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30.06.06

Scatti, autoscatti e controscatti...

Rosanna2.jpg

la mia collega Rosanna, in una rara pausa lavorativa (non ce n'è, il 'Joyce' acchiappa!)

Posted by Giuseppe Braga at 10:45 | Comments (1)

I miei lettori mi scrivono / 7. Gianluca Antoni

Da eterno aspirante scrittore, quale io sono, ho goduto nel rispecchiarmi nelle vicende raccontate in Ma tu lo conosci Joyce?. Giuseppe Braga è riuscito a dipingere con ironia questo eroe incompreso dall'ego sproporzionato che si sente vittima di un mondo editoriale incapace di cogliere e valorizzare il proprio genio. Eroe perdente, finchè non abbandona il ruolo di vittima e non mette realmente in discussione il proprio talento. È un romanzo spassoso, ben scritto e lucido.

Gianluca Antoni

Posted by Giuseppe Braga at 10:24 | Comments (0)

29.06.06

I miei personaggi mi scrivono / 4. Ferruccio Parazzoli

Ferruccio Parazzoli, il grande, mitico Paraz’, mi ha fatto l’onore di leggere il libro. Non bastasse, mi ha anche scritto.

Se siete curiosi (o dubbiosi), leggete anche voi.

Caro Braga, ho ricevuto il suo libro, grazie. L'ho anche letto e mi sono molto divertito, anche per quanto riguarda me stesso. Bravo Mozzi a pubblicarlo. E adesso che cosa scriverà,- se scriverà - di nuovo? Molti auguri e a presto.

Ferruccio Parazzoli

___________

qui sotto, un mio modesto omaggio a Parazzoli


Paraz' e la città.jpg

Posted by Giuseppe Braga at 15:31 | Comments (1)

alla finestra

il cielo sopra l'INPS.jpg


Il cielo sopra l'INPS

Posted by Giuseppe Braga at 09:31 | Comments (0)

Piani alti, cultura bassa / 17. Legami profondi

di Giuseppe Braga

“C’è un legame profondo che ci unisce.”
“Te e lo sbarbatello?”, e mi viene quasi da scoppiargli in faccia una risata, di quelle fragorose.
“Io e Terlizzi, sì”, mi fa, scandendo le sillabe, serio, serio.
“Siete dei massoni, per caso?”
“Non sparare cazzate *****, per chi m’hai preso, io sono comunista!”, un barlume folle e iridescente gli attraversa le pupille. Io invece ho una visione mistica e vedo Togliatti, Nilde Jotti e Berlinguer a braccetto, a capo d’un immenso corteo (ma per la questura dell’aldilà, formato solo da poche centinaia di persone), in un mare di bandiere rosse, alle prese con un improvviso prudere alle mani.
“Ah, beh… e da quando sei diventato comunista, scusa?”

“Sei in vena di battute, oggi. Ho la tessera dei Comunisti Italiani, ho la tessera. Vuoi vederla?”
“Grazie Capone, un’altra volta, magari.”

Comunista, certo, l’andasse a dire agli addetti delle pulizie, gliel’andasse a dire a loro. Torna serio, si ricompone, schiocca la lingua, dà un colpetto di tosse, si schiarisce la voce e mi svela il segreto.

“Il legame è parentale.”
“Ma dai!”
“Terlizzi è…”
“Tuo cugino di terzo grado?”
“Fuochino…”
“…?”
“È mio nipote.”
“Scusa?”
“Quel coglione di sbarbatello è il figlio di mia sorella.”
“Ah, però, che bella coincidenza. Sarai orgoglioso…”
“Mah, ti dirò, detto tra noi, sarà pure mio nipote, ma è una gran testa di cazzo di sbarbatello.”

Sarà davvero contenta, contentissima, strafelice sua sorella, nell’apprendere, se mai l’apprenderà, ne dubito, quest’originale punto di vista del fratello.

“Hai visto poi, m’ha sbattuto il telefono in faccia, m’ha sbattuto. Non lo richiamo soltanto perché non c’ho il tempo da perdere, io. Io sono qui a rompermi il culo e a sgobbare, sono ventisei anni che sgobbo, non faccio mica il sindacalista che piglia per il culo la gente, vaffanculo, io.”

Guardo la montagnola di pratiche che ha sulla scrivania, mi potrei giocare mezzo stipendio (tanto è misero e potrei arrischiarmi) che domani mattina sarà ancora lì alla stessa altezza. Con buone possibilità di crescita di un paio di centimetri, anzi.
Capone non le manda a dire a nessuno, nemmeno ai sindacati le manda a dire lui, in quanto Capone. Figurarsi ai sindacalisti sbarbatelli e fanfaroni che sono pure suoi nipoti, figurarsi. Però a me qualcosa non mi torna.

“Capone, mi togli un’ultima curiosità?”
“Certo, spara.”
“Ma perché lo chiami per cognome, visto che è tuo nipote?”

Mi guarda come se gli avessi detto una bestemmia, tanto ovvia, quanto stupida e volgare.

“Cazzo, *****, ma ti devo spiegare proprio tutto.”
“…”
“Semplicemente si tratta d’essere professionali sul lavoro. Sempre, comunque e in qualunque circostanza. Io sono fatto così, professionale al 100%, non te ne sei ancora accorto?”

Capone non finirà mai di sorprendermi, Capone.

I sindacalisti (non tutti certo che no, non prendetemi per un qualunquista qualsiasi) dalle nostre parti si vedono soprattutto sotto elezioni (le loro). Al momento di rinnovare le R.S.U. (Rappresentanze Sindacali Unitarie) o nel pieno d’una rivendicazione particolarmente sentita e politicamente visibile, meglio se a livello nazionale. Come, altro esempio che calza a pennello, per il rinnovo del contratto nazionale degli enti locali. Ma abbiamo valide eccezioni anche tra i sindacalisti, alcuni di loro, non so quantificarli ma ci sono ed esistono, ve lo do per certo, parecchio e molto, si dannano l’anima a fondo perso, appassionatamente e disinteressatamente. Per La Causa. A loro va il mio plauso incondizionato, commosso e sincero. Restiamo (resto) comunque pur sempre nel dubbio: che alla fine lo facciano per non lavorare?

Al Capone invece, i sindacalisti, sotto, sotto, neppure troppo sotto, gli stanno profondamente sul culo, parenti inclusi. Lui li vede esclusivamente come un mezzo (medicina amara ma inevitabile), come uno strumento necessario. Lui ha a cuore solo i suoi arretrati (un vecchio e ancora irrisolto contenzioso relativo ad alcune pratiche legate a Progetti Obiettivo), lavori extra e molto urgenti che, a sentirlo dire, avrebbe accumulato nei suoi onorati faticosi ventisei anni di servizio amministrativo.

Che poi consisterebbe, il suo onorato, oneroso e faticoso servizio, sostanzialmente nel timbrare, vidimare e archiviare pratiche. E poi, smistarle e inviarle ai settori di competenza, eppoi ancora, quando le copie contro vidimate e contro timbrate sono ritornate sulla sua scrivania, nell’ordinarle, catalogandole per genere e per data, nei famosi armadi/lapidi (Capone non s’è mai perso, perlomeno fino ad ora, ma il mio non vuole essere un augurio, per carità), depositandole e lasciandole lì, spesso a marcire, non certo per colpa sua, dimenticate per anni, altre volte invece, pronte a venire ripescate, come in un’estrazione del lotto fortunata, per i successivi ufficiali passaggi amministrativi.

Appendice pratica sulle pratiche (e, appendice nell’appendice, curiose analogie inquietanti)

Le pratiche, quelle fortunate di cui sopra, seguono percorsi ufficiali prestabiliti, gerarchici, regolati e disciplinati da carte bollate, da firme dirigenziali, da enti sovrintendenti e da tempistiche decise a monte, non derogabili, salvo eccezioni particolari, tempistiche scritte nero su bianco, a cui ci si deve attenere rigorosamente. Salvo eccezioni dunque, Capone è solo una piccola parte d’un meccanismo molto più grande di lui, di Terlizzi e di tutte le loro famiglie riunite, anche se il mio ineffabile dirimpettaio spesso tende a non darlo a vedere e si compiace a fare la figura di quello che, coi suoi timbri e le sue archiviazioni, regge sulle proprie spalle l’intera amministrazione. Molto tipico e usuale come atteggiamento, anche questo qui.

Tornando alla pratica delle pratiche, il meccanismo/percorso che seguono è il seguente:

Avvio, Inoltro, Adozione, Pubblicazione, Approvazione, Efficacia

Terminologie piuttosto sintetiche ma altrettanto chiare, no?

Confuse tra la montagnola, le pratiche baciate dalla sorte, seguiranno la suddetta trafila per poi, magicamente, vedere la luce, trasformandosi da pratiche teoriche fatte di cellulosa e inchiostro, a pratiche costruite e costituite, in pratica, da cemento, mattoni, asfalto e metri cubi di movimenti di terra.

Ed è qui, qui e ora, che io vengo abbagliato da un flash abbacinante e, in un mare di luce bruciante che m’acceca, intravedo, distorta, una somiglianza inquietante, un’analogia che paralizza ogni mio muscolo. Analogia che ora provo a riportarvi, nella speranza di sgravarmi almeno un poco di questo penoso turbamento che ha preso ad angosciarmi a tradimento. E passatemi la rima baciata.

Capone e i suoi timbri, Capone e le sue priorità, Capone e le sue pause caffè. Capone che maneggia, palleggiandosele come birilli, pratiche su pratiche. Che se gli saltasse lo sghiribizzo, al Capone, il censore Capone, lui potrebbe, per interesse, inedia o antipatia, fare scivolare una pratica antipatica o noiosa sotto alle altre, con un gesto lieve e invisibile, metterla alla base della montagnola e ti saluto tempistica, gerarchia, ufficialità e carte bollate.

Capone, pollice verso, starter o affossatore di pratiche urbanistiche. Capone l’Imperatore delle pratiche, Capone la pratica dell’Impero. Meglio farselo amico uno come Capone. Eccola, l’analogia inquietante che mi fa tremare i polsi e che mi fa vedere sotto tutt’altra luce quel cazzone di Capone.

M’immagino la montagnola di pratiche che ha parcheggiate sulla scrivania da non so quanti mesi e che non degna di uno sguardo da settimane, me l’immagino come se fosse una montagnola, non di pratiche urbanistiche, ma di manoscritti di giovani poveri innocenti e ingenui esordienti aspiranti scrittori. E lui, ovviamente, lui me lo vedo distintamente, sotto le sembianze di un editor scazzato che non ne ha per le palle di fare, come dovrebbe, il lavoro per cui viene pagato (perché Capone, nonostante si lamenti sempre, al ventisette di ogni mese lui lo stipendio lo ritira regolarmente).

Ho una visione distorta e allucinata che mi provoca una fitta allo stomaco.

avvio… inoltro… adozione… pubblicazione… approvazione… efficacia…
(prendeteli pure, i puntini di sospensione, come una libera citazione celiniana)

Parole forse vuote, ma pregne di significati, terminologie che rimestano nel torbido del nostro subconscio di aspiranti. I famosi plichi dei manoscritti degli esordienti, eccoli che vengono inoltrati via posta prioritaria, eccoli che anelano ad essere approvati dall’editor di turno e susseguentemente pubblicati, eccoli infine che confidano in una piena e totale efficacia, una forte presa sui lettori…
Manoscritti urbanistici, nel nostro caso, ai quali lui da l’imprimatur, la benedizione finale, il beneplacito, il via libera definitivo e liberatorio… coi suoi cavoli di timbri storti.


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 09:20 | Comments (0)

28.06.06

I miei lettori mi scrivono / 6. Francesca Susani

Ecco. L’ho finito anch’io il libro di Giuseppe.

Vorrei premettere, visto che mi sembra che tutti i lettori che hanno scritto finora sono aspiranti scrittori, che io non lo sono. Sono un’amica di Giuseppe (non quella che ha avuto l’idea delle foto sul blog. No, no!). Sono forse anche un’aspirante scrittrice mancata: quando Giuseppe si è iscritto al primo (credo) corso di scrittura (che non penso sia lo stesso di cui racconta nel suo libro), un pensierino ce l’avevo fatto anch’io.

Mi sono decisa un anno dopo che lui aveva iniziato… mi sono proprio iscritta, con un’amica di allora, poi hanno cambiato orario, sede, non ricordo, l’amica ha seguito il corso, ma io non potevo… e così è finita lì la mia carriera di aspirante scrittrice.
E’ passato qualche anno. Giuseppe ha pubblicato un libro, io ho fatto due figli e ho capito che in fondo non sono fatta per scrivere… meglio leggere e correggere (!) i testi degli altri. Che poi è parte del mio lavoro… Forse in fondo è anche una mia piccola vendetta su chi invece ce l’ha fatta… chissà?

Comunque, torniamo al libro.

Quando Giuseppe mi ha detto che usciva un suo libro, non ho neanche lontanamente pensato che potessi non leggerlo, benché avessi già letto qualcosa scritto da lui e non ne fossi rimasta entusiasta. Ero ammirata dal fatto che riuscisse a creare racconti dall’inizio alla fine, a creare personaggi... ma quello che scriveva non era esattamente il mio genere.
Ma anche questa volta l’affetto per lui mi ha fatto prendere in mano il suo libro e iniziare a leggere… e, sorpresa, mi è piaciuto! Inizialmente pensavo che fosse perché conoscevo l’autore, perché me lo immaginavo a scrivere, me lo immaginavo perfettamente negli episodi che raccontava. Poi mi sono persa nel seguire i racconti e mi sono dimenticata di chi scriveva. Ogni tanto mi tornava in mente quando mi capitavano i capitoli che avevo ascoltato nel suo Reading, al quale nel frattempo ero andata. E allora mi divertivo ancora di più ricordando la sua voce che leggeva.
Il libro mi ha fatto proprio ridere (e chissà che qualcuno in metropolitana non abbia notato la copertina del volume che leggevo, ridendo di gusto, io l’ho sempre tenuta in bella mostra!).
I corsi di scrittura a qualcosa sono serviti, perché lo stile, rispetto ai primi tempi, è decisamente migliorato! E poi, c’è un cosa di cui sono grata a Giuseppe: e cioè che mi ha fatto prendere in mano un libro che altrimenti non avrei mai letto. Chi mi conosce mi accusa di essere piuttosto rigida nella scelta dei libri da leggere e un po’ è vero. E un libro come quello di Giuseppe non l’avrei mai preso in considerazione! E invece l’ho letto, e mi è piaciuto un sacco! Che dire di più?

Francesca Susani

p.s. Ehi, Matteo Ninni, il tuo commento mi è piaciuto molto, ma Giuseppe lo vogliamo vivo e vegeto!

Posted by Giuseppe Braga at 08:12 | Comments (2)

26.06.06

Piani alti, cultura bassa / 16. Sbarbatelli, sindacati e...

di Giuseppe Braga

Sbarbatelli, sindacati e subdoli sodalizi

Mi sto rilassando, ho appena chiuso un aggiornamento particolarmente ostico, una variante speciale (nuovi milioni di metri cubi di allegro cemento pronti a colare sulla città), relativa a un’area enorme di non so quanti metri quadrati, con un limite frastagliato che mi sembrava infinito, dalla forma mostruosa (pareva un drago dalla lingua biforcuta, preso di profilo). Nello specifico, a variante speciale, non poteva non corrispondere un limite speciale, con grafia specialissima, studiata ad hoc per l’occorrenza, composta da un trattino lungo alternato a un doppio punto, con pennino fine, accostato a un altro, leggermente più esterno (parliamo di un paio di millimetri), a doppio trattino e triplo punto, a pennino grosso. Il tutto a mano, con l’ovvio obbligo dell’altissima precisione. Un limite arzigogolato, ingarbugliato, che seguiva per un lungo tratto un pezzo di naviglio, svoltava lungo l’asse di un’arteria urbana a scorrimento veloce (veloce solo sulla carta) e poi girava intorno, inglobandola e fagocitandosela, a una vastissima area ex industriale, per andare a richiudersi nei pressi della circonvallazione esterna, sfiorando un parco della zona ovest della città.

