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23.05.06

Piani alti, cultura bassa / 8. immobili infreddoliti e increduli

di Giuseppe Braga

Immobili infreddoliti e increduli, come flosci tramezzini intirizziti.

Erano le undici e quarantadue dell’ultimo martedì di novembre. Faceva freddo e freddo, credetemi, non rende esattamente la fredda sostanza dell’idea nuda e cruda. Un freddo secco, cane, barbino, fottutissimo e bastardo. La neve ormai, un ricordo. Solo cumuli di ghiaccio sporco e, qua e là, pozzanghere ghiacciate. Ma dentro, nell’ufficio prigione dal quale sto scrivendo, era, se possibile, pure peggio. Sembrava di stare in ghiacciaia, pronti per essere serviti, come cubetti, in un bicchiere da cocktail. Dal giorno prima, che si stava così. Un freddo che ti fa passare, ammesso tu ne abbia, la benché minima voglia di lavorare. Un freddo tale che scoraggerebbe anche l’ultimo dei crumiri. Non sono uno che esagera, nonostante sia un aspirante scrittore di belle speranze, antitetico per costituzione al crumiraggio e considerato che, in quanto aspirante, li avrei tutti i numeri per farlo, non sono uno che esagera, ve l’assicuro e vi prego di prendermi sul serio.

Un piccolo balzo in avanti, ed eccomi al presente.

Adesso sono le undici e quarantaquattro, quasi quarantacinque, e io mi sto congelando. Temperature a parte, ma poi ci torno, Santana non c’è nemmeno oggi. Malattia anche sta settimana, la quarta di seguito. Problemi alle vie respiratorie, sembrerebbe una cosa grave. S’è quasi giocato, grave o non grave, il monte ore annuale e da settimana prossima (do per scontato che qualche altro giorno di malattia, entro l’ultimo dell’anno, se lo farà) gli scaleranno parte dello stipendio, ma tant’è. Anche lo stipendio decurtato è sempre meglio che questa gelida prigione. E poi, si dice che sia una cosa grave, quindi. Tutte queste informazioni ve le sto dando, in spregio alle raccomandazioni del Garante per la Privacy, perché me le ha fornite con dovizia di particolari, per filo e per segno, quella linguaccia biforcuta d’un Capone, satiro diavolaccio sfaccendato, perdigiorno mangiapane a tradimento, parassita ultra ventennale avvinghiato incistato sulle spalle dell’amministrazione, e mi pareva sgarbato non mettervene a conoscenza. Vorrei che capiste bene una buona volta per tutte con chi ho a che fare io.

I miei nuovi colleghi Santana e Capone è da un anno che li conosco e ormai, potreste dire voi, tanto nuovi non lo sono più, tanto nuovi, perciò potrei dire, aggiustando il tiro io, io che sono un aspirante scrittore, seppur clandestino, un aspirante clandestino che ha dalla sua, clandestinità a parte, l’abilità indiscussa di una vasta proprietà di linguaggio superiore alla media (statale/amministrativa) e la ricchezza, spropositata, di terminologie e vocaboli, consona agli aspiranti scrittori degni di cotanto nome, coi miei quasi nuovi colleghi, dunque dico e scrivo quasi nuovi, è da un anno che condivido con loro, coi miei colleghi semi nuovi, e qui scrivo semi, tanto per ribadire il concetto, è da un anno quasi circa tondo tondo che condivido coi semi quasi nuovi le miserie di questo buco d’ufficio.
Ma adesso, l’ufficio che sembra un buco, ve lo descrivo per sommi capi, il mio ufficio a forma di buco freddo, perché, nel suo genere, è una cosa che merita, nel suo porco genere di ufficio a forma di buco angusto e freddo.

