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18.05.06

Piani alti, cultura bassa / 7. Titoli come fiocchi di neve

di Giuseppe Braga

Titoli come fiocchi di neve, soffici e coprenti, soprattutto casuali

Dall’ottavo piano la vista è quella che è, mi pare d’avervelo già abbondantemente illustrato, ma ci sono giorni e giorni, le cosiddette eccezioni che contribuiscono a formare la regola. Oggi, penultimo martedì di novembre, ad esempio, nevica. Bei fiocconi grossi, grossi, soffici e lievi, delicati come eteree piume staccatesi da un’ala d’angelo, fiocchi che hanno preso a scendere un’ora e mezza fa e che adesso cominciano ad aderire al suolo. Sembra quasi di stare in montagna, non fossimo nel centro della pianura padana, pensa un po’.

Il nostro sindaco, raffinato imprenditore lombardo, uomo pragmatico, ma a modo suo molto spiritoso, sindaco che tra pochi mesi se ne andrà perché giunto (fortunatamente, non posso esimermi dall’aggiungere il mio personalissimo punto di vista) alla fine del suo mandato, avvisa, attraverso il sito ufficiale, che è in arrivo (via posta, a ogni nucleo familiare) un opuscolo colorato e ottimamente illustrato, sul quale si potranno leggere, osservare e senz’altro plaudire, le grandiose opere eseguite dall’amministrazione da lui presieduta, in questi straordinari e irripetibili (speriamo) nove anni.

Oggi, ogni cosa, qualsiasi elemento solido non idrorepellente, visto dall’alto, per esempio da qui, dal mio ottavo piano, osservato con attenzione, ricoperto e sotto la neve (che adesso sta attaccandosi ben, bene al suolo), è un elemento vago e indistinto. Dall’alto, immaginando una vista zenitale omnicomprensiva (sono architetto, lavoro all’urbanistica, sono un aspirante scrittore e perciò, scusate, mi riesce particolarmente facile immaginarmi una vista zenitale della città, scusate), la città scompare e non esiste più. Coperta da questo velo spesso, da questa coltre uniforme e immacolata tanto amata dai bambini, un bianco universale e perfetto (seppure un poco sporco, lo smog resiste anche alla neve, purtroppo).

quella volta che ha nevicato.jpg

Anche il sindaco, ammesso capitasse da queste parti, avrebbe un aspetto più accettabile del solito: mimetico, informe e bianco. Lascerebbe solo vaghe impronte. Ma di impronte sulla neve, vacue, transitorie e precarie, ne è pieno, non dico il mondo, ma almeno l’emisfero settentrionale. Immagino ora, i titoli delle pagine locali dei quotidiani: Il sindaco va in bianco, oppure: L’impronta delebile lasciata dal sindaco lavoratore, o magari: A spasso col sindaco, o anche: Quattro passi nel delirio bianco. Io invece lo metterei giù così, e sarebbe un bel titolo, di sicura e forte presa: Il bel pupazzo con la fascia tricolore, saluta e se ne va! Pupazzo di neve… s’intende, s’intende.

Ora, collegando una serie di ragionamenti come fossero fiocchi che diventano, legandosi uno all’altro, una fredda e tonda palla di neve, penso a quest’altra cosa. Non ho mai avuto la ventura di incontrare il sindaco di persona. Mi spiego. Lui è lì da nove anni (certo, lui se ne sta in un bel palazzo del centro, a due passi dal Duomo, in una zona a traffico limitato, mentre noi invece siamo qui, nel caos del traffico con le centraline di rilevamento smog impazzite o manomesse) e a noi ci manda il volantino, coi suoi brillanti successi e d’accordo. Ma io, ***** *****, sono qui in questo baratro d’ufficio, all’ottavo piano vista cemento/smog, da sette anni e rotti e lui, non pretendevo certo che venisse esattamente qui da me, nel mio ufficio n° ***, ma lui mai, mai che si sia fatto vivo, mai. Nemmeno per un salutino sotto Natale o a Sant’Ambrogio, il nostro santo patrono. Il massimo che ho visto coi miei occhi è stato l’assessore all’urbanistica, una volta in ascensore, ma capitemi anche voi, non è la stessa cosa, eh no che non lo è. Per di più era pure di spalle.

