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15.05.06

Piani alti, cultura bassa / 6. Avanti e indietro, orizzontalmente

di Giuseppe Braga

Avanti e indietro, orizzontalmente

Erano le nove e vent’otto. Ero riuscito a far passare il badge appena in tempo. Tre minuti ancora e avrei dovuto recuperare la mezz’ora. La regola è impietosa, è sufficiente ritardare di un minuto (l’ultimo orario utile d’entrata sono le nove e trenta) che ti tocca mezz’ora di recupero. Una delle innumerevoli insulse e ingiustificate ingiustizie, uno dei tanti rospi da ingoiare. Ero in ritardo e la giornata era cominciata malissimo, come peggio non si poteva.

Nella nebbia di un paesino dell’hinterland, nel quale ci devo passare per forza, essendo posto tra la casa della mia fidanzata (dove alloggio nella mia metà settimana lavorativa) e il capolinea della metropolitana, la mia gloriosa Polo blu è morta, o meglio, qualcosa che io ignoro ma che sta nei paraggi del motore, s’è spento, inesorabilmente, e senza avvertirmi m’ha lasciato appiedato nei pressi di un passo carraio. Molto frequentato a quell’ora della mattina. Ho dovuto spostarla per evitare grane maggiori (la mattina tutti hanno una fretta terribile) e mi sono messo subito a spingere. Nessun abitante, non parliamo degli automobilisti, di quel simpatico paesino mi ha dato una mano e così, pur vedendomi in evidente difficoltà (di persone ne ho incrociate non poche), ho dovuto spingere, da solo, fino a un parcheggio che non ostacolasse la viabilità e le uscite carrabili. Poi ho camminato un paio di chilometri, ho trovato la fermata, ho atteso che arrivasse e ho preso un autobus con un numero a tre cifre, poi un tram a due, infine, la metropolitana, a una. Tenendo conto che ero uscito di casa alle sette meno dieci, uno scherzetto da due ore e mezza, roba che facevo in tempo ad andare a bermi un caffè a Bologna con un regionale.

Entrato in stanza piuttosto trafelato, con ancora l’adrenalina in circolo, trovo Capone, uno dei miei due colleghi d’ufficio, che sta congedando un suo vecchio collega – evidentemente venuto in visita di cortesia –, un tal piccoletto che conosco solo di vista. Io appoggio la borsa, mi tolgo la giacca, mi siedo, accendo il computer e tiro il fiato. Noto che Capone, dopo aver salutato il vecchio collega, non mi ha più staccato gli occhi di dosso, sento che sta per dirmi qualcosa e in effetti ci ho preso.
“Santana non c’è neanche oggi, malattia…”, mi dice, ammiccando prontamente verso la scrivania vuota, col dichiarato intento d’attaccar discorso, anche se io non gli avevo chiesto nulla. Faccio un sì poco entusiasta e nascondo la testa dietro al monitor, nella vana speranza che Capone si dimentichi per sempre di me.

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Un’ora dopo, piegato e ingobbito, prostrato davanti al tavolo luminoso, sono sempre lì che sto sudando su una tavola del Piano Regolatore Generale (una tavola originale degli anni settanta). I retini mi si stavano appiccicando ai gomiti e io avevo appena scoperto che un intero tratto di viabilità urbana secondaria (pallinato medio), tra viale Fulvio Testi, viale Zara e viale Suzzani, m’era rimasto tatuato lungo tutto l’avambraccio. Seduto, da dietro la sua scrivania, Capone, che nell’ultima ora (cioè, da quando ho messo piede nell’ufficio) non ha smesso un momento di commentare – a voce molto alta – i fatti del giorno, sta sfogliando una rivista di settore (ometto il settore, dico solo che l’urbanistica non c’entra). Sbadiglia e mi chiede se l’accompagno a prendere un caffè. Io sto litigando con quei pallini neri dal diametro di tre millimetri e mezzo e non voglio dargliela vinta così. Lui sbuffa, mi dice quasi offeso che non sono di compagnia, che erano meglio, molto meglio, i suoi vecchi colleghi, richiude la rivista e fissa il soffitto. Prima si mette a disquisire sull’impresa di pulizie che non pulisce come dovrebbe, una volta venivano puliti molto meglio gli uffici, poi si alza e s’avvicina al mio campo di battaglia quotidiano, il tavolo luminoso. Io sto smadonnando a più non posso, i trasferibili sono vecchissimi e si sfaldano appena li sfiori. Devo attaccare e staccare, non so quante volte. Capone, ignaro e del tutto insensibile al mio piccolo dramma, decide di piazzarsi dietro di me, molto tipico come atteggiamento, e comincia a darmi dei consigli. Io lo ignoro, mi ci sto abituando, ormai. Mi si affianca, anzi s’appoggia al tavolo coi gomiti e torna a parlare dei suoi colleghi di una volta. Mi fa presente che Nardello, uno di quelli, un vecchio disegnatore della vecchia guardia, era stato proprio lui, Nardello il vecchio, il primo ad aggiornare le tavole del Piano Regolatore, esattamente queste, e nel dirlo fa toc, toc con le nocche sulla tavola, esattamente queste qui, su cui stai lavorando tu. Non contento si sofferma sulla tecnica di Nardello, totalmente differente dalla mia (che lui considera, intrinsecamente, sbagliata). E allora, tra una dissertazione e l’altra, riprende coi consigli e coi suggerimenti, io farei così, ma no, guarda che è meglio in quest’altro modo, eccetera, eccetera.
Andiamo avanti in questa maniera per una buona mezz’ora, io incurvato sopra il vetro illuminato dal neon, a litigare con quei pezzetti di pellicola trasparente appiccicosa, e lui che fa in tempo a parlarmi della liquidazione della sua ex-moglie, del caro vita, dell’assicurazione dell’auto e dei vecchi colleghi, che, manco a dirlo, erano molto meglio dei nuovi.