Il mio ufficio, inteso come luogo fisico nel quale passo le diciotto ore più deprimenti della mia settimana (mediamente, più deprimenti, non è propriamente una regola fissa, ma quasi), è una specie di retrobottega rettangolare, retrobottega in alta quota, con un lato, quello lungo, esposto verso nord, lato che coincide sfortunatamente e incidentalmente col lato interamente occupato dalle finestre, a nastro le finestre, quattro moduli, con infissi in acciaio, sobri ma datati, come il palazzo, del resto, brutto e pure vecchio (1955-1966). Niente doppi vetri, né bordi sigillati, profilati piuttosto eleganti, devo dire, nella fattura del disegno tecnico, ma scomodi, non più funzionali e pieni di spifferi, per quanto riguarda il lato pratico. Ecco, il lato vetrato non pratico, generoso di spifferi, io ce l’ho alle mie spalle (fisicamente e non metaforicamente, nel senso che ormai è lontano e relegato al passato, etc.). Spifferi da ottavo piano, attualissimi. Freddi per contratto. Uno spazio, ah, ah, ah (mi scappa da ridere), a misura di legge 626 (sicurezza sui luoghi di lavoro), certo, con le colonnine e le spine elettriche infingarde a quota caviglia, con i fili del computer allegramente sparsi in mezzo alla stanza, con le prese volanti, con le canaline di plastica (che dovrebbero proteggere i cavi) troppe volte calpestate (se vengono messe in mezzo all’ufficio è probabile che ciò possa avvenire), ormai divelte e diventate canali navigabili. Climaticamente perfetto, lo riconosco. Freddissimo d’inverno, bollentissimo e umidissimo d’estate. Contro soffitto realizzato con listelli in acciaio finemente bucherellati, listelli che coprono quintali di lana di vetro e altre schifezze simpaticamente cancerogene che, immagino sempre simpaticamente, scivolano giù, giù dai forellini, piano e senza fretta, direttamente nei nostri polmoni. E qui do pienamente ragione a Santana, che già c’ha i suoi problemi. Impianto elettrico originale degli anni sessanta. Può capitare che salti la corrente, ma non è un problema di quelli insormontabili, basta avere l’accortezza di salvare ogni tre minuti il lavoro che si sta facendo, le volte in cui lo si fa, al computer. Pavimento di formica che si sta malinconicamente sgretolando, nelle giunture, e dove non si sgretola, si solleva. Altro fattore di rischio inciampi. Odore di fogli e di carta, vecchi e ammuffiti, odore da cantina di infima categoria, per essere chiari. E, per chiudere in bellezza, sotto le finestre, lungo tutto il lato nord, i famigerati fan-coil, termostati (ventilconvettori, se vogliamo essere pignoli) in gran voga negli anni che furono, ma ormai scoppiati, fusi e inefficienti (non ho intenzione di infierire), dai quali, quando esce aria calda (nella stagione giusta) è come se fosse apparsa la madonna. Nel senso che l’evento ha un non so che di miracoloso.

Retrobottega, dicevo, infatti per arrivarci, non è mica così semplice arrivarci, eh no, per arrivarci bisogna attraversare prima la bottega, cioè l’archivio, uno stanzone (di fattura simile al retrobottega, ma leggermente più grande) ricolmo d’armadi metallici alti e grigi, fitti, fitti, uno attaccato all’altro, una specie di fittissima giungla, pericolosa, buia, ma ordinata per file numerate, strette cinquanta centimetri l’una, le file, dentro le quali, se hai la sfortuna di dovere recuperare, mettiamo il caso, delle pratiche, ti devi avventurare, manco fossi Indiana Jones, scartabellando e appiattendoti come una lucertola. Cercando tra faldoni e cartellette fatiscenti in via di disfacimento, nel nostro archivio, secondo me, qualcuno è scomparso per davvero. Me lo vedrei bene, mica male, il ritrovamento di un pezzetto mummificato del braccio o di una mano che stringe, stretta stretta, la pratica del Velodromo magari, o della ristrutturazione di un vecchio edificio del centro, richiesta e chissà se mai approvata negli anni sessanta. Il tal geometra Martinelli, che tutti credevano in pensione, e invece…
Ogni armadio ha una sua bella dicitura, una targhetta scritta sull’anta, appiccicata con la colla, recante il contenuto, l’anno e l’argomento, generico o specifico, dipende e va piuttosto a culo. Gli armadi, in fila e disposti come sono disposti, sembrano grosse lapidi cimiteriali e un po’ lo sono. Contengono vecchie pratiche dimenticate, sepolte e senza vita. Affascinanti, nel loro aspetto così dark e funereo.

