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29.05.06
Piani alti, cultura bassa / 9. crostate, congelamenti e coibentazioni fallaci
di Giuseppe Braga
A pranzo niente brodino. Ho optato per una sobria e più sostanziosa bistecca di vitello alla piastra, patate arrosto che sapevano di gomma bruciata e una fetta di crostata con marmellata d’albicocche per dolce. Il tutto, al costo sindacale di una passata di badge (due euro e rotti), illuminati dai neon e accompagnati dal frastuono sordo e martellante del vociare indistinto degli altri centocinquanta, duecento (circa, non li ho mica contati) commensali, nel sottosuolo della mia mensa preferita, La Penisola Azzurra, ubicata nei pressi della Stazione Centrale, il tutto in compagnia come quasi ogni martedì della mia cara collega (ex di stanza) Caterina, la donna karma, di cui molto presto vi metterò a conoscenza. Non abbiate fretta, al riguardo, che con la digestione mal si abbina, la fretta, tanto tra poco vi spiegherò per filo e per segno e dopo, quando ve ne parlerò, ne avrete fin sopra ai capelli, c’è da scommetterci.
Dopo un caffè vero preso in un bar vero, come piace dire a un caro amico mio, mi separo da Caterina (che controvoglia scende al terzo), approdo all’ottavo e rientro in ufficio. Non mi tolgo neanche il cappotto, fa un freddo della madonna, peggio che prima, tocco il termostato, tanto per, ma tanto lo so di già, e infatti è gelido come un ghiacciolo, e allora riapro il file e riprendo la mia storia. Scrivere è una fonte d’energia e di calore inesauribile, naturale e perpetua (ispirazione permettendo) e non costa nulla. Conviene approfittarne, perciò.
Campo stretto, primo piano: l’uomo sulla slitta trainata dai cani è lui, è l’impiegato malinconico che ha raccattato le sue carte dall’ufficio.
L’orso bianco annusa l’aria, volta il muso e strizza gli occhi. È miope ma non lo sa. Intravede un’ombra in movimento. Comincia a correre sul pack, la neve ghiacciata si alza e le sue impronte lasciano solchi profondi sulla superficie gelata.
L’uomo, l’impiegato derelitto, sta piangendo, ma non perché è stato licenziato in tronco, nossignori. In realtà piange per il freddo. E poi non è nemmeno stato licenziato, in realtà è stato solo trasferito d’ufficio. Gli hanno cambiato le mansioni e l’hanno spedito nel circolo polare artico.
L’orso invece ride, altro che lacrime. Fatti due conti, tra poco ricomincia a mangiare.
La slitta trainata dai cani sbanda su un lastrone particolarmente ghiacciato e
“È permesso?”
Oh, che cavolo, chi cavolo è adesso?
“Avanti, avanti.”
“Ma… che freddo che fa qui dentro!”
Ci sono persone perspicaci di natura, altre lo diventano dopo anni di studio e di pratica specifici. Cesare Pisticchi non rientra in nessuno dei due casi. Pisticchi è uno che s’impiccia e basta, tutto qui.
“Eh sì Pisticchi, sai com’è, non vanno i termostati. E se li accendi, quando funzionano, esce aria fredda, è semplice la questione.”
“Cosa? Ma avete chiamato qualcuno?”
“Avete chi?”, mi giro in giro e, ovvio, trovo il vuoto attorno a me. Lo faccio notare anche al perspicace Pisticchi, muovendo il braccio in direzione delle due scrivanie vuote.
“Oggi non c’è Capone?”
“No che non c’è, a meno che non sia diventato trasparente all’improvviso e che ci stia prendendo per il culo, nascosto dietro la sua scrivania.”
“Bella battuta, *****. Il freddo ti fa bene, vedo.”
Già, intanto però, ormai di Santana se ne sono scordati proprio tutti quanti. Non viene più preso in considerazione da nessuno, povero vecchio Santana.
“Malattia?”, ammicca riferendosi all’assenza di Capone.
E io penso, forse a voce alta ma non ci giurerei, mai che si facciano gli affari propri qui dentro, eh no!, la discrezione non è di casa, l’hanno sfrattata. E poi penso che Pisticchi però, è un mago nel genere. Riuscirebbe a cavarti fuori qualsiasi cosa, nefandezze e segreti indicibili inclusi, se solo si mettesse d’impegno ne sarebbe capace. Ha un modo di fare che…
“Ehm, pare di sì”, decido di parlare subito. Magari se ne va presto, così.