Non ho più molto da scherzare, l’urgenza m’è piombata addosso senza preavvisi e c’ho da darci parecchio dentro, Natale è alle porte, per la puttana. Di sicuro però, un po’ di pausa e relax, non la si può negare nemmeno a me. Così adesso (dopo l’ultima ora che m’è passata davanti agli occhi sotto forma di ghiacciolo, inesorabile, mentre io me ne stavo ingobbito imprigionato sul tavolo luminoso a pensare a chissà quali altre cose avrei potuto fare), adesso sono qui, infreddolito ma col limite a forma di drago ormai chiuso, definito e riportato correttamente, sono qui seduto alla scrivania e mi sto rilassando, comodo appoggiato allo schienale, e mi godo, o almeno ci provo, entro le possibilità consentitemi, il meritato relax. Che poi, a voler spaccare il pelo nell’uovo, proprio relax non è.

Perché, il perché è presto detto, perché a meno di due metri in linea d’aria, c’è, c’ho, c’è il Capone che, appoggiato temerariamente sul bordo della sua seggiola girevole, agitato e asserragliato dietro la sua scrivania fortino, sta gridando come un ossesso nel telefono, potesse s’addenterebbe la cornetta in un paio di morsi. È incazzato infoiato furibondo nero, una biscia pizzicata da una tarantola. Ce l’ha coi sindacati in astratto, coi sindacalisti in genere e col suo (sigla impronunciabile, semisconosciuta) in particolare. Il suo sindacalista invece ha un nome piuttosto comune. Dico ciò, perché è come se lo conoscessi un po’ anch’io, adesso, pur non avendolo mai né visto né sentito, il suo sindacalista. Nel senso che, penso, da oggi non lo scorderò facilmente quel nome, io che adesso volevo rilassarmi e invece sono costretto ad ascoltare gli improperi urlati da Capone all’indirizzo del sindacalista, e il nome, l’oggetto degli improperi, me lo sento ripetere, il nome del sindacalista insultato da Capone, una quindicina di volte in tre minuti scarsi. Non ho contato, ma suppergiù siamo intorno a quella cifra. E per memorizzare i nomi, credo sia uno dei sistemi più efficaci, credo.

“Terlizzi, Terlizzi… è da un anno e mezzo che mi stai dicendo di restare calmo.”
pausa breve (Capone ascolta e si gratta la fronte spaziosa)
“Ma io mi sono rotto i coglioni di aspettare!”
pausa brevissima (ascolta e giocherella con la biro)
“No, no, no, non ne posso più!”
pausa intermedia (grugnisce e fa di no con la testa)
“Guarda Terlizzi che cambio sindacato, stavolta lo dico e lo faccio, porca di quella puttana!”
pausa nervosa (tamburella le dita sulla montagnola di pratiche inevase che ha di fianco)
“Mi avete stancato con le vostre vertenze collettive, con le tattiche operaiste, coi vostri attendismi da post proletari del cazzo. Non sono altro che scuse, scuse del cazzo, belle e buone per…”
pausa interlocutoria (fuori di sé, batte un pugno sulla scrivania e fa cadere il portabiro per terra)
“Non m’interrompere Terlizzi, m’avete scassato i trequarti di minchia! C’ho cinquant’anni io, e non mi faccio prendere per il culo da uno sbarbatello di sindacalista come te. Lo sai che cosa faccio se andate avanti così? Lo sai? Se andate avanti così, vi tolgo la quota, vi tolgo! E poi vi sputtano tutti!”
pausa lunghissima (si limita a scuotere la testa lentamente)
“Non dire altro, aspetto fino a marzo, poi però è la volta buona che vi mando tutti a farvi in cu…”

S’interrompe di colpo. Mi guarda interdetto: “Ma cazzo, m’ha riattaccato in faccia! Quel fanfarone sbarbatello perdigiorno ha messo giù!”

Mentre risistema il bellissimo portabiro in decoupage, sacro dono dei vecchi colleghi, decide, del tutto arbitrariamente direi, se non fosse superfluo dirlo, decide che mi deve assolutamente spiegare. Anche se, e non dovrei neppure dire questo, no che non dovrei, io non gli ho chiesto nulla (ma nemmeno per l’anticamera del cervello m’era passata l’idea di chiedergli conto di Terlizzi, manco per niente se volete saperla tutta). E il perché io non gli ho chiesto nulla è un perché piuttosto semplice. È perché io sono lì, anzi sono qui, seduto, sfatto, con un principio di scogliosi, sono qui, cerco solo di rilassarmi un po’, prima di affrontare un’altra variante, la testa e gli occhi, occhi che invece vagano nell’iperspazio, occhi che mi vanno ancora di traverso, seguendo lingue biforcute e circonvallazioni trafficate, rincorrendo affannosamente i miei limiti, proprio il caso di dirlo.

È scosso, non gliela fa a stare fermo, Capone ha ancora ettolitri d’adrenalina in circolo e si vede. Si alza, fa un giro su sé stesso, sembra un ballerino ubriaco, si risiede, apre il primo cassetto della scrivania a sinistra, quello dei viveri, rovista un po’, pesca qualcosa e tira fuori un pacchetto di cracker, un sopravvissuto, uno di quelli salati in superficie che a lui piacciono tanto, si rialza, con un elegante colpo d’anca richiude il cassetto e comincia a passeggiare (a strascicarsi nervosamente i piedi sul pavimento, sarebbe più preciso dire) avanti e indietro per l’ufficio, come fosse un carcerato in attesa dell’ormai sicura condanna. Mangia sempre qualcosa quand’è nervoso o annoiato, ormai questo l’ho capito (Capone inizia ad avere sempre meno segreti per il sottoscritto), se non sono i cracker, è una banana o una pera o un buondì al cioccolato. Oggi, a ogni buon conto, ci troviamo nel caso A, quello dei cracker e del nervosismo. Oggi sta incazzato per benino.

“Hai visto, hai visto come si comportano, i sindacalisti? Il telefono in faccia mi ha messo!”, inspira nervoso e poi butta fuori dal naso aria densa come fuliggine, “non lo richiamo e non gliene dico quattro, soltanto perché ho un sacco di lavoro da sbrigare.”

Sta sbriciolando cracker ovunque, ma a lui, al Capone, gliene frega una beata mazza, lo sappiamo, di sporcare in giro. Ci stanno gli addetti alle pulizie, li pagano apposta, che lavorassero un po’ anche loro, che si guadagnassero la pagnotta. Ha un diavolo per capello (non molti, a giudicare dai capelli, ma senz’altro cattivissimi), potesse, manderebbe al rogo l’intera classe sindacale italiana, anzi mondiale. A partire dal suo sbarbatello fanfarone, il primo della lista.

“C’ha neanche trent’anni e si crede un dio, quello lì. Giusto che l’anno scorso gli è andata bene la vertenza dei neoassunti del quarto livello, passati al quinto a tempo indeterminato… che poi, che poi, detto fra noi, se non avessero fatto sentire il loro peso i Confederati, col cazzo che ottenevano qualcosa, ‘sti minchioni qui.”

Non posso evitare di chiederglielo, lo so, dovrei lasciarlo sbollire nel suo brodo lo so, ma non posso evitare. Non farò mai carriera anche per macroscopiche debolezze come questa, lo so bene, lo so. E allora glielo chiedo, a me la questione pare semplice.
“Cambia sindacato, che ci vuole.”

Lui rallenta, ma non si ferma, prosegue a sgranocchiare e a camminare. Mandibole e gambe, su e giù, avanti e indietro.

“Fai presto a dirlo, tu.”
“Ma se è uno sbarbatello che non conta un cazzo, cambialo, no?”
“Non posso.”
“Come mai? Ti tengono sotto ricatto?”

Si ferma. Sorride amaro. Smette di masticare. Mi guarda come se lo avessi scoperto. Non dice nulla.

“Allora?”, adesso sono io a fissarlo, come fa lui di solito con me.

Capone vacilla, sembra un animale in trappola braccato da un branco di cani da caccia. Si guarda in giro, deglutisce l’ultimo tocco di cracker, si lascia scivolare di dosso l’ultima resistenza e si confida.

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 09:33 | Comments (0)

23.06.06

Autoscatti..? Sì, grazie!

Qual è il luogo più strano (ma anche il divano di casa comprato all'Ikea, può andar bene...) dove avete letto, o state leggendo (o leggerete, mai porre limiti alla provvidenza) il libro?

Forza, non fate i timidi, mandatemi i vostri autoscatti (e un breve commento a margine). Prontamente, li inserirò nel blog.

io e il 'Joyce'.jpg

Io, per dare il buon esempio, come potete vedere, ho già cominciato... voi che aspettate?

Posted by Giuseppe Braga at 12:13 | Comments (4)

I miei personaggi mi scrivono / 3. Enrico Palandri

Caro Braga,

ho visto il suo libro e il ritratto che fa di quel che ho raccontato nel corso alla Tikkun [n.d.r.: "Mr. E.P. e l'elogio del proprio (super) Ego", pag. 109, di "Ma tu lo conosci Joyce?"]. Le auguro buona fortuna. Il libro mi ricorda altri ritratti un po' crudeli con cui altri autori (soprattutto recentemente) si sono affermati; io guardo un po' da un'altra parte, come sa.

Quello che mi sembra curioso è che si sia preso la briga di scrivere di me ma, pare di capire da quel che scrive, non di leggere qualche mio libro; forse fa parte dello stile che ha scelto per il suo libro. Leopardi dice che non possiamo far altro che parlare di noi stessi, e questo forse nel mio caso è eccessivo come lei dice. Ma anche parlando di altri parliamo di noi stessi. A me pare di fare un'altra cosa, probabilmente in quella lezione come nelle altre che faccio: cerco di motivare in modo personale e a cui i miei studenti si possano richiamare, le ragioni che ci attraggono verso contenuti culturali e umani. I libri che leggiamo, le idee di cui partecipiamo, ecc. Mi spiace averle dato così poco il senso di questo percorso che non è stato affatto, come lei sembra suggerire, facile. Le auguro di incontrare ragioni più profonde per dedicarsi alle lettere che, come lei ha già ben capito, non danno denaro e spesso non permettono facilmente neppure di trovare un editore.

Capisco che non c'è ostilità nei miei confronti e che è la cifra stilistica che ha scelto a portarla a scrivere in questo modo. Non sono offeso, ma non ho neppure riso molto. Sono certo che però rideranno altri.

Enrico Palandri

Posted by Giuseppe Braga at 10:07 | Comments (1)

22.06.06

I miei lettori mi scrivono / 5. Cosa mi hai fatto ricordare Giusé.

Di Emanuele Gandolfo

Ti do del tu vista la nostra quasi coetaneità: tu in vista dei quaranta, che io da pochissimo ho accusato nel corpo e nella mente.
Arrivo a pag. 98 e compare "Storie. L'arte di scrivere", le vescicole sinaptiche, stancamente riversano neuromediatori nei valli ormai secchi: è la folgorazione.
Pure io mandai due raccontini. E pure io ricevetti risposta.
Vado a copiare, ovviamente ho tenuto copia della rivista, numero trenta del 1998; il secolo scorso ormai.

"Il racconto "Trambusti" ricorda una situazione ricorrente nella narrativa di Beckett: un individuo monologante seduto su una poltrona, in una situazione di quasi completo annichilimento e stimolato a parlare solo da sensazioni viscerali del proprio corpo. Il tono generale della narrazione è però ironico, con la scoperta che il brusio di fondo nella stanza, percepito dall'udito allucinato dell'io narrante, proviene dai propri testicoli.
Tale ironia è sostenuta da una vivace creatività linguistica che mantiene sempre alta la tensione narrativa. Una buona prova."

Nell'altro racconto si evocava mientepopodimeno che Gadda. Che dire: leggendo il tuo libro mi hai riportato alla mente un periodo più vivace e produttivo della mia vita. Io al tempo Storie lo comprai da Feltrinelli a Roma.

Il tuo libro mi è piaciuto. Nel senso che hai utilizzato un punto di vista ed uno stile molto accattivante. Mentre leggevo l'Ombra Scorticante di Moresco affiorava inquietante. Dopo aver letto “Lettere a nessuno” e i “Canti del caos” il tuo libro è quasi un balsamo vivificante.
Viviamo in un mondo difficile ma ci si può pure divertire non indulgendo alla comprensione. Fermo restando che “Lettere a nessuno” è un testo molto importante, ma...

Come vedi il tuo libro ha connesso neuroni con relative emozioni e ricordi.

Smesso no [di scrivere], ma sospeso sì. In questo periodo dopo la
nascita di mia figlia anche leggere (attività che sopra ogni altra mi da goduria smodata) è diventato difficilissimo.

buona giornata e buone cose

Emanuele Bruno Gandolfo

Posted by Giuseppe Braga at 11:28 | Comments (0)

Piani alti, cultura bassa / 15. Lo strano caso di Rosa Pallotta

di Giuseppe Braga

Un paio di rosei indimenticabili aneddoti

Una volta, l’unica, ma per me davvero memorabile, ci ho pranzato insieme, in mensa. Era agosto, non c’era quasi nessuno in città, figurarsi in ufficio (partivo piuttosto avvantaggiato, insomma) ed era da un po’ che, con garbo ma puntigliosamente, le facevo il filo. Ebbene, nel silenzio tombale della calura estiva, mi squilla il telefono e cazzo se era lei, era proprio lei, era la mia Rosa.

La voce di Rosa, sempre calda (la temperatura esterna non c’entra nulla con la voce di Rosa, che è calda anche d’inverno), un po’ ingenua e suadente, ti fa pensare, almeno a me fa quell’effetto lì, a quei filmetti degli anni ottanta, quelli con Gloria Guida ed Edvidge Fenech. Ecco, dopo che avevo riattaccato il telefono, in quel giorno di calura agostana, già sensibilmente eccitato, io mi stavo già immaginando nell’atto di spiarla, mentre lei, nuda e insaponata, si stava facendo la doccia.

In mensa ci siamo arrivati tutti sudati e appiccicaticci, ma il sudore di Rosa indiscutibilmente il suo sudore andrebbe conservato, protetto in una santa teca e poi, una volta all’anno, sciolto come il sangue di San Gennaro, davanti al sindaco e a tutti gli assessori riuniti. Il suo sudore le scendeva leggiadro e freschissimo giù per il collo e io glielo avrei leccato via tutto quanto quel suo sudore, non fosse che eravamo in fila davanti ad altra gente col vassoio in mano e io sono un po’ timido e la mia timidezza talvolta indiscutibilmente mi frena e non mi permette di fare quel che invece indiscutibilmente dovrei. E poi va pur detto che due cose insieme mi riesce difficile affrontarle. O le leccavo via il sudore dal collo o sceglievo le pietanze. Avevo optato, chissà se feci la cosa giusta, per la seconda. E così, come inebetito, l’osservavo destreggiarsi tra piatti d’insalata, di pollo e di riso freddo e constatavo confusamente che le altre persone munite di vassoio, poche fortunatamente, erano lì tutte attorno a lei e cercavano d’attirare la sua attenzione anche nei modi più meschini, che non mi va neppure di raccontarveli, gli stratagemmi che s’inventavano sti cazzo di stronzi invidiosi.