Sembra annoiarsi Capone, controlla ogni due minuti l’orologio, oggi non passa proprio più, eh no!, poi si tocca lo stomaco e dice: “Beh, si sono fatte le undici, è l’ora dello spuntino.”
Io riprendo a respirare regolarmente, dopo mezz’ora d’apnea vorrei vedere voi, non alzo la testa e non dico nulla, continuo il mio personalissimo litigio con i ritagli.

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Lo sento che si stacca dal tavolo, che va alla sua scrivania, che apre un cassetto, prende qualcosa, e richiude.
“Ne vuoi uno?”, e si riavvicina, “sono ottimi, cracker salati in superficie, guarda qui.”
Io ovviamente, non voletemene, non guardo, ma a lui, ovviamente, non interessa, la sua era, ovviamente, una domanda retorica, fatta così, tanto per riuscire, ovviamente, a intavolare un discorso qualsiasi, cosa che è da mezz’ora abbonante che ci sta provando, ovviamente.
Poi si va a sedere, senza chiedere il permesso, ma si usa così tra buoni colleghi, alla mia postazione. Giocherella col libro che tengo sulla scrivania, guarda il monitor, con la coda dell’occhio vedo che fa una smorfia, mi chiede se voglio mettere un salva schermo come si deve, che il mio fa davvero cagare. Lo ignoro, ma sento che sto per cedere. Lui riprende in mano il libro, se lo rigira tra le mani, si sofferma sulla copertina.

“Bello come titolo. Di cosa parla, di un sonnambulo?”
“…”
“Ah, no, ho capito, non dirmi niente, è la storia di uno che soffre d’insonnia!”
“…”
Di punto in bianco, come se avesse avuto una folgorazione, a bruciapelo, mi fa una domanda a trabocchetto. E io ci casco.
“Ci hai mai pensato?”
“A cosa?”
“Alla tua pensione.”
“Veramente, ora come ora, non sta in cima alle mie preoccupazioni.”
“Io ci penserei, fossi in te.”
“Può pure darsi che noi, con questi chiari di luna, neppure la vedremo la pensione…”
“Io un pensierino ce lo farei. Costa nulla.”
“Ma non ci penso io, e ci pensi tu per me? Non capisco…”
“Tu avrai la pensione dimezzata, lo sai? Ci hai mai pensato?”
“Scusa?”
“Non sei un part-time?”
“Esatto, al 50%.”
“Dunque avrai la pensione dimezzata.”
“Bravo, sei un calcolatore formidabile, complimenti.”
“Oppure va a finire che devi lavorare il doppio degli anni, c’hai mai pensato?”
“Mi lascio questi pensieri per gli anni a venire, direi che c’è tempo.”
“Perché non ti informi?”
“Non vedi che sto lavorando?”
“Se vuoi chiamo il Settore Risorse Umane, chiedo io.”
“Hai intenzione di chiedere il part-time anche tu?”
“Non credo proprio, lo faccio per te, dai.”
“Ma scusa Capone, non c’hai un cazzo da fare, stamattina?”
“No.”
“Ecco, m’era sorto il dubbio.”

E per fortuna gli suona il telefono e per fortuna è un altro dei suoi vecchi colleghi e per fortuna s’è quasi fatta l’ora della pausa. Il dopo pranzo sarà durissimo, ma perlomeno la mattina, in qualche maniera, l’ho sfangata. Per fortuna il mio viaggio, oggi, terminerà verso le cinque del pomeriggio e non all’alba…

“Spinto dalla noia avevo finito per raccontare a Baryton molte più avventure di quanto tutti i miei viaggi avessero mai comportato, ero sfinito! E alla fine toccò a lui occupare per intero la conversazione vacante unicamente con le sue affermazioni e le sue impercettibili reticenze. Non se ne usciva. Era con lo sfinimento che mi aveva preso. E non avevo mica, io, come Parapine, un’indifferenza sovrana per difendermi. Bisognava al contrario che gli rispondessi mio malgrado. Non poteva fare a meno di strologare, all’infinito, sui meriti comparati del cacao e del caffè con panna… M’intontiva di scemenze.
Si ricominciava sempre a proposito di tutto e di niente, di varici, della corrente faradica ottimale, del trattamento delle celluliti nella regione del gomito… Ero arrivato a sproloquiare seguendo a puntino le sue indicazioni e inclinazioni, a proposito di tutto e di niente, come un vero specialista. Mi accompagnava, mi precedeva in questa passeggiata smisuratamente balorda, Baryton, mi saturò di conversazione per l’eternità.”

Credo sia vero, molto vero, l’adagio che sostiene che nei libri c’è già scritto tutto, che le risposte ci sono già, che bisogna solo andarsele a trovare.
Ora, fatte le dovute proporzioni, Bardamu/Céline, si trovava in un manicomio nella provincia francese agli inizi del secolo scorso, io, più modestamente, all’ottavo piano di un alto palazzo d’uffici milanese, circa un secolo dopo, ma secondo me ci siamo, per approssimazione, ci siamo molto parecchio vicini…


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 15.05.06 13:21

Comments

Fantastico anche questo racconto..... :-)
Sai che li sto raccogliendo?.....

Anche nel mio settore spesso penso di trovarmi in un manicomio........ e senza fare le dovute proporzioni!! :-DDD

Posted by: Dody at 15.05.06 15:02

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