“Be’, allora gliele poso qui.”
Altre pratiche, un discreto mazzetto, che si vanno a sovrapporre a quelle che già alloggiano, dimenticate da mesi, sulla scrivania di Capone.
“Brrrrr, si gela davvero, però.”
“Eh, già…”
“Battute a parte, ma tu hai chiamato qualcuno per ‘sto freddo qui?”
“Sì, i manutentori degli impianti.”
“Mmmhhh… guarda qua”, soffia e butta fuori una nuvoletta di fiato, “cazzo, se si gela.”
Gli sto quasi per fare notare gentilmente che, in quanto non si tratta del suo, di ufficio, potrebbe tranquillamente andarsene e lasciarmi in pace tra le mie stalattiti, quando sento entrare altri due colleghi. Sono Angelini e la Bulleri che cercano Pisticchi per il caffè del pomeriggio.
“Cazzo che freddo!”, fanno i due nuovi arrivati, all’unisono.
Faccio per ripetere quello che ho appena detto, la telefonata ai manutentori, etc., ma Pisticchi mi anticipa e spiega, mettendoci un po’ del suo, tutto lui.
Angelini e la Bulleri si prendono immediatamente a cuore la mia condizione. Quando devi tirare il pomeriggio anche l’unghia incarnita di tua zia in carriola che sta in Australia diventerebbe interessante e fonte di discussioni appassionate, infinite e chilometriche.
“E che ti hanno detto?”
Inutile, ormai sono entrato in un gioco più grande di me. Ormai devo scordarmi la slitta, l’impiegato trasferito in lacrime e l’orso bianco e devo rassegnarmi a dar corda a questo assortito gruppetto di rompicoglioni d’assalto che m’è entrato in casa senza nemmeno chiedere permesso.
“Sto ancora aspettando.”
“Quando li hai chiamati?”
“A mezzogiorno.”
“Ma adesso sono le tre! Gli hai detto che era urgente?”
“Be’, sì…”
“Che numero hai fatto?”
“Ho fatto questo”, prendo l’elenco aggiornato e glielo mostro.
“Mmmhhh…”, fa Pisticchi, guardandosi attorno molto dubbioso.
“Mmmhhh…”, fanno gli altri due, strappandogli dalle mani l’elenco aggiornato. La faccenda li sta indiscutibilmente, terribilmente appassionando.
“E comunque m’ha risposto una segreteria telefonica”, rendo noto all’uditorio che adesso sembra pendere dalle mie labbra.
Pisticchi con un’abile mossa riprende possesso dell’elenco, legge il numero e scuote la testa. Ripete a voce alta, a beneficio della Bulleri e di Angelini, le cifre. I due sembrano gemelli siamesi, in perfetta simbiosi, rimuginano qualcosa, fanno una smorfia secca, decisa, più che perentoria e alla fine sbottano simultaneamente.
“Ma no, ma no, ma no!, con questi qui, aspetti il prossimo inverno, aspetti.”
Riguardo l’elenco aggiornato che Pisticchi ha lasciato scivolare, con una mossa stanca ma teatrale, sulla mia scrivania. Di fianco al numero di telefono che ho composto a mezzogiorno ci sta scritto Manutentori Impianti. Chi cazzo dovevo chiamare, l’assistenza informatica?
“Questi qui”, mi fa confidenziale Angelini, dopo un breve conciliabolo con gli altri due, “questi qui non escono mai. Passano i mesi prima che escono, ‘sti qui. E lo sai perché?”
Lo ignoro, ammetto la mia ignoranza in materia, lo ignoro come ignoro di quale sostanza chimica s’era impasticcata la segretaria mentre compilava l’elenco aggiornato. Comincio a rivalutare Capone, comincio. In segreteria o sono babbee o si drogano di brutto.
“Semplice, te lo dico io perché”, mi fa, sempre Angelini, che sembra avere preso in mano la leadership del gruppo, “perché i manutentori stanno in via ******, e tu sai dove sta via ******?”
Non so neppure questa, accidenti. A mio vantaggio però, c’è il fatto che sono tutte domande retoriche, per cui basta ondeggiare lievemente il capo, in una direzione qualsiasi, e la risposta esatta arriva puntuale.