Beh, poco fa ho parlato del suo meraviglioso fondoschiena, ma adesso, perdonatemi, c’ho da glorificarle assolutamente quell’altra zona erogena, fondamentale e strepitosa, che le sta impiantata meravigliosamente nel petto. Le tette, parlo di loro, di Rosa Pallotta, sono due robe sontuose, sferici attributi tondi, sodi e d’indiscutibile inarrivabile fascino e scusate se mi sono ripetuto ma è così che stanno le cose e per cose, qui intendo quelle due grandi fascinose allupanti tette rosa che Rosa si porta con disarmante disinvoltura addosso e appresso.

In buona sostanza, restando in tema, appena ci siamo seduti al tavolo, in mensa, sotto le occhiate impenitenti degli altri maschi inviperiti furibondi, lei, la mia Rosa, quasi ce le affondava le tette, sul suo vassoio. Poi tra noi due è partita una brevissima conversazione, concernente indovinate cosa.

“Lo sai che la mia collega **** se le è rifatte?”
“Che cosa?”
“Le tette, **** s’è rifatta le tette.”
“Davvero…?”, ma intanto io non avevo occhi che per le sue due.
“Io invece, non me le rifarei per nulla al mondo. Sai?”
“…”, col sudore che, in un paio di secondi, dal collo m’era arrivato ai piedi.
“No, perché sai, penso che se madre natura ha voluto così…”
Madre natura quel giorno, il giorno in cui venne al mondo Rosa Pallotta, era indiscutibilmente molto parecchio ispirata.
“… beh, con me è stata abbastanza generosa, non trovi?”

Cazzo, ci credevo, altroché se ci credevo. Sottoscrivevo. Tendo a precisare che le tette di Rosa, durante questa brevissima conversazione, mi continuavano a ballonzolare davanti agli occhi. Grosse, belle, languide, sode, per trequarti scoperte e ben in vista.

“Beh, buon appetito, allora.”

Quelle furono all’incirca le ultime parole che Rosa Pallotta mi rivolse quel giorno. Poi cominciò a mangiare e io mi perdetti nella sua masticazione lenta e meravigliosa, a voler essere sinceri, alternativamente mi persi tra la sua masticazione e le due enormi rotondità ballonzolanti che avevo a trenta centimetri dal mio naso. Le sue tette coprivano mezzo vassoio, si avvicinava verso di me, allungava la mano per prendere il sale o l’olio e i suoi piatti con l’insalata e con la coscia di pollo e col riso freddo per metà sparivano, coperti oscurati dall’ombra incombente delle sue enormi e magnifiche dolci semisfere. Inutile sottolineare il mio evidente stato confusionale, l’avrete capito pure voi. Quel giorno digiunai. Lo stomaco mi si chiuse irrimediabilmente e a Rosa, che mi chiedeva perché avevo lasciato tutto nel vassoio, dissi che preferivo stare leggero, nel pomeriggio avrei dovuto affrontare un lavoro impegnativo che richiedeva freschezza mentale e di stomaco. Parve non interessarle particolarmente la mia spiegazione e si concentrò sulla macedonia di frutta.

È seguito un certo periodo per me meraviglioso e inarrivabile, nel quale andavamo a bere il caffè al distributore o addirittura, ancora si poteva, ancora non esisteva la restrizione del badge e dei tornelli, uscivamo a fare colazione, cappuccino e brioche, le migliori che io ricordi. Offrivo sempre io, mi sembrava il minimo. Ma intanto, nugoli di vesponi intorno, sciami di luridi mosconi viscidi e bavosi. E ancora, ciao Rosa di qua, ciao Rosa di là, che si doveva fare lo slalom per sviarli tutti.

Con lei, a ripensarci adesso che ci siamo un po’ persi di vista e tra pochissimo capirete il perché, con lei, con Rosa Pallotta, è stato all’incirca quasi tutto bello, molto, tranne che per una cosa, che tra l’altro, tra l’altro, non sarebbe nemmeno propriamente la più trascurabile tra le cose, come cosa. Nella sostanza, si stava bene insieme, noi due, io respiravo la sua aria, il suo indescrivibile profumo mi pervadeva le narici, annusavo in gran quantità quel suo aroma di donna popolare e desiderata da almeno ventiquattro piani, aroma che lasciava dietro sé una scia di stelle coloratissime e profumate. Anche la vista, la mia, ne usciva confortata, con quel bendiddio che avevo sotto gli occhi ogni volta.

Tutto bene dunque, tranne per quel particolare non propriamente trascurabile.

Non avevamo nemmeno un argomento in comune, neppure sforzandomi con tutta la buona volontà ero riuscito a trovarlo. A parte il luogo di lavoro e passi, le tette rifatte dalle sue colleghe e passi pure questa, a parte i colleghi che le ronzavano intorno e di cui lei teneva un conto preciso e dettagliato aggiornatissimo, enumerandomeli spietatamente, ma non era il caso, a parte i programmi televisivi e le vacanze prossime venture, a parte ciò, il nulla. E dunque il risultato che ne scaturiva era semplice, non parlavamo di niente. O meglio, lei parlava di lavoro e io facevo, però le nascondevo, delle smorfie atroci, sofferenti, terribilmente brutte a vedersi e arditamente provavo a cambiare discorso. Portandolo ovviamente sul terreno a me più congeniale.

“Cosa ti piace leggere?”
“…”
“Il tuo scrittore preferito?”
“…”
“Lo conosci John Fante?”
“…”
“Lo sai che scrivo racconti?”
“…”
“Lo guardi mai Passaparola?”
“No, a quell’ora preferisco Amadeus.”

Tornavo a concentrarmi sulle sue tette, alternativamente sul suo culo. Mi davano decisamente più soddisfazione.

Lo sguardo di Rosa, in quei brevi e monchi tentativi di conversazione, vagava alla ricerca di argomenti più interessanti e i suoi occhi si sgranavano al passaggio o all’incrocio di un funzionario particolarmente sorridente e prestante, meglio ancora se alto oltre l’uno ottanta. Non avevo chance, questo lo capivo da me, così coglione non lo sono mai stato.

Io ad ogni buon conto, come tutti gli innamorati respinti e incompresi, in un momento di particolare struggimento, decisi di dedicarle una poesia. Gliela dedicai un giorno in cui fuori stava per arrivare un temporale, un pomeriggio in cui il cielo si oscurò all’improvviso, un giorno in cui le nuvole mi parvero addirittura stessero premendo contro le finestre del mio ufficio, un pomeriggio premonitore, un pomeriggio carico di elettricità e promettente tempesta. In quel pomeriggio io le dedicai, a lei, al suo fantasmagorico retrobottega, a lei, a lei in quanto persona e in quanto donna meravigliosa, a lei, sì, certo, a lei, ma anche, non ultime, alle sue esplicitamente fantastiche e favolosamente tonde scialuppe di salvataggio, a lei, a lei le dedicai una poesia, una poesia, perdonatemi ma poeta ancora non sono, tutta in rima baciata.

Poi, dopo quel pomeriggio di tempesta, come se fossi stato catapultato all’interno d’un film senza lieto fine, lei, Rosa Pallotta, ho cominciato a sentirla meno, l’ho sentita sempre meno volte. O non rispondeva al telefono o era troppo occupata o non era in ufficio. Però ho cominciato a vederla sempre più spesso insieme a un altro tizio, un tale alto e biondo, elegante ma sportivo, giacca di tweed e scarpe Tod’s, biondo, non un capello fuori posto e poi ho scoperto che era pure funzionario, un nuovo funzionario dell’Edilizia Privata, io li odio quelli dell’Edilizia Privata e un giorno di questi vi spiego anche il perché, li odio tanto quanto i geometri. Anzi, pare che quel tizio, l’elegantone biondo, sia proprio un geometra, e qui capirete anche voi, molti cerchi si chiudono, amaramente, ma si chiudono, attorno a Rosa Pallotta e ai geometri.

La poesia, vorrei che lo sapeste anche voi, la mia poesia non l’ho mai fatta leggere a Rosa, però non escludo che un giorno, chissà, quello stolto di geometra biondino ed elegante se ne andrà. O magari, mai porre limiti alla divina provvidenza, magari sarà lei che si stancherà di lui. E io sarò qui, ottavo piano, stanza n° ***, pronto, attivo, sessualmente abile e soprattutto molto, parecchio disponibile.

Oh, Rosa, fiore sbocciatomi in mano
Gioiello del lontano emiro sultano
Fresca oasi del deserto sahariano
Dolce amorevole petalo ottomano
L’amor – tra noi due – un bel dì regnerà sovrano

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 09:21 | Comments (0)

19.06.06

Piani alti, cultura bassa / 14. Ma voi la conoscete Rosa Pallotta?

di Giuseppe Braga

D’amori proibiti ne è pieno il mondo e non pretendo nessuna esclusiva. Proibiti, non corrisposti, ostacolati, in alcune circostanze osteggiati, soprattutto da stupidi, poveri di spirito e invidiosi. Noi, i prigionieri della prigione verticale con le sbarre in vetro e cemento, noi, che viviamo nel nostro piccolo mondo fuori dal mondo, intollerante, ma al contempo capace di slanci e traboccante d’amore, noi, con tutto quest’amore traboccante e slanciato, noi non facciamo certo specie.

E di massicce dosi d’amore da trasmettere e da infondere, in giro per il mondo, io ne avrei in abbondanza, ne avrei da dare e da infondere davvero molte, parecchie, di dosi, addirittura in quantità industriali ne avrei. In particolar modo, le mie infusioni d’amore, le donerei generosamente e felicemente a lei, a lei, alla donna che m’ha fatto perdere la testa.

Lei, il fiore più profumato che l’amministrazione abbia mai visto nascere fra le sue pieghe di calcestruzzo, lei, Rosa Pallotta.

Ora, permettetemelo, ma provo un impulso irrefrenabile che non posso tenermi dentro, ora vi devo assolutamente descrivere quel gioiello inestimabile, quella pietra rara che si muove sinuosa, su e giù attraverso il nostro mondo e che risponde al nome di Rosa Pallotta. Lo farò brevemente e per sommi capi, facendo ricorso alle preziose armi della retorica, utilizzando, da buon aspirante che si rispetti, similitudini, metafore e iperboli, ma per lei, questo e pure altro, molto parecchio di più, se solo fosse necessario. Anche una poesia in rima baciata, cosa che tra l’altro ho fatto. Ma statemi a sentire, adesso.

Rosa Pallotta, in testa, con la descrizione parto dalla testa, ha una corona di boccoloni cascanti, riccioli perfettamente arricciati che a guardarli sembrerebbero fatti col cerchiografo, tanto sembrano uguali tra loro (stesso diametro, stesso spessore, etc.), color rosso Tiziano (da intendersi come il pittore tardo rinascimentale). Occhioni grossi, grossi, se dico grossi vuol dire davvero grossi, e rotondi, tondissimi, enormi, sensuali e fumettistici, come potrebbero essere quelli di un cerbiatto disegnato dalla Disney (con magari già che ci siamo, qualche immagine sexy nascosta subliminale), ciglia compatte, esageratamente lunghe, che sbattono ritmicamente, sincronizzate col movimento dei suoi riccioli perfetti e ondeggianti. Un corpo mozzafiato, di cui sinteticamente potrei dire, un corpo mozzafiato con le curve giuste al punto giusto. Gambe e seno sempre in bell’evidenza. Magliette attillate che quasi esplodono, camicette sbottonate fino allo sbottonabile, gonne corte sopra al ginocchio, scarpette con tacco da dieci centimetri in su. Un culo da paura. Scusate, ma pur essendo un aspirante scrittore che fa buon uso della buona, sana e corretta retorica, quando ci vuole il gran colpo ad effetto, magari un po’ volgare, io, in quanto aspirante che deve farsi le ossa, io lo uso, senza remore, perplessità o indugi di sorta. Se ci vuole, ci vuole… un culo da paura, ragazzi!

Insomma, da apprendista aspirante scrittore, forse giusto per quel motivo lì, io sono uno che sta parecchio attento ai particolari, alle sfumature più o meno evidenti e ai dettagli. Certe cose così (il meraviglioso fondoschiena di Rosa Pallotta) non si possono sottacere, non notare o far finta che non esistano. Essendo un aspirante scrittore eterosessuale che punta al successo interplanetario, eterosessuale garantito e certificato da alcuni anni di onorata carriera, manuale e non, io a certe cose così, scusatemi, ma non riesco a non appassionarmi, eh no!

Rosa Pallotta, non si fosse ancora compreso, lo confesso pubblicamente qui e ora per la prima volta (ci fossero le gemelle inviate de La Vita in Diretta, Cucuzza farebbe un grande scoop, ma dalle nostre parti il massimo che s’è visto è stata TeleLombardia la volta che avevano menato un usciere), Rosa Pallotta è il mio amore segreto. Segreto e non corrisposto, tengo a sottolineare (di questa seconda confessione ne avrei fatto volentieri a meno). Un amore sbocciato immediatamente, fin dal primo istante in cui i nostri sguardi, attratti da chissà quale forza superiore, si incrociarono.

E volete sapere quando? Ebbene sì, avvenne ancora in quel giorno maledetto (o benedetto?) di sette anni fa, nell’atrio ascensori del diciassettesimo piano. Luogo più squallido e osceno, in effetti, sarebbe parecchio difficile trovarlo. Eccoci lì, mi rivedo, io e gli altri tredici sfigati, accampati per tre giorni alla bell’e meglio, in attesa di conoscere le nostre future destinazioni. Ma poi, fin dal primo giorno, appare lei, roseo miraggio, rosea visione tridimensionale e reale, tutta riccioli rossi e curve mozzafiato, lei che ci passa davanti con le sue cartelline da consegnare ai funzionari suoi capi, lei che esce ed entra dagli ascensori, lei che si beve un caffè, lei che ci sorride e che forse ci compatisce un po’, lei, che, forse, ci osserva come si potrebbero osservare degli scimpanzé in cattività un istante prima che, degli esperimenti genetici li trasformino in scimpanzé decerebrati, e dunque senza prospettive di vita decenti, promettenti e allettanti, lei che sa già quel che ci aspetta, lei che lascia dietro sé una scia di profumo indimenticabile e mostruosamente arrapante.

Sette anni fa, al diciassettesimo piano, a guardarlo da qui, oggi, uno straziante crocevia di destini.

Parentesi sgradevole ma obbligata

Sì, certo, ovvio, voi che possedete buona memoria adesso potreste dire (nello specifico mi sto rivolgendo soprattutto al, potenzialmente, vasto pubblico di lettrici), eccolo qua, eccolo che si svela per quello che in realtà è, il solito maschilista. Capace e pronto, alla bisogna, d’insultare la sua ex, la maledetta fedifraga, ma non altrettanto obiettivo e anzi maldisposto, nel guardarsi dentro e nel farsi un onesto esame di coscienza. Ragazzo aspirante, potrebbero continuare a dirmi sempre loro, le superdotate di memoria, ragazzo bello, ma all’epoca ti ricordi o ti sei già scordato, furbacchione, che a quell’epoca, la fidanzata tu ce l’avevi ancora, all’epoca in cui facevi il cascamorto con ‘sta gatta morta di Rosa Pallotta (e qui ci leggerei bene un filo, lieve, lieve di sana invidia femminile)?

Io vi risponderei, perché non sono uno che si nasconde davanti alle proprie responsabilità, e vi risponderei che no, ovvio che no, non me lo sono mica scordato. No, no, assolutamente no, però, sapete che vi dico?, vi dico, spassionatamente ve lo dico, vi dico che mi piacerebbe che ve lo scordaste voi, ecco cosa. Che così facciamo tutti prima. Perché, visto come è andata a finire con la fedifraga, io non intendo più spendere nemmeno mezza riga per quella stronza del cavolo della mia ex. Intesi? E ci terrei che anche voi la dimenticaste velocemente, il più velocemente possibile.

