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01.06.06

I miei lettori mi scrivono / 1. Mestiere: aspirante scrittore.

[inauguro oggi, con molto piacere, una rubrica/sezione parallela ai Piani alti, nella quale troveranno spazio alcuni commenti e risposte che mi sono pervenute da persone che hanno avuto la bontà di leggere il mio libro. Si comincia oggi con Filomena. A presto, per altre succose novità... giuse.braga]

Mestiere: aspirante scrittore. Teorie e deliri sul caso, con riferimento.

di Filomena V.E. Matarrese

Sì, io lo conosco Joyce.
James Joyce, classe anno 1882, nato a Dublino, Irlanda, terra di poeti, navigatori e santi come l’Italia (dicono).
La sua era una domanda retorica?
Non si fa infatti riferimento alcuno a Joyce, se non tra i testi che non ha letto. Il che è un vero peccato.

E chiede se mai ci sarà qualcuno che si ricorda il primo libro letto.
Io sì, io ce l’ho scritto dentro, nel profondo. Era L’isola di Arturo di Elsa Morante. Avevo dieci anni, o giù di lì.
E dei classici ho fatto incetta, ma perché non avevo altro di che cibarmi, forse, e volevo conoscere, e leggere, e scrivere. Pensa che a due anni e mezzo piangevo perché volevo, per l’appunto, scrivere.

Io non so che farmene di quelle scuole di cui lui parla, lui che (sembra) reputa essenziale ed inscindibile quasi dal mestiere di scrittore quello di aver preso parte a corsi, o scuole, di scrittura creativa (ironizzando, of course) .
E vengono in mente Emily Dickinson che aveva scelto un esilio pressochè volontario.
Alessandro Manzoni che scrisse i Promessi Sposi senza essere andato a lezioni.
Dante Alighieri che non aveva nessuno che gli faceva il correttore di bozze.
Per fare alcuni esempi, ecco.

Nonostante il bel romanzo (che romanzo non è, quantunque lo si indichi in copertina) ci sono dei punti ben riusciti, perché è esilarante, perché è molto discorsivo.
Il bello della sua scrittura è che sembra di aver appena ricevuto una telefonata da un amico che non senti da parecchio, e che racconta tutte le novità della sua vita negli ultimi dieci anni, e lo fa con una simpatia che rende il discorso piacevole e a tratti accattivante. Soprattutto se poi nel mentre si dà un’occhiata alla copertina, dove troneggia lo sguardo scanzonato ed inquisitore dell’autore, che attira inesorabilmente il lettore spaurito che vaga in una libreria alla ricerca di qualcosa che “lo chiami”.

Il punto migliore del testo, l’apice, è la ricetta.
O meglio, se ho ben capito, se il libro da scrivere dovesse avere una ricetta, sarebbe:
"1/3 di John Fante; 1/3 di Bukowski; 1/6 di Salinger; 1/6 di Carver; un pizzico di Aldo Nove e di Niccolò Ammaniti. Frullare l’impasto e mettere in forno a 180° C per 45 minuti abbondanti. Lasciare intiepidire e servire freddo, spolverare a piacere con Roddy Doyle stagionato".
Davvero niente male, per chi ama la cucina, e la scrittura.

Notevoli gli assiomi, a mo’ di dogmi: In pratica, ‘sto Propp che non si studia più, almeno pare sia così, è stato uno che ha posto basi solide per classificare i generi.

