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09.06.06

I miei personaggi mi scrivono / 1. Montanari: "Come volevasi dimostrare"

[parte oggi una nuova rubrica, all'interno della quale troveranno spazio alcuni commenti (alcuni davvero piccanti!) e risposte (alcune al vetriolo, preparatevi!) che mi sono giunte direttamente, nientemeno che dai personaggi di Ma tu lo conosci Joyce?. La rubrica non poteva che chiamarsi: I miei personaggi mi scrivono e infatti si chiama così. Oggi si comincia con un entusiasta Raul Montanari... giuse.braga]

di Raul Montanari

Come volevasi dimostrare

Avevo ragione io e torto Scarpa!

Caro Giuseppe, il libro è perfetto nel suo genere: spassoso, preciso, pieno di cose; l'ho divorato. Lo so che io esagero sempre, ma che ci vuoi fare? Non sarà Kafka, è Braga e va benissimo così. Farò quello che posso per aiutarlo, e tanto per cominciare lo pubblicizzerò nei miei corsi di scrittura, che adesso faccio solo a nome mio.

Detto fra noi, quella volta è andata così.

[…] La vecchia tremenda che forse ricorderai filmò tutta la cerimonia finale; ancora oggi, quando mi capita di rivederla, mi si stringe un po' il cuore quando arriva il momento in cui io parto con un discorso un po' imploso sul dolore di dover negare gratificazioni a chi scrive con passione, sul fatto che non c'è nessuna, proprio nessuna differenza sul piano della semplice emotività fra chi pubblica e chi non pubblica, o addirittura fra chi ha talento e chi non lo ha. A un certo punto, come forse ricorderai, Tiziano interviene e mi stronca con un aggettivo irresistibile, che fa ridere tutti:
"Raul, è inutile farla lunga: quando si respinge il testo di una persona gli si infligge una ferita immedicabile, e basta."
Quel discorso lo stavo facendo anzitutto per te; naturalmente non era alla mancanza di talento che mi riferivo, anzi, ma all'essere al di qua o al di là dello steccato.
Posso solo augurarti, con affetto e senza nessuna perfidia, di trovarti prestissimo anche tu nell'imbarazzo in cui mi trovo io ogni volta che devo dare un giudizio negativo.

Ciao!
Raul


[qui sotto, per una migliore comprensione della mail, riporto il brano citato da Raul Montanari, tratto da Ma tu lo conosci Joyce?]


Andiamo a trovare Silvana nella sua villa di Como, le guardie del corpo ci perquisiscono e solo dopo un paio d’ore riusciamo a entrare. Ci sono stati dei tentativi di furti ultimamente e allora la nostra ha dovuto correre ai ripari. Hanno provato a rubarle alcuni vecchi racconti, pare che dietro al tentativo di furto ci fosse un noto scrittore in crisi creativa. Pur essendo in crisi s’era ricordato di aver letto, anni prima, un racconto di Silvana (che durante l’intervista ci permetteremo di chiamare, bonariamente s’intende, bambina già vecchia). Da quel giorno, sconvolto dalla talentuosa bravura della fanciulla quasi marcita, la sua vita non era stata più la stessa. Il noto scrittore ora pare essersi dato all’alcol e alle corse di cavalli. La crisi creativa non l’ha ancora abbandonato, ma Silvana (ci tiene molto che si sappia), gli ha perdonato quel gesto sconsiderato e ora sono tornati a essere gli amici d’un tempo.
Silvana ci accoglie distesa sul suo divano in pelle nera, sembra serena e rilassata. Accanto a lei ha le immancabili e insostituibili caramelle alla mentuccia che rinfrescano l’alito e di cui lei ne è testimonial ufficiale su scala mondiale.

Si parlerà di talento e scrittura, non ne vedo l’ora. Accendo il registratore, si comincia.

[Nota del Redattore: di seguito viene riportato uno stralcio significativo dell’intervista. Chi volesse leggerla integralmente può visitare il sito ufficiale della nostra rivista]