Alla fine di tutto, m’inceppo col pensiero e interrompo il flusso appena in tempo, poco prima che la palla diventi una valanga di difficile gestione. E mi blocco davanti a una sacrosanta inoppugnabile verità. Io, porca la puttana ladra, lavoro per lui (quel lui va inteso come sindaco). Il mio ultimo o primo, giratevela come vi pare, datore di lavoro è lui. Tremenda quanto vera e atroce, questa verità. Accidenti a quando m’è venuto in mente sto cavolo di pensiero nevoso. Adesso rimarrò triste e immalinconito per il resto della giornata. Però, per ritorsione, cercherò di fare ostruzionismo al mio capo supremo e rallenterò il lavoro, a me mi riesce abbastanza facile rallentare. La questione è che, scusate se rimescolo nel torbido, a me questo sindaco non è mai andato troppo a genio, mai. Forse solo quella volta che aveva sfilato con le mutande di seta firmate (ve l’avevo detto che è un uomo spiritoso, no?), m’aveva fatto divertire. Per il resto, per tutto quanto il resto, preferirei sorvolare. Anzi, non chiedetemi più nulla al riguardo, grazie.

Meglio che vada a bermi un caffè, ora. A dopo.

Oggi, che non fosse giornata, l’avrei dovuto intuire dal malloppo di nuove varianti che ho trovato sul tavolo luminoso, messe lì da qualcuno a tradimento, approfittando della mia breve pausa caffè semiquotidiana. Nuove varianti che dovrò riportare, ovviamente e millimetricamente, sulle sacre tavole originali del Piano Regolatore, e pure prima della scadenza che ha il sindaco. Nel senso che, per finirle, ho sicuramente meno del tempo che ha lui per andarsene. Non bastasse il malloppo traditore che mi fissa provocatoriamente, ecco che entra in ufficio, piuttosto gongolante come suo solito, Marzia, l’aiuto segretaria del piano, una non più ragazza di quasi cinquant’anni, molto ben portati devo ammettere, che si comporta, si veste, si muove, s’agita e parla come una ragazzetta di venti (massimo rispetto alle cinquantenni e soprattutto alle ventenni, meglio se bei tocchi di figliole, ma…). Marzia c’ha un bel sorriso, c’è poco da fare, la vita evidentemente le arride e non c’è neve che tenga, buon per lei. E mentre sorride e sorride, sgambetta leggiadra verso di noi, ondeggiando minacciosamente il suo culo (sul culo di Marzia l’aiuto segretaria, mi astengo e sorvolo, come ho appena fatto col sindaco e vi chiedo pietà), volteggiandolo sfidando le forze gravitazionali. Come una ballerina sovrappeso che s’è bevuta un dito di vino di troppo, piroetta felice sul linoleum tenendo in mano, con una grazia tutta sua che sfiora la goffaggine, un mazzetto di fogli plastificati.

“Avete visto che bella nevicata, ragazzi?”, ci fa lei, quasi cantando.
Io taccio senza incrociarle lo sguardo, muovendo leggermente il capo in su e in giù, che mi sembra sempre un buon modo educato per acconsentire e per mantenere le giuste distanze di sicurezza. L’altro ragazzo, che poi sarebbe Capone, la squadra di soppiatto e le risponde con un grugnito.
A Marzia, le nostre reazioni scimmiesche non fanno né caldo né freddo e, dopo un’altra giravolta da etoile prima ballerina della Scala, ci sventola i fogli plastificati.
“Ho i nuovi elenchi telefonici, con gli uffici e le indicazioni dei piani aggiornati”, ci informa felice, e ne posa, graziosamente, uno per scrivania. Di cui una vuota, di scrivania, come sempre. Capone, appena Marzia ha svoltato l’angolo della porta, dopo averle squadrato ben bene il culo, lo prende subito in mano, l’elenco, anche se desidererebbe fare altrettanto col di lei suo fondoschiena e, preoccupato, controlla scrupolosamente.

“Mi sbagliano sempre il cognome, quelle babbee della segreteria”, dice acido, scorrendo l’elenco con l’occhio spiritato, da sopra la lente spessa dell’occhiale. “È da un anno che ho cambiato il settore, è da un anno che toppano. Mi ci mettono sempre la doppia P, quelle babbee.”

Controlla, legge e rilegge. Resta dubbioso, poi allenta i muscoli facciali e scoppia a ridere.