Chiusura della parentesi

Ora vorrei invece, che vi concentraste anche voi, insieme a me, sull’oggetto dei miei desideri più reconditi, sulla rosa purpurea del diciassettesimo piano, su quella divina creatura destinataria delle mie pulsioni più selvagge – e represse. L’indiscusso mio personale oggetto dei desideri. Dico e scrivo mio, anche se, purtroppo, troppo e solo mio non lo è affatto, per via del semplice inconfutabile tristissimo motivo che Rosa è un amore molto fin troppo condiviso, ahimè! A naso, suppergiù a spanne, lo devo condividere con altre, eseguo un calcolo minimo e al ribasso, quattrocento persone, genere maschile perlopiù. Sparse spalmate assiepate per i ventiquattro piani.

Rosa Pallotta, in effetti, è la dipendente pubblica più amata dagli impiegati (e dai funzionari, dai dirigenti, dagli amministrativi, dai consulenti, etc.) stanziati nel palazzo dal quale sto scrivendo. È questa la tragica, vera e mesta verità. Rosa Pallotta, non posso continuare a nasconderla, la verità, è amatissima e tra i nostri ventiquattro piani gode di una grandissima popolarità, ci fosse un indice di gradimento apposito, il suo sarebbe un indice di gradimento altissimo e raggiungerebbe il cento per cento, se limitassimo il sondaggio alla popolazione maschile eterosessuale.

Passeggiare con lei, magari prendersi un caffè o soltanto provare a fare due chiacchiere in santa pace, può diventare un inferno. Sempre qualcuno pronto dietro un angolo, in agguato, insidioso, teso alle tue spalle, sgomitante e sbavante, che se non stai attento trovi anche quello capace di farti un bello sgambetto, pur di catturare l’attenzione di Rosa.

E ciao Rosa, come stai Rosa, ti vedo bene, Rosa, ah però, Rosa, sempre in forma, Rosa, sempre bella, Rosa, oggi sei bellissima, sì anche oggi lo sei, ma come fai Rosa, oh, Rosa di qua e oh, Rosa di là… però c’è il rovescio della medaglia però. A girare accompagnati da Rosa Pallotta, di riflesso, sempre che non ti sgambettino prima, hai buone probabilità di diventare popolare anche tu.

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 08:07 | Comments (2)

16.06.06

I miei personaggi mi scrivono / 2. Marcello Baraghini

Per chi non lo sapesse, Marcello Baraghini, è l'editore di Stampa Alternativa.
Per chi non lo sapesse, Marcello Baraghini, è un uomo molto spiritoso, oltre che, sinteticamente esplicito.
Ecco la sua risposta... ah, dimenticavo: grazie ancora Marcello!

Giuseppe, cerco di non fare errori, anche grazie a una supervisione del mio testo. Ho letto subito il tuo libro perché affronta problemi a me cari, come ben sai. L'ho letto tutto e mi sono divertito. Succede di rado, credimi. Grazie quindi, e saluti cordiali.
Marcello

Ed ecco il brano di Ma tu lo conosci Joyce?, al quale si riferiva (pag. 196, se volete verificare di persona...).

Cose respinte

Non posso dire d’avere cattivi rapporti con le case editrici, assolutamente no. Diciamo piuttosto, che sono loro a non avere una buona predisposizione nei miei riguardi. O meglio, per essere più precisi, non tanto nei miei riguardi, quanto nei riguardi di ciò che mando loro da leggere.
Il mio primato personale riguarda il romanzo Oblò: 6 a 2, anche se conto di rifarmi col prossimo set. Va detto anche, che le due risposte positive erano di case editrici a pagamento e dunque non le considero molto rilevanti. Quindi, come si dice in gergo tennistico, un bel cappotto. Tra i rifiuti migliori, la risposta più suggestiva fu quella che mi diede Marcello Baraghini (quasi un omonimo in miniatura, ma mi riferisco solo ai nostri cognomi, sia ben chiaro!) di Stampa Alternativa. Dopo neppure un mese che gli avevo spedito il mio manoscritto, via posta ordinaria, in una busta intestata, trovo un foglietto di carta, formato cm. 9x9, battuto a macchina, sul quale c’è scritto:

Caro Giuseppe,
il racconto è gradevole ma non siamo noi l’editore che fa per te. quei due-tre libri “letterari” all’anno che possiamo pubblicare li dedichiamo, come avrai potuto constatare dal sito, ai dannati, pedofini, drogatoni, trans, e via dicendo.

Seguivano i saluti e la firma, a mano, in pennarello nero. A parte il fatto che ancora mi sto chiedendo chi siano mai ‘sti cazzo di pedofini, quantomeno – parrebbe – l’ha letto tutto e pure velocemente. Quindi, volevo dirti grazie Marcello.

Posted by Giuseppe Braga at 09:16 | Comments (1)

15.06.06

I miei lettori mi scrivono / 4. Matteo Ninni

Mani sul tavolo, Giuseppe Braga.

di Matteo Ninni

Sono anche io un aspirante scrittore. O meglio, io lo sono ancora, mentre il buon Giuseppe Braga ormai è nell’olimpo dei pubblicati e ne siamo quasi tutti entusiasti, quasi perché tra gli aspiranti scrittori sono parecchi quelli invidiosi, che girano con i coltelli da cucina in tasca. Quanti ne ho visti.

Anche io ho frequentato covi di aspiranti scrittori e proprio in un covo di questi ho conosciuto il nostro, vostro Giuseppe Braga.
Bravo ragazzo, che ne dicano le vecchiette, forse impressionate dal suo look molto dark con quel capello nero lungo e gli occhiali spessi e la maglietta e i pantaloni rigorosamente neri.
Un vero indiano metropolitano dark ben disposto verso la letteratura.
Che poi io, il G.B., sono anni che non lo vedo. E quindi, come si fa con le persone che non ci sono più, i defunti, ho in testa una sua immagine che potrebbe essere un falso clamoroso, una di quelle costruzioni della mente, un braga idealizzato, insomma.
Oltretutto non sono più tanto sicuro che abbia mai portato gli occhiali. Né che porti sempre tutto nero addosso. Nella copertina del libro, ad esempio, non ce li ha gli occhiali. Però io me lo ricordo così. Bravo ragazzo.
Quando ho saputo che il Giuseppe Braga avrebbe pubblicato un libro, che me l’ha detto lui, ho subito pensato alle sue mail che tengo conservate nella cartella di posta arrivata.
Sono mail in cui mi dava consigli sui miei racconti, proprio mentre frequentavamo lo stesso corso di scrittura, il covo di cui parlavo sopra, immortalato per sempre nel suo best seller.
Mi sono detto, tu pensa se il Giuseppe Braga ci muore, grandi funerali, discorsi ufficiali, onorato dalla stampa nazionale, da una piazza di Milano e dall’insegna di un negozio di bigiotteria dark. Io avrei delle sue mail.
AH!
E’ solo questione di scegliere il momento giusto, il decennio dalla morte, il quarantennio dalla nascita, l’inaugurazione di una scuola di scrittura con il suo nome, l’apertura in via Torino di “Ma tu lo conosci Joyce – Bigiotteria Dark”.
Sono convinto che nella vita bisogna avere un piano e questo è un buon piano.
Prima cosa, chiedere a un avvocato o a un notaio di certificarmi l’autenticità di quelle mail. Seconda cosa, io c’ero. Sono testimone di buona parte di quello che in “Ma tu lo conosci Joyce” il nostro Giuse racconta. La libreria Tikkun io l’ho vissuta. Le valige di Paraz’ zeppe di ritagli io le ho viste. Della Signora Dettaglio ho l’indirizzo mail. Ho conosciuto la “simpatica ragazza che legge sempre lei” e “la bambina già vecchia”, credo o comunque ho ben presente due esemplari della stessa razza. Io in questo libro mi sono sentito a casa. L’ho visto prima nella realtà di tutti i giorni, come un compagno di trincea di Rigoni Stern, o un collega delle poste di Bukowsky, o Alberto Granado in moto con il Che. Potrei proporre un “dietro le quinte” per le pagine della cultura del Corriere, un “Io che ho visto Giuseppe Braga prendere appunti sul suo taccuino”. Insomma se il G. B. schiatta sono soldoni.
Quindi.
Bravo Giuseppe Braga!
Continua a scrivere! (E a bere…).
E tutti voi continuate a leggerlo.

Con affetto – Matteo Ninni.

Posted by Giuseppe Braga at 13:25 | Comments (0)

Su Radio Alt la lettura della prima pagina di: "Ma tu lo conosci Joyce?"

Si può acoltare qui:
http://www.radioalt.it/

Posted by Giuseppe Braga at 11:17 | Comments (0)

Piani alti, cultura bassa / 13. Nardello il santo

di Giuseppe Braga

Appunti finali per un gelido racconto gelato

La slitta sbanda, si inclina pericolosamente e cappotta. Il bagaglio schizza via sulla neve. Le cinghie dei cani si spezzano, i cani, improvvisamente liberi, scompaiono all’orizzonte. L’uomo, l’impiegato trasferito, triste e infreddolito, rotola sulla neve, rimbalza un paio di volte e alla fine, va a sbattere contro un piccolo iceberg. Perde i sensi.

L’orso corre veloce come il vento e i suoi duecentoventi chili sembrano niente, a vederlo procedere così ad ampie e leggere falcate. La fame fa di questi miracoli. Poi rallenta la sua corsa, osserva, seppur miope, tutta la scena e, a passo rallentato, raggiunge il pacco coi bagagli. Lo scruta con occhi da orso miope, ma intelligente. Può constatare dunque, che il pacco è composto da un computer non portatile, imballato in una grossa scatola, da una valigetta ventiquattrore, da una scatola con gli effetti personali, da una specie di microscopio, da alcune lenti d’ingrandimento, da tabelloni con sopra scritti strani segni (l’orso è intelligente, ma non sa leggere) e da una seggiola ergonomica disassemblata.

All’orso bianco, miope e affamato, tutte queste stupidaggini non interessano. All’orso interessa soprattutto la cena che sta per farsi, carne tenera e rosata, alla temperatura ottimale. Non vede l’ora d’azzannarsi e di farsi a brandelli quello stupido essere incastrato sotto le pendici di un iceberg.

Appunti veloci:

e se alla fine impiegato e orso diventassero amici e decidessero di produrre ghiaccioli e di venderli via internet? e se l’impiegato, con l’hobby dell’optometria/oculistica, riuscisse a diminuire la miopia all’orso? E se fosse lui, l’impiegato, a mangiarsi l’orso? Ma gli iceberg ci sono al polo nord?

Nel bel mezzo di queste esacerbate riflessioni narrative, ecco che entra Capone. Strascica i piedi, avanza senza salutare con la valigetta in una mano e con un superpacco paghi due compri tre di cracker nell’altra. Leggermente curvo, sguardo torvo. Poggia la valigetta sulla scrivania e attacca.

“È cominciata male la giornata, male, male, male.”

Io guardo l’ora, sono le undici e vent’otto, quasi ventinove, a me sembra un orario perfetto per cominciare a lavorare. Ammesso Capone sia venuto in ufficio per lavorare, s’intende.

Guarda qui, guarda, e mi mostra il superpacco di cracker. Io lo guardo. Guarda, lo vedi? Io guardo ma non vedo, mi sembrano cracker, né più né meno. Guarda, guarda. Continuo a guardare. Forse è un test d’intelligenza, a volte il Capone li fa, forse è quello. Mi concentro, ma niente, vedo solo il superpacco.

“Cazzo, non ce li avevano salati in superficie e ho dovuto comprarli senza sale, ti rendi conto!?”
“Oh, merda, questa sì che è una cosa grave.”
“Scherza, scherza. Guarda che non ci sta un cazzo da scherzare. Io questi non riesco a mangiarli.”
“Cosa li hai comprati a fare, allora?”
“Beh, c’era l’offerta paghi due compri tre e non potevo farmela scappare.”

Alle undici e trentasette, dopo che ha finito di sistemare, ordinati per bene, i pacchetti singoli di cracker nel suo cassetto, mi spiega che è entrato tardi grazie a un permesso speciale, concessogli dal suo capo, che poi sarebbe pure il mio, il responsabile educato e sintetico di prima, chissà che gli avrà raccontato per farselo dare, sarei curioso di saperlo stavolta, ma per evitare di restare inchiodato sotto la schiuma delle sue parole, glisso e lascio perdere. Poi si mette a fissarmi come fa lui e piuttosto disgustato mi fa.

“Che cazzo ti sei messo addosso oggi? Tutto il guardaroba che avevi in casa?”
“Ma no, ho solo un paio di maglioni in più.”
“Mi sembri l’omino della Michlein!”

Capone ha indubbiamente un gran colpo d’occhio.
“Ah, guarda che io alle dodici e mezza me ne vado, oggi.”
“Ah, sì?”
“Sì, sì, ho un permesso speciale anche per l’uscita.”

Ineccepibile, ragazzi. Quando Capone ci si mette è una perfetta macchina d’assenteismo applicato.

“Piuttosto, *****, parliamo di cose serie.”
“Parliamone.”
“Non senti che fa un freddo della madonna, qua dentro?”
“Secondo te perché mi sono vestito come l’omino della…”
“Lascia perdere, guarda che quando non c’eri, giovedì e venerdì, ho telefonato ai tecnici un sacco di volte.”
“Anch’io, quando non c’eri tu.”
“Sì, va beh, a te che t’hanno detto?”
“Sono anche usciti se vuoi saperlo, sempre quando non c’eri tu.”
“Smettila di fare il polemico, *****, cerchiamo di risolvere la situazione. Che hanno detto?”
“Che non fa freddo a sufficienza, che qui da noi si sta bene, qui.”
“Ma che cazzo dicono, ma sono deficienti? Io ce li farei lavorare loro, qua dentro.”
“Eppure hanno misurato col termometro.”
“Ma tu non hai detto niente? Li hai fatti andare via così?”
“Cazzo dovevo fare, incatenarli al tavolo luminoso?”

Sentiamo bussare e interrompiamo la discussione. Alla porta s’affaccia Nardello, il vecchio disegnatore, il primo che aggiornò le sacre tavole urbanistiche del P.R.G., vecchio amico di Capone.

“Avanti, entra”, gli fa Capone.
“Vi si sente fin dal corridoio”, gli risponde l’amico.
“Ci credo, ci vogliono far morire di freddo. Non senti che freddo che fa?”
“Non vanno i termostati?”
“Proprio così.”
“Avete provato col bicchierino d’acqua?”
“Cosa?”
“Fate così, è semplicissimo. Aprite la griglia, prendete un bicchiere d’acqua, mettetelo in basso, incastratelo sotto tra i tubi, e fate in maniera che la sonda interna sprofondi, pescando nell’acqua…”
“Eh?”
“Adesso vi faccio vedere.”

Io e Capone ci guardiamo a vicenda, storditi e increduli. Nardello il vecchio, comincia a smontare la griglia dei fan-coil e davanti ai miei occhi, acquista immediatamente le sembianze di Leonardo Da Vinci.