armadi archivio.JPG

Ecco, dietro l’archivio popolato da armadi e non solo, nella stanza ***, che bello, ci sto io. Anzi, ci stiamo: io, Santana quando non è in malattia e perciò quasi mai, e quel vecchio parassita di Capone. Nell’archivio, i geni della riorganizzazione, sono riusciti a ficcarci, oltre alla giungla di armadi/lapidi, anche una fotocopiatrice, utilizzabile solo grazie al codice segreto, una stampante (che stampa una riga sì e l’altra pure, sbavando), il plotter che, quando la scorta di carta non è esaurita, ovvero molto di rado, è fruibile, il deposito dei rotoli di carta da plotter (molto voluminoso, ma perennemente vuoto), un tavolo per la consultazione delle pratiche, faticosamente estratte dalla giungla cimiteriale metallica, il carrellino sul quale vengono appoggiati i faldoni con le pratiche estratti dalla giungla, quattro sedie e un personal computer per le emergenze. L’emergenza degli ultimi mesi ha faccia, mani e occhi smarriti e, nello specifico, corrispondono alle facce, alle mani e agli occhi di tre poveri sprovveduti giovanissimi stagisti laureandi in architettura. I tre tapini stanno lavorando come pazzi, chissà cosa hanno loro promesso, alla catalogazione informatica di tutte le varianti apportate al P.R.G., dal 1980 a oggi. Venticinque anni, che volete che sia. Per come la vedo io, un lavoraccio che non consiglierei nemmeno al mio peggiore nemico. No, ma cosa dico, forse a lui sì. Con l’aggiunta di qualche bella frustata, però.
Sintetizzando il tutto, ottimizzazione dello spazio, si chiama, per chi fosse ignorante in materia, e ragazzi, sapete che vi dico, visti i risultati, pare proprio che funzioni.

Tornando a Santana, tra una sua effettiva malattia, le sacrosante insindacabili ferie, un’altra ineccepibile indisposizione, una necessaria e non prorogabile visita medica, un’improvvida ricaduta e altre cose così più o meno tattico/strategiche, il Santana (malato immaginario o reale?) l’avrò visto un paio di settimane, in totale, sommando anche gli spezzoni di giornata e gli spiccioli di ore. Il mio semi nuovo collega Santana è da giugno che non lo vedo e quasi non mi ricordo nemmeno più che faccia ha, quasi.

Siccome oggi c’è un freddo porco (sono tornato a oggi, oggi che è l’ultimo martedì di novembre), c’è un così freddo che a me mi sembra di stare dentro a Centomila gavette di ghiaccio, siccome è da quando la temperatura è scesa (correnti dal nord della Scandinavia, dicono gli esperti del meteo, alla tele) repentinamente, cioè da lunedì scorso, che pure Capone (tatticamente parlando Capone non è certo uno sprovveduto) ha iniziato a rognare, siccome i termostati non ne hanno per le palle di funzionare, siccome tutte queste cose, insomma, facendo una semplice addizione e mettendo insieme tutto quanto, questa settimana sono qui da solo, al Capone infatti è venuta l’influenza bella tosta ed è costretto a letto con la febbre alta, molto parecchio alta. E adesso sono qui, abbandonato al mio destino, mentre l’orologio, ammesso non si sia bloccato per il gelo, segna le dodici e dodici.

Siccome sono qui e qui, dove sono, non c’è nessun altro (in linea teorica non è affatto un male), mi devo arrangiare come meglio mi riesce. E soprattutto, lo devo fare da solo. Potrei dire, c’ho da rimboccarmi le maniche, ma la lascio solo come immagine retorica e metaforica, perché col freddo che ci sta, rischierei un principio di congelamento o uno strappo muscolare all’avambraccio.

Metto da parte le tavole del P.R.G., non c’è il clima adatto, ho le dita quasi bloccate e irrigidite, ci vorrebbero i guanti, ci vorrebbero, ma coi guanti poi come cazzo fai a fare un lavoro ad altissima precisione come il mio? Niente, per oggi decido che il problema da risolvere non è l’aggiornamento del Piano Regolatore, ma la contingente e non più procrastinabile situazione climatica.

