« Piani alti, cultura bassa / 12. Scadenze, doppi maglioni e borsette | Main | Piani alti, cultura bassa / 13. Nardello il santo »

14.06.06

I miei lettori mi scrivono / 3. Un interessante carteggio con Remo Borgatti

Come fa un illustre sconosciuto ad emergere?

di Remo Borgatti

Egregio Giuseppe Braga,

ho acquistato e letto il Suo romanzo con l'intima convinzione (che era quasi una certezza) di trovarvi all'interno la conferma a molte se non proprio a tutte) delle opinioni che mi sono fatto dopo quasi quattro anni di frequentazione del mondo letterario-editoriale.
Ebbene sì, fuorviato dalle parole di Matteo B. Bianchi (che ha definito il libro alla stregua di un dizionario pratico per aspiranti scrittori) e speranzoso forse oltre il lecito, ho divorato le Sue duecento e passa pagine con lo spirito di chi cerca qualcosa in cui identificarsi. Inutilmente.

Alla fine, dopo aver salvato lo stile, mi sono rimaste in mano solo
alcune "perle" in un mare di concetti già detti e sentiti mille volte.
E mi è dispiaciuto. Sì, perché ho avuto la sensazione che Lei abbia sprecato una buona occasione per spiegare (o quantomeno provare a farlo, basandosi anche sulle Sue esperienze) i meccanismi e le relative storture di un mondo bizzarro, qual è senza dubbio quello editoriale.
Ho deciso di scriverLe dopo aver letto che la Grimaldi lamentava la prevedibilità dei finali nei libri gialli, in cui a prevalere è sempre la giustizia, e dopo aver intuito che lo stile che Lei predilige sia quello ironico-umoristico; ho deciso di farlo perché, guarda caso, io ho pubblicato due romanzi (con altrettante microscopiche case editrici non a pagamento) di cui il primo è un chick-lit al maschile e il secondo un giallo in cui l'assassino la sfanga; ho deciso di farlo perché il manoscritto che ho appena terminato è un romanzo in cui la trama non è affatto lineare e priva di complicanze. E nessuno si prenderà la briga di leggere e, meno che mai, pubblicare.
E allora? si starà chiedendo. E allora è proprio questo il punto. Il punto è che nel Suo libro avrei voluto trovare la spiegazione alla domanda: come fa un illustre sconosciuto ad emergere? Semplice, non emerge. Perché continuare a citare i soliti Carver e compagnia bella quali esempi di scrittura, quando poi il successo lo fanno Brown, Faletti e King? Non sarebbe meglio cercare di scrivere come loro? O come la Oates? O come Tom Wolfe? E non era meglio approfondire maggiormente il discorso relativo agli editori a pagamento, anziché liquidarlo in poche pagine?
Lei, che ha avuto il merito di farsi pubblicare da Sironi, doveva a mio avviso osare di più (sempre se esisteva la concreta possibilità di farlo) per trasformare il suo romanzo (che romanzo non è, bensì diario di esperienze) in una piccola bibbia per quella massa in costante moltiplicazione che è il popolo degli aspiranti scrittori.

La ringrazio per l'attenzione e La saluto.

[n.b.: dopo la mia risposta, Remo, a sua volta, mi ha scritto la seguente mail]