Non perdo tempo, senza che nessuno dei due mi dica niente, che se aspetto Capone facciamo notte, esco, prendo un bicchiere dalla boccia d’acqua minerale, lo riempio fino all’orlo, rientro lasciando cadere qualche gocciolina per il corridoio, chissenefrega, appoggio il bicchierino con estrema cautela sul ripiano del termostato e faccio un passo indietro per vedere meglio.
Nardello s’inginocchia, lo prende in mano e lo mette dove deve metterlo (se vi capita di leggere questa riga fuori contesto, potrebbe sembrarvi un brano estratto da una sceneggiatura porno, ma vi assicuro che non lo è), poi ci infila la sonda, si rialza, richiude la griglia, alza lo sportello con le manopole, mette direttamente sul tre, che non è un canale televisivo, ma la potenza dell’aria in uscita, e… e dopo pochi secondi avviene il miracolo. L’aria esce calda. Oh, cazzo, ma Nardello è un santo genio! L’osservo timoroso, con gli occhi lucidi e traboccanti gratitudine. Non posso fare altro che stringergli riconoscente la mano. Quell’uomo, non so come disegnava, ma di sicuro è un santo.

Per festeggiare, Capone e Nardello vanno a prendersi un caffè. Io no, io preferisco rimanere in ufficio, il caffè l’ho appena bevuto, e poi va bene tutto, ma Capone mi basta e avanza già quand’è qui in ufficio. Così me ne resto solo, con l’occhio che, sciaguratamente, precipita sulle mie varianti in attesa. Dunque, mio malgrado, decido che è l’ora di darci dentro. Mi tolgo uno dei tre maglioni che ho addosso, provo a godermi un po’ di quest’inaspettato calduccio e mi metto al lavoro.

Tempo un quarto d’ora e Capone rientra in ufficio. È su di giri e non mi rimprovera nemmeno di non essere stato di compagnia, la faccenda del bicchiere e della sonda ci ha sollevato il morale, oltre alla temperatura. Io, chissà perché, non vedendo con lui il Nardello, vengo sfiorato, ma solo per un istante, dall’idea che Capone l’abbia fatto fuori per potersi appropriare liberamente della trovata geniale del bicchierino nella sonda e metterla sul mercato. Poi l’osservo di sottecchi e penso che no, Capone non potrebbe mai arrivare a tanto. Magari avvicinarsi, ma arrivarci no, lo escludo in partenza. Appena dentro, non è difficile, mi vede piegato sulle tavole del Piano Regolatore e inizia a rompere.

“T’ho mai detto che Nardello è stato il primo ad aggiornarle?”

Io resto chinato sulla tavola E-F 7-8, una delle più rognose e centrali della città, tutta piccole aree e angoli angusti e, d’accordo che non sudo perché è ancora abbastanza freddo, però qualche rigagnolo dalla fronte mi scende.

“Nardello c’aveva una mano fantastica, felice. Era infallibile, i suoi tratteggi sembravano fatti da una macchina, tanto erano perfetti, altro che computer. Adesso gli tocca usarlo pure a lui, che spreco.”

E m’inizia a far vedere alcuni dei trucchetti che io dovrei seguire per far prima e soprattutto meglio. Nardello, un sant’uomo a tutto tondo e Capone, il suo profeta.

È una grandissima fortuna, un colpo di quelli che ti capitano una volta all’anno, che Capone, dopo un paio di bizzarri suggerimenti insensati, secondo me suoi, farina del suo sacco, guardi l’orologio.

“Cazzo, ma devo andare!”

Sono le dodici e ventisette e lui, non solo non ha nemmeno acceso il computer, ma non ha fatto nemmeno il gesto di sedersi alla scrivania e di far finta di fare qualcosa d’utile alla collettività e diciamo che, lui, l’unico contatto che ha avuto con la scrivania è stato col suo cassetto preferito, quando poco fa, mentre mi concedeva una breve tregua, ha tirato fuori il solito pacchetto di cracker, stavolta però non salati in superficie e se l’è sgranocchiato pericolosamente molto, molto vicino alle tavole originali, sante e sacre, molto ma non così molto, per sua fortuna, dal fargli cadere sopra le briciole. Le briciole dei cracker meno amati da Capone hanno soltanto lambito le tavole originali del P.R.G. e sono andate a spargersi disordinatamente, come ceneri, per mezzo ufficio.
Ma io lo faccio apposta, sai?, ha avuto il coraggio di dirmi, che se no, quelli delle pulizie che ci vengono a fare, se poi trovano tutto pulito?

Capone, l’anima del filantropo intrappolata in un corpo da dipendente pubblico.

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 08:32 | Comments (1)

14.06.06

I miei lettori mi scrivono / 3. Un interessante carteggio con Remo Borgatti

Come fa un illustre sconosciuto ad emergere?

di Remo Borgatti

Egregio Giuseppe Braga,

ho acquistato e letto il Suo romanzo con l'intima convinzione (che era quasi una certezza) di trovarvi all'interno la conferma a molte se non proprio a tutte) delle opinioni che mi sono fatto dopo quasi quattro anni di frequentazione del mondo letterario-editoriale.
Ebbene sì, fuorviato dalle parole di Matteo B. Bianchi (che ha definito il libro alla stregua di un dizionario pratico per aspiranti scrittori) e speranzoso forse oltre il lecito, ho divorato le Sue duecento e passa pagine con lo spirito di chi cerca qualcosa in cui identificarsi. Inutilmente.

Alla fine, dopo aver salvato lo stile, mi sono rimaste in mano solo
alcune "perle" in un mare di concetti già detti e sentiti mille volte.
E mi è dispiaciuto. Sì, perché ho avuto la sensazione che Lei abbia sprecato una buona occasione per spiegare (o quantomeno provare a farlo, basandosi anche sulle Sue esperienze) i meccanismi e le relative storture di un mondo bizzarro, qual è senza dubbio quello editoriale.
Ho deciso di scriverLe dopo aver letto che la Grimaldi lamentava la prevedibilità dei finali nei libri gialli, in cui a prevalere è sempre la giustizia, e dopo aver intuito che lo stile che Lei predilige sia quello ironico-umoristico; ho deciso di farlo perché, guarda caso, io ho pubblicato due romanzi (con altrettante microscopiche case editrici non a pagamento) di cui il primo è un chick-lit al maschile e il secondo un giallo in cui l'assassino la sfanga; ho deciso di farlo perché il manoscritto che ho appena terminato è un romanzo in cui la trama non è affatto lineare e priva di complicanze. E nessuno si prenderà la briga di leggere e, meno che mai, pubblicare.
E allora? si starà chiedendo. E allora è proprio questo il punto. Il punto è che nel Suo libro avrei voluto trovare la spiegazione alla domanda: come fa un illustre sconosciuto ad emergere? Semplice, non emerge. Perché continuare a citare i soliti Carver e compagnia bella quali esempi di scrittura, quando poi il successo lo fanno Brown, Faletti e King? Non sarebbe meglio cercare di scrivere come loro? O come la Oates? O come Tom Wolfe? E non era meglio approfondire maggiormente il discorso relativo agli editori a pagamento, anziché liquidarlo in poche pagine?
Lei, che ha avuto il merito di farsi pubblicare da Sironi, doveva a mio avviso osare di più (sempre se esisteva la concreta possibilità di farlo) per trasformare il suo romanzo (che romanzo non è, bensì diario di esperienze) in una piccola bibbia per quella massa in costante moltiplicazione che è il popolo degli aspiranti scrittori.

La ringrazio per l'attenzione e La saluto.

[n.b.: dopo la mia risposta, Remo, a sua volta, mi ha scritto la seguente mail]

Caro Giuseppe,

va bene per il tu. Grazie a te per la risposta. In realtà, nella mie considerazioni precedenti temo di non essermi espresso come avrei voluto, preso com'ero dal bisogno-esigenza di dire tante cose in uno spazio ristretto (per evitare di farti venir sonno).
In realtà il tuo libro l'ho letto con piacere, ne ho particolarmente apprezzato lo stile (simile a quello del mio primo romanzo che, per inciso, se ti può interessare te lo spedisco per un giudizio a cui terrei molto) e l'accuratezza con cui hai descritto le situazioni citate. Su questo nulla da dire e se la tua intenzione era appunto quella di raccontare una storia di vita (più o meno, ma credo più più che meno) vissuta, niente da eccepire.
L'equivoco si è venuto a creare nel momento in cui le mie aspettative in parte alimentate anche da alcune frasi del risvolto di copertina) hanno cozzato contro un libro che accenna ma non affonda, lascia intuire e lascia sospesi. Aspettative, lo ribadisco, generate dalle molte domande e dalle altrettante constatazioni a cui sono giunto in questi anni di frequentazione editoriale e che avrei voluto ritrovare dentro "Ma tu lo conosci Joyce?".
Quindi forse il problema è più mio che tuo. Forse sono io che, aggirandomi tra gli stand del mercato-fiera di Torino, e vedendo centinaia di persone con borsette piene di gadget e vuote di libri, cercavo di capire (inutilmente) come funziona questo strano mondo.
Forse sono io che, quando ancora non avevo mai avuto rapporti con un editore, pensavo che loro (quelli seri, naturalmente, quelli non a pagamento) esistessero anche per accrescere il valore di un testo, anziché mortificarlo, prosciugarlo e tagliarlo brutalmente con il simbolo del dollaro al posto delle pupille, manco fossero Zio Paperone, perché "ogni pagina ha un costo e dato che sei un esordiente non puoi pensare che il tuo libro abbia un prezzo come i best-seller e allora via tutto l'inutile". Ma quanto c'è di veramente utile in un romanzo?
Ogni libro può essere ricondotto alla sua sinossi, un paio di cartelle.
Sai che risparmio? Forse sono io che quando leggo da più parti che "chissà quanti talenti inespressi ci sono in Italia; bisognerebbe dare loro voce!" ci credo per poi verificare che i media finiscono invariabilmente per recensire sempre i soliti nomi, le solite grosse case editrici (o qualche strano personaggio, sicuramente raccomandato).
Forse sono io che se devo fare una presentazione in libreria mi guardano come l'ultimo degli appestati (quando decidono di prendermi in considerazione, quando ordinano trenta copie del mio libro e lo lasciano quindici giorni in magazzino, se lo dimenticano, dicono a quei pochi disgraziati che io stesso ho indirizzato in libreria che il libro non esiste per poi riferirmi che non hanno venduto molte copie), dicono che l'unica data disponibile è il tal giorno poi arriva un altro autore pubblicato da Mondadori e improvvisamente si aprono le cateratte e c'è posto fino al...
Beh, penso che basti e spero che a questo punto davvero il tuo pc emetta un qualche suono intenso allo scopo di svegliarti, perché stavolta davvero ti sarai addormentato.
E' stato comunque un piacere colloquiare con te su lunghezze d'onda sulle quali ritengo entrambi siamo sintonizzati. Mi complimento con te per essere riuscito a pubblicare con Sironi (che non è Bompiani, ma ho la sensazione sia un ottimo editore) e ti autorizzo a fare delle mie mail ciò che ritieni più giusto e utile. Potremmo dilungarci all'infinito, su questi temi, e chissà che un giorno non ci sia occasione per farlo a voce. Per ora accontentiamoci di quello che passa il convento, tanto per banalizzare. Intanto leggerò i tuoi scontrini e mi auguro che qualcuno, prima o poi, prenda in considerazione i tuoi manoscritti inediti; se lo stile è il medesimo, li leggerò volentieri.
Anche a me è successo, rileggendomi, di sorridere da solo ed è un bel segno. Avrei molto da dire anche su questo, ma temo che il tuo pc non preveda una doppia sveglia e quindi ti saluto. Alla prossima e scusa il disturbo.

Remo Borgatti

Posted by Giuseppe Braga at 15:03 | Comments (2)

12.06.06

Piani alti, cultura bassa / 12. Scadenze, doppi maglioni e borsette

di Giuseppe Braga

Scadenze, doppi maglioni e borsette

Sono le nove e ventidue del primo martedì di dicembre. Ieri m’ero portato un maglione in più, ma il freddo l’avevo sentito lo stesso, eccome se l’avevo sentito, e non m’era neanche servito troppo, provare a distrarmi con la nostalgica rivisitazione dei bei tempi che furono. Oggi allora mi sono attrezzato. Magliettina della salute a mezze maniche, maglietta a maniche lunghe, maglioncino a collo alto, due maglioni belli spessi. Doppi calzini e guanti di lana tagliati all’altezza delle falangi, così almeno i delicati e precisi limiti tratteggiati riesco a farli. Non sono stato troppo lì a guardare lo stile, diciamo che ho badato più che altro al sodo.

E stamattina, giusto mezz’ora fa, è entrato in ufficio il mio referente, il funzionario responsabile del sottoscritto, nonché dell’aggiornamento delle sacre tavole originali del P.R.G. (che, attenzione, ora che lo leggo così, al freddo, sotto un’altra inedita e nuova luce, potrebbe sembrare l’acronimo, un po’ rigirato, di P.G.R., Per Grazia Ricevuta, quella di cui avrei estremo bisogno, io) e, subito dopo essere rabbrividito, non so dirvi se per il mio abbigliamento piuttosto fuori ordinanza (così agghindato sembro essere ingrassato di dieci chili in cinque giorni e assomiglio a una specie di omino della Michlein, panciuto come la circonferenza di un pneumatico di tir) o per il freddo gelido che regna sovrano e incontrastato nella stanza, m’ha sorriso (il mio referente responsabile è persona davvero molto beneducata), m’ha salutato e m’ha detto, senza molti giri di parole che a lui, al referente mio responsabile, i giri di parole piacciono assai poco e per lui, contano i risultati e basta.

“Entro Natale dobbiamo finire l’aggiornamento.”
“Ah sì?”
“Sì.”
“Dobbiamo proprio?”
“Buon lavoro.”

E se n’è andato. Lasciandomi con molte, evidentemente troppe, perplessità e con parecchi dubbi riguardanti il mio futuro immediato, inquietanti e abbastanza irrisolti. Che era sta novità? Entro Natale voleva dire entro tre settimane circa, le mie settimane lavorative sono composte da due giorni e mezzo lavorativi (si fa per dire…) e il malloppo di nuove varianti da aggiornare è alto, impervio e frastagliato. Non s’era mai parlato di urgenza, men che meno di Natale.

Titubante, piuttosto decisamente angosciato, ho provato una forte stretta allo stomaco e, per cercare di farmela passare, me ne sono disceso, previa telefonata a Caterina, a bermi un caffè con lei. Caterina non mi ha certo tirato su di morale, tutt’altro, ma questo lo sapevo di già, la sua visione del mondo coincide con una sorta di Armageddon perenne, però almeno, le piccole disavventure che le erano accadute nelle ultimissime ore, come ogni mattina a lei qualcosa capita sempre, da quel punto di vista una sicurezza, hanno avuto il merito di distrarmi.

“È da stamattina che non trovo più il cellulare e il porta sigarette, quello color fucsia.”
“Hai cercato bene?”
“Ho cercato ovunque, secondo me, me li hanno fregati.”
“Pensi che i due eventi siano collegati?”
“Assolutamente sì. E ti dirò di più, ho dei sospetti.”
“Non dirmi su Mauro Tredi…”
“L’hai detto.”

Mauro Tredi lavora per l’amministrazione da una ventina d’anni e per quel poco che so di lui, sono almeno vent’anni che scrocca sigarette. Impunemente, a destra e manca. Oltre a ciò, nessuno, non solo io, ha mai capito il suo ruolo e le sue mansioni. Quel che è certo è che ha un ufficio tutto suo, che continua ad aggirarsi per i corridoi (guardandoti strano) alla ricerca disperata di nicotina da aspirare e che, tutto sommato, non ci sta mai in quel suo cavolo d’ufficio, perché, come detto, s’aggira per i corridoi annusando nicotina, tabacco e chissà che altro. Appena gli riesce però, tra un’annusata e un’altra, tampina (sarebbe più corretto dire, importuna) Caterina. Le fa una corte spietata, serratissima, seppur fallimentare e senza speranza. Il Tredi io lo vedo innocuo, incapace di furti del genere, ma Caterina al contrario, è convinta che sia stato lui.