i.: Ma chi te l’ha detto?
b.g.v.: Beh, Raul Montanari mi disse che avevo talento, molto talento e perciò…
i.: E perciò?
b.g.v.: E perciò, chi ha talento ha delle responsabilità in più rispetto a chi ne è privo.
i.: E perciò?
b.g.v.: E perciò io mi sono bloccata. Mi hanno diagnosticato il talento e io mi sono bloccata.
i.: Ansia da prestazione?
b.g.v.: Proprio così, esattamente così.
i.: Da non crederci però.
b.g.v.: Cosa scusa?
i.: Che tu abbia creduto a quel millantatore di Montanari.
b.g.v.: Perché offendi il mio mentore, nonché scopritore, certificatore e portavoce universale del mio talento? Come ti permetti?
i.: Te lo spiego subito. Alcuni anni fa, ti parlo di circa cinque, sei anni fa, ho avuto modo anch’io di seguire un corso di scrittura creativa tenuto da Montanari. Lo gestiva in coppia con Tiziano Scarpa (montanaro e scarpa, bella scampagnata assicurata, no?).
b.g.v.: E allora? Buon per te.
i.: Aspetta non ho mica finito. Ad uno dei primi incontri mi alzai e lessi un racconto breve. Sai, anch’io mi diletto a scrivere.
b.g.v.: La cosa, se davvero vuoi saperlo, non mi sorprende più di tanto. Ormai scrivono tutti, ormai. E non parliamo delle cose che pubblicano. Di tutto, davvero.
i.: Non mi permetterei mai di paragonarmi a te, te l’assicuro. Il mio è solo un passatempo come un altro.
b.g.v.: Ecco, già va meglio. Prosegui pure, adesso.
i.: Ho perso il filo…
b.g.v.: Mi parlavi di una sottospecie di racconto, che avevi scritto…
i.: Ah, sì, ora mi spiego. Era la triste storia di un uomo che scopre che la moglie lo tradisce e per un’altra serie di motivi tristi che non sto qui a spiegare ma che avevano reso l’uomo davvero triste, quasi un parassita vegetale, alla fine del racconto (qualche riga soltanto a esser precisi) andava a trovare in ufficio la moglie (lui il lavoro l’aveva perso e questo era un altro dei motivi che lo rendevano particolarmente triste), apriva la finestra e si buttava giù dal ventesimo piano sfracellandosi a due metri da un lampione. Polpette di carne, però almeno non era più triste.
b.g.v.: Che sottospecie di racconto triste.
i.: Hai proprio ragione, era di una tristezza disarmante. Eppure, appena terminato di leggere, Montanari s’è alzato, mi s’è fatto vicino (attenzione, era la seconda volta che lo vedevo) e ha detto, davanti a tutto il resto della classe: ragazzi, questo è un racconto bellissimo, qui c’è del talento. Tutto negatività, negazioni ripetute, tensione narrativa perfetta, eccetera, eccetera.
b.g.v.: Vuoi che ti dica che sei bravo? Guarda, te lo dico: bravo… e allora?
i.: Se mi lasci finire.
b.g.v.: Ah, ma certo, prego, vada avanti, sottospecie di talentuoso.
i.: Alla fine il Montanari dice, testuale, testuale, potessi venire fulminato all’istante: beh, questo è un racconto che paragonerei, beh sì, insomma beh, si avvicina molto al modo di scrivere, beh, di Kafka.
b.g.v.: Beh, e allora?
i.: Non capisci? Ha detto Kafka, se t’è sfuggito, Kafka ha detto. Sono tornato di corsa a casa e raggiante come il sole di ferragosto, la prima cosa che ho detto a mio padre è stata, sai che Montanari lo scrittore, ha detto che scrivo come Kafka? Mio padre m’ha guardato come si guarderebbe un deficiente che ha preso l’insolazione sotto il sole di ferragosto e poi m’ha detto, guarda che Kafka scriveva cose troppo tristi, lascia perdere, cambia genere, vai sul leggero. Ci rimasi male, si capisce, niente però, rispetto a quello che accadde dopo. Forse avrei dovuto capire qualcosa già in quel momento, chissà.
b.g.v.: Non te l’ha mai detto nessuno che sei davvero una sottospecie di deficiente?
i.: Veramente non mi sembra il caso di insultare…
b.g.v.: Forza, vedi d’andare avanti che io ho degli altri impegni oltre a quello di dover concedere un’intervista a una sottospecie di deficiente che anziché intervistarmi mi si mette a raccontare una sottospecie di stupida storiellina.
i.: D’accordo, ho capito, sarò breve.
b.g.v.: Speriamo.
