Da svitare, con dentro i comandi.
Sei anni insieme, col Cacio, a partire da quei giorni al diciassettesimo piano, ecco, lui era uno di quelli che parlava solo di Kluivert e Weah, all’epoca c’era ancora George Weah, beati i milanisti, e io, che tanto ero interista e, anche avessimo avuto la madonna a fare il centrattacco non avremmo vinto nulla, al massimo una Coppa Italia qualsiasi, io stavo lì e speravo che, ad esempio, non mi toccasse di finire con lui, uno così non lo reggerei proprio, mi dicevo, e pregavo pure io il giovane tulipano Kluivert che se lo portasse via il più lontano possibile, magari in Olanda ad assaggiare i funghetti, perché no, poi passavo in rassegna tutti gli altri dodici (io e lui esclusi, ovvio) e cercavo d’immaginarmi uno di loro come futuro possibile collega e concludevo la rapida rassegna sperando di andare in un ufficio singolo, da solo, concludevo così, la mia veloce rassegna, ma poi invece, chi l’avrebbe mai detto, sei anni ci ho passato insieme al Cacio. Alla fine, l’anno scorso, quando ci hanno diviso e lui se ne è uscito con gli scatoloni sul carrello (preso in prestito dai commessi) per fare meno fatica, m’è pure spiaciuto e una lacrimuccia è scesa a entrambi. Accidenti a voi.
La prima persona che vedemmo, io e il Cacio, quando approdammo all’ottavo piano ed entrammo nell’ufficio che ci avevano detto essere di nostra competenza, fu lui. Marco Leali, un disegnatore esperto, uno della vecchia guardia. Una specie di zio di Asterix, umano e non disegnato, senza elmetto, Obelix e pozione. Però cacciatore di cinghiali veri. Nessuno è perfetto, a questo mondo. Maniaco dell’ordine e della pulizia, uno piuttosto preciso, insomma. Un paio di baffetti spioventi, biondicci, ma ormai tendenti al bianco, l’età è l’età anche per Asterix, piglio da vichingo tosto, baricentro basso alla Maradona, mani tozze e vigorose, generalmente di buon’umore, col sorriso fin dal mattino. Generoso, per nulla parco di consigli e astuzie, chiamiamole pure malizie da vecchio e astuto disegnatore. Malizie e consigli che sono andati più che bene fino al giorno in cui il computer ha cominciato a soppiantare la squadra, la matita e il compasso. Per molti della vecchia guardia, quello fu come il diluvio. Una rivoluzione copernicana e assoluta, una mutazione improvvisa di prospettive. Ma lui, mi sto riferendo a lui in particolare, lui c’è riuscito, ce l’ha fatta con discreto agio (e qui, il Cacio, un vero mago del computer, ci ha aiutati un po’ tutti, tra un racconto e l’altro, ci ha svelato trucchi e segreti della macchina infernale), s’è integrato coi nuovi mezzi tecnologici e informatici senza troppi patimenti.
Leali, lo dice il nome, tendenzialmente è una persona di cui ti puoi fidare a occhi chiusi, sempre che tu non sia un cinghiale, un beccaccino o una lepre, questo mi par chiaro, è una persona a cui puoi chiedere tutto, o quasi, sapendo che una risposta, tendenzialmente positiva, ti verrà data. Se devo sforzarmi e trovargli un difetto, comunque, non mi sforzo e lo trovo subito. È generoso, alla mano, disponibile, di compagnia, come direbbe il buon Capone, di fondo davvero simpaticissimo, ma un punto debole ce l’ha anche lui. Non provate a toccargli il giornale prima che lui l’abbia sfogliato, altrimenti diventa una bestia. Il problema era che, nel nostro ufficio, lo comprava solo lui il giornale e quindi poteva succedere che t’interessasse una notizia o che, magari, eri incuriosito da un titolo e… va be’, va da sé, noi, appena usciva dalla stanza, glielo scroccavamo. Poi, ovvio, lo rimettevamo perfettamente in ordine e in piega, così com’era prima. Non funzionava sempre, però.
Mi ricordo il giorno in cui entrammo, io e Cacio, in quello che sarebbe diventato il nostro ufficio. Ad attenderci c’era lui, Marco Leali. Noi quel giorno, lo ricordo bene, eravamo piuttosto intimiditi. Stanchi, confusi e intimiditi. Provati da tre giorni di parcheggio al diciassettesimo piano, atrio ascensori. Leali probabilmente colse il nostro stato d’animo e ci mise subito a nostro agio.
“Guardate che dovete cercarvi le sedie.”
“Come?”
“Mancano, dovete cercarvele.”
“Scusi, e questa?”
Di fianco alla sua scrivania c’era una sedia. Vuota, in più. Era evidente. Sopra c’era solo, ancora intonso, profumato di petrolio e compattamente piegato, un quotidiano.
“Scordatevela, quella scordatevela.”
“Scusi, perché? È rotta?”
“Ho detto scordatevela.”
“Va bene”, avevamo risposto, entrambi poco convinti.
E poi, vai capire la psicologia umana, con un gesto incondizionato partitogli da chissà quale sinapsi impazzita, il Cacio aveva osato chinarsi e prendere in mano il giornale. Attratto e affascinato, ma questo me lo disse più avanti, dallo spicchio di una maglia rossonera che aveva intravisto a metà pagina, proprio sulla piega. Non l’avesse mai fatto. Il Leali l’aveva fulminato con lo sguardo, con quei due suoi occhietti tondi azzurro ghiaccio che sembravano proiettili.
“Non ci provare nemmeno”, aveva sibilato e mi sembrava di vederlo con la mano calda e pronta sulla fondina. Il Cacio allora, per non sapere né leggere né scrivere, non capendo bene se stesse scherzando o parlando sul serio, aveva rapidamente mollato la presa e aveva fatto un passo indietro, piuttosto preoccupato. Il Leali, intanto, sembrava averci preso gusto.
“Piuttosto ragazzi, ce l’avete l’ordine di servizio?”
“Cosa?”
“Senza di quello non potreste nemmeno entrare, in quest’ufficio.”
“Ma…”
“Vi consiglio di tornare da dove siete venuti e di farvelo dare, su certe cose non si scherza…”
E per fortuna che da dietro la parete mobile poi, era uscita, ridendo come una scalmanata, una gran bella biondona. Rigogliosa, fascinosa e ben messa. Era Serena.
“Smettila Marco, che poi ci credono sul serio!”
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 05.06.06 07:55
Comments
Una delle cose che mi piace di te è che per esprimere un concetto, per il quale basterebbe una singola parola, usi almeno cinque o sei termini diversi!!! :-) a volte anche di piu'.... :-DD
Questa cosa è molto, parecchio divertente ....:-)
Posted by: Dody at 05.06.06 15:46