“Ma dai, non ci credo, dai, prova a pensare a quando hai usato per l’ultima volta il cellulare.”
“Ieri sera, quando ho telefonato all’assicurazione.”
“Perché li hai chiamati?”
“No, niente, un piccolo incidente…”
“Scusa?”
“Manuele è andato a sbattere contro un palo con la Micra.”
“S’è rotto qualcosa?”
“No, no, lui niente, nemmeno un graffio.”
“Meno male. E l’auto?”
“Praticamente distrutta.”
“Scusa Caterina.”
“Dimmi.”
“Ma non aveva appena fatto un altro incidente, due settimane fa?”
“Non era stato Manuele.”
“E chi era stato?”
“Suo fratello Simone. Aveva centrato un autobus in sosta.”

Una famiglia dalla mira infallibile.

“Hai provato a cercare nella borsa?”, e le indico il borsone che tiene a tracolla.
“Ma certo, per chi mi hai presa, ovvio che ho cercato nella borsa, è stato il primo posto in cui ho cercato. Ma tanto me l’ha fregato lui, me lo sento…”
E mentre Caterina prova a far ricorso alle sue innate e indubbie doti karmiche, io comincio a sentire un suono di mambo venire dal profondo della sua borsa. Continuo, crescente, intonato e contagioso.

“Oh, ma è il mio?”

Considerato che di fronte al distributore di bevande ci siamo solo io e lei e che io non ho con me il cellulare, la risposta, per quanto mi concerne, è semplicissima.

“Direi che è il tuo, Caterina, sì. A meno che non si tratti di musiche illuminate che arrivano direttamente dagli altopiani tibetani, direi che è il tuo.”
“Oh, che roba. Pensa che la borsa era la prima cosa che avevo controllato…”

Le borse delle donne sono ricettacoli indefinibili, cavità senza fondo, gorghi danteschi che se ci infili una mano rischi di uscirne senza un dito, inferni di stoffa e tela, sabbie mobili senza sabbia, pozzi di san Patrizio, cavità mostruose e indecifrabili, triangoli delle bermuda portatili, le borse delle donne sono tutto questo e altro, la borsa di Caterina tutto questo e molto più.

“Oh, ma guarda qui, c’è anche il porta sigarette fucsia.”

Cos’ho appena detto? Il cellulare intanto continua col suo mambo, Caterina guarda il display e non risponde.
“Scusa Caterina, ma non rispondi?”
“Non se ne parla proprio.”
“Perché?”
“È mio marito.”
“E allora?”
“Troppo lungo da spiegare.”
“Casini familiari?”
“Non esattamente.”
“Allora che?”
“Ha deciso di licenziarsi.”
“Cosa?”
“Sente che deve seguire la sua strada, che è arrivato il suo momento. Dice che gli è venuto come un impulso irrefrenabile.”
“E che impulso sarebbe?”
“La sua vecchia passione, quella di quand’era giovane.”
“Ossia?”
“L’Harley Davidson.”
“Che?”
“Se ne vuole comprare una nuova di zecca con la liquidazione e poi andare ai raduni.”
“Con la bandana, il giubbotto con le borchie, i tatuaggi e gli anfibi?”
“Dice così, dice che ormai ha deciso.”
“A cinquantasette anni?”
“Pensi che non gliel’abbia detto che sfiora il ridicolo?”
“E Manuele? E Simone? Loro che dicono?”
“Lascia perdere.”
“No, no, dimmi cosa ne pensano del loro padre futuro biker, sono curioso.”
“Lascia stare *****, ti prego.”
“Dai Caterina, dimmelo…”

Caterina con un gesto sconsolato, uno dei suoi a cui m’ha abituato, lascia cadere il bicchierino coi fondi del caffè nel cestino. Mi guarda con quei suoi occhi neri, dolenti, profondi e sussurra, senza per fortuna perdere il suo inconfondibile filo d’ironia nella voce.

“Naturalmente ci vogliono andare anche loro.”
“Dove, in moto?”
“No, è troppo scomoda la moto.”
“Quindi?”
“Vogliono andare direttamente ai raduni con l’auto e bersi birra a volontà.”
“Ah, le nuove generazioni…”

Rinfrancato, del resto telefonino e porta sigarette erano stati recuperati brillantemente, con nuovi stimoli e fresche energie positive in circolo, torno in ufficio e mi rimetto a scrivere. Ho da terminare di mettere giù gli appunti dell’impiegato sulla slitta e dell’orso bianco affamato. L’aggiornamento può aspettare, benché urgente, può ancora aspettare un po’.

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 10:28 | Comments (0)

09.06.06

I miei personaggi mi scrivono / 1. Montanari: "Come volevasi dimostrare"

[parte oggi una nuova rubrica, all'interno della quale troveranno spazio alcuni commenti (alcuni davvero piccanti!) e risposte (alcune al vetriolo, preparatevi!) che mi sono giunte direttamente, nientemeno che dai personaggi di Ma tu lo conosci Joyce?. La rubrica non poteva che chiamarsi: I miei personaggi mi scrivono e infatti si chiama così. Oggi si comincia con un entusiasta Raul Montanari... giuse.braga]

di Raul Montanari

Come volevasi dimostrare

Avevo ragione io e torto Scarpa!

Caro Giuseppe, il libro è perfetto nel suo genere: spassoso, preciso, pieno di cose; l'ho divorato. Lo so che io esagero sempre, ma che ci vuoi fare? Non sarà Kafka, è Braga e va benissimo così. Farò quello che posso per aiutarlo, e tanto per cominciare lo pubblicizzerò nei miei corsi di scrittura, che adesso faccio solo a nome mio.

Detto fra noi, quella volta è andata così.

[…] La vecchia tremenda che forse ricorderai filmò tutta la cerimonia finale; ancora oggi, quando mi capita di rivederla, mi si stringe un po' il cuore quando arriva il momento in cui io parto con un discorso un po' imploso sul dolore di dover negare gratificazioni a chi scrive con passione, sul fatto che non c'è nessuna, proprio nessuna differenza sul piano della semplice emotività fra chi pubblica e chi non pubblica, o addirittura fra chi ha talento e chi non lo ha. A un certo punto, come forse ricorderai, Tiziano interviene e mi stronca con un aggettivo irresistibile, che fa ridere tutti:
"Raul, è inutile farla lunga: quando si respinge il testo di una persona gli si infligge una ferita immedicabile, e basta."
Quel discorso lo stavo facendo anzitutto per te; naturalmente non era alla mancanza di talento che mi riferivo, anzi, ma all'essere al di qua o al di là dello steccato.
Posso solo augurarti, con affetto e senza nessuna perfidia, di trovarti prestissimo anche tu nell'imbarazzo in cui mi trovo io ogni volta che devo dare un giudizio negativo.

Ciao!
Raul


[qui sotto, per una migliore comprensione della mail, riporto il brano citato da Raul Montanari, tratto da Ma tu lo conosci Joyce?]


Andiamo a trovare Silvana nella sua villa di Como, le guardie del corpo ci perquisiscono e solo dopo un paio d’ore riusciamo a entrare. Ci sono stati dei tentativi di furti ultimamente e allora la nostra ha dovuto correre ai ripari. Hanno provato a rubarle alcuni vecchi racconti, pare che dietro al tentativo di furto ci fosse un noto scrittore in crisi creativa. Pur essendo in crisi s’era ricordato di aver letto, anni prima, un racconto di Silvana (che durante l’intervista ci permetteremo di chiamare, bonariamente s’intende, bambina già vecchia). Da quel giorno, sconvolto dalla talentuosa bravura della fanciulla quasi marcita, la sua vita non era stata più la stessa. Il noto scrittore ora pare essersi dato all’alcol e alle corse di cavalli. La crisi creativa non l’ha ancora abbandonato, ma Silvana (ci tiene molto che si sappia), gli ha perdonato quel gesto sconsiderato e ora sono tornati a essere gli amici d’un tempo.
Silvana ci accoglie distesa sul suo divano in pelle nera, sembra serena e rilassata. Accanto a lei ha le immancabili e insostituibili caramelle alla mentuccia che rinfrescano l’alito e di cui lei ne è testimonial ufficiale su scala mondiale.

Si parlerà di talento e scrittura, non ne vedo l’ora. Accendo il registratore, si comincia.

[Nota del Redattore: di seguito viene riportato uno stralcio significativo dell’intervista. Chi volesse leggerla integralmente può visitare il sito ufficiale della nostra rivista]

i.: Ma chi te l’ha detto?
b.g.v.: Beh, Raul Montanari mi disse che avevo talento, molto talento e perciò…
i.: E perciò?
b.g.v.: E perciò, chi ha talento ha delle responsabilità in più rispetto a chi ne è privo.
i.: E perciò?
b.g.v.: E perciò io mi sono bloccata. Mi hanno diagnosticato il talento e io mi sono bloccata.
i.: Ansia da prestazione?
b.g.v.: Proprio così, esattamente così.
i.: Da non crederci però.
b.g.v.: Cosa scusa?
i.: Che tu abbia creduto a quel millantatore di Montanari.
b.g.v.: Perché offendi il mio mentore, nonché scopritore, certificatore e portavoce universale del mio talento? Come ti permetti?
i.: Te lo spiego subito. Alcuni anni fa, ti parlo di circa cinque, sei anni fa, ho avuto modo anch’io di seguire un corso di scrittura creativa tenuto da Montanari. Lo gestiva in coppia con Tiziano Scarpa (montanaro e scarpa, bella scampagnata assicurata, no?).
b.g.v.: E allora? Buon per te.
i.: Aspetta non ho mica finito. Ad uno dei primi incontri mi alzai e lessi un racconto breve. Sai, anch’io mi diletto a scrivere.
b.g.v.: La cosa, se davvero vuoi saperlo, non mi sorprende più di tanto. Ormai scrivono tutti, ormai. E non parliamo delle cose che pubblicano. Di tutto, davvero.
i.: Non mi permetterei mai di paragonarmi a te, te l’assicuro. Il mio è solo un passatempo come un altro.
b.g.v.: Ecco, già va meglio. Prosegui pure, adesso.
i.: Ho perso il filo…
b.g.v.: Mi parlavi di una sottospecie di racconto, che avevi scritto…
i.: Ah, sì, ora mi spiego. Era la triste storia di un uomo che scopre che la moglie lo tradisce e per un’altra serie di motivi tristi che non sto qui a spiegare ma che avevano reso l’uomo davvero triste, quasi un parassita vegetale, alla fine del racconto (qualche riga soltanto a esser precisi) andava a trovare in ufficio la moglie (lui il lavoro l’aveva perso e questo era un altro dei motivi che lo rendevano particolarmente triste), apriva la finestra e si buttava giù dal ventesimo piano sfracellandosi a due metri da un lampione. Polpette di carne, però almeno non era più triste.
b.g.v.: Che sottospecie di racconto triste.
i.: Hai proprio ragione, era di una tristezza disarmante. Eppure, appena terminato di leggere, Montanari s’è alzato, mi s’è fatto vicino (attenzione, era la seconda volta che lo vedevo) e ha detto, davanti a tutto il resto della classe: ragazzi, questo è un racconto bellissimo, qui c’è del talento. Tutto negatività, negazioni ripetute, tensione narrativa perfetta, eccetera, eccetera.
b.g.v.: Vuoi che ti dica che sei bravo? Guarda, te lo dico: bravo… e allora?
i.: Se mi lasci finire.
b.g.v.: Ah, ma certo, prego, vada avanti, sottospecie di talentuoso.
i.: Alla fine il Montanari dice, testuale, testuale, potessi venire fulminato all’istante: beh, questo è un racconto che paragonerei, beh sì, insomma beh, si avvicina molto al modo di scrivere, beh, di Kafka.
b.g.v.: Beh, e allora?
i.: Non capisci? Ha detto Kafka, se t’è sfuggito, Kafka ha detto. Sono tornato di corsa a casa e raggiante come il sole di ferragosto, la prima cosa che ho detto a mio padre è stata, sai che Montanari lo scrittore, ha detto che scrivo come Kafka? Mio padre m’ha guardato come si guarderebbe un deficiente che ha preso l’insolazione sotto il sole di ferragosto e poi m’ha detto, guarda che Kafka scriveva cose troppo tristi, lascia perdere, cambia genere, vai sul leggero. Ci rimasi male, si capisce, niente però, rispetto a quello che accadde dopo. Forse avrei dovuto capire qualcosa già in quel momento, chissà.
b.g.v.: Non te l’ha mai detto nessuno che sei davvero una sottospecie di deficiente?
i.: Veramente non mi sembra il caso di insultare…
b.g.v.: Forza, vedi d’andare avanti che io ho degli altri impegni oltre a quello di dover concedere un’intervista a una sottospecie di deficiente che anziché intervistarmi mi si mette a raccontare una sottospecie di stupida storiellina.
i.: D’accordo, ho capito, sarò breve.
b.g.v.: Speriamo.
i.: Dunque, arriviamo alla serata conclusiva del corso, nella sala del comune, coi fiori e col presentatore che sembrava di stare in diretta da Sanremo. In quella serata finale si leggevano i racconti migliori del corso, con assessore, bibliotecari, pubblico, eccetera, eccetera. Ero lì e ci avevo portato pure mia madre, figurarsi un po’, ero orgoglioso come una scimmia, ma mio padre, più orgoglioso di me, mica c’era voluto venire lui, scrivi cose troppo tristi vedi di cambiare genere, mi aveva ripetuto ancora e ancora, sulla soglia, poco prima che uscissi con mia madre. C’erano altri miei amici alla serata finale del corso, Montanari m’aveva accostato a Kafka e anche se a mio padre non andava a genio, Kafka restava pur sempre Kafka, insomma era una roba da farti girare la testa, e io avevo invitato tutti gli amici possibili. Beh, arriva il momento della lettura dei racconti migliori e nessuno di noi immaginava quali sarebbero stati letti (ovviamente, il mio l’avrebbero di sicuro letto, c’hai una sorta di Kafka formato tascabile per le mani e vorresti non leggerlo durante la serata finale, dove vengono letti i migliori racconti del corso?). Com’è come non è, Montanari e Scarpa ci avevano tenuto la suspense e…
b.g.v.: Dura ancora molto, scusa? E questa me la chiami sintesi?
i.: Ho quasi terminato…
b.g.v.: Mi correggo, sei una supersottospecie di deficiente.
i.: Sarà… comunque ecco che arriva il momento e io aspetto il mio turno, leggono il primo e poi il secondo e via così fino al sesto, quello che, sostengono i due scrittori, è il migliore e il meglio riuscito e io penso cazzo sì, eccolo che è il mio racconto, il mio racconto triste e disperato alla Kafka. Invece, nel breve giro di pochi minuti mi vengo a trovare in una situazione, sì kafkiana, ma così kafkiana che col mio racconto non c’entra un kafka. Ossia, come sesto e migliore di tutti, leggono il racconto d’un tizio che odierò per il resto della mia vita, un racconto dove c’è il protagonista che spara all’amante della moglie e io penso, cazzo, ma quello è il mio personaggio che è uscito, ha cambiato racconto e umore e adesso non è più tanto triste e non s’è ammazzato cadendo dal ventesimo piano, ma è andato bello spedito e ha fatto fuori l’amante della moglie. Sconvolto e imbarazzato ho salutato gli amici miei e ho riaccompagnato a casa mia madre. Lei cercava di consolarmi, io mi immaginavo mio padre che mi sbertucciava, te l’avevo detto io te l’avevo detto, sì o no che te l’avevo detto?, e mi prendeva per il culo per almeno un paio di mesi di fila, cosa che poi puntualmente è avvenuta.
b.g.v.: Bella figura da deficiente che ci hai fatto.
i.: Veramente la storia avrebbe un finale.
b.g.v.: Una sottospecie, vorrai dire.
i.: Non ci casco nelle provocazioni gratuite, io. Il giorno seguente vengo a sapere che a Scarpa il mio racconto alla Kafka aveva fatto schifo. Ma che Kafka e Kafka, avrebbe detto al collega scrittore Montanari, questo qui, riferendosi al mio racconto triste alla Kafka, è una robetta semplice semplice. Una robetta normale, un compitino ben fatto, nulla di più.
b.g.v.: Morale?
i.: Di morali ce ne sarebbero due.
b.g.v.: Addirittura…
i.: Morale uno, tra Montanari e Scarpa, vale di più, molto di più, il giudizio di Scarpa. Montanari rispetto a Scarpa è un due di coppe con briscola a fiori.
Morale due, che non può prescindere evidentemente dalla morale uno, io ci andrei coi piedi di piombo, quando a dare i giudizi è Montanari. Quello le spara giù davvero grosse, costa un cazzo a lui spararle grosse. Io insomma ci starei attento, fossi in te. Se però tu senti di avere del talento certificato e delle responsabilità così grandi…
b.g.v.: Basta, adesso mi sono davvero rotta di stare ad ascoltare le tue fregnacce. La vera morale te la dico io, se permetti. Io ho un meraviglioso talento che tu ti sogni. Tu sei una sottospecie di deficiente che mi ha fatto solo perdere tempo prezioso. Sei un frustrato e hai grossi problemi mentali, vatti a fare visitare, lo dico per il tuo bene, sai?
i.: Grazie.
b.g.v.: Figurati, non c’è di che.