“Hanno sbagliato ancora?”, provo a chiedergli, piuttosto distrattamente, se devo essere sincero.
“No, no, con me tutto bene, stavolta.”
“Meno male. Vedi com’è? Mai essere prevenuti, nella vita.”
“Eh già, sagge parole” e si mette a fissarmi con un’espressione che non mi piace nemmeno un po’.
“Beh, che hai da guardarmi così?”
“No, no, è che stavolta hanno sbagliato con qualcun altro.”
“Ah, beh, dai, può succedere.”
“Eh, già, già…”

Trascorre un minuto o giù di lì. Lui smette di fissarmi e ricontrolla l’elenco. Io sto lì a farmi i miei cavoli, col Capone meno ci parlo e meglio sto. Ma lui insiste. Un minuto di silenzio per Capone è già una mezza eternità. Quindi riattacca come niente fosse.

“Tu per caso, scusami *****, sto dicendo a te, ma tu che scuola superiore hai fatto?”
“Il liceo.”
“Eh già il liceo, certo. Ma cosa, Classico, Scientifico o Linguistico? Eh, eh…” (giù risolini, ancora)
“Ma no, cazzo dici che lo sai anche tu, ho fatto l’Artistico. E poi l’università, Architettura.”
“Eh, già, già. Mi spieghi allora perché ti hanno messo che sei geometra?”
“Cosa?”

la mia scrivania.JPG

Prendo l’elenco che avevo buttato lì, senza nemmeno guardarlo, vicino al calendario che tengo sulla scrivania e vado, meglio dire precipito i miei occhi, sopra al mio nome. Metto a fuoco, ingrandisco:

Geom. ***** *****, piano 8°, stanza ***, tel.*****

È proprio vero. Sul nuovo aggiornatissimo elenco telefonico ci sto su anch’io, e questo non l’avevo messo in dubbio, ci sto su, con carattere nero su fondo verdolino, legittimamente mi pare ovvio, ma inopinatamente, del tutto erroneamente, con un titolo che non m’appartiene per un cazzo, un titolo di studio sbagliato, più che sbagliato, sbagliatissimo!, dannazione dell’animaccia loro. Geometra a me non me l’aveva mai detto nessuno. Oggi non è giornata, no, decisamente no.

Invettiva politicamente scorretta, ma necessaria.

Che cosa? Cosa cazzo sono diventato? Geometra? Ma che cazzo di elenco è mai questo? Io non lo accetto, no che non lo accetto. Niente contro i geometri, ci mancherebbe altro. Ma io, oltre a essere l’aspirante scrittore che anche voi ormai dovreste ben conoscere (dico bene?), io sono un architetto, che diamine!, bello fatto e finito, e ci tengo molto, parecchio che si sappia, anche se qui valgo meno di zero ed Easton Ellis purtroppo non c’entra, io sono e resto architetto. E non ho nulla a che spartire con loro, con quei geometri da strapazzo che si aggirano qua dentro. Anche se io qui, all’interno di queste sporche mura, sono solo un povero e mal considerato (usando un termine più diretto e un poco slang, potrei semplicemente dire: malcagato) umile disegnatore tecnico, anche se qui dentro i geometri mi mettono in riga, come si dice in gergo, anche se io sono un loro sottoposto, anche se appena vengono a sapere che sono architetto ma faccio il disegnatore poi tendono a farmela pagare senza sconti (è atavica l’antipatia tra geometri e architetti, credo risalga ai tempi di Vitruvio o giù di lì), anche se un paio di volte ci ho litigato di brutto, anche se ho alcuni conti in sospeso con loro, anche se tutte queste cose io non ho nulla contro i geometri, sia ben chiaro, sia. Lo ribadisco con voce ferma e forte, che tutti i geometri della terra e in particolare quelli che soggiornano dentro i ventiquattro piani, possano sentirmi: non ho nulla contro di voi, piuttosto siete voi a essere stolti, maldestri, zucconi e inetti… facciamo così, niente titolo di studio, tanto qui conta zero, toglietemi tutto, lasciatemi solo sig. ***** *****, ma geometra per favore no.