Caro Giuseppe,

va bene per il tu. Grazie a te per la risposta. In realtà, nella mie considerazioni precedenti temo di non essermi espresso come avrei voluto, preso com'ero dal bisogno-esigenza di dire tante cose in uno spazio ristretto (per evitare di farti venir sonno).
In realtà il tuo libro l'ho letto con piacere, ne ho particolarmente apprezzato lo stile (simile a quello del mio primo romanzo che, per inciso, se ti può interessare te lo spedisco per un giudizio a cui terrei molto) e l'accuratezza con cui hai descritto le situazioni citate. Su questo nulla da dire e se la tua intenzione era appunto quella di raccontare una storia di vita (più o meno, ma credo più più che meno) vissuta, niente da eccepire.
L'equivoco si è venuto a creare nel momento in cui le mie aspettative in parte alimentate anche da alcune frasi del risvolto di copertina) hanno cozzato contro un libro che accenna ma non affonda, lascia intuire e lascia sospesi. Aspettative, lo ribadisco, generate dalle molte domande e dalle altrettante constatazioni a cui sono giunto in questi anni di frequentazione editoriale e che avrei voluto ritrovare dentro "Ma tu lo conosci Joyce?".
Quindi forse il problema è più mio che tuo. Forse sono io che, aggirandomi tra gli stand del mercato-fiera di Torino, e vedendo centinaia di persone con borsette piene di gadget e vuote di libri, cercavo di capire (inutilmente) come funziona questo strano mondo.
Forse sono io che, quando ancora non avevo mai avuto rapporti con un editore, pensavo che loro (quelli seri, naturalmente, quelli non a pagamento) esistessero anche per accrescere il valore di un testo, anziché mortificarlo, prosciugarlo e tagliarlo brutalmente con il simbolo del dollaro al posto delle pupille, manco fossero Zio Paperone, perché "ogni pagina ha un costo e dato che sei un esordiente non puoi pensare che il tuo libro abbia un prezzo come i best-seller e allora via tutto l'inutile". Ma quanto c'è di veramente utile in un romanzo?
Ogni libro può essere ricondotto alla sua sinossi, un paio di cartelle.
Sai che risparmio? Forse sono io che quando leggo da più parti che "chissà quanti talenti inespressi ci sono in Italia; bisognerebbe dare loro voce!" ci credo per poi verificare che i media finiscono invariabilmente per recensire sempre i soliti nomi, le solite grosse case editrici (o qualche strano personaggio, sicuramente raccomandato).
Forse sono io che se devo fare una presentazione in libreria mi guardano come l'ultimo degli appestati (quando decidono di prendermi in considerazione, quando ordinano trenta copie del mio libro e lo lasciano quindici giorni in magazzino, se lo dimenticano, dicono a quei pochi disgraziati che io stesso ho indirizzato in libreria che il libro non esiste per poi riferirmi che non hanno venduto molte copie), dicono che l'unica data disponibile è il tal giorno poi arriva un altro autore pubblicato da Mondadori e improvvisamente si aprono le cateratte e c'è posto fino al...
Beh, penso che basti e spero che a questo punto davvero il tuo pc emetta un qualche suono intenso allo scopo di svegliarti, perché stavolta davvero ti sarai addormentato.
E' stato comunque un piacere colloquiare con te su lunghezze d'onda sulle quali ritengo entrambi siamo sintonizzati. Mi complimento con te per essere riuscito a pubblicare con Sironi (che non è Bompiani, ma ho la sensazione sia un ottimo editore) e ti autorizzo a fare delle mie mail ciò che ritieni più giusto e utile. Potremmo dilungarci all'infinito, su questi temi, e chissà che un giorno non ci sia occasione per farlo a voce. Per ora accontentiamoci di quello che passa il convento, tanto per banalizzare. Intanto leggerò i tuoi scontrini e mi auguro che qualcuno, prima o poi, prenda in considerazione i tuoi manoscritti inediti; se lo stile è il medesimo, li leggerò volentieri.
Anche a me è successo, rileggendomi, di sorridere da solo ed è un bel segno. Avrei molto da dire anche su questo, ma temo che il tuo pc non preveda una doppia sveglia e quindi ti saluto. Alla prossima e scusa il disturbo.

Remo Borgatti

Posted by Giuseppe Braga at 14.06.06 15:03

Comments

Dunque. Non avevo letto questo post fino ad oggi, e me ne rammarico perchè avrei voluto farlo nello stesso momento in cui l'hai "inserito", caro Giuse, perchè immagino che il mio commento potrebbe scatenare una sorta di querelle.

Mi spiego meglio.

Io non sono per nulla d'accordo con il signor Remo Borgatti, mi dispiace dirlo, però proprio non ci riesco.
Anche io ho scritto, certo, che "Ma tu lo conosci Joyce?" più che romanzo in senso lato sarebbe una mezcla tra Bildungsroman del moderno aspirante scrittore e come sostiene R.B. un "diario di esperienze".
Però leggo nelle pagine di Giuse lo sforzo di raccontarsi, e soprattutto raccontare, quella che è oggi l'odissea di chi scrive e vuol emergere.