A registratore spento, l’intervistatore: “Che gran pezzo di stronza che è sta qua.”
Lei invece, sdraiata sul divano, mentre si gusta una caramella alla mentuccia: “Che gran pezzo di sottospecie di deficiente che è quel deficiente sottosviluppato.”

Posted by Giuseppe Braga at 09:19 | Comments (1)

08.06.06

Piani alti, cultura bassa / 11. La donna karma

di Giuseppe Braga

La donna karma

Serena Crocetta è una splendida quarantacinquenne parecchio esuberante e se lo dico ci sarà qualche buon motivo, che già all’epoca ti sbatteva le tette in faccia, in simpatia, ovvio, mica con beceri secondi fini. Giusto per entrare subito in confidenza. Un distillato di positività e ottimismo. Una pubblicità ambulante, a mio modo di vedere. L’amministrazione l’avrebbe dovuta cooptare come forza ausiliaria, allo scopo di fornire un volto umano e attraente, disinvolto e amicale per rinfrescare la propria immagine, stantia e repellente, d’amministrazione vecchia e logora, afflitta da burocratismi e code avvilenti. Dovrebbero stampare dei volantini o meglio produrre degli spot con lei in primissimo piano e con la sua voce squillante e coinvolgente che invita i dipendenti a recarsi al lavoro. Secondo me funzionerebbe. Ci dava la carica, Serena, scosse d’energie fresche e vitali, non solo perché ci faceva dono delle sue grazie, non solo.

Lei era la nostra portavoce ufficiale nelle vertenze coi capi e oltre a essere un’ottima mediatrice (ci sapeva fare, riusciva sempre a ottenere ciò che ci serviva), era, è, anche un’abile disegnatrice, instancabile, sempre molto disponibile. Generosa nelle forme e nelle maniere, dalla battuta pronta, burrosa e materna, come le famose donne di felliniana memoria. Una domanda però, mi perseguita da tempo, a chi le sbatterà in faccia, adesso?

Se si parla di Serena, non si può non parlare della sua amica per la pelle.

Caterina Lo Jovine, l’indiscussa donna karma. A lei un capitolo glielo devo. Meglio che vi prepariate. Un bel piano tutto per lei, magari senza spifferi che, tra le altre malattie, lei soffre di terribili dolori reumatici. Oltre a un’altra serie infinita di malanni. Caterina non è solo karmica, lei soprattutto è ipocondriaca. Pessimista e sfiduciata dalla vita, in generale, e in particolare nel lavoro. Specie da quando in ufficio è apparso il computer, la vera peste bubbonica dei nostri anni. Particolarmente grave e contagiosa, per noi disegnatori. Il passaggio dalla manualità pura all’uso del computer è stato un trauma che lei ancora deve superare. Da tre anni, mese più mese meno, che lo deve superare. Caterina, a ogni buon conto, è una di quelle persone che quando le incontri non ti vorresti più staccare da lei, dopo che le hai incontrate e conosciute bene, intendo. È un mondo, un universo, un catalogo assortito di sciagure e piccole disgrazie dal quale pescare a piene mani e se tu, mi rivolgo a te, lettore, se tu, come me, mettiamo pure il caso, sei un aspirante scrittore, be’, Caterina è una di quelle persone che prima d’essere persone sono personaggi letterari e se qui da noi, in giro per i piani, ci fosse un Tolstoj o un Flaubert, stai pur sicuro, lettore aspirante come me, che una come Caterina non se la lascerebbe scappare. Stai pur sicuro anche di quest’altra cosa, aspirante e lettore, io, a te, Caterina, non la presenterò mai, rassegnati subito, che Caterina me la tengo stretta stretta per il mio futuro romanzo/palazzo, è abbastanza chiaro il concetto?
Caterina, ovunque si sposta, lascia dietro di sé una lunga scia d’incenso e questo, accontentati della concessione, potrebbe essere un buon indizio. Buddista più per disperazione che per illuminazione karmica, la donna karma è sempre vestita di nero, capelli corvini, trucco e anelli in abbondanza, collane vistose, gonne lunghe e scure, un naso greco che però non è più quello di una volta (sapete, il cane epilettico trovatello che ha in casa, Pennac non c’entra, gli ha dato una musata e gliel’ha deviato), una serie di sfighe con gli uomini, un marito sempre sull’orlo, a settimane alterne, di una crisi d’identità, due figli scapestrati e nullatenenti a suo carico, un pessimismo della ragione e della speranza a tutto tondo. L’idiosincrasia per il lavoro, per questo lavoro, Caterina ce l’ha sempre avuta, ma dall’avvento maledetto del computer in poi, c’è stato il diluvio.

“Ah, ciao Caterina, come va?”
“E come vuoi che vada.”
“Male?”
“No.”
“Allora come?”
“Peggio, molto peggio che male…”

Un volto tragico e bellissimo alla Guttuso, lei, pittrice quotata negli anni settanta, lei, artista come ragione sociale di vita a prescindere dal karma, lei, che per una serie sfortunata di eventi e di carambole catastrofiche succedutesi a brevissima distanza l’una dall’altra, lei, da pittrice quotata s’è ritrovata dipendente pubblica, disegnatrice tecnica. Dove, al massimo, può quotare le tavole urbanistiche, quotare inteso come indicazione delle misure metrico decimali. Lei, Caterina, che con me ha un rapporto speciale, che subito, subito l’ha intuito che anch’io emanavo una certa aurea a lei affine e congeniale, lei, che per me ha un debole, inutile che ci giri troppo intorno, anch’io per lei, c’ho un irrefrenabile debole. Soprattutto per le sue avvincenti, inenarrabili e inarrestabili sfighe. Un debole reciproco, un debole che ci attrae irresistibilmente, come due calamite.

Ecco.

Tra noi cinque, tra le quattro pareti del nostro ufficio, vigeva un collaudato regime di Mutuo Soccorso. Ci si aiutava, ci si copriva a vicenda, se era il caso, ci si divertiva, si collaborava e si lavorava con profitto, persino quello si faceva. Era il nostro piccolo porto, il nostro approdo protetto e sicuro. Ora ci stanno gli armadi dell’archivio, occupano loro la scena. Che scoramento, un posto vitale e allegro (chi lo dice che per lavorare e produrre bisogna essere tristi?), trasformato in una specie di grigio campo santo metallico. Noi invece, di nostro, l’avevamo personalizzato, l’ufficio. Poster, manifesti, foto, cartoline alle pareti. E ora tutto via, scomparso, fatto sparire di gran carriera. Non esiste umanità, all’interno dei luoghi di lavoro pubblici, nossignori. Anche i calendari della Canalis, della Ferilli e della Falchi c’hanno tolto, mannaggia a loro.

Per non parlare dei pranzi e delle festicciole che, talvolta (occasioni speciali), ci organizzavamo nel nostro spazio. Spazzati via anche i ricordi, insieme alle briciole. Senza cuore, i dirigenti e gli alti funzionari sono dei senza cuore, degli insensibili di professione.

Una volta spartitisi ciò che c’era da spartire, i cinque rampanti nuovi dirigenti, divenuti i nuovi capi dei nuovi cinque settori, al vecchio Rotini (affettuosamente vecchio, ormai ex-capo unico del settore che fu) hanno provveduto a dare il cosiddetto benservito, tanto lui bramava la giovane e irraggiungibile segretaria e aveva altri grilli per la testa, e si sono piacevolmente avviati a dividersi piani, geometri, collaboratori, stanze e uffici, come fossero bruscolini.

Disegnatori inclusi.

Il Cacio è da un anno che sta al primo piano, nella parte bassa del palazzo, posizionata a ponte sulla strada. Coi pezzi del controsoffitto che qualche volta cadono giù, sugli automobilisti. Se non sta attento rischia di ritrovarsi senza pavimento, un bel giorno. Uno stanzone più freddo del mio, incredibile ma vero. (Settore Programmi Esecutivi per l’Edilizia)

Leali l’hanno spedito al sesto. Nella stanza adiacente a quella del Franchi, tanto per inquadrare planimetricamente l’ufficio. In coppia con una bella gnocca di consulente, che però non c’è quasi mai. (Progettazione e Pianificazione del Tessuto Urbano)

Serena invece, al quarto, insieme a una simpatica rompicoglioni, una tutta: e non far questo e stai attenta a quello. Non bastasse, l’hanno ficcata in un buco d’ufficio stretto e lungo, dove, per arrivare alla sua postazione deve obbligatoriamente scavalcare la simpatica rompicoglioni. Più che un ufficio, viste le dimensioni, sembra un corridoio. (Settore Piani e Progetti Strategici)

Caterina, la donna karma per eccellenza, è finita al terzo. Con tre nuovi colleghi che provano in tutti i modi a rincuorarla, giorno dopo giorno, ma sotto sotto meditano il trasferimento, spossati dalle sue karmiche lamentazioni quotidiane. (Settore Piani Operativi)

L’unico che non s’è mosso, a ben vedere, sono stato io (anche se il nome del settore di appartenenza è cambiato lo stesso, diventando Settore Pianificazione Urbanistica Generale). Sia come sia, ho dovuto solo spostare la scrivania di due metri e mezzo, non di più. Scherzi del destino. Ma tanto mi sono arrivati in casa Capone e Santana (quando non è in malattia, cioè mai…) ed è come se mi trovassi catapultato in un altro pianeta, puttana ladra.

La diaspora, l’esodo, l’esilio, lo smembramento d’un corpo pulsante e compatto (forse per questo, scomodo e pericoloso?). Guardateci ora, divisi, lontani, separati e tristemente in balia di nuovi colleghi. Perlopiù impresentabili, perlopiù.

Settore Programmi Esecutivi per l’Edilizia, Progettazione e Pianificazione del Tessuto Urbano, Settore Piani e Progetti Strategici, Settore Piani Operativi, Settore Pianificazione Urbanistica Generale… pensare che prima bastava una parola soltanto e ci si capiva al volo.

Le parole sono importanti, le parole, diceva Nanni Moretti e prima di lui senz’altro l’avrà pur detto qualche d’un altro, le parole ci identificano per quello che siamo. Gran brutta storia, già.

Ah, come si stava meglio quando si stava peggio!

_____________

nota: i nomi dei Settori, pur somigliando parecchio a quelli reali, sono frutto della mia fantasia. Insomma, lo dico solo, perché, poi magari, incuriositi, venite qui, vi mettete a cercarli, facendo su e giù per ascensori e alla fine non li trovate...


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 09:11 | Comments (1)

07.06.06

I miei lettori mi scrivono / 2. Monica mi scrive

(un amico in comune: Luigi)

di Monica

Ciao Giuseppe, scusa, mi permetto di darti del tu pur non conoscendoti.
Sto leggendo il tuo libro e alla pagina 65 mi sono detta, gli scrivo. Ti chiederai il motivo. A parte dirti che il tuo libro mi rapisce, fosse anche solo per il fatto che mi sono immedesimata nel "tuo" personaggio, ossia in te, ma anche per lo stile linguistico, senza fronzoli, diretto, con "neologismi post-urbani". E poi la curiosità. Eh si, quella sta giocando parecchio.
Sto frequentando il corso di scrittura avanzato. E anche io ho trovato una Signora Dettaglio.

Ah, a proposito, mi presento. Sono Monica.
Lascia perdere le critiche, specialmente quelle che arrivano da certe persone, che parlano solo per parlare. Devi scrivere e scrivere senza arrenderti, queste le parole del nostro amico in comune.
Non so bene chi sia la tua B.G.V.. Noi ne abbiamo una al corso, che corrisponde alla descrizione nel tuo libro. Mi ha attaccato e stroncato durante la lettura di un mio racconto breve (Rollo era di turno quella sera). Quella sera ho messo in dubbio le mie passioni da scribacchina. Tutto per un commento freddo e "stroncaiolo".
Comunque, quello che volevo dirti (avevo cominciato a di-vagare) è grazie. Per avermi dato la conferma di non essere io quella sbagliata. Ho passato giorni a non scrivere, dopo quella lezione di Rollo.
Mi stai dando coraggio, insieme a Luigi, nell'osare e farmi spazio tra i commenti snob nel blog (la rima non va bene, lo so, machissenefrega è una mail). E tra i pre-giudizi dell'ultima fila del nostro corso.

Il monologo del Signor P. è fantastico!!!Ho riso da sola come una cretina per mezz'ora con la scena della telefonata che si svolgeva proprio davanti ai miei occhi, in maniera nitida.

GRAZIE PER IL TUO LIBRO E L'IRONIA CHE REGALI.
Monica

Posted by Giuseppe Braga at 15:32 | Comments (1)

05.06.06

Piani alti, cultura bassa / 10. ammorbanti amarcord

di Giuseppe Braga

Ammorbanti (asfittici e asfissianti) amarcord

Capita che mi venga da sospirare, anche qui, anche quando sono qui, in questa dannata galera di ufficio. E non solo per il freddo. Succede che mi vengano fuori dal petto, improvvisi e a tradimento, lunghi profondi malinconici sospiri. Profondissimi, struggenti, nostalgici. Gli occhi mi si velano per un istante, poi tiro su col naso e penso che, va bene tutto, ma immalinconirsi così non è davvero il caso. Socchiudo le palpebre, recito un brevissimo mantra, penso a Bukowski, dio ubriacone degli impiegati scrittori, apro un nuovo file e mi ci metto d’impegno. Anche la malinconia va sfruttata per il meglio. Stamattina c’ho il buzzo buono, sguardo da pesce lesso, pochissimo lavoro, per nulla urgente (le tavole del P.R.G. devono rassegnarsi, per oggi non le toccherò) e tanta, parecchia, troppa voglia di ricordare. I miei ex colleghi dell’ufficio. È giunta l’ora che vi parli di loro.

Parto dall’antefatto, criminoso e scellerato, da cui ha avuto inizio questa triste vicenda.