i.: Dunque, arriviamo alla serata conclusiva del corso, nella sala del comune, coi fiori e col presentatore che sembrava di stare in diretta da Sanremo. In quella serata finale si leggevano i racconti migliori del corso, con assessore, bibliotecari, pubblico, eccetera, eccetera. Ero lì e ci avevo portato pure mia madre, figurarsi un po’, ero orgoglioso come una scimmia, ma mio padre, più orgoglioso di me, mica c’era voluto venire lui, scrivi cose troppo tristi vedi di cambiare genere, mi aveva ripetuto ancora e ancora, sulla soglia, poco prima che uscissi con mia madre. C’erano altri miei amici alla serata finale del corso, Montanari m’aveva accostato a Kafka e anche se a mio padre non andava a genio, Kafka restava pur sempre Kafka, insomma era una roba da farti girare la testa, e io avevo invitato tutti gli amici possibili. Beh, arriva il momento della lettura dei racconti migliori e nessuno di noi immaginava quali sarebbero stati letti (ovviamente, il mio l’avrebbero di sicuro letto, c’hai una sorta di Kafka formato tascabile per le mani e vorresti non leggerlo durante la serata finale, dove vengono letti i migliori racconti del corso?). Com’è come non è, Montanari e Scarpa ci avevano tenuto la suspense e…
b.g.v.: Dura ancora molto, scusa? E questa me la chiami sintesi?
i.: Ho quasi terminato…
b.g.v.: Mi correggo, sei una supersottospecie di deficiente.
i.: Sarà… comunque ecco che arriva il momento e io aspetto il mio turno, leggono il primo e poi il secondo e via così fino al sesto, quello che, sostengono i due scrittori, è il migliore e il meglio riuscito e io penso cazzo sì, eccolo che è il mio racconto, il mio racconto triste e disperato alla Kafka. Invece, nel breve giro di pochi minuti mi vengo a trovare in una situazione, sì kafkiana, ma così kafkiana che col mio racconto non c’entra un kafka. Ossia, come sesto e migliore di tutti, leggono il racconto d’un tizio che odierò per il resto della mia vita, un racconto dove c’è il protagonista che spara all’amante della moglie e io penso, cazzo, ma quello è il mio personaggio che è uscito, ha cambiato racconto e umore e adesso non è più tanto triste e non s’è ammazzato cadendo dal ventesimo piano, ma è andato bello spedito e ha fatto fuori l’amante della moglie. Sconvolto e imbarazzato ho salutato gli amici miei e ho riaccompagnato a casa mia madre. Lei cercava di consolarmi, io mi immaginavo mio padre che mi sbertucciava, te l’avevo detto io te l’avevo detto, sì o no che te l’avevo detto?, e mi prendeva per il culo per almeno un paio di mesi di fila, cosa che poi puntualmente è avvenuta.
b.g.v.: Bella figura da deficiente che ci hai fatto.
i.: Veramente la storia avrebbe un finale.
b.g.v.: Una sottospecie, vorrai dire.
i.: Non ci casco nelle provocazioni gratuite, io. Il giorno seguente vengo a sapere che a Scarpa il mio racconto alla Kafka aveva fatto schifo. Ma che Kafka e Kafka, avrebbe detto al collega scrittore Montanari, questo qui, riferendosi al mio racconto triste alla Kafka, è una robetta semplice semplice. Una robetta normale, un compitino ben fatto, nulla di più.
b.g.v.: Morale?
i.: Di morali ce ne sarebbero due.
b.g.v.: Addirittura…
i.: Morale uno, tra Montanari e Scarpa, vale di più, molto di più, il giudizio di Scarpa. Montanari rispetto a Scarpa è un due di coppe con briscola a fiori.
Morale due, che non può prescindere evidentemente dalla morale uno, io ci andrei coi piedi di piombo, quando a dare i giudizi è Montanari. Quello le spara giù davvero grosse, costa un cazzo a lui spararle grosse. Io insomma ci starei attento, fossi in te. Se però tu senti di avere del talento certificato e delle responsabilità così grandi…
b.g.v.: Basta, adesso mi sono davvero rotta di stare ad ascoltare le tue fregnacce. La vera morale te la dico io, se permetti. Io ho un meraviglioso talento che tu ti sogni. Tu sei una sottospecie di deficiente che mi ha fatto solo perdere tempo prezioso. Sei un frustrato e hai grossi problemi mentali, vatti a fare visitare, lo dico per il tuo bene, sai?
i.: Grazie.
b.g.v.: Figurati, non c’è di che.

A registratore spento, l’intervistatore: “Che gran pezzo di stronza che è sta qua.”
Lei invece, sdraiata sul divano, mentre si gusta una caramella alla mentuccia: “Che gran pezzo di sottospecie di deficiente che è quel deficiente sottosviluppato.”

Posted by Giuseppe Braga at 09.06.06 09:19

Comments

ciao
ho trovato il tuo blog attraverso google
mi chiamo domenico e sto cercando persone che partecipino ad una sorta di racconto collettivo...
il blog in questione si chiama
http://ilmioveroviaggioverso.blogspot.com
fatemi sapere cosa ne pensate
scusate il disturbo

Posted by: skan at 15.10.06 13:49

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