Ciò che più mi sembra riduttivo è che R.B. si fossilizzi sugli esempi come Carver & C. e addirittura paragonandoli con Faletti, Brown e compagnia bella. Mi spiego meglio: ho come l'impressione che R.B. badi più che alla "scrittura" come atto per esternare il sé, come atto per esprimere qualcosa di cui si vuol parlare, che si ha dentro, e che si vuol condividere, alla scrittura come mero atto per "far soldi".

Non è un mistero che libri come il Codice da Vinci abbiano fatto furore, ma queste sono attività medianiche, momenti del mondo della pubblicità. Attimi di scalpore che poi, scusami, non so se sarai d'accordo con me, si perderanno come delle meteore chissà dove.
Anche io sono anni che aspetto di essere pubblicata, ma non me ne faccio un cruccio. Non mi esprimerei mai dicendo, tra le righe, "che culo che hai avuto a farti pubblicare da Sironi"... tanto di cappello, ovviamente, all'editore Sironi che ha davvero delle belle opere in elenco (anche perchè c'è Giuse! :P), però a mio avviso non funziona proprio così.

Preferisco scrivere per il gusto di farlo, scrivere quando ho qualcosa da dire. Non mi interessa diventare la nuova Wilbur Smith e pavoneggiarmi di qualcosa. Preferisco la vera cultura, il vero significato delle parole e dei gesti. E se mai mi pubblicassero dovrebbe essere per il valore dei miei scritti, perchè sono stati analizzati, tagliati, corretti, riveduti, criticati aspramente da chi ne sa più di me.

Caro R.B., Giuse nel suo libro la dice tutta: fa capire quanta umiltà è necessaria. Identifica lo scrittore con qualcuno che, sembra quasi, deve far violenza su sé stesso per migliorarsi ad ogni attimo.
A nulla serve sperare nelle varie Mondadori e a nulla serve ribadire che "bisogna toglier tutto l'inutile".
Anche per una tesi di laurea spesso vien detto che bisogna tagliare, eliminare, sfrondare.
Ma perchè? Te lo sei mai chiesto? Eppure una tesi di laurea non si pubblica (o meglio, il suo fine primario non è quello della pubblicazione, bensì di una dissertazione).
Il fatto è che l'aspirante scrittore è anche parecchio presuntuoso, sembra che le sue frasi e le proprie idee siano il meglio esistente e tutto il resto è feccia, si sente su un podio e appunto critica aspramente chi "c'è riuscito" e parla, ovviamente, di raccomandati.

Perchè non vengono mai fatti esempi diversi? Perchè ci si perde sempre nell'alibi dello scontato?
Giuseppe Braga ce l'ha fatta, e non è raccomandato.
Nicola Lagioia (per fare il primo esempio che mi viene in mente) idem. Tanti altri, lo stesso.

Se qualcuno non è "stato letto" o "stato pubblicato" è perchè magari ha una scrittura da cani, e ciò che scrive è una ripetizione di qualcosa che è stato già detto, non ha nulla di nuovo, o soprattutto (propendo) NON HA ALCUNO SPESSORE.

Mi sono dilungata troppo, come sempre la mia logorrea colpisce, però spero di aver fatto capire che nulla accade per caso, e che per riuscire, in qualunque ambito della vita, bisogna combattere e sudare. Non basta uno schiocco di dita. Soprattutto quando si tratta di parole e significati, di emittenti e riceventi, di segni e simboli.

Un saluto,

LP

Posted by: Littlepot at 21.06.06 11:09

Cara LP, mi dispiace che tu non abbia capito quasi niente di quello che volevo dire con le mie mail a giuse. Parli di invidia e raccomandazioni, dispensi consigli morali sul fine ultimo (e primo) della scrittura, disserti su pubblicazioni quando tu stessa ammetti di non esserlo mai stata (pubblicata).
E comunque, per quanto in generale si continui a sostenere che Dan Brown e compagnia sono fenomeni passeggeri e che di loro in futuro rimarrà poco o nulla, beh in tutta franchezza mi piacerebbe riuscire a scrivere come loro ed essere quindi fenomeni passeggeri proprio come loro. E i soldi e la fama, cara mia, non c'entrano un bel niente in tutto questo. Tanto che, come lo stesso giuse potrà confermare, ho pubblicato il mio primo romanzo con uno psuedonimo.

Un saluto

Remo

Posted by: Remo Borgatti at 21.06.06 19:17

Post a comment




Remember Me?