Com’è, come non è, sapessi com’è strano lavorare sotto zero, per l’amministrazione qui a Milano…

Già ieri avevo sopportato stoicamente e in silenzio, già ieri, sperando in un miglioramento. Ieri poi però ero tornato a casa semi congelato, ma si sa, e tu te l’aspetti pure, quasi da contratto, il lunedì è una giornata un po’ del cazzo, chiudono le caldaie durante il fine settimana e, prima che riprenda una temperatura accettabile, tu devi aspettare le tre e mezzo del pomeriggio, quando va bene. Ti scaldi un po’, poi arrivano subito le quattro, esci e ti ricongeli all’istante. Hai immagazzinato tanto di quel freddo, dentro le tue ossa, che ti ci vorrebbe una vacanza ai Caraibi, per recuperare.

Inutile perdersi in fantasticherie fuori luogo, cerco subito sull’elenco telefonico aggiornato. In basso a destra, nella sezione Varie, dopo la Sorveglianza, ma prima degli Elettricisti, li trovo.

Manutenzione Impianti, tel. n° *****

Provo a telefonare, sperando non abbiano sbagliato qualcos’altro, le allegre ragazze della segreteria, oltre a quello che ben sappiamo e sul quale preferirei evitare di tornare.

telefono ed elenco .JPG

Dopo tre squilli risponde un nastro registrato e mi sembra, da quello che dice la voce di uomo, quello giusto. Devo lasciare un messaggio e poi verrò richiamato, dice la voce. Non c’è problema, immaginavo che la strada, oltre che fredda e angusta, sarebbe stata in salita.

Lascio il mio numero e in sintesi spiego alla voce pre-registrata, mi bastano tre parole (Aiuto! Emergenza! Fa freddo!), il problema. In attesa di una risposta, apro un nuovo file e provo a mettere giù un inizio di storia.

Le mie dita infreddolite pigiano frenetiche sui tasti, ne escono fuori appunti, volanti ma incisivi.

C’è un orso bianco, è incazzato nero perché ha fame e non mangia da tre giorni.

Campo lungo: una slitta trainata da cani, in lontananza.

Flash back. Un uomo raccatta le sue carte da una scrivania, le racchiude in una valigetta, dà un ultimo sguardo all’ufficio d’una vita e se ne va, curvo e sconsolato.

Riguardo l’orologio, è l’una, ovviamente il telefono è rimasto muto, però in compenso s’è fatta l’ora di pranzo e anche il mio stomaco che brontola me lo sta ricordando. Un bel brodino caldo, magari, ecco cosa penso, mentre decido che è meglio scegliere una tattica attendista. Provo a cambiare gioco e chiamo Caterina. Il tempo di una pisciata, ammesso non esca ghiaccio, d’infilarmi il cappotto, di prendere l’ascensore e sono giù nell’atrio. Caterina naturalmente non c’è ancora, avrà perso o non troverà più qualcosa, prima d’uscire le succede sempre così, ordinaria amministrazione.

Sì, sì, un bel buon caldo pasto e dopo, al rientro, rinfrancato e a stomaco pieno, ridarò la carica a quei fannulloni di manutentori assenteisti del cavolo.


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 23.05.06 07:28

Comments

Che ti adoro per come scrivi non lo dico piu'.... va bene? ;-) però mi fai impazzire!!! :-) Il mio ufficio mi sembrava brutto finchè non hai descritto il tuo.... Mi ritengo molto, parecchio, piu' fortunata di te!!Il tuo è simile ad un lager nazista!! ...ma chi è Caterina? una topona mora tutte curve? :-DD e siamo sicuri che ci vai solo a pranzo? ;-)
Sei Grande! :-)

Posted by: Dody at 23.05.06 12:50

non c'è mai limite al peggio, eh, no!, però penso che anch'io, alla fine della fiera, non sto messo così male.
a proposito di Caterina non anticipo nulla, e do appuntamento alle prossime puntate...

Posted by: giuseppe braga at 23.05.06 14:26

Figurati Giuse.... ora che ti ho scoperto chi ti molla piu'!!!! :-) Mi piaci troppo!!! Alle prossime puntate allora....

Posted by: Dody at 24.05.06 12:37