“Sta al Gratosoglio, poco prima di Rozzano.”
Come dire, e queste, sia la domanda che la risposta, me le fornisco io da solo, me medesimo. Come dire, dall’altra parte della città e figurati se quelli della manutenzione degli impianti vengono qui da noi a riparare un termostato fan-coil che non funziona, in un ufficio anonimo e sperduto di un ottavo piano qualsiasi di un palazzo alto ventiquattro piani, accerchiato dallo smog e dal traffico cittadino. Lì dalle loro parti stanno a due passi dal parco sud, più facile che vadano a farsi un giro a Milano 3.
“Allora? Cosa mi consigli?”, questa è l’unica domanda, retorica o meno, che posso fare, nella situazione in cui mi trovo è davvero l’unica.
Finalmente, sembra che non stavano aspettando altro. Finalmente possono rendersi utili, finalmente.
“Aspetta che te lo do io il numero giusto!”
“Ma sì, ma sì lo so anch’io quello buono…”
Si guardano tra di loro, dopo le parole adesso toccherebbe mettersi in azione e c’è sempre quell’attimo di smarrimento. A dare consigli ci sta la fila, a muovere gambe e mani spariscono tutti. Pisticchi zitto, zitto si accomoda sulla seggiola girevole di Capone, al riparo dietro la scrivania bunker. Angelini a ‘sto punto, da perfetto gentiluomo, sgrava dall’incombenza la Bulleri, dice, ci penso io, esce, non può più tirarsi indietro, s’allontana col piglio di chi sta per compiere la buona azione quotidiana e, dopo due minuti scarsi, nei quali Pisticchi ha malignato, ma con garbo, sul suo conto, torna.
“Eccolo”, e me lo appoggia sulla scrivania.
Il suo eccolo, l’eccolo di Angelini, è un eccolo che necessita di un grazie immediato ed entusiasta, cosa che provvedo a fornirgli prontamente. Ora sono, siamo, tutti alquanto eccitati. Osservano, osserviamo, tutti quanti il foglietto a quadretti con sopra scarabocchiato, Angelini scrive davvero male per la puttana, il numero.
“Chiamali subito, forza, che aspetti!”
“Questi hanno il laboratorio e gli uffici qui vicino al palazzo.”
“Ah be’ sì, vengono di sicuro subito.”
Sotto tale insistenza m’intimorisco ed eseguo l’ordine. Compongo velocemente il numero, chiedo solo una piccola conferma ad Angelini riguardo un sette che a me sembrava un uno, digito rapido e attento, sotto gli occhi curiosi dei miei indesiderati ospiti. Suona libero, poi una voce recita:
“Risponde l’Assistenza Tecnica degli Impianti, lasciate il vostro numero e verrete chiamati…”
Lascio nome e numero, poi riattacco.
In coro, tutti e tre: “Allora?”
Spiego.
Delusi, come se fosse stato uno sgarbo personale, riprendono a darmi consigli. Io ho il colpo d’ingegno di guardare l’orologio e, cazzo per fortuna sì, allora dio esiste anche senza riscaldamento, vedo che si sono fatte le tre e mezza.
Bofonchio un, scusate ma devo andare, sapete, mezz’ora prima, oggi, ehm, chiesto, permesso di…
Adesso sì che sono delusi. Ho tolto loro, di colpo, lo svago del pomeriggio. Non devo nemmeno fingere di rivestirmi, il cappotto non me l’ero ancora levato, faccio per mettere a posto la borsa, etc. e per fortuna decidono che devono sloggiare, adesso, se me ne vado, mica possono restare qui, lì, nel mio ufficio, da soli. E poi qui, lì, fa pure un freddo della madonna… ah già, e poi noi non dovevamo andare a prenderci un caffè? Però domani torniamo per sapere se sono venuti, eh? Anzi, dacci un colpo di telefono, nel caso.
Non penserò ad altro, ragazzi invasori miei.
