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10.05.06

Piani alti, cultura bassa / 5. Sali scendi

di Giuseppe Braga

Sali scendi

Erano le dieci e quaranta di un mercoledì mattina, un buonissimo orario per me (mercoledì è il giorno in cui lavoro solo quattro ore), un orario come tanti, immagino per molti altri. Avevo terminato una variante² al computer, ci avevo impiegato quattro ore e mezza, considerando anche le due ore del pomeriggio precedente. Dopo averla salvata nella mia cartella documenti, sottocartella varianti (nel mio piccolo sono piuttosto preciso), l’avevo mandata in stampa sul plotter del piano e adesso, ch’era uscita, perfetta e ordinata, mi toccava provvedere a far fare le usuali diciassette copie. Le avrei poi date al funzionario responsabile del procedimento, come da consuetudine amministrativa.

Scendo i tre piani di scale che mi separano dal laboratorio eliografico, moderatamente soddisfatto sia per il lavoro terminato, sia per il tempo impiegato, e soprattutto perché alle dodici e mezza saluto tutti e tolgo il disturbo fino al lunedì seguente.

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Scendo le scale con la tavola arrotolata sottobraccio, entro nel laboratorio, appoggio la tavola sul bancone. No, non è un’allucinazione, è davvero Cozza quello seduto al computer. Mi sta dando le spalle, sembra non essersi accorto di me. L’ineffabile Cozza nei momenti morti, nei momenti in cui nessuno ha bisogno dei suoi preziosi materiali, si sposta d’un paio di stanze e va ad aiutare a fare le copie nel laboratorio. Hanno dovuto fargli un ordine di servizio, non crediate, mica l’ha fatto lui di sua spontanea volontà. Quindi te la fa pesare, ovviamente, la sua presenza, in quell’ufficio. Do un colpetto di tosse, tanto per fargli capire che esisto. Intanto spero con tutto me stesso che ci sia anche Puglisi, il tecnico titolare del laboratorio, una persona squisita con la quale ci s’intende senza bisogno d’interpreti, di trattative snervanti o di capocciate.
“Sì?”, fa lui, senza voltarsi, impegnato a smanettare dentro un sito, coloratissimo, di fuoristrada.
“Avrei bisogno che mi facessi le copie”, e provo a sbirciare in fondo alla stanza, per vedere se c’è Puglisi, magari dietro un armadio, allungo il collo e sbircio.
“Guarda che Puglisi oggi non c’è”, me lo dice senza girarsi, come un killer di professione che centra il bersaglio senza guardare, scorgendo con la coda dell’occhio che stavo sbirciando in fondo alla ricerca di Puglisi. Ho un piccolo cedimento, mi pare d’essere stato colpito al cuore con un proiettile, sono quasi spacciato, ma mi riprendo subito. Anzi, sfoggio un bel sorrisone distensivo.
“Me le fai tu le copie, allora…”
Sempre dandomi le spalle, senza muovere un muscolo del collo, Cozza mi chiede se ce l’ho con me.
“Che cosa?”, faccio io, ingenuo e sprovveduto ragazzo di periferia, povero disegnatore tecnico con contratto a part-time, disgraziata pedina senza santi in paradiso, entrata in un gioco troppo grande.
“Ce l’hai il cedolino?”, e intanto, sbuffando, sta cambiando pagina web.
“Scusa?”
Adesso che ha vagamente intuito che non possiedo il cedolino, a dir la verità, pur impegnandomi, ignoro completamente di che si tratta, si volta, ride come riderebbe un sadico che sta per infierire sull’ennesima vittima, si fa di colpo serio e scuote la testa.
“Mi spiace, ma senza il cedolino non te le posso fare.”
“Perché?”
“Non chiedermi il perché, non lo so il perché e non mi interessa nemmeno saperlo, il perché…”