Cambio argomento, mi sforzo, devo riuscirci assolutamente, mi concentro e respiro col diaframma, penso a un giardino zen, inspiro aria purificata e mi sforzo, oltre a non tossire, d’aprire un nuovo capitolo. E vaffanculo ai geometri, detto senza offesa per nessuno, ovviamente. Lascio lì dov’è il malloppo delle nuove varianti, inutile che mi provocate, lascive e suadenti, per oggi non ci penso proprio, non vi toccherò neppure con lo sguardo, e apro la casella di posta elettronica, uno svago, uno scacciapensieri come un altro (e adesso ne ho proprio bisogno).

Come simpatica novità informatica, è roba fresca di questi ultimi giorni, ci è stato imposto, dagli invisibili e potentissimi uomini del server, di aggiungere una nuova e ulteriore password (oltre alle due consuete), come dire, un altro, ennesimo, passaggio per ottenere la connessione. In buona sostanza, siamo davvero strettamente sorvegliati. Ogni connessione viene sottoposta al loro benestare e registrata. E non è detto che sia poi un male, ma non prendetemi per un reazionario, ora. Basta siti porno e culi al vento, canzoni o filmini da scaricare a parenti, amanti, amiche, zii, figli e nipoti, l’occhio attento del grande fratello amministrativo ti guarda, redimiti fratello caro collega porcellone, pentiti e implora il perdono, anche retroattivo, sciocco e zuccone dipendente pubblico. Il grande fratello (ma che pensate, mica Orwell, quel gran tocco della Marcuzzi!) è uscito dal video (Canale 5) ed è atterrato, tomo, tomo nel nostro palazzo. Ne controlla, bit dopo bit, le viscere informatiche. Occhio alle spalle, ragazzi miei!

Ma, diciamocelo senza troppi peli sulla lingua, se non vai tu alla ricerca del porno, è il porno che viene alla ricerca tua. E finisce che ti trova sempre. Il porno è una cosa infallibile, ti centra sempre, il porno (metaforicamente parlando), inutile che scappi dal porno, che è peggio, poi.

Superati gli scogli delle tre password, degli user name e di quant’altro, finalmente riesco ad aprire la mia casella di posta. Trattengo il respiro, fantasticando memorabili richieste editoriali, fintanto che vedo visualizzato un unico messaggio in arrivo e mi rassegno in anticipo. Uno su uno sarebbe troppo, anche per me. Digito e leggo. Non è un editore, come previsto, ma una mittente sconosciuta dal nome evocativo e fascinoso. Chissà, penso tra me e me, mai chiudere preventivamente le porte, non sarà un editore, d’accordo, ma chissà.

Dunque mi scrive Lizzie che, con mio sincero rammarico, non ho il piacere di conoscere.

Lizzie Dooley
Oggetto: information
Inviato: Tue, 23 Nov **** 11:39:14 -0500

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Lizzie si limita a fornirmi solo queste informazioni, senza specificarne i costi. Peccato, perché ad incrementare il volume di liquido seminale del 500% e ad avere impetuose, poderose, gagliarde, veementi eiaculazioni all’altezza di un pornostar di grido, il tutto ricorrendo e facendo uso d’un unico prodotto garantito e sicuro, senza antipatici effetti collaterali, garantito e naturale al 100%, ci avrei tenuto moltissimo.

Già che sono entrato in tema, oggi, cercando di tirarmi un po’ su, provo a raccontarvi qualche storia di cui sono venuto a conoscenza, per via indiretta, grazie alle mie gole profonde (profonde non in quel senso, però). Gli invidiosi dicono si tratti di leggende metropolitane, io invece posso assicurarvi che si tratta di vicende ad altissimo contenuto erotico, tutte rigorosamente avvenute nel palazzo dal quale clandestinamente vi sto scrivendo, fingendo di lavorare per il sindaco in mutande.

A voi la scelta se crederci o meno.

Più che storie, meglio che lo specifichi subito, si tratta di luoghi, più o meno comuni, proprio il caso di dire, luoghi originariamente destinati all’oscuro e rutilante lavoro quotidiano, luoghi invece che, come se fossero stati colpiti da una scintilla imprevedibile e bislacca di qualche divinità amorosa, si trasformano imprevedibilmente in misteriosi luoghi del sesso (o dell’amore, sovente clandestino, mai limitarsi, in questi casi). Quale luogo comune è più comune – e al contempo misterioso – di quello che vede lo sbocciare dell’amore tra due colleghi all’interno dello stesso luogo in cui lavorano?