Avvenne giusto un anno fa. Capone, giusto per dire, poco più che uno sconosciuto, pensate un po’. Alcuni giorni prima delle feste di Natale a ciascun dipendente del settore arrivò una lettera, una bella busta chiusa e timbrata. Già se ne parlava e noi ce n’eravamo fatti una ragione da qualche tempo, per cui quella busta non ci colse impreparati. La busta l’aprimmo tutti insieme, come in un rito pagano, riuniti in circolo attorno al vecchio tavolo luminoso, quello con le gambe in legno e con le viti arrugginite, ora finito in chissà quale deposito di robivecchi, in quella che era la nostra stanza, la stanza dei disegnatori, quella che invece ora è diventata l’archivio invaso dagli armadi/lapidi, proprio di fianco a dove sto attualmente.

il tavolo luminoso d'una volta.jpg

Leggemmo a voce alta, a turno, il contenuto di ciascuna busta. Ognuno con una nuova destinazione, ognuno pronto con la valigia a lasciare la propria casa. Ognuno che da quel momento in poi doveva provvedere a cercarsi degli scatoloni per portarsi via le proprie cose.

Lo smembramento del gruppo disegnatori, sto parlando esplicitamente di questo.

Grazie all’idea meravigliosa di un pool di dirigenti e di funzionari, che a loro volta appaltarono la nuova logistica a una ditta esterna che venne a fare i sopralluoghi, i rilievi e poi i relativi disegni e non voglio neppure sapere quanti soldi (evidentemente presi direttamente dalle tasche dei contribuenti) spesero per fare quello che avremmo potuto ad esempio fare noi (cazzo li tieni lì a fare cinque disegnatori se poi, quando c’è da disegnare, non li fai disegnare e chiami altri al loro posto?), grazie al pool dicevo, venne attuata la riorganizzazione del settore urbanistico e la susseguente divisione del settore, prima unico e autosufficiente, in cinque nuovi settori, e noi, immaginatevelo, ultime ruote di un carro in marcia, ultimi insieme a molti altri, fummo divisi senza troppi complimenti.

La Diaspora. La migrazione. L’esodo, l’esilio, l’espatrio.

Che pena. Provammo a parlarne ai sindacati. Nel nostro palazzo ci sono, esistono, li ho persino visti distribuire volantini, giù all’ingresso, qualche volta. Non c’è molto da fare, avreste dovuto muovervi prima, adesso dovreste organizzarvi da voi e protestare col vostro dirigente di settore, noi abbiamo le mani legate. Il dirigente di settore dell’epoca si chiamava Rotini, gli mancavano tre mesi alla pensione e faceva la corte alla sua segretaria da dodici anni. Non ci ricevette neppure, era lui che aveva firmato le lettere, era lui che, sotto la spinta dei più giovani e rampanti (si può usare ancora, come parola, rampanti?) emergenti motivati funzionari e dirigenti, il famoso pool, aveva avallato la decisione di smembrare il giocattolo. In più era disperato perché la segretaria non corrispondeva il suo folle e ostinato amore. Aveva insomma ben altri grilli per la testa. E tre mesi dopo sarebbe andato in pensione con una lauta liquidazione. Che gli importava di noi disegnatori? Forse non gli fregava una beata mazza neppure dell’urbanistica in generale, intesa come disciplina che regola e controlla il territorio, ecc.

Ormai è andata ed è inutile piangersi addosso. Ma comunque la si voglia vedere, eravamo un gran bel gruppo, unito, solidale e affiatato. Cazzo, se lo eravamo. I fantastici cinque o i cinque pazzi allo zoo, se preferite: Cacioppo, Leali, Crocetta, Lo Jovine e io. Che meraviglia, ragazzi!

Ferdinando Cacioppo (per noi tutti Cacio) è nato a Cesano Boscone, provincia di Milano, trentasette anni fa. Impareggiabile quel ragazzo, un affabulatore nato: raccontava in totale scioltezza senza pudori o reticenze i fatti suoi privati personalissimi (un po’, in questo, somigliava a Capone, ma i suoi racconti, al contrario del Capone, mi facevano spanciare dal ridere) e non li raccontava solo a me, ma, nell’ordine, anche a sua madre, alla sua fidanzata di turno e agli altri tre colleghi di stanza. A volte invertito come ordine, dipendeva dai giorni. A ciascuno ovviamente dedicava una versione personalizzata. Mi spiego. Il resoconto, spesso mirabolante, della serata e/o del weekend appena trascorso, toccava, di solito, a me, subito, in battuta, alle otto del mattino, prima ancora del caffè, appena messo piede in ufficio. Poi il Cacio alzava il telefono e raccontava tutto di nuovo a sua madre. E poi ancora, al cellulare, veniva il turno della sua fidanzata di turno. I resoconti, per forza di cose, cambiavano e differivano a seconda della persona a cui stava raccontandoli. Io so solo che a metà mattina conoscevo a memoria spostamenti, incontri, discussioni, nomi degli amici e dei cocktail che s’era fatto il Cacio la sera precedente. Le nostre scrivanie erano una di fronte all’altra, speculari, facile saperle a memoria, le sue avventure notturne. In più, aveva, ha, il difetto non indifferente, il buon vecchio Cacio, di gridare, per la miseria, il Cacio ha un tono della voce altissimo, non ci posso fare niente, lui si giustificava così, ho la voce potente di natura, mi spiace. Certo, e la propensione a spaccare i timpani altrui. Così, io e non solo io, all’incirca mezzo ottavo piano, eravamo al corrente d’ogni suo segreto.
Insomma, al Cacio ne capitavano, d’avventure. Più ne raccontava e più gliene capitavano, sembrava facesse apposta a farsi capitare le cose per poi avere il gusto di raccontarle. Vado a memoria, che sarebbero troppe se andassi in ordine cronologico o tassonomico.
Quella volta che s’era rotto il didietro sulla tavola da snowboard, quell’altra che, mentre faceva pesi, a casa con l’attrezzatura professionale, Cacio ci tiene al fisico, da sempre ci tiene, s’era strappato l’adduttore, l’altra volta poi, ch’era scivolato su una lastra di ghiaccio e s’era sfasciato i legamenti del ginocchio. E ancora, indimenticabile questa qui, la sera prima di partire per Cuba (il Cacio è uno di quelli che va a Cuba) gli era crollata in testa la sbarra di ferro che teneva sulla porta per fare gli esercizi. Era quindi dovuto correre all’ospedale, dove, dopo avere riso per mezz’ora, gli infermieri, gli avevano messo nove punti di sutura e una bella, appariscente pezza di garza sulla testa. Cacio è pelato, questo m’ero ancora scordato di dirlo e così quand’è tornato da Cuba (ovviamente non aveva rinunciato alla vacanza) aveva un’abbronzatura quantomeno singolare. Come se avesse una placca rettangolare, precisa, sulla testa. Da svitare, con dentro i comandi.
Sei anni insieme, col Cacio, a partire da quei giorni al diciassettesimo piano, ecco, lui era uno di quelli che parlava solo di Kluivert e Weah, all’epoca c’era ancora George Weah, beati i milanisti, e io, che tanto ero interista e, anche avessimo avuto la madonna a fare il centrattacco non avremmo vinto nulla, al massimo una Coppa Italia qualsiasi, io stavo lì e speravo che, ad esempio, non mi toccasse di finire con lui, uno così non lo reggerei proprio, mi dicevo, e pregavo pure io il giovane tulipano Kluivert che se lo portasse via il più lontano possibile, magari in Olanda ad assaggiare i funghetti, perché no, poi passavo in rassegna tutti gli altri dodici (io e lui esclusi, ovvio) e cercavo d’immaginarmi uno di loro come futuro possibile collega e concludevo la rapida rassegna sperando di andare in un ufficio singolo, da solo, concludevo così, la mia veloce rassegna, ma poi invece, chi l’avrebbe mai detto, sei anni ci ho passato insieme al Cacio. Alla fine, l’anno scorso, quando ci hanno diviso e lui se ne è uscito con gli scatoloni sul carrello (preso in prestito dai commessi) per fare meno fatica, m’è pure spiaciuto e una lacrimuccia è scesa a entrambi. Accidenti a voi.

La prima persona che vedemmo, io e il Cacio, quando approdammo all’ottavo piano ed entrammo nell’ufficio che ci avevano detto essere di nostra competenza, fu lui. Marco Leali, un disegnatore esperto, uno della vecchia guardia. Una specie di zio di Asterix, umano e non disegnato, senza elmetto, Obelix e pozione. Però cacciatore di cinghiali veri. Nessuno è perfetto, a questo mondo. Maniaco dell’ordine e della pulizia, uno piuttosto preciso, insomma. Un paio di baffetti spioventi, biondicci, ma ormai tendenti al bianco, l’età è l’età anche per Asterix, piglio da vichingo tosto, baricentro basso alla Maradona, mani tozze e vigorose, generalmente di buon’umore, col sorriso fin dal mattino. Generoso, per nulla parco di consigli e astuzie, chiamiamole pure malizie da vecchio e astuto disegnatore. Malizie e consigli che sono andati più che bene fino al giorno in cui il computer ha cominciato a soppiantare la squadra, la matita e il compasso. Per molti della vecchia guardia, quello fu come il diluvio. Una rivoluzione copernicana e assoluta, una mutazione improvvisa di prospettive. Ma lui, mi sto riferendo a lui in particolare, lui c’è riuscito, ce l’ha fatta con discreto agio (e qui, il Cacio, un vero mago del computer, ci ha aiutati un po’ tutti, tra un racconto e l’altro, ci ha svelato trucchi e segreti della macchina infernale), s’è integrato coi nuovi mezzi tecnologici e informatici senza troppi patimenti.
Leali, lo dice il nome, tendenzialmente è una persona di cui ti puoi fidare a occhi chiusi, sempre che tu non sia un cinghiale, un beccaccino o una lepre, questo mi par chiaro, è una persona a cui puoi chiedere tutto, o quasi, sapendo che una risposta, tendenzialmente positiva, ti verrà data. Se devo sforzarmi e trovargli un difetto, comunque, non mi sforzo e lo trovo subito. È generoso, alla mano, disponibile, di compagnia, come direbbe il buon Capone, di fondo davvero simpaticissimo, ma un punto debole ce l’ha anche lui. Non provate a toccargli il giornale prima che lui l’abbia sfogliato, altrimenti diventa una bestia. Il problema era che, nel nostro ufficio, lo comprava solo lui il giornale e quindi poteva succedere che t’interessasse una notizia o che, magari, eri incuriosito da un titolo e… va be’, va da sé, noi, appena usciva dalla stanza, glielo scroccavamo. Poi, ovvio, lo rimettevamo perfettamente in ordine e in piega, così com’era prima. Non funzionava sempre, però.

Mi ricordo il giorno in cui entrammo, io e Cacio, in quello che sarebbe diventato il nostro ufficio. Ad attenderci c’era lui, Marco Leali. Noi quel giorno, lo ricordo bene, eravamo piuttosto intimiditi. Stanchi, confusi e intimiditi. Provati da tre giorni di parcheggio al diciassettesimo piano, atrio ascensori. Leali probabilmente colse il nostro stato d’animo e ci mise subito a nostro agio.

“Guardate che dovete cercarvi le sedie.”
“Come?”
“Mancano, dovete cercarvele.”
“Scusi, e questa?”

Di fianco alla sua scrivania c’era una sedia. Vuota, in più. Era evidente. Sopra c’era solo, ancora intonso, profumato di petrolio e compattamente piegato, un quotidiano.

“Scordatevela, quella scordatevela.”
“Scusi, perché? È rotta?”
“Ho detto scordatevela.”
“Va bene”, avevamo risposto, entrambi poco convinti.

E poi, vai capire la psicologia umana, con un gesto incondizionato partitogli da chissà quale sinapsi impazzita, il Cacio aveva osato chinarsi e prendere in mano il giornale. Attratto e affascinato, ma questo me lo disse più avanti, dallo spicchio di una maglia rossonera che aveva intravisto a metà pagina, proprio sulla piega. Non l’avesse mai fatto. Il Leali l’aveva fulminato con lo sguardo, con quei due suoi occhietti tondi azzurro ghiaccio che sembravano proiettili.

“Non ci provare nemmeno”, aveva sibilato e mi sembrava di vederlo con la mano calda e pronta sulla fondina. Il Cacio allora, per non sapere né leggere né scrivere, non capendo bene se stesse scherzando o parlando sul serio, aveva rapidamente mollato la presa e aveva fatto un passo indietro, piuttosto preoccupato. Il Leali, intanto, sembrava averci preso gusto.

“Piuttosto ragazzi, ce l’avete l’ordine di servizio?”
“Cosa?”
“Senza di quello non potreste nemmeno entrare, in quest’ufficio.”
“Ma…”
“Vi consiglio di tornare da dove siete venuti e di farvelo dare, su certe cose non si scherza…”

E per fortuna che da dietro la parete mobile poi, era uscita, ridendo come una scalmanata, una gran bella biondona. Rigogliosa, fascinosa e ben messa. Era Serena.

“Smettila Marco, che poi ci credono sul serio!”


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 07:55 | Comments (1)

01.06.06

I miei lettori mi scrivono / 1. Mestiere: aspirante scrittore.

[inauguro oggi, con molto piacere, una rubrica/sezione parallela ai Piani alti, nella quale troveranno spazio alcuni commenti e risposte che mi sono pervenute da persone che hanno avuto la bontà di leggere il mio libro. Si comincia oggi con Filomena. A presto, per altre succose novità... giuse.braga]

Mestiere: aspirante scrittore. Teorie e deliri sul caso, con riferimento.

di Filomena V.E. Matarrese

Sì, io lo conosco Joyce.
James Joyce, classe anno 1882, nato a Dublino, Irlanda, terra di poeti, navigatori e santi come l’Italia (dicono).
La sua era una domanda retorica?
Non si fa infatti riferimento alcuno a Joyce, se non tra i testi che non ha letto. Il che è un vero peccato.

E chiede se mai ci sarà qualcuno che si ricorda il primo libro letto.
Io sì, io ce l’ho scritto dentro, nel profondo. Era L’isola di Arturo di Elsa Morante. Avevo dieci anni, o giù di lì.
E dei classici ho fatto incetta, ma perché non avevo altro di che cibarmi, forse, e volevo conoscere, e leggere, e scrivere. Pensa che a due anni e mezzo piangevo perché volevo, per l’appunto, scrivere.

Io non so che farmene di quelle scuole di cui lui parla, lui che (sembra) reputa essenziale ed inscindibile quasi dal mestiere di scrittore quello di aver preso parte a corsi, o scuole, di scrittura creativa (ironizzando, of course) .
E vengono in mente Emily Dickinson che aveva scelto un esilio pressochè volontario.
Alessandro Manzoni che scrisse i Promessi Sposi senza essere andato a lezioni.
Dante Alighieri che non aveva nessuno che gli faceva il correttore di bozze.
Per fare alcuni esempi, ecco.

Nonostante il bel romanzo (che romanzo non è, quantunque lo si indichi in copertina) ci sono dei punti ben riusciti, perché è esilarante, perché è molto discorsivo.
Il bello della sua scrittura è che sembra di aver appena ricevuto una telefonata da un amico che non senti da parecchio, e che racconta tutte le novità della sua vita negli ultimi dieci anni, e lo fa con una simpatia che rende il discorso piacevole e a tratti accattivante. Soprattutto se poi nel mentre si dà un’occhiata alla copertina, dove troneggia lo sguardo scanzonato ed inquisitore dell’autore, che attira inesorabilmente il lettore spaurito che vaga in una libreria alla ricerca di qualcosa che “lo chiami”.

Il punto migliore del testo, l’apice, è la ricetta.
O meglio, se ho ben capito, se il libro