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29.05.06
Piani alti, cultura bassa / 9. crostate, congelamenti e coibentazioni fallaci
di Giuseppe Braga
A pranzo niente brodino. Ho optato per una sobria e più sostanziosa bistecca di vitello alla piastra, patate arrosto che sapevano di gomma bruciata e una fetta di crostata con marmellata d’albicocche per dolce. Il tutto, al costo sindacale di una passata di badge (due euro e rotti), illuminati dai neon e accompagnati dal frastuono sordo e martellante del vociare indistinto degli altri centocinquanta, duecento (circa, non li ho mica contati) commensali, nel sottosuolo della mia mensa preferita, La Penisola Azzurra, ubicata nei pressi della Stazione Centrale, il tutto in compagnia come quasi ogni martedì della mia cara collega (ex di stanza) Caterina, la donna karma, di cui molto presto vi metterò a conoscenza. Non abbiate fretta, al riguardo, che con la digestione mal si abbina, la fretta, tanto tra poco vi spiegherò per filo e per segno e dopo, quando ve ne parlerò, ne avrete fin sopra ai capelli, c’è da scommetterci.
Dopo un caffè vero preso in un bar vero, come piace dire a un caro amico mio, mi separo da Caterina (che controvoglia scende al terzo), approdo all’ottavo e rientro in ufficio. Non mi tolgo neanche il cappotto, fa un freddo della madonna, peggio che prima, tocco il termostato, tanto per, ma tanto lo so di già, e infatti è gelido come un ghiacciolo, e allora riapro il file e riprendo la mia storia. Scrivere è una fonte d’energia e di calore inesauribile, naturale e perpetua (ispirazione permettendo) e non costa nulla. Conviene approfittarne, perciò.
Campo stretto, primo piano: l’uomo sulla slitta trainata dai cani è lui, è l’impiegato malinconico che ha raccattato le sue carte dall’ufficio.
L’orso bianco annusa l’aria, volta il muso e strizza gli occhi. È miope ma non lo sa. Intravede un’ombra in movimento. Comincia a correre sul pack, la neve ghiacciata si alza e le sue impronte lasciano solchi profondi sulla superficie gelata.
L’uomo, l’impiegato derelitto, sta piangendo, ma non perché è stato licenziato in tronco, nossignori. In realtà piange per il freddo. E poi non è nemmeno stato licenziato, in realtà è stato solo trasferito d’ufficio. Gli hanno cambiato le mansioni e l’hanno spedito nel circolo polare artico.
L’orso invece ride, altro che lacrime. Fatti due conti, tra poco ricomincia a mangiare.
La slitta trainata dai cani sbanda su un lastrone particolarmente ghiacciato e
“È permesso?”
Oh, che cavolo, chi cavolo è adesso?
“Avanti, avanti.”
“Ma… che freddo che fa qui dentro!”
Ci sono persone perspicaci di natura, altre lo diventano dopo anni di studio e di pratica specifici. Cesare Pisticchi non rientra in nessuno dei due casi. Pisticchi è uno che s’impiccia e basta, tutto qui.
“Eh sì Pisticchi, sai com’è, non vanno i termostati. E se li accendi, quando funzionano, esce aria fredda, è semplice la questione.”
“Cosa? Ma avete chiamato qualcuno?”
“Avete chi?”, mi giro in giro e, ovvio, trovo il vuoto attorno a me. Lo faccio notare anche al perspicace Pisticchi, muovendo il braccio in direzione delle due scrivanie vuote.
“Oggi non c’è Capone?”
“No che non c’è, a meno che non sia diventato trasparente all’improvviso e che ci stia prendendo per il culo, nascosto dietro la sua scrivania.”
“Bella battuta, *****. Il freddo ti fa bene, vedo.”
Già, intanto però, ormai di Santana se ne sono scordati proprio tutti quanti. Non viene più preso in considerazione da nessuno, povero vecchio Santana.
“Malattia?”, ammicca riferendosi all’assenza di Capone.
E io penso, forse a voce alta ma non ci giurerei, mai che si facciano gli affari propri qui dentro, eh no!, la discrezione non è di casa, l’hanno sfrattata. E poi penso che Pisticchi però, è un mago nel genere. Riuscirebbe a cavarti fuori qualsiasi cosa, nefandezze e segreti indicibili inclusi, se solo si mettesse d’impegno ne sarebbe capace. Ha un modo di fare che…
“Ehm, pare di sì”, decido di parlare subito. Magari se ne va presto, così.
“Be’, allora gliele poso qui.”
Altre pratiche, un discreto mazzetto, che si vanno a sovrapporre a quelle che già alloggiano, dimenticate da mesi, sulla scrivania di Capone.
“Brrrrr, si gela davvero, però.”
“Eh, già…”
“Battute a parte, ma tu hai chiamato qualcuno per ‘sto freddo qui?”
“Sì, i manutentori degli impianti.”
“Mmmhhh… guarda qua”, soffia e butta fuori una nuvoletta di fiato, “cazzo, se si gela.”
Gli sto quasi per fare notare gentilmente che, in quanto non si tratta del suo, di ufficio, potrebbe tranquillamente andarsene e lasciarmi in pace tra le mie stalattiti, quando sento entrare altri due colleghi. Sono Angelini e la Bulleri che cercano Pisticchi per il caffè del pomeriggio.
“Cazzo che freddo!”, fanno i due nuovi arrivati, all’unisono.
Faccio per ripetere quello che ho appena detto, la telefonata ai manutentori, etc., ma Pisticchi mi anticipa e spiega, mettendoci un po’ del suo, tutto lui.
Angelini e la Bulleri si prendono immediatamente a cuore la mia condizione. Quando devi tirare il pomeriggio anche l’unghia incarnita di tua zia in carriola che sta in Australia diventerebbe interessante e fonte di discussioni appassionate, infinite e chilometriche.
“E che ti hanno detto?”
Inutile, ormai sono entrato in un gioco più grande di me. Ormai devo scordarmi la slitta, l’impiegato trasferito in lacrime e l’orso bianco e devo rassegnarmi a dar corda a questo assortito gruppetto di rompicoglioni d’assalto che m’è entrato in casa senza nemmeno chiedere permesso.
“Sto ancora aspettando.”
“Quando li hai chiamati?”
“A mezzogiorno.”
“Ma adesso sono le tre! Gli hai detto che era urgente?”
“Be’, sì…”
“Che numero hai fatto?”
“Ho fatto questo”, prendo l’elenco aggiornato e glielo mostro.
“Mmmhhh…”, fa Pisticchi, guardandosi attorno molto dubbioso.
“Mmmhhh…”, fanno gli altri due, strappandogli dalle mani l’elenco aggiornato. La faccenda li sta indiscutibilmente, terribilmente appassionando.
“E comunque m’ha risposto una segreteria telefonica”, rendo noto all’uditorio che adesso sembra pendere dalle mie labbra.
Pisticchi con un’abile mossa riprende possesso dell’elenco, legge il numero e scuote la testa. Ripete a voce alta, a beneficio della Bulleri e di Angelini, le cifre. I due sembrano gemelli siamesi, in perfetta simbiosi, rimuginano qualcosa, fanno una smorfia secca, decisa, più che perentoria e alla fine sbottano simultaneamente.
“Ma no, ma no, ma no!, con questi qui, aspetti il prossimo inverno, aspetti.”
Riguardo l’elenco aggiornato che Pisticchi ha lasciato scivolare, con una mossa stanca ma teatrale, sulla mia scrivania. Di fianco al numero di telefono che ho composto a mezzogiorno ci sta scritto Manutentori Impianti. Chi cazzo dovevo chiamare, l’assistenza informatica?
“Questi qui”, mi fa confidenziale Angelini, dopo un breve conciliabolo con gli altri due, “questi qui non escono mai. Passano i mesi prima che escono, ‘sti qui. E lo sai perché?”
Lo ignoro, ammetto la mia ignoranza in materia, lo ignoro come ignoro di quale sostanza chimica s’era impasticcata la segretaria mentre compilava l’elenco aggiornato. Comincio a rivalutare Capone, comincio. In segreteria o sono babbee o si drogano di brutto.
“Semplice, te lo dico io perché”, mi fa, sempre Angelini, che sembra avere preso in mano la leadership del gruppo, “perché i manutentori stanno in via ******, e tu sai dove sta via ******?”
Non so neppure questa, accidenti. A mio vantaggio però, c’è il fatto che sono tutte domande retoriche, per cui basta ondeggiare lievemente il capo, in una direzione qualsiasi, e la risposta esatta arriva puntuale.
“Sta al Gratosoglio, poco prima di Rozzano.”
Come dire, e queste, sia la domanda che la risposta, me le fornisco io da solo, me medesimo. Come dire, dall’altra parte della città e figurati se quelli della manutenzione degli impianti vengono qui da noi a riparare un termostato fan-coil che non funziona, in un ufficio anonimo e sperduto di un ottavo piano qualsiasi di un palazzo alto ventiquattro piani, accerchiato dallo smog e dal traffico cittadino. Lì dalle loro parti stanno a due passi dal parco sud, più facile che vadano a farsi un giro a Milano 3.
“Allora? Cosa mi consigli?”, questa è l’unica domanda, retorica o meno, che posso fare, nella situazione in cui mi trovo è davvero l’unica.