“Ma come sarebbe…”
“Io eseguo e rispetto le consegne. Non l’hai letta la circolare?”
“Ma che è sta novità?”
“La circolare numero 404910/04.”
Tira fuori da una pila di fogli accatastati, a colpo sicuro, la circolare in questione, la sventola con cattiveria e la rinfila sotto, senza darmi la minima possibilità di leggerla.
“Ma…”
“Ordini dall’alto.”
E senza mostrarsi neanche un po’ dispiaciuto, mentre si ributta verso i fuoristrada colorati, mi spiega che la novità è stata introdotta tre giorni fa ed è operativa da ieri.
“Dimmi una cosa, almeno. Dove lo trovo sto cavolo di cedolino?”
“Devi chiedere all’ufficio personale del tuo piano.”
Inutile stare lì a questionare, tanto ho già capito, risalgo le scale, attraverso il lungo corridoio del mio piano, busso, sempre meglio bussare prima di entrare, apro ed entro. La segretaria è impegnata al telefono e mi fa cenno d’aspettare un attimo. Aspetto un attimo, allora. Guardo fuori, oltre la vetrata, che, constato con distacco ma con una punta di invidia, è molto meno sporca della mia.
Dopo un po’ più di un attimo, durante il quale sono venuto a conoscenza dei problemi intestinali di suo figlio maggiore, dovuti alla scadente qualità dei cibi della mensa della scuola materna che frequenta, sensibilmente dopo più d’un attimo, un bell’attimo interminabile (definiamolo pure con quest’ossimoro), per nulla fuggente, la segretaria riattacca e mi chiede cosa voglio.
“Il cedolino”, le dico, sempre con la mia tavola sottobraccio, che Cozza non voleva assumersi la responsabilità di tenerla lì, nell’ufficio che non è di sua pertinenza.
“A cosa ti serve?”
Agito il disegno. Lei capisce al volo.
“Ah, intendi dire il bollettario…”
Dunque il nome corretto non è cedolino, ma bollettario, buono a sapersi, ho imparato una cosa nuova anche oggi.
“Compilalo in ogni sua parte, mi raccomando.”
Lo compilo correttamente con nome, cognome, numero di matricola, data, titolazione del disegno, tipo di carta, dimensioni del foglio, numero di copie necessarie (e qui mi tocca pure fare la moltiplicazione a memoria: 0.40 mq.x17…). In ogni sua parte, sì.
Strappo il foglietto e lascio attaccata al blocchetto (il bollettario) la parte sottostante, che riporta le informazioni ricalcate dalla carta copiativa.
Scendo di nuovo, rientro nella stanza e agito il foglietto o cedolino o bollettario o come cazzarola si chiama. Cozza non mi fila per niente, sta spiegando a qualcuno, al telefono, le caratteristiche di una monovolume quattro ruote motrici molto spaziosa e parecchio accessoriata. Attendo in piedi, in religioso silenzio. Poi Cozza mette giù, io finalmente gli porgo il foglietto compilato in ogni sua parte e lui, prendendolo in mano, comincia a scuotere la testa. S’è accorto che qualcosa non va.
“Guarda che qui manca una cosa. Non l’hai compilato correttamente. Non ti hanno detto che dovevi compilarlo in ogni sua parte?”
Io l’osservo sconsolato, più affranto che sconsolato, ma con ancora un filo di speranza, ci provo.
“A me sembra d’averlo compilato correttamente in tutte le sue parti.”
“No, no”, e mi porge il pezzetto di carta maledetto.
Lo prendo in mano e l’esamino, mi pare tutto apposto. Lancio a Cozza un’occhiata implorante e interrogativa.
“La firma del responsabile”, fa lui.
“Cosa?”
“Vedi qui, in basso a destra, ci vuole la firma del tuo responsabile.”
“Ma…”
“Senza non posso.”
“Ordini dall’alto?”
“Esatto… ma a te chi te l’ha detto?”
Non gli rispondo nemmeno. Riprendo il foglietto, riprendo il disegno, riprendo le scale.