Chiudo davvero il computer, prima però, mi rileggo rapidamente e salvo gli appunti sull’orso bianco e sulla slitta dell’impiegato che stava per slittare e che per il momento resta in bilico sul ghiaccio, digito i tasti con le estremità, le mie intendo, che quasi non le sento più, e mi avvio furtivamente agli ascensori. Che se scoprono che non sono uscito mezz’ora prima come avevo loro detto, sai che casino che mi piantano…
La giornata finisce, meno male, ora scendo in metropolitana e mi riscaldo un po’. Tocca sperare in domani, dopotutto, questi dell’Assistenza escono subito, o no?
Il giorno dopo è mercoledì. Passo il badge alle 8.09, entro in ufficio che sono le 8.12 e resto in cappotto, congelato, a fissare il computer con le mani in tasca, fino alle 8.48. Poi chiedono permesso e io già sento un brivido caldo. Eccoli, sì, sono proprio loro, i tecnici del riscaldamento. Finalmente li sento. Cavolo però, Pisticchi e compagni avevano ragione. Addirittura sono usciti direttamente, senza nemmeno richiamarmi. Grido loro un, prego avanti, entrate pure!, carico di sollievo e di tepore.
Entrano in due, entrambi indossano un giubbotto blu con lo stemma dell’amministrazione in bell’evidenza sul petto. Uno è giovane, esilino, capelli a spazzola e brufoli sulle guance, e tiene in mano una scatola degli attrezzi che ha l’aria d’essere piuttosto pesante, l’altro, il suo capo evidentemente, è anzianotto, capelli candidi come la neve, radi e pettinati all’indietro, corporatura massiccia e rughe profondissime sulla fronte. Una specie di babbo natale in divisa, dai modi un po’ sinistri e senza barba.
Il capo mi saluta e io lo saluto, poi mi chiede e io gli spiego. È di poche parole, meglio così. Prima fanno, prima si risolve il problema, prima torna una temperatura accettabile e prima se ne vanno. Il ragazzo intanto, ha posato la scatola per terra e sbuffa dalla fatica.
“Antonio”, fa il vecchio seccamente, “tira fuori il termometro.”
Antonio il giovane esegue. Posa il termometro sulla scrivania di Santana, quella più centrale, ma anche quella più polverosa, e inizia a fissarlo. Io me ne resto seduto, zitto e incuriosito e fisso alternativamente il ragazzo e il vecchio. Qualcosa mi sfugge. Il capo si guarda intorno, si avvicina alle finestre e scuote la testa.
“Manca la coibentazione, qui.”
Come se non lo sapessi…, ma non lo dico e lo penso soltanto.
“C’è troppa dispersione di calore.”
Mi mancava pure questa. Dovevano arrivare in due per farmelo notare (ancora pensieri).
Poi tocca i bocchettoni dei termostati, alza una griglia, smanetta la manopola dell’aria, richiude.
“Esce aria fredda. È meglio tenerli spenti.”
Semplicemente un genio quest’uomo, penso sempre tra me e me, quasi sul punto però, di dirgliene quattro e di mandarlo in quel posto.
Passano tre minuti scarsi e il ragazzo richiama l’attenzione del suo superiore. Tra i due intercorre un rapido scambio di sguardi. Dopo un fugace cenno d’approvazione da parte del vecchio imbiancato – che consiste nell’ispessimento d’un paio di rughe centrali della fronte – il ragazzo, rinfrancato (si direbbe quasi sollevato da chissà quale improbo peso), molto accuratamente, prende in mano il termometro. Senza nemmeno osare guardarlo poi, lo porge delicatamente, come fosse criptnonite o una santa reliquia, al suo capo e mentore.
“Come immaginavo.”
“…?”
“Diciassette gradi e mezzo.”
“Cosa, cosa?”
Il mezzo babbo natale in divisa blu, rilegge con più attenzione.
“Diciassette gradi e quattro, per la precisione.”
“Impossibile, cazzo. Ce ne saranno al massimo tredici.”
“Non so che dire, guardi qui.”
Guardo, ha ragione lui. E comunque diciassette gradi e quattro a me sembra lo stesso pochino.
“E allora?”, domando, sull’orlo del baratro.
“Nulla, mi spiace, ma quando la temperatura s’avvicina ai venti gradi, scatta automaticamente una valvola all’interno del termostato che fa uscire aria fredda.”
“Non ci credo! E poi, tra diciassette gradi e quattro e venti gradi, ce ne stanno quasi tre di mezzo! Che razza d’approssimazione è?”