Da tutte le parole, le frasi, le virgole e gli apostrofi spunta lui, lo scrittore e l’uomo Giuseppe Braga, che ha frequentato due scuole di scrittura creativa e che il massimo è Raymond Carver e il lettore se lo deve ricordare, Carver come quando si intaglia il legno e il segno rimane, Carver come gli sci, che fanno carving facendo scricchiolare le lamine sulla neve. Dice che Carver è il numero uno, il padre della brevità.
Ok, va bene, la brevitas. E se uno ha tanto da dire, come la mettiamo?
Non è che si è prolissi perché si vuol esserlo, è come una malattia congenita. E’ la stessa cosa di una persona che nasce con la propensione per i numeri e la matematica, e chi invece per il linguaggio.
Come si fa a non essere prolissi, se impari le (potenti) armi della comunicazione? Le mettono subito al tuo servizio e tu che devi fare? Amare la brevitas? Non sia mai detto. Che per carità, a me piacciono anche gli haiku, adoro gli ideogrammi che condensano un bel popo’ di roba in un’immagine, amo la potenza del simbolo in tutto il suo splendore, però mio dio, non mi si venga a dire che la brevitas è oro colato e la prolissità tende alla spazzatura.
E’ chiaro che dipende anche da cosa si vuol dire. Ecco, appunto. The message to convey, questa cosa si rende meglio in inglese, che della brevitas ha fatto la sua arma. Tremila parole italiane e due inglesi, e il gioco è fatto.

…poi arrivi tu, Giuseppe Braga, e alle critiche reagisci con un sorriso.
Mi viene da chiedere se è finzione, ma si avverte che giochi diversamente, che non te ne curi. Quasi quasi te ne compiaci (stile Wilde, per bene o male che se ne parli, l’importante è che se ne parli).
A volte sembra simpaticamente che volevi parlare e scrivere e conoscere e vedere e sentire e vivere, che so Aldo Nove, perché alla fine bramavi smaniosamente un suo consiglio “Dai tu che sei lì in cima dimmi come hai fatto ad inerpicarti”. Questo va bene per il trekking, ma un nuovo sport è la scalata dell’aspirante scrittore, e il libro di Braga è un manuale da centodieci e lode.
Per questo gli aspiranti scrittori ringraziano.
Perché ci si sente un po’ tutti scribacchini dei nostri tempi, e Braga si distingue per il suo bel modo di osservare la realtà, e soprattutto di viverla e trasporla, affinché non se ne perda il senso assurdo. C’è chi ha detto che scrive un po’ alla beat, in realtà ha il suo stile, e colpisce dritto nel segno.
Al contempo a volte traspaiono insicurezze naturali, umane: per quale motivo dobbiamo venire a patti con qualcosa che ci circonda? Perché mi si dice che uso troppi aggettivi e sono logorroico? Perché meglio meno onomatopee, anafore, e parlar solo di ciò che si conosce bene?

E nella seconda parte dell’opera, Giuseppe si improvvisa quasi medico, fornendo validi sostegni alle crisi di chi smania per la pubblicazione: sciorina liste di artisti musicali, elenchi di autori da cui non si può prescindere.

Il libro termina ma sembra che Giuse sia ancora lì con la penna in mano, ed infatti ha fornito a più riprese il suo indirizzo di posta elettronica: il desiderio di comunicazione e di raccontare/raccontarsi non si esaurisce con l’ultima pagina, ma continua a fluire nella mente, nelle idee e nell’anima dei lettori.

Posted by Giuseppe Braga at 01.06.06 13:47

Comments

Bella idea Giuse!!..... e poi il commento è lusinghiero,ma......... io adoro quello che scrivi TU! :-)

Posted by: Dody at 05.06.06 14:13

...tu non ci crederai, ma alle prove ho trovato "Paddy Doyle ah ah ah" del Roddy Doyle stagionato. Grande!!

cu@8th!

Posted by: LPot at 06.06.06 08:08

eh, già... l'avevo intravisto anch'io, un paio di settimane fa, sullo scaffalone pieno di Harold Robbins e altra roba assortita e varia.

p.s. ah, ah, ah, per la precisione sarebbe Paddy Clarke...

g.

Posted by: giuseppe braga at 06.06.06 11:29

eh eh eh... hai notato eh! Acuto osservatore... l'avevo fatto apposta :PPP

Ieri ho trovato cose carine, ad esempio "Taipi" di Hermann Melville, e "Il Passo Lungo" di Saviane, di cui ho letto solo "Il mare verticale" diversi anni fa. Staremo a vedere...

Nel mentre, lo sai che ho letto qualcosina di Carver? Il primo racconto non suscita "sconvolgimento" alcuno, ti dirò dei prossimi (per inciso, il libro è "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore").

Alla prossima!

Posted by: LPot at 06.06.06 15:57

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