giro scale in su.JPG

Risalgo all’ottavo piano alla ricerca del mio responsabile. Si sono fatte le undici e mezza, intanto. Entro le dodici e mezza dovrei consegnare le diciassette copie al funzionario, mi devo dare da fare. Cerco il mio responsabile, ma mi dicono che è in bagno. Aspetto, non esattamente fuori che non sta bene, aspettare il proprio responsabile esattamente fuori la porta del cesso, mentre magari sta cagando, non è il massimo dell’eleganza. Mi sposto di una decina di metri, passeggio per il corridoio a testa bassa e con le orecchie tese. Aspetto con trepidazione lo sciacquone dello scarico.
Esce, lo lascio uscire, lo lascio persino entrare nel suo ufficio e prima che si richiuda la porta dietro le spalle, per evitare che accada ci infilo il piede, attiro la sua attenzione. Gli spiego brevemente la situazione, lui mi firma senza storie, giusto un poco svogliato, nemmeno lui sapeva della novità. Ridiscendo da Cozza, sicuro d’avercelo in pugno, stavolta ho davvero tutto in regola.
Lui quando mi rivede arrivare non dice nulla, si prende il cedolino, lo osserva attentamente, e poi parte con una filippica sui perché e i percome, adesso gli è venuta una voglia matta di raccontarmeli tutti, uno per uno. I perché e i percome. Mi tocca stare lì a sorbirmi il monologo, in piedi, con la tavola sottobraccio e senza generi di conforto.
Fondamentalmente, spurgando il suo discorso, ricco di digressioni superflue, riesco a capire che il provvedimento è stato attuato con il fine d’avere un maggiore controllo e una migliore gestione del consumo di carta.
Nel frattempo, prima di apprendere questa enorme verità, gli squilla il telefonino un paio di volte, lui s’interrompe, va a rispondere e poi riparte, ma non da dove aveva smesso, no, lui ricomincia daccapo, entrambe le volte. Io sono stremato, è dalla prima interruzione telefonica che non lo sto più ascoltando, riesco faticosamente a percepire solo dei brandelli di discorso, brandelli di frasi sconnesse e incongrue. Brandelli, quello che farei del corpo di Cozza. Tanti brandelli fini, fini, fini.
Poi finisce, si blocca all’improvviso. Prende in mano il disegno, si avvicina alla macchina delle eliocopie, dà un’occhiata all’orologio, srotola il disegno, regola la manopola della velocità del grosso macchinario, alleluia, sta per fare la prima copia, invece no, si ferma. Ricontrolla l’orologio.
“Abbiamo fatto già mezzogiorno e dieci, accidenti.”
“E allora?”
“Allora adesso conviene che spengo la macchina, che è quasi ora della pausa pranzo.”
“E allora?”
“Torna nel primo pomeriggio, verso le due, due e mezza, dopo che ho riacceso la macchina.”
“…”
“Anzi no, no, facciamo in quest’altro modo che è meglio: quando è pronta ti chiamo io.”
Al suono di quelle parole, ho la fortissima tentazione d’infilargli un rotolo da ottanta centimetri di carta da plotter nel culo. Ma il mio grado di civile sopportazione è troppo alto e non mi permette di scivolare così in basso. Trattengo un ruggito e, depresso quanto potrebbe esserlo un leone al quale hanno sottratto da sotto il naso la savana, faccio per andarmene, ma Cozza, da perfetto sadico, non contento, mi richiama indietro.
“Cosa c’è?”
“Stavi dimenticando questo…”
Mi ammolla, infastidito, il disegno, mentre in un paio di secondi netti, ha già spento la macchina e infilato il giubbotto.
“Ma scusa, non puoi tenerlo tu?”
“Qui non si può lasciare nulla, non mi prendo nessuna responsabilità.”
“…”
“A meno che tu non voglia compilare questo modulo nel quale dichiari che…”

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Gli strappo il disegno dalla mani e corro giù per le scale, cinque piani a piedi, di volata a scapicollo, la via più veloce per una improrogabile, necessaria e vitale boccata d’ossigeno mista a smog. Cinque piani di corsa, con un disegno sottobraccio, dal quale sembra ormai impossibile che io riuscirò mai a liberarmi, cinque piani a piedi al gran galoppo, saltando i gradini due a due, sempre meglio che fare a pugni con Cozza che, tra le altre cose, è alto un metro e novanta, c’ha il naso a becco d’aquila e fa boxe tailandese, lo stronzone.

______________

[²] Procedimento urbanistico – composto da una relazione scritta e da una o più tavole grafiche – grazie al quale il Piano Regolatore Generale, pur non venendo alterato nella sua complessità, ne risulta sostanzialmente modificato per parti e porzioni più o meno considerevoli e ampie. Nelle suddette aree, vengono apportate le cosiddette varianti, ovvero, nuovi azzonamenti (cambi di destinazione funzionale, di volumetrie e d’uso).


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 10.05.06 13:30

Comments

Anche questo racconto è fantastico!!! Ho deciso che sei il mio scrittore italiano preferito!!! :-)
Questo Cozza, se mai esistesse, mi starebbe veramente, molto, parecchio antipatico.... Per non dire di peggio!! ma la mia mamma mi ha insegnato la buona educazione.... ;-)


Posted by: Dody at 15.05.06 09:27

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