Itinerario dei Luoghi del Sesso (o del su e giù per piani a far su e giù) in pillole
(per sentito dire e non)

Nel cesso delle donne, ad esempio quando vedi uscire un uomo, magari con fare circospetto, tutto sudato e con la patta dei pantaloni mezza abbassata.

Negli uffici (scegliete pure un piano a piacere), in pausa pranzo ma non solo, chiusi a chiave. Quando poi apri la porta, che ti capita che ci devi entrare per forza in quell’ufficio, cose che a volte capitano se ci lavori, e vieni travolto sommerso da un odore inequivocabile amarognolo densissimo.

Nell’auto, nel parcheggio sotterraneo (un buon modo per ammortizzare i costi), quando senti gemiti o noti ondeggiamenti insoliti della vettura, ferma, a motore spento e senza conducente.

Sulla tromba delle scale, magari durante le ore di straordinari, molto sul tardi, magari nei periodi non invernali, che fa decisamente troppo freddo in inverno sulle nostre scale, e anche la più calda e travolgente passione ne uscirebbe malconcia, afflosciata e intirizzita.

Sul montacarichi, quando ad esempio vedi degli operai fermi, magari li vedi al tuo piano, fermi imbufaliti incazzati neri che sacramentano alle prese con delle scrivanie imballate, scrivanie tanto per dire, da trasportare al ventesimo piano, ventesimo sempre per dire, e con l’interruttore del montacarichi che segna fuori servizio, con una lucina rossa accesa da mezz’ora.

Poi invece, di notte, tutt’intorno al palazzo, si scatenano le giostre di automobilisti arrapati che, giungendo da ogni dove, senz’altro entro i limiti del territorio regionale, attratti dalla grande fama di area metropolitana popolata da creature notturne di varia e non del tutto accertata specie, ma dotata di molto, parecchio silicone nei punti giusti, strombazzano clacson, rallentano e formano code, sosteggiano in doppia fila, in spregio alle soste diurne gratta e sosta e alle politiche cittadine di disincentivazione del traffico e via così, aprono portiere e fanno salire le suddette creature, per dieci minuti o forse anche meno di trasgressione e di puro svago erotico peccaminoso sessuale. Una volta avevano beccato anche un consigliere comunale, dio non voglia, che di giorno, in aula coi colleghi, proponeva misure drastiche e restrittive, mentre di notte, se la godeva ampiamente con le regine indiscusse e incontraste della zona, giganteschi viados da un metro e ottanta d’altezza in su (bombe più o meno sexy, qui dipende molto dai gusti), con tette dalla quinta taglia in su e con… e con le misure sarà meglio che mi fermi qui, che non ho sotto mano il righello graduato.

A presto, cari sporcaccioni miei, ora mi vado ad aggiornare il P.R.G. con le ultime nuove varianti, penso sia opportuno sì, che ci terrei ad esaurire il malloppo ammiccante, almeno entro primavera. Perché io l’aspetto sempre con ansia, la primavera, proprio come il vecchio Bandini.

girasoli.jpg


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 18.05.06 18:04

Comments

Mai sei fantastico!!! Ormai i tuoi racconti li leggo in 15minuti!!!
15 minuti di puro divertimento!!!
FANTASTICO!!!
E due racconti la settimana sono pochi!!! caro il mio scrittore clandestino x necessità........;-)
Allora, cosa ne pensi di questo sindaco? :-DDDD

Posted by: Dody at 19.05.06 12:27

Questa Lizzie Dooley scrive spesso anche a me, guarda Beppe che sono geloso!

Posted by: Matteo at 20.05.06 17:39

Dody grazie, sempre troppo buona. Di questo sindaco ormai non mi curo più, tra pochi giorni se ne andrà, piuttosto, è del prossimo che comincio a preoccuparmi, perché se vince la signora col sorriso smagliante e coi tailleur color crema, stiamo fritti...

Matteo, non preoccuparti, io mi accontento anche di qualche sua amica, hai qualche recapito interessante sotto mano..?

Posted by: giuseppe braga at 22.05.06 13:07

Non manca niente, vedrò di farteli avere.

Posted by: Matteo at 22.05.06 16:13

Non sono buona, sono sincera... ;-)
Guardate che questa "Lizzie", insieme ad un centinaio di sue amiche e amici, scrive pure a me.... come la mettiamo? :-)

Posted by: Dody at 23.05.06 10:25

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