Finalmente, sembra che non stavano aspettando altro. Finalmente possono rendersi utili, finalmente.
“Aspetta che te lo do io il numero giusto!”
“Ma sì, ma sì lo so anch’io quello buono…”
Si guardano tra di loro, dopo le parole adesso toccherebbe mettersi in azione e c’è sempre quell’attimo di smarrimento. A dare consigli ci sta la fila, a muovere gambe e mani spariscono tutti. Pisticchi zitto, zitto si accomoda sulla seggiola girevole di Capone, al riparo dietro la scrivania bunker. Angelini a ‘sto punto, da perfetto gentiluomo, sgrava dall’incombenza la Bulleri, dice, ci penso io, esce, non può più tirarsi indietro, s’allontana col piglio di chi sta per compiere la buona azione quotidiana e, dopo due minuti scarsi, nei quali Pisticchi ha malignato, ma con garbo, sul suo conto, torna.
“Eccolo”, e me lo appoggia sulla scrivania.
Il suo eccolo, l’eccolo di Angelini, è un eccolo che necessita di un grazie immediato ed entusiasta, cosa che provvedo a fornirgli prontamente. Ora sono, siamo, tutti alquanto eccitati. Osservano, osserviamo, tutti quanti il foglietto a quadretti con sopra scarabocchiato, Angelini scrive davvero male per la puttana, il numero.
“Chiamali subito, forza, che aspetti!”
“Questi hanno il laboratorio e gli uffici qui vicino al palazzo.”
“Ah be’ sì, vengono di sicuro subito.”
Sotto tale insistenza m’intimorisco ed eseguo l’ordine. Compongo velocemente il numero, chiedo solo una piccola conferma ad Angelini riguardo un sette che a me sembrava un uno, digito rapido e attento, sotto gli occhi curiosi dei miei indesiderati ospiti. Suona libero, poi una voce recita:
“Risponde l’Assistenza Tecnica degli Impianti, lasciate il vostro numero e verrete chiamati…”
Lascio nome e numero, poi riattacco.
In coro, tutti e tre: “Allora?”
Spiego.
Delusi, come se fosse stato uno sgarbo personale, riprendono a darmi consigli. Io ho il colpo d’ingegno di guardare l’orologio e, cazzo per fortuna sì, allora dio esiste anche senza riscaldamento, vedo che si sono fatte le tre e mezza.
Bofonchio un, scusate ma devo andare, sapete, mezz’ora prima, oggi, ehm, chiesto, permesso di…
Adesso sì che sono delusi. Ho tolto loro, di colpo, lo svago del pomeriggio. Non devo nemmeno fingere di rivestirmi, il cappotto non me l’ero ancora levato, faccio per mettere a posto la borsa, etc. e per fortuna decidono che devono sloggiare, adesso, se me ne vado, mica possono restare qui, lì, nel mio ufficio, da soli. E poi qui, lì, fa pure un freddo della madonna… ah già, e poi noi non dovevamo andare a prenderci un caffè? Però domani torniamo per sapere se sono venuti, eh? Anzi, dacci un colpo di telefono, nel caso.
Non penserò ad altro, ragazzi invasori miei.
Chiudo davvero il computer, prima però, mi rileggo rapidamente e salvo gli appunti sull’orso bianco e sulla slitta dell’impiegato che stava per slittare e che per il momento resta in bilico sul ghiaccio, digito i tasti con le estremità, le mie intendo, che quasi non le sento più, e mi avvio furtivamente agli ascensori. Che se scoprono che non sono uscito mezz’ora prima come avevo loro detto, sai che casino che mi piantano…
La giornata finisce, meno male, ora scendo in metropolitana e mi riscaldo un po’. Tocca sperare in domani, dopotutto, questi dell’Assistenza escono subito, o no?
Il giorno dopo è mercoledì. Passo il badge alle 8.09, entro in ufficio che sono le 8.12 e resto in cappotto, congelato, a fissare il computer con le mani in tasca, fino alle 8.48. Poi chiedono permesso e io già sento un brivido caldo. Eccoli, sì, sono proprio loro, i tecnici del riscaldamento. Finalmente li sento. Cavolo però, Pisticchi e compagni avevano ragione. Addirittura sono usciti direttamente, senza nemmeno richiamarmi. Grido loro un, prego avanti, entrate pure!, carico di sollievo e di tepore.
Entrano in due, entrambi indossano un giubbotto blu con lo stemma dell’amministrazione in bell’evidenza sul petto. Uno è giovane, esilino, capelli a spazzola e brufoli sulle guance, e tiene in mano una scatola degli attrezzi che ha l’aria d’essere piuttosto pesante, l’altro, il suo capo evidentemente, è anzianotto, capelli candidi come la neve, radi e pettinati all’indietro, corporatura massiccia e rughe profondissime sulla fronte. Una specie di babbo natale in divisa, dai modi un po’ sinistri e senza barba.
Il capo mi saluta e io lo saluto, poi mi chiede e io gli spiego. È di poche parole, meglio così. Prima fanno, prima si risolve il problema, prima torna una temperatura accettabile e prima se ne vanno. Il ragazzo intanto, ha posato la scatola per terra e sbuffa dalla fatica.
“Antonio”, fa il vecchio seccamente, “tira fuori il termometro.”
Antonio il giovane esegue. Posa il termometro sulla scrivania di Santana, quella più centrale, ma anche quella più polverosa, e inizia a fissarlo. Io me ne resto seduto, zitto e incuriosito e fisso alternativamente il ragazzo e il vecchio. Qualcosa mi sfugge. Il capo si guarda intorno, si avvicina alle finestre e scuote la testa.
“Manca la coibentazione, qui.”
Come se non lo sapessi…, ma non lo dico e lo penso soltanto.
“C’è troppa dispersione di calore.”
Mi mancava pure questa. Dovevano arrivare in due per farmelo notare (ancora pensieri).
Poi tocca i bocchettoni dei termostati, alza una griglia, smanetta la manopola dell’aria, richiude.
“Esce aria fredda. È meglio tenerli spenti.”
Semplicemente un genio quest’uomo, penso sempre tra me e me, quasi sul punto però, di dirgliene quattro e di mandarlo in quel posto.
Passano tre minuti scarsi e il ragazzo richiama l’attenzione del suo superiore. Tra i due intercorre un rapido scambio di sguardi. Dopo un fugace cenno d’approvazione da parte del vecchio imbiancato – che consiste nell’ispessimento d’un paio di rughe centrali della fronte – il ragazzo, rinfrancato (si direbbe quasi sollevato da chissà quale improbo peso), molto accuratamente, prende in mano il termometro. Senza nemmeno osare guardarlo poi, lo porge delicatamente, come fosse criptnonite o una santa reliquia, al suo capo e mentore.
“Come immaginavo.”
“…?”
“Diciassette gradi e mezzo.”
“Cosa, cosa?”
Il mezzo babbo natale in divisa blu, rilegge con più attenzione.
“Diciassette gradi e quattro, per la precisione.”
“Impossibile, cazzo. Ce ne saranno al massimo tredici.”
“Non so che dire, guardi qui.”
Guardo, ha ragione lui. E comunque diciassette gradi e quattro a me sembra lo stesso pochino.
“E allora?”, domando, sull’orlo del baratro.
“Nulla, mi spiace, ma quando la temperatura s’avvicina ai venti gradi, scatta automaticamente una valvola all’interno del termostato che fa uscire aria fredda.”
“Non ci credo! E poi, tra diciassette gradi e quattro e venti gradi, ce ne stanno quasi tre di mezzo! Che razza d’approssimazione è?”
“È così, la predisposizione dei termostati è questa gliel’assicuro. Meglio tenerli spenti, le conviene.”
Geniale, ma non ci credo. Quest’uomo è un genio assoluto, chissà quanto lo pagano per andare in giro a dire certe scemenze. Il ragazzo, nel dubbio, fa degli ampi cenni d’assenso, il suo capo ha sempre ragione. Io invece perdo la pazienza e non è da me, ma il freddo mi ha dato alla testa.
“Se qui dentro ci sono venti gradi io sono il sindaco in mutande!”, gli dico con un tono piuttosto ironico. Glielo dico per davvero, cazzo se gliel’ho detto veramente.
Lui, il genio dei termostati e delle temperature taroccate, finge di non avere sentito e ordina al ragazzo di rimettere nella scatola il termometro e di tirare fuori la bolla che certifica la loro uscita. Io esplodo e non è nemmeno questo da me, ve lo giuro. Di solito sono superiore a certe cose, ma questo mi sembra un misfatto bello e buono. Un sopruso in piena regola, una truffa…
“Non ci credo, avete tarato apposta al rialzo i vostri termometri!”
“Non dica stupidaggini, per favore”, mi fa il vecchio bastardo, con un’aria da sufficienza che se non fosse così vecchio lo prenderei a schiaffi, nel mentre sta compilando la bolla d’uscita.
Io però, scusate, ma insisto.
“Ma non sentite che cazzo di gelo fa qui dentro?”
A sorpresa, il giovane brufoloso, che s’è alzato il bavero del giubbotto e sembra intirizzirsi per il freddo, ha un barlume di vivacità intellettuale e si fa scappare un: “ Be’, in effetti…”.
Al vecchio è sufficiente uno sguardo per fulminarlo, alla faccia di babbo natale, dei buoni sentimenti, delle cappe, dei comignoli e delle renne lapponi. Poi, dopo che ha strappato il foglietto e me l’ha porto per la mia firma, con fare perentorio e autorevole, gli sibila: “Taci tu.”
Il giovane scompare con la testa sotto il bavero e s’appiattisce alla parete.
“Le sembro il sindaco?”
“Come?”
“Lasci perdere, scherzavo…”
Allora firmo, in silenzio e sconfitto su tutta la linea. Il vecchio è un bastardo, ma sotto al giubbotto ha ancora un cuore che gli batte. Da qualche parte, chissà dove, però ce l’ha.
“Senta, non so che dirle, ma il termometro parla chiaro”, mi fa compartecipe del mio dolore.
“Lasci perdere…”
“Se vuole inoltrare una protesta, le lascio il modulo prestampato.”
“Un’altra volta magari, non si preoccupi.”
“E poi, se vuole proprio che glielo dica, il problema sta a monte…”
“No guardi, a me basta il freddo della pianura, non si preoccupi per me.”
“… c’è troppa dispersione qui dentro. Va migliorata la coibentazione. Mi spiace. Si copra di più.”
Vecchio e bastardo, ma solidale e geniale.
“Oppure, le ripeto, può inoltrare una richiesta formale ai Manutentori degli Impianti. Deve solo compilare il modulo prestampato e spedirlo via fax. Poi, a seconda delle urgenze, loro escono a controllare.”
“Ma lei intende quelli che stanno in via ******?”
“Esatto, proprio loro. Noi facciamo capo a quella sede.”
“Mi scusi, ma in tutta sincerità, la mia, secondo lei, è o non è un’urgenza?”
“A lei va di lusso, lasci fare.”
“…”
“Be’, arrivederci, allora.”
Arrivederci, sarà per un’altra volta. Oggi poi è mercoledì, a me va di lusso, devo solo resistere fino a mezzogiorno, poi se ne riparlerà settimana prossima ventura, tanto mi va di lusso a me.
Alle 12.11 passo il badge in uscita e, nonostante mi vada di lusso, sono pensieroso. Ho come l’impressione di non avere imparato nulla negli ultimi sette anni della mia vita. Ma forse è solo una mia impressione. Nel dubbio, credo sia meglio mettersi un maglione in più, da settimana prossima.
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 13:30 | Comments (1)
26.05.06
Piani alti, cultura bassa / numero extra: Speciale elezioni
di Giuseppe Braga
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Oggi, sfogliando Metro, il quotidiano gratuito distribuito alle fermate del metrò, il quotidiano più letto e amato dagli abitanti, dipendenti forzati, del mio palazzo, il più letto e amato quotidiano, non tanto perché distribuito nei metrò, quanto perché gratuito, scusate per la specifica forse superflua, sfogliandolo, dicevo, a pagina 5, in taglio alto, ho scoperto che la scheda sulla quale apporrò il mio segno – indelebile, necessario e significativo – sarà di colore azzurro, sarà lunga un metro (sospetto che il giornale l’abbia segnalato, con tanto di foto, per farsi una specie di pubblicità occulta, sospetto questo) e alta quaranta centimetri. Poi ce ne sarà un’altra, credo e spero di più modeste dimensioni, sulla quale si voterà, non per il consiglio comunale, ma per determinare i consigli di zona. I consigli di zona una volta, fino ad alcuni anni fa, erano venti. Da alcuni anni a questa parte sono stati accorpati e ridotti a nove. Può sembrare una buona scelta, forse lo è (snellimento burocratico, ecc.), di certo, una volta, quando si era a quota venti, in periferia, il colore dominante era il rosso. Adesso che stiamo a quota nove, siamo tutti spalmati d’azzurro. E non è l’azzurro della scheda, no, è quell’altro azzurro, e forza … noi siamo tantissimi…, è quell’azzurro lì che intendo.
Forse non s’è ancora capito, ma domenica e lunedì prossimi, qui da noi (e non solo da noi), si vota. L’amministrazione, l’ente supremo che mi da il pane e il companatico, davanti al quale m’inchino (all’ente, ma anche al companatico), timoroso, reverente e sussiegoso, cambierà. Via il sindaco, via gli assessori, cambio della guardia nel consiglio comunale. Cambierà, ma non ci sono molti motivi per pensare che cambierà in meglio, per come la vedo io, s’intende. I sondaggi infatti (pur non fidandomi più dei sondaggi, non credo d’essere il solo, un minimo di credito, ancora ce l’hanno), ci spiegano che la signora dalla chioma cotonata, la donna manager che sorride sempre, è in vantaggio. E per me è un duro colpo al cuore. A me la signora che sorride non piace manco per un po’, che ci posso fare. Nonostante l’evidente somiglianza con Stan Laurel (provate a metterle una bombetta in testa e poi ditemi se non c’ho ragione), mi fa tutto, tranne che ridere, anzi, in lei intravedo qualcosa di sinistro, pur essendo evidentemente una donna di centrodestra, io la vedo sinistra. E poi, per restare in tema di auto-ironia e di spiritosaggini, dubito che riuscirò a vederla mai in mutande, come ho altresì avuto la fortuna di vedere il nostro attuale sindaco (l’uscente), il sindaco ormai agli sgoccioli. Non so se ci saremmo rifatti gli occhi a vederla senza tailleur, ma due belle grasse risate, di sicuro sì. Bombetta o non bombetta.
Ora, una mia specialità, voglio dare un po’ di numeri.
Elettori: in totale saremo un milione ventottomila ottocentotrentotto (1.028.838).
Di cui quattrocentosettantaseimila sei (476.006) maschi e cinquecentocinquantaduemila ottocentotrentadue (552.832) femmine. Ma io so già che saremo un po’ di meno. Ad esempio, mia nonna, molto anziana e impossibilitata a muoversi, non andrà a votare, e questo è solo un esempio. E mio cugino di primo grado (da parte di madre), pure: si sposa sabato e domenica sarà in volo, destinazione Tenerife, in viaggio di nozze (sua moglie non rientra nel conteggio, essendo residente nella provincia di Monza). Mio cugino, comunque, è solo un altro esempio che ho sotto mano.
Saranno impiegati molti, parecchi scrutatori (e qui, mi spiace, ma mi mancano i numeri esatti).
Credo di sapere, al contrario, con quanti voti è possibile sperare di venire eletti: 2000, dice il giornale (fonte: La Repubblica, che ho sbirciato al bar, prima di salire in ufficio). Ma nell’ultima tornata elettorale, a un eletto particolarmente fortunato, l’ultimo della fila, ne bastarono 700.
Si potrà votare domenica 28, dalle ore 8.00 alle 22.00 e lunedì 29, dalle 8.00 alle 15.00, un classico.
Se vi interessa sapere a che ora mi recherò a votare io, be’, non l’ho ancora deciso, saprò essere più preciso solo dopo che avrò apposto le mie due croci e le mie due preferenze (eh, sì, ho anche due belle preferenze da dare). Solitamente cerco d’evitare le ore di punta, però. Questo ve lo posso anticipare senza problemi.
Sei (6.000.000) milioni di euro è invece la cifra spesa per le cene e gli incontri conviviali/elettorali. Lo sostiene l’Unione del Commercio. Molto bene, perlomeno, spero per loro, si saranno divertiti.
Le liste che partecipano alla competizione elettorale sono più di trenta, alcune, come al solito, liste inutili, messe su all’ultimo, fatte tanto per portare via voti agli altri concorrenti, per creare un po’ di casino, insomma. Forse pure per racimolare qualcosa in termini di sovvenzioni e detrazioni fiscali, non so.
L’Assessore ai Servizi Civici (perché, c’abbiamo pure quello?) stima, per questa elezione, un preventivo di spesa di sei milioni quattrocentomila (6.400.000) euro, compreso l’eventuale – probabile – ballottaggio. Speriamo soltanto che non succeda come nelle elezioni politiche, con i ricorsi, le denunce al TAR, i riconteggi, ecc., e che tutto finisca il più presto possibile e con il minimo spargimento di sangue. Tra due settimane scarse cominciano i Mondiali di calcio, non vorranno mica rovinarci pure quelli, eh?
Nel palazzo dal quale vi scrivo, mi tocca dirlo, si nota un non so che di frenetico movimento, una vivacità sospetta, ma nulla, devo essere sincero, di particolarmente esagerato. Pensavo molto peggio, onestamente. So di un pranzo offerto, in un rinomato ristorante, dal movimento locale che fa del verde il suo colore portafortuna e so di un discreto numero di dipendenti (qualche collega lo conosco pure io) che vi hanno partecipato, più che altro perché era offerto gratuitamente. Il pranzo. Il movimento colorato e folcloristico, dunque, c’entrava, sì, ma incidentalmente, in quanto movimento organizzatore (o dovrei chiamarlo apparecchiatore?). Ovvio come il sole che, se si può sbafare gratis, non si sta a guardare il capello e nemmeno il colore d’appartenenza. Sbaglio?
Volantini
Il capitolo volantini è quello più scabroso, a mio modesto modo di vedere. Ma quante cazzo di foreste amazzoniche avranno disboscato, per stampare tutti questi cazzo di volantini (non uno su carta riciclata, nemmeno quelli distribuiti dai Verdi, ma qui il colore è da intendersi in maniera diversa rispetto al verde di prima), me lo volete dire? Me ne sono arrivati da tutte le parti. Fai per entrare nel palazzo, la mattina, e un paio, uno ai piedi delle scale, l’altro, subito prima dei tornelli, te li becchi così. Ringrazi e metti in tasca. Poi arrivi agli ascensori e ne trovi non pochi, sparsi sulla panca dell’atrio. Prendi pure quelli, più per curiosità che per spirito partecipativo. Sali e ci pensano i colleghi. Avrei questo mio conoscente, è una brava persona, guarda qui. D’accordo, come no. Senti, non è che potresti aiutarmi a darmene via qualcuno anche tu?, arriva quell’altro collega del decimo piano con un pacco di fogli colorati e patinati in mano. Lei è una bravissima, si occupa dei problemi della città da una ventina d’anni, ormai… ah, sai, però!, ecco poi la collega del diciottesimo, ci sarebbe anche lui, una cara persona, un vecchio dipendente che s’è messo in proprio e… quando arrivano le elezioni ti ritrovi un sacco di amici che manco sapevi esistessero.
E tu cominci a incamerare, affastellare, ordinare, accatastare e alla fine la montagnola non ha nulla da invidiare con la montagnola di pratiche inevase che c’ha sulla sua scrivania il tuo caro collega di stanza.
Santini e slogan, una rapida carrellata assolutamente casuale
Ada G., milanese, coniugata, ecc., fai come me, sostieni anche tu la Lista…
Scrivi Vladimiro M. e fai una croce sul simbolo di…
Scrivi R. (la preferenza è unica)
Una Milano per muoversi, per lavorare e per parlarsi
Dare valore al lavoro
La cultura e la conoscenza: un bene comune
Difendere la salute dei milanesi
Sicurezza, quella vera
Una vita in comune
Domenica e lunedì, vota così:…
Per una giusta causa, vota:…
Per votare Maurizio P.: fare una croce sul simbolo… e scrivere Maurizio P.
Milan l’è on grand Milan! (forma dialettale da non confondersi con la squadra di calcio)
Iconograficamente, più o meno, sono tutti simili.
In primo piano il candidato o la candidata. Di solito sorride, ma non è una regola ferrea.
In secondo piano, come sfondo, o il Duomo (rassicurante e clericale), o il Castello Sforzesco (la granitica tradizione lombarda) o la Torre Velasca (la tecnologia e l’innovazione della città che guarda al futuro).
Il più curioso che m’è capitato tra le mani è quello di Augusto C.: si intravede lui, accovacciato, che ti guarda dal basso verso l’alto, timidamente, quasi nascosto dietro a una fontanella (di quelle verdi, ci risiamo col verde, col draghetto dorato che sputa fuori l’acqua e col simbolo crociato della città, in bell’evidenza). Meraviglioso e molto evocativo anche il messaggio: la politica delle cose concrete.
Un bicchiere d’acqua fresca, adesso, non ci starebbe male. Per ora freno la sete e cambio argomento, ma non preoccupatevi, non m’allontano troppo.
Il sindaco (l’uscente), in queste sue ultime frenetiche settimane di mandato, sta inaugurando una serie impressionante di parcheggi sotterranei. Uno via l’altro, sembra impazzito per sta cosa qua, inaugurare parcheggi sotterranei sembra essere diventata la cosa più importante da fare. Lo si vede ovunque, o meglio, ovunque tra i nuovi parcheggi sotterranei, con l’elmetto giallo in testa, che taglia nastri e rilascia interviste, dai sotterranei. I parcheggi, soprattutto se sotterranei, sono importanti e necessari, per lui, specificamente per lui, sono importantissimi e più che necessari, sì, ma forse lo sarebbero un pochino di più le case (abitazioni, residenze, chiamatele come vi pare), possibilmente non sotterranee e con rapporti aero/illuminanti decenti, possibilmente a prezzi accessibili. Vabbé, che ci possiamo fare, nessuno è perfetto. A lui adesso è venuto il trip dei parcheggi sotterranei e non possiamo farci niente. Solo aspettare. Pochi giorni e se ne va anche lui.
I sindaci futuri (gli entranti), i prossimi e potenziali, invece, si sfidano a tutto campo e non solo nei parcheggi. Li puoi vedere all’aria aperta, nei mercati, nelle periferie, nelle feste a sorpresa, nei salotti buoni, nei centri per anziani e negli asili nido. Ogni occasione è buona. Ma non sono solo due, che vi pensate, non ci sono solo quei due cui ho accennato prima. Sì, certo, va bene, loro due, quei due, sono i due favoriti, i favoriti potenziali vincitori indiscussi, non ci sarà partita per gli altri, ma però, attenti, perché gli altri ci sono, eccome se ci sono. In tutto infatti, si presenteranno in nove, se non ho sbagliato a fare i conti e a leggere. Nove, che potrebbero spartirsi ciascuno una zona di decentramento e morta lì. Niente casini e sei milioni di euro risparmiati. Ma la democrazia c’ha i suoi costi e non deraglia mai fuori dai binari partecipativi e del buon senso. Tra questi nove c’è pure un ex campione di ciclismo su pista (come a dire, noi qui non ci facciamo mancare niente). Io l’avrei indubbiamente scelto come sindaco per la mia zona. Il problema delle piste ciclabili e della circolazione su due ruote è uno dei grandi problemi della nostra metropoli, dopo quello dei parcheggi sotterranei, naturalmente.
Breve capitolo, davvero molto breve, sui manifesti elettorali
Onnipresenti, manifesti ovunque, a pioggia, i manifesti. Come i volantini. Misure in grande scala (tre metri per nove), una grande città deve avere manifesti in grande scala, se no, che grande città sarebbe. Tra i due candidati favoriti, è soprattutto una (un po’ di più lei, la signora cotonata) ad averne molti, parecchi, tappezzati in ogni dove (anche sulle fiancate dei taxi!). Ti guardano di tre quarti, quasi sempre ringiovaniti, ti sorridono e provano a rassicurarti. Be’, uno dei due è un ex poliziotto e qualche numero per rassicurarti ce l’avrebbe anche. Ma, mi chiedo, una metropoli c’ha davvero bisogno di un (ex) poliziotto come sindaco? C’avevamo un premio Nobel, vuoi mettere il figurone, quando poi andavi all’estero (dalle mutande firmate e i parcheggi sotterranei a Ruzante e Il mistero buffo, sarebbe stato come fare un salto mortale triplo con avvitamento, bendato e senz’acqua sotto). Ma era troppo vecchio (che andassero a controllare i documenti all’inquilino del Quirinale) e indisciplinato e l’hanno eliminato in partenza. Senza interrompere il ragionamento però, penso che, piuttosto d’un ex-ministro dell’Istruzione che ragiona come ragiona e che, seguendo coerentemente i suoi ragionamenti, ha introdotto termini impronunciabili e sconcertanti come portfolio, è pur sempre meglio un onesto ex poliziotto di origini salentine (il Salento è bellissimo!), senza troppi grilli per la testa.
Domanda quasi finale, non priva di retorica
Ma perché qui ci mandano sempre dei candidati votati alla sconfitta? Persone perbene, degnissime, mosse da commuovente buona volontà, ma con un carisma e un peso politico prossimi allo zero?
Forse adesso è meglio che la smetta di parlare di politica, non fa per me, in più mi si sta fondendo il cervello. Sono le dieci e ventinove e non s’è ancora visto nessuno, qui. M’andrò a bere un buon caffè alla macchinetta, così mi sgranchisco un po’.
Svoltato l’angolo del corridoio incrocio Capone che fa su e giù davanti agli ascensori. Lo sento parlare al telefonino, anzi gridare (sono tutte parole irriferibili, scusate) e osservandolo penso che non c’è da preoccuparsi, vinca chi vinca, qui dentro, in questa zona grigia di melassa informe e gelatinosa, alta ventiquattro piani, ce la si sfanga sempre. Tutt’al più, lo spostamento d’un qualche dirigente, forse inviso ai nuovi arrivati, o magari la creazione d’un nuovo settore ad hoc, o anche, nuove, inedite e urgenti, deroghe speciali da affidare a qualche mente brillante e/o stella nascente di partito e via così.
E noi, io, a contemplare tutto questo, dall’alto del mio retrobottega in alta quota, con la visuale che sapete, annerita dolcemente da uno strato di sporco a cui ormai sono molto, parecchio affezionato.
Alla fine di tutto, a noi, chi ci ammazza a noi, lo chiamano posto fisso mica per niente…
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 10:55 | Comments (3)
23.05.06
Piani alti, cultura bassa / 8. immobili infreddoliti e increduli
di Giuseppe Braga
Immobili infreddoliti e increduli, come flosci tramezzini intirizziti.
Erano le undici e quarantadue dell’ultimo martedì di novembre. Faceva freddo e freddo, credetemi, non rende esattamente la fredda sostanza dell’idea nuda e cruda. Un freddo secco, cane, barbino, fottutissimo e bastardo. La neve ormai, un ricordo. Solo cumuli di ghiaccio sporco e, qua e là, pozzanghere ghiacciate. Ma dentro, nell’ufficio prigione dal quale sto scrivendo, era, se possibile, pure peggio. Sembrava di stare in ghiacciaia, pronti per essere serviti, come cubetti, in un bicchiere da cocktail. Dal giorno prima, che si stava così. Un freddo che ti fa passare, ammesso tu ne abbia, la benché minima voglia di lavorare. Un freddo tale che scoraggerebbe anche l’ultimo dei crumiri. Non sono uno che esagera, nonostante sia un aspirante scrittore di belle speranze, antitetico per costituzione al crumiraggio e considerato che, in quanto aspirante, li avrei tutti i numeri per farlo, non sono uno che esagera, ve l’assicuro e vi prego di prendermi sul serio.
Un piccolo balzo in avanti, ed eccomi al presente.
Adesso sono le undici e quarantaquattro, quasi quarantacinque, e io mi sto congelando. Temperature a parte, ma poi ci torno, Santana non c’è nemmeno oggi. Malattia anche sta settimana, la quarta di seguito. Problemi alle vie respiratorie, sembrerebbe una cosa grave. S’è quasi giocato, grave o non grave, il monte ore annuale e da settimana prossima (do per scontato che qualche altro giorno di malattia, entro l’ultimo dell’anno, se lo farà) gli scaleranno parte dello stipendio, ma tant’è. Anche lo stipendio decurtato è sempre meglio che questa gelida prigione. E poi, si dice che sia una cosa grave, quindi. Tutte queste informazioni ve le sto dando, in spregio alle raccomandazioni del Garante per la Privacy, perché me le ha fornite con dovizia di particolari, per filo e per segno, quella linguaccia biforcuta d’un Capone, satiro diavolaccio sfaccendato, perdigiorno mangiapane a tradimento, parassita ultra ventennale avvinghiato incistato sulle spalle dell’amministrazione, e mi pareva sgarbato non mettervene a conoscenza. Vorrei che capiste bene una buona volta per tutte con chi ho a che fare io.
I miei nuovi colleghi Santana e Capone è da un anno che li conosco e ormai, potreste dire voi, tanto nuovi non lo sono più, tanto nuovi, perciò potrei dire, aggiustando il tiro io, io che sono un aspirante scrittore, seppur clandestino, un aspirante clandestino che ha dalla sua, clandestinità a parte, l’abilità indiscussa di una vasta proprietà di linguaggio superiore alla media (statale/amministrativa) e la ricchezza, spropositata, di terminologie e vocaboli, consona agli aspiranti scrittori degni di cotanto nome, coi miei quasi nuovi colleghi, dunque dico e scrivo quasi nuovi, è da un anno che condivido con loro, coi miei colleghi semi nuovi, e qui scrivo semi, tanto per ribadire il concetto, è da un anno quasi circa tondo tondo che condivido coi semi quasi nuovi le miserie di questo buco d’ufficio.
Ma adesso, l’ufficio che sembra un buco, ve lo descrivo per sommi capi, il mio ufficio a forma di buco freddo, perché, nel suo genere, è una cosa che merita, nel suo porco genere di ufficio a forma di buco angusto e freddo.
Il mio ufficio, inteso come luogo fisico nel quale passo le diciotto ore più deprimenti della mia settimana (mediamente, più deprimenti, non è propriamente una regola fissa, ma quasi), è una specie di retrobottega rettangolare, retrobottega in alta quota, con un lato, quello lungo, esposto verso nord, lato che coincide sfortunatamente e incidentalmente col lato interamente occupato dalle finestre, a nastro le finestre, quattro moduli, con infissi in acciaio, sobri ma datati, come il palazzo, del resto, brutto e pure vecchio (1955-1966). Niente doppi vetri, né bordi sigillati, profilati piuttosto eleganti, devo dire, nella fattura del disegno tecnico, ma scomodi, non più funzionali e pieni di spifferi, per quanto riguarda il lato pratico. Ecco, il lato vetrato non pratico, generoso di spifferi, io ce l’ho alle mie spalle (fisicamente e non metaforicamente, nel senso che ormai è lontano e relegato al passato, etc.). Spifferi da ottavo piano, attualissimi. Freddi per contratto. Uno spazio, ah, ah, ah (mi scappa da ridere), a misura di legge 626 (sicurezza sui luoghi di lavoro), certo, con le colonnine e le spine elettriche infingarde a quota caviglia, con i fili del computer allegramente sparsi in mezzo alla stanza, con le prese volanti, con le canaline di plastica (che dovrebbero proteggere i cavi) troppe volte calpestate (se vengono messe in mezzo all’ufficio è probabile che ciò possa avvenire), ormai divelte e diventate canali navigabili. Climaticamente perfetto, lo riconosco. Freddissimo d’inverno, bollentissimo e umidissimo d’estate. Contro soffitto realizzato con listelli in acciaio finemente bucherellati, listelli che coprono quintali di lana di vetro e altre schifezze simpaticamente cancerogene che, immagino sempre simpaticamente, scivolano giù, giù dai forellini, piano e senza fretta, direttamente nei nostri polmoni. E qui do pienamente ragione a Santana, che già c’ha i suoi problemi. Impianto elettrico originale degli anni sessanta. Può capitare che salti la corrente, ma non è un problema di quelli insormontabili, basta avere l’accortezza di salvare ogni tre minuti il lavoro che si sta facendo, le volte in cui lo si fa, al computer. Pavimento di formica che si sta malinconicamente sgretolando, nelle giunture, e dove non si sgretola, si solleva. Altro fattore di rischio inciampi. Odore di fogli e di carta, vecchi e ammuffiti, odore da cantina di infima categoria, per essere chiari. E, per chiudere in bellezza, sotto le finestre, lungo tutto il lato nord, i famigerati fan-coil, termostati (ventilconvettori, se vogliamo essere pignoli) in gran voga negli anni che furono, ma ormai scoppiati, fusi e inefficienti (non ho intenzione di infierire), dai quali, quando esce aria calda (nella stagione giusta) è come se fosse apparsa la madonna. Nel senso che l’evento ha un non so che di miracoloso.
Retrobottega, dicevo, infatti per arrivarci, non è mica così semplice arrivarci, eh no, per arrivarci bisogna attraversare prima la bottega, cioè l’archivio, uno stanzone (di fattura simile al retrobottega, ma leggermente più grande) ricolmo d’armadi metallici alti e grigi, fitti, fitti, uno attaccato all’altro, una specie di fittissima giungla, pericolosa, buia, ma ordinata per file numerate, strette cinquanta centimetri l’una, le file, dentro le quali, se hai la sfortuna di dovere recuperare, mettiamo il caso, delle pratiche, ti devi avventurare, manco fossi Indiana Jones, scartabellando e appiattendoti come una lucertola. Cercando tra faldoni e cartellette fatiscenti in via di disfacimento, nel nostro archivio, secondo me, qualcuno è scomparso per davvero. Me lo vedrei bene, mica male, il ritrovamento di un pezzetto mummificato del braccio o di una mano che stringe, stretta stretta, la pratica del Velodromo magari, o della ristrutturazione di un vecchio edificio del centro, richiesta e chissà se mai approvata negli anni sessanta. Il tal geometra Martinelli, che tutti credevano in pensione, e invece…
Ogni armadio ha una sua bella dicitura, una targhetta scritta sull’anta, appiccicata con la colla, recante il contenuto, l’anno e l’argomento, generico o specifico, dipende e va piuttosto a culo. Gli armadi, in fila e disposti come sono disposti, sembrano grosse lapidi cimiteriali e un po’ lo sono. Contengono vecchie pratiche dimenticate, sepolte e senza vita. Affascinanti, nel loro aspetto così dark e funereo.
Ecco, dietro l’archivio popolato da armadi e non solo, nella stanza ***, che bello, ci sto io. Anzi, ci stiamo: io, Santana quando non è in malattia e perciò quasi mai, e quel vecchio parassita di Capone. Nell’archivio, i geni della riorganizzazione, sono riusciti a ficcarci, oltre alla giungla di armadi/lapidi, anche una fotocopiatrice, utilizzabile solo grazie al codice segreto, una stampante (che stampa una riga sì e l’altra pure, sbavando), il plotter che, quando la scorta di carta non è esaurita, ovvero molto di rado, è fruibile, il deposito dei rotoli di carta da plotter (molto voluminoso, ma perennemente vuoto), un tavolo per la consultazione delle pratiche, faticosamente estratte dalla giungla cimiteriale metallica, il carrellino sul quale vengono appoggiati i faldoni con le pratiche estratti dalla giungla, quattro sedie e un personal computer per le emergenze. L’emergenza degli ultimi mesi ha faccia, mani e occhi smarriti e, nello specifico, corrispondono alle facce, alle mani e agli occhi di tre poveri sprovveduti giovanissimi stagisti laureandi in architettura. I tre tapini stanno lavorando come pazzi, chissà cosa hanno loro promesso, alla catalogazione informatica di tutte le varianti apportate al P.R.G., dal 1980 a oggi. Venticinque anni, che volete che sia. Per come la vedo io, un lavoraccio che non consiglierei nemmeno al mio peggiore nemico. No, ma cosa dico, forse a lui sì. Con l’aggiunta di qualche bella frustata, però.
Sintetizzando il tutto, ottimizzazione dello spazio, si chiama, per chi fosse ignorante in materia, e ragazzi, sapete che vi dico, visti i risultati, pare proprio che funzioni.
Tornando a Santana, tra una sua effettiva malattia, le sacrosante insindacabili ferie, un’altra ineccepibile indisposizione, una necessaria e non prorogabile visita medica, un’improvvida ricaduta e altre cose così più o meno tattico/strategiche, il Santana (malato immaginario o reale?) l’avrò visto un paio di settimane, in totale, sommando anche gli spezzoni di giornata e gli spiccioli di ore. Il mio semi nuovo collega Santana è da giugno che non lo vedo e quasi non mi ricordo nemmeno più che faccia ha, quasi.
Siccome oggi c’è un freddo porco (sono tornato a oggi, oggi che è l’ultimo martedì di novembre), c’è un così freddo che a me mi sembra di stare dentro a Centomila gavette di ghiaccio, siccome è da quando la temperatura è scesa (correnti dal nord della Scandinavia, dicono gli esperti del meteo, alla tele) repentinamente, cioè da lunedì scorso, che pure Capone (tatticamente parlando Capone non è certo uno sprovveduto) ha iniziato a rognare, siccome i termostati non ne hanno per le palle di funzionare, siccome tutte queste cose, insomma, facendo una semplice addizione e mettendo insieme tutto quanto, questa settimana sono qui da solo, al Capone infatti è venuta l’influenza bella tosta ed è costretto a letto con la febbre alta, molto parecchio alta. E adesso sono qui, abbandonato al mio destino, mentre l’orologio, ammesso non si sia bloccato per il gelo, segna le dodici e dodici.
Siccome sono qui e qui, dove sono, non c’è nessun altro (in linea teorica non è affatto un male), mi devo arrangiare come meglio mi riesce. E soprattutto, lo devo fare da solo. Potrei dire, c’ho da rimboccarmi le maniche, ma la lascio solo come immagine retorica e metaforica, perché col freddo che ci sta, rischierei un principio di congelamento o uno strappo muscolare all’avambraccio.
Metto da parte le tavole del P.R.G., non c’è il clima adatto, ho le dita quasi bloccate e irrigidite, ci vorrebbero i guanti, ci vorrebbero, ma coi guanti poi come cazzo fai a fare un lavoro ad altissima precisione come il mio? Niente, per oggi decido che il problema da risolvere non è l’aggiornamento del Piano Regolatore, ma la contingente e non più procrastinabile situazione climatica.
Com’è, come non è, sapessi com’è strano lavorare sotto zero, per l’amministrazione qui a Milano…
Già ieri avevo sopportato stoicamente e in silenzio, già ieri, sperando in un miglioramento. Ieri poi però ero tornato a casa semi congelato, ma si sa, e tu te l’aspetti pure, quasi da contratto, il lunedì è una giornata un po’ del cazzo, chiudono le caldaie durante il fine settimana e, prima che riprenda una temperatura accettabile, tu devi aspettare le tre e mezzo del pomeriggio, quando va bene. Ti scaldi un po’, poi arrivano subito le quattro, esci e ti ricongeli all’istante. Hai immagazzinato tanto di quel freddo, dentro le tue ossa, che ti ci vorrebbe una vacanza ai Caraibi, per recuperare.
Inutile perdersi in fantasticherie fuori luogo, cerco subito sull’elenco telefonico aggiornato. In basso a destra, nella sezione Varie, dopo la Sorveglianza, ma prima degli Elettricisti, li trovo.
Manutenzione Impianti, tel. n° *****
Provo a telefonare, sperando non abbiano sbagliato qualcos’altro, le allegre ragazze della segreteria, oltre a quello che ben sappiamo e sul quale preferirei evitare di tornare.
Dopo tre squilli risponde un nastro registrato e mi sembra, da quello che dice la voce di uomo, quello giusto. Devo lasciare un messaggio e poi verrò richiamato, dice la voce. Non c’è problema, immaginavo che la strada, oltre che fredda e angusta, sarebbe stata in salita.
Lascio il mio numero e in sintesi spiego alla voce pre-registrata, mi bastano tre parole (Aiuto! Emergenza! Fa freddo!), il problema. In attesa di una risposta, apro un nuovo file e provo a mettere giù un inizio di storia.
Le mie dita infreddolite pigiano frenetiche sui tasti, ne escono fuori appunti, volanti ma incisivi.
C’è un orso bianco, è incazzato nero perché ha fame e non mangia da tre giorni.
Campo lungo: una slitta trainata da cani, in lontananza.
Flash back. Un uomo raccatta le sue carte da una scrivania, le racchiude in una valigetta, dà un ultimo sguardo all’ufficio d’una vita e se ne va, curvo e sconsolato.
Riguardo l’orologio, è l’una, ovviamente il telefono è rimasto muto, però in compenso s’è fatta l’ora di pranzo e anche il mio stomaco che brontola me lo sta ricordando. Un bel brodino caldo, magari, ecco cosa penso, mentre decido che è meglio scegliere una tattica attendista. Provo a cambiare gioco e chiamo Caterina. Il tempo di una pisciata, ammesso non esca ghiaccio, d’infilarmi il cappotto, di prendere l’ascensore e sono giù nell’atrio. Caterina naturalmente non c’è ancora, avrà perso o non troverà più qualcosa, prima d’uscire le succede sempre così, ordinaria amministrazione.
Sì, sì, un bel buon caldo pasto e dopo, al rientro, rinfrancato e a stomaco pieno, ridarò la carica a quei fannulloni di manutentori assenteisti del cavolo.
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 07:28 | Comments (3)
18.05.06
Piani alti, cultura bassa / 7. Titoli come fiocchi di neve
di Giuseppe Braga
Titoli come fiocchi di neve, soffici e coprenti, soprattutto casuali
Dall’ottavo piano la vista è quella che è, mi pare d’avervelo già abbondantemente illustrato, ma ci sono giorni e giorni, le cosiddette eccezioni che contribuiscono a formare la regola. Oggi, penultimo martedì di novembre, ad esempio, nevica. Bei fiocconi grossi, grossi, soffici e lievi, delicati come eteree piume staccatesi da un’ala d’angelo, fiocchi che hanno preso a scendere un’ora e mezza fa e che adesso cominciano ad aderire al suolo. Sembra quasi di stare in montagna, non fossimo nel centro della pianura padana, pensa un po’.
Il nostro sindaco, raffinato imprenditore lombardo, uomo pragmatico, ma a modo suo molto spiritoso, sindaco che tra pochi mesi se ne andrà perché giunto (fortunatamente, non posso esimermi dall’aggiungere il mio personalissimo punto di vista) alla fine del suo mandato, avvisa, attraverso il sito ufficiale, che è in arrivo (via posta, a ogni nucleo familiare) un opuscolo colorato e ottimamente illustrato, sul quale si potranno leggere, osservare e senz’altro plaudire, le grandiose opere eseguite dall’amministrazione da lui presieduta, in questi straordinari e irripetibili (speriamo) nove anni.
Oggi, ogni cosa, qualsiasi elemento solido non idrorepellente, visto dall’alto, per esempio da qui, dal mio ottavo piano, osservato con attenzione, ricoperto e sotto la neve (che adesso sta attaccandosi ben, bene al suolo), è un elemento vago e indistinto. Dall’alto, immaginando una vista zenitale omnicomprensiva (sono architetto, lavoro all’urbanistica, sono un aspirante scrittore e perciò, scusate, mi riesce particolarmente facile immaginarmi una vista zenitale della città, scusate), la città scompare e non esiste più. Coperta da questo velo spesso, da questa coltre uniforme e immacolata tanto amata dai bambini, un bianco universale e perfetto (seppure un poco sporco, lo smog resiste anche alla neve, purtroppo).

Anche il sindaco, ammesso capitasse da queste parti, avrebbe un aspetto più accettabile del solito: mimetico, informe e bianco. Lascerebbe solo vaghe impronte. Ma di impronte sulla neve, vacue, transitorie e precarie, ne è pieno, non dico il mondo, ma almeno l’emisfero settentrionale. Immagino ora, i titoli delle pagine locali dei quotidiani: Il sindaco va in bianco, oppure: L’impronta delebile lasciata dal sindaco lavoratore, o magari: A spasso col sindaco, o anche: Quattro passi nel delirio bianco. Io invece lo metterei giù così, e sarebbe un bel titolo, di sicura e forte presa: Il bel pupazzo con la fascia tricolore, saluta e se ne va! Pupazzo di neve… s’intende, s’intende.
Ora, collegando una serie di ragionamenti come fossero fiocchi che diventano, legandosi uno all’altro, una fredda e tonda palla di neve, penso a quest’altra cosa. Non ho mai avuto la ventura di incontrare il sindaco di persona. Mi spiego. Lui è lì da nove anni (certo, lui se ne sta in un bel palazzo del centro, a due passi dal Duomo, in una zona a traffico limitato, mentre noi invece siamo qui, nel caos del traffico con le centraline di rilevamento smog impazzite o manomesse) e a noi ci manda il volantino, coi suoi brillanti successi e d’accordo. Ma io, ***** *****, sono qui in questo baratro d’ufficio, all’ottavo piano vista cemento/smog, da sette anni e rotti e lui, non pretendevo certo che venisse esattamente qui da me, nel mio ufficio n° ***, ma lui mai, mai che si sia fatto vivo, mai. Nemmeno per un salutino sotto Natale o a Sant’Ambrogio, il nostro santo patrono. Il massimo che ho visto coi miei occhi è stato l’assessore all’urbanistica, una volta in ascensore, ma capitemi anche voi, non è la stessa cosa, eh no che non lo è. Per di più era pure di spalle.
Alla fine di tutto, m’inceppo col pensiero e interrompo il flusso appena in tempo, poco prima che la palla diventi una valanga di difficile gestione. E mi blocco davanti a una sacrosanta inoppugnabile verità. Io, porca la puttana ladra, lavoro per lui (quel lui va inteso come sindaco). Il mio ultimo o primo, giratevela come vi pare, datore di lavoro è lui. Tremenda quanto vera e atroce, questa verità. Accidenti a quando m’è venuto in mente sto cavolo di pensiero nevoso. Adesso rimarrò triste e immalinconito per il resto della giornata. Però, per ritorsione, cercherò di fare ostruzionismo al mio capo supremo e rallenterò il lavoro, a me mi riesce abbastanza facile rallentare. La questione è che, scusate se rimescolo nel torbido, a me questo sindaco non è mai andato troppo a genio, mai. Forse solo quella volta che aveva sfilato con le mutande di seta firmate (ve l’avevo detto che è un uomo spiritoso, no?), m’aveva fatto divertire. Per il resto, per tutto quanto il resto, preferirei sorvolare. Anzi, non chiedetemi più nulla al riguardo, grazie.
Meglio che vada a bermi un caffè, ora. A dopo.
Oggi, che non fosse giornata, l’avrei dovuto intuire dal malloppo di nuove varianti che ho trovato sul tavolo luminoso, messe lì da qualcuno a tradimento, approfittando della mia breve pausa caffè semiquotidiana. Nuove varianti che dovrò riportare, ovviamente e millimetricamente, sulle sacre tavole originali del Piano Regolatore, e pure prima della scadenza che ha il sindaco. Nel senso che, per finirle, ho sicuramente meno del tempo che ha lui per andarsene. Non bastasse il malloppo traditore che mi fissa provocatoriamente, ecco che entra in ufficio, piuttosto gongolante come suo solito, Marzia, l’aiuto segretaria del piano, una non più ragazza di quasi cinquant’anni, molto ben portati devo ammettere, che si comporta, si veste, si muove, s’agita e parla come una ragazzetta di venti (massimo rispetto alle cinquantenni e soprattutto alle ventenni, meglio se bei tocchi di figliole, ma…). Marzia c’ha un bel sorriso, c’è poco da fare, la vita evidentemente le arride e non c’è neve che tenga, buon per lei. E mentre sorride e sorride, sgambetta leggiadra verso di noi, ondeggiando minacciosamente il suo culo (sul culo di Marzia l’aiuto segretaria, mi astengo e sorvolo, come ho appena fatto col sindaco e vi chiedo pietà), volteggiandolo sfidando le forze gravitazionali. Come una ballerina sovrappeso che s’è bevuta un dito di vino di troppo, piroetta felice sul linoleum tenendo in mano, con una grazia tutta sua che sfiora la goffaggine, un mazzetto di fogli plastificati.
“Avete visto che bella nevicata, ragazzi?”, ci fa lei, quasi cantando.
Io taccio senza incrociarle lo sguardo, muovendo leggermente il capo in su e in giù, che mi sembra sempre un buon modo educato per acconsentire e per mantenere le giuste distanze di sicurezza. L’altro ragazzo, che poi sarebbe Capone, la squadra di soppiatto e le risponde con un grugnito.
A Marzia, le nostre reazioni scimmiesche non fanno né caldo né freddo e, dopo un’altra giravolta da etoile prima ballerina della Scala, ci sventola i fogli plastificati.
“Ho i nuovi elenchi telefonici, con gli uffici e le indicazioni dei piani aggiornati”, ci informa felice, e ne posa, graziosamente, uno per scrivania. Di cui una vuota, di scrivania, come sempre. Capone, appena Marzia ha svoltato l’angolo della porta, dopo averle squadrato ben bene il culo, lo prende subito in mano, l’elenco, anche se desidererebbe fare altrettanto col di lei suo fondoschiena e, preoccupato, controlla scrupolosamente.
“Mi sbagliano sempre il cognome, quelle babbee della segreteria”, dice acido, scorrendo l’elenco con l’occhio spiritato, da sopra la lente spessa dell’occhiale. “È da un anno che ho cambiato il settore, è da un anno che toppano. Mi ci mettono sempre la doppia P, quelle babbee.”
Controlla, legge e rilegge. Resta dubbioso, poi allenta i muscoli facciali e scoppia a ridere.
“Hanno sbagliato ancora?”, provo a chiedergli, piuttosto distrattamente, se devo essere sincero.
“No, no, con me tutto bene, stavolta.”
“Meno male. Vedi com’è? Mai essere prevenuti, nella vita.”
“Eh già, sagge parole” e si mette a fissarmi con un’espressione che non mi piace nemmeno un po’.
“Beh, che hai da guardarmi così?”
“No, no, è che stavolta hanno sbagliato con qualcun altro.”
“Ah, beh, dai, può succedere.”
“Eh, già, già…”
Trascorre un minuto o giù di lì. Lui smette di fissarmi e ricontrolla l’elenco. Io sto lì a farmi i miei cavoli, col Capone meno ci parlo e meglio sto. Ma lui insiste. Un minuto di silenzio per Capone è già una mezza eternità. Quindi riattacca come niente fosse.
“Tu per caso, scusami *****, sto dicendo a te, ma tu che scuola superiore hai fatto?”
“Il liceo.”
“Eh già il liceo, certo. Ma cosa, Classico, Scientifico o Linguistico? Eh, eh…” (giù risolini, ancora)
“Ma no, cazzo dici che lo sai anche tu, ho fatto l’Artistico. E poi l’università, Architettura.”
“Eh, già, già. Mi spieghi allora perché ti hanno messo che sei geometra?”
“Cosa?”
Prendo l’elenco che avevo buttato lì, senza nemmeno guardarlo, vicino al calendario che tengo sulla scrivania e vado, meglio dire precipito i miei occhi, sopra al mio nome. Metto a fuoco, ingrandisco:
Geom. ***** *****, piano 8°, stanza ***, tel.*****
È proprio vero. Sul nuovo aggiornatissimo elenco telefonico ci sto su anch’io, e questo non l’avevo messo in dubbio, ci sto su, con carattere nero su fondo verdolino, legittimamente mi pare ovvio, ma inopinatamente, del tutto erroneamente, con un titolo che non m’appartiene per un cazzo, un titolo di studio sbagliato, più che sbagliato, sbagliatissimo!, dannazione dell’animaccia loro. Geometra a me non me l’aveva mai detto nessuno. Oggi non è giornata, no, decisamente no.
Invettiva politicamente scorretta, ma necessaria.
Che cosa? Cosa cazzo sono diventato? Geometra? Ma che cazzo di elenco è mai questo? Io non lo accetto, no che non lo accetto. Niente contro i geometri, ci mancherebbe altro. Ma io, oltre a essere l’aspirante scrittore che anche voi ormai dovreste ben conoscere (dico bene?), io sono un architetto, che diamine!, bello fatto e finito, e ci tengo molto, parecchio che si sappia, anche se qui valgo meno di zero ed Easton Ellis purtroppo non c’entra, io sono e resto architetto. E non ho nulla a che spartire con loro, con quei geometri da strapazzo che si aggirano qua dentro. Anche se io qui, all’interno di queste sporche mura, sono solo un povero e mal considerato (usando un termine più diretto e un poco slang, potrei semplicemente dire: malcagato) umile disegnatore tecnico, anche se qui dentro i geometri mi mettono in riga, come si dice in gergo, anche se io sono un loro sottoposto, anche se appena vengono a sapere che sono architetto ma faccio il disegnatore poi tendono a farmela pagare senza sconti (è atavica l’antipatia tra geometri e architetti, credo risalga ai tempi di Vitruvio o giù di lì), anche se un paio di volte ci ho litigato di brutto, anche se ho alcuni conti in sospeso con loro, anche se tutte queste cose io non ho nulla contro i geometri, sia ben chiaro, sia. Lo ribadisco con voce ferma e forte, che tutti i geometri della terra e in particolare quelli che soggiornano dentro i ventiquattro piani, possano sentirmi: non ho nulla contro di voi, piuttosto siete voi a essere stolti, maldestri, zucconi e inetti… facciamo così, niente titolo di studio, tanto qui conta zero, toglietemi tutto, lasciatemi solo sig. ***** *****, ma geometra per favore no.
Cambio argomento, mi sforzo, devo riuscirci assolutamente, mi concentro e respiro col diaframma, penso a un giardino zen, inspiro aria purificata e mi sforzo, oltre a non tossire, d’aprire un nuovo capitolo. E vaffanculo ai geometri, detto senza offesa per nessuno, ovviamente. Lascio lì dov’è il malloppo delle nuove varianti, inutile che mi provocate, lascive e suadenti, per oggi non ci penso proprio, non vi toccherò neppure con lo sguardo, e apro la casella di posta elettronica, uno svago, uno scacciapensieri come un altro (e adesso ne ho proprio bisogno).
Come simpatica novità informatica, è roba fresca di questi ultimi giorni, ci è stato imposto, dagli invisibili e potentissimi uomini del server, di aggiungere una nuova e ulteriore password (oltre alle due consuete), come dire, un altro, ennesimo, passaggio per ottenere la connessione. In buona sostanza, siamo davvero strettamente sorvegliati. Ogni connessione viene sottoposta al loro benestare e registrata. E non è detto che sia poi un male, ma non prendetemi per un reazionario, ora. Basta siti porno e culi al vento, canzoni o filmini da scaricare a parenti, amanti, amiche, zii, figli e nipoti, l’occhio attento del grande fratello amministrativo ti guarda, redimiti fratello caro collega porcellone, pentiti e implora il perdono, anche retroattivo, sciocco e zuccone dipendente pubblico. Il grande fratello (ma che pensate, mica Orwell, quel gran tocco della Marcuzzi!) è uscito dal video (Canale 5) ed è atterrato, tomo, tomo nel nostro palazzo. Ne controlla, bit dopo bit, le viscere informatiche. Occhio alle spalle, ragazzi miei!
Ma, diciamocelo senza troppi peli sulla lingua, se non vai tu alla ricerca del porno, è il porno che viene alla ricerca tua. E finisce che ti trova sempre. Il porno è una cosa infallibile, ti centra sempre, il porno (metaforicamente parlando), inutile che scappi dal porno, che è peggio, poi.
Superati gli scogli delle tre password, degli user name e di quant’altro, finalmente riesco ad aprire la mia casella di posta. Trattengo il respiro, fantasticando memorabili richieste editoriali, fintanto che vedo visualizzato un unico messaggio in arrivo e mi rassegno in anticipo. Uno su uno sarebbe troppo, anche per me. Digito e leggo. Non è un editore, come previsto, ma una mittente sconosciuta dal nome evocativo e fascinoso. Chissà, penso tra me e me, mai chiudere preventivamente le porte, non sarà un editore, d’accordo, ma chissà.
Dunque mi scrive Lizzie che, con mio sincero rammarico, non ho il piacere di conoscere.
Lizzie Dooley
Oggetto: information
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Lizzie si limita a fornirmi solo queste informazioni, senza specificarne i costi. Peccato, perché ad incrementare il volume di liquido seminale del 500% e ad avere impetuose, poderose, gagliarde, veementi eiaculazioni all’altezza di un pornostar di grido, il tutto ricorrendo e facendo uso d’un unico prodotto garantito e sicuro, senza antipatici effetti collaterali, garantito e naturale al 100%, ci avrei tenuto moltissimo.
Già che sono entrato in tema, oggi, cercando di tirarmi un po’ su, provo a raccontarvi qualche storia di cui sono venuto a conoscenza, per via indiretta, grazie alle mie gole profonde (profonde non in quel senso, però). Gli invidiosi dicono si tratti di leggende metropolitane, io invece posso assicurarvi che si tratta di vicende ad altissimo contenuto erotico, tutte rigorosamente avvenute nel palazzo dal quale clandestinamente vi sto scrivendo, fingendo di lavorare per il sindaco in mutande.
A voi la scelta se crederci o meno.
Più che storie, meglio che lo specifichi subito, si tratta di luoghi, più o meno comuni, proprio il caso di dire, luoghi originariamente destinati all’oscuro e rutilante lavoro quotidiano, luoghi invece che, come se fossero stati colpiti da una scintilla imprevedibile e bislacca di qualche divinità amorosa, si trasformano imprevedibilmente in misteriosi luoghi del sesso (o dell’amore, sovente clandestino, mai limitarsi, in questi casi). Quale luogo comune è più comune – e al contempo misterioso – di quello che vede lo sbocciare dell’amore tra due colleghi all’interno dello stesso luogo in cui lavorano?
Itinerario dei Luoghi del Sesso (o del su e giù per piani a far su e giù) in pillole
(per sentito dire e non)
Nel cesso delle donne, ad esempio quando vedi uscire un uomo, magari con fare circospetto, tutto sudato e con la patta dei pantaloni mezza abbassata.
Negli uffici (scegliete pure un piano a piacere), in pausa pranzo ma non solo, chiusi a chiave. Quando poi apri la porta, che ti capita che ci devi entrare per forza in quell’ufficio, cose che a volte capitano se ci lavori, e vieni travolto sommerso da un odore inequivocabile amarognolo densissimo.
Nell’auto, nel parcheggio sotterraneo (un buon modo per ammortizzare i costi), quando senti gemiti o noti ondeggiamenti insoliti della vettura, ferma, a motore spento e senza conducente.
Sulla tromba delle scale, magari durante le ore di straordinari, molto sul tardi, magari nei periodi non invernali, che fa decisamente troppo freddo in inverno sulle nostre scale, e anche la più calda e travolgente passione ne uscirebbe malconcia, afflosciata e intirizzita.
Sul montacarichi, quando ad esempio vedi degli operai fermi, magari li vedi al tuo piano, fermi imbufaliti incazzati neri che sacramentano alle prese con delle scrivanie imballate, scrivanie tanto per dire, da trasportare al ventesimo piano, ventesimo sempre per dire, e con l’interruttore del montacarichi che segna fuori servizio, con una lucina rossa accesa da mezz’ora.
Poi invece, di notte, tutt’intorno al palazzo, si scatenano le giostre di automobilisti arrapati che, giungendo da ogni dove, senz’altro entro i limiti del territorio regionale, attratti dalla grande fama di area metropolitana popolata da creature notturne di varia e non del tutto accertata specie, ma dotata di molto, parecchio silicone nei punti giusti, strombazzano clacson, rallentano e formano code, sosteggiano in doppia fila, in spregio alle soste diurne gratta e sosta e alle politiche cittadine di disincentivazione del traffico e via così, aprono portiere e fanno salire le suddette creature, per dieci minuti o forse anche meno di trasgressione e di puro svago erotico peccaminoso sessuale. Una volta avevano beccato anche un consigliere comunale, dio non voglia, che di giorno, in aula coi colleghi, proponeva misure drastiche e restrittive, mentre di notte, se la godeva ampiamente con le regine indiscusse e incontraste della zona, giganteschi viados da un metro e ottanta d’altezza in su (bombe più o meno sexy, qui dipende molto dai gusti), con tette dalla quinta taglia in su e con… e con le misure sarà meglio che mi fermi qui, che non ho sotto mano il righello graduato.
A presto, cari sporcaccioni miei, ora mi vado ad aggiornare il P.R.G. con le ultime nuove varianti, penso sia opportuno sì, che ci terrei ad esaurire il malloppo ammiccante, almeno entro primavera. Perché io l’aspetto sempre con ansia, la primavera, proprio come il vecchio Bandini.

[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 18:04 | Comments (5)
15.05.06
Piani alti, cultura bassa / 6. Avanti e indietro, orizzontalmente
di Giuseppe Braga
Avanti e indietro, orizzontalmente
Erano le nove e vent’otto. Ero riuscito a far passare il badge appena in tempo. Tre minuti ancora e avrei dovuto recuperare la mezz’ora. La regola è impietosa, è sufficiente ritardare di un minuto (l’ultimo orario utile d’entrata sono le nove e trenta) che ti tocca mezz’ora di recupero. Una delle innumerevoli insulse e ingiustificate ingiustizie, uno dei tanti rospi da ingoiare. Ero in ritardo e la giornata era cominciata malissimo, come peggio non si poteva.
Nella nebbia di un paesino dell’hinterland, nel quale ci devo passare per forza, essendo posto tra la casa della mia fidanzata (dove alloggio nella mia metà settimana lavorativa) e il capolinea della metropolitana, la mia gloriosa Polo blu è morta, o meglio, qualcosa che io ignoro ma che sta nei paraggi del motore, s’è spento, inesorabilmente, e senza avvertirmi m’ha lasciato appiedato nei pressi di un passo carraio. Molto frequentato a quell’ora della mattina. Ho dovuto spostarla per evitare grane maggiori (la mattina tutti hanno una fretta terribile) e mi sono messo subito a spingere. Nessun abitante, non parliamo degli automobilisti, di quel simpatico paesino mi ha dato una mano e così, pur vedendomi in evidente difficoltà (di persone ne ho incrociate non poche), ho dovuto spingere, da solo, fino a un parcheggio che non ostacolasse la viabilità e le uscite carrabili. Poi ho camminato un paio di chilometri, ho trovato la fermata, ho atteso che arrivasse e ho preso un autobus con un numero a tre cifre, poi un tram a due, infine, la metropolitana, a una. Tenendo conto che ero uscito di casa alle sette meno dieci, uno scherzetto da due ore e mezza, roba che facevo in tempo ad andare a bermi un caffè a Bologna con un regionale.
Entrato in stanza piuttosto trafelato, con ancora l’adrenalina in circolo, trovo Capone, uno dei miei due colleghi d’ufficio, che sta congedando un suo vecchio collega – evidentemente venuto in visita di cortesia –, un tal piccoletto che conosco solo di vista. Io appoggio la borsa, mi tolgo la giacca, mi siedo, accendo il computer e tiro