“È così, la predisposizione dei termostati è questa gliel’assicuro. Meglio tenerli spenti, le conviene.”
Geniale, ma non ci credo. Quest’uomo è un genio assoluto, chissà quanto lo pagano per andare in giro a dire certe scemenze. Il ragazzo, nel dubbio, fa degli ampi cenni d’assenso, il suo capo ha sempre ragione. Io invece perdo la pazienza e non è da me, ma il freddo mi ha dato alla testa.
“Se qui dentro ci sono venti gradi io sono il sindaco in mutande!”, gli dico con un tono piuttosto ironico. Glielo dico per davvero, cazzo se gliel’ho detto veramente.
Lui, il genio dei termostati e delle temperature taroccate, finge di non avere sentito e ordina al ragazzo di rimettere nella scatola il termometro e di tirare fuori la bolla che certifica la loro uscita. Io esplodo e non è nemmeno questo da me, ve lo giuro. Di solito sono superiore a certe cose, ma questo mi sembra un misfatto bello e buono. Un sopruso in piena regola, una truffa…
“Non ci credo, avete tarato apposta al rialzo i vostri termometri!”
“Non dica stupidaggini, per favore”, mi fa il vecchio bastardo, con un’aria da sufficienza che se non fosse così vecchio lo prenderei a schiaffi, nel mentre sta compilando la bolla d’uscita.
Io però, scusate, ma insisto.
“Ma non sentite che cazzo di gelo fa qui dentro?”
A sorpresa, il giovane brufoloso, che s’è alzato il bavero del giubbotto e sembra intirizzirsi per il freddo, ha un barlume di vivacità intellettuale e si fa scappare un: “ Be’, in effetti…”.
Al vecchio è sufficiente uno sguardo per fulminarlo, alla faccia di babbo natale, dei buoni sentimenti, delle cappe, dei comignoli e delle renne lapponi. Poi, dopo che ha strappato il foglietto e me l’ha porto per la mia firma, con fare perentorio e autorevole, gli sibila: “Taci tu.”
Il giovane scompare con la testa sotto il bavero e s’appiattisce alla parete.
“Le sembro il sindaco?”
“Come?”
“Lasci perdere, scherzavo…”
Allora firmo, in silenzio e sconfitto su tutta la linea. Il vecchio è un bastardo, ma sotto al giubbotto ha ancora un cuore che gli batte. Da qualche parte, chissà dove, però ce l’ha.
“Senta, non so che dirle, ma il termometro parla chiaro”, mi fa compartecipe del mio dolore.
“Lasci perdere…”
“Se vuole inoltrare una protesta, le lascio il modulo prestampato.”
“Un’altra volta magari, non si preoccupi.”
“E poi, se vuole proprio che glielo dica, il problema sta a monte…”
“No guardi, a me basta il freddo della pianura, non si preoccupi per me.”
“… c’è troppa dispersione qui dentro. Va migliorata la coibentazione. Mi spiace. Si copra di più.”
Vecchio e bastardo, ma solidale e geniale.
“Oppure, le ripeto, può inoltrare una richiesta formale ai Manutentori degli Impianti. Deve solo compilare il modulo prestampato e spedirlo via fax. Poi, a seconda delle urgenze, loro escono a controllare.”
“Ma lei intende quelli che stanno in via ******?”
“Esatto, proprio loro. Noi facciamo capo a quella sede.”
“Mi scusi, ma in tutta sincerità, la mia, secondo lei, è o non è un’urgenza?”
“A lei va di lusso, lasci fare.”
“…”
“Be’, arrivederci, allora.”
Arrivederci, sarà per un’altra volta. Oggi poi è mercoledì, a me va di lusso, devo solo resistere fino a mezzogiorno, poi se ne riparlerà settimana prossima ventura, tanto mi va di lusso a me.
Alle 12.11 passo il badge in uscita e, nonostante mi vada di lusso, sono pensieroso. Ho come l’impressione di non avere imparato nulla negli ultimi sette anni della mia vita. Ma forse è solo una mia impressione. Nel dubbio, credo sia meglio mettersi un maglione in più, da settimana prossima.
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 29.05.06 13:30
Comments
Ma Caterina??????????? dove l'hai nascosta?.....
Guarda che io non mi dimentico.........
Posted by: Dody at 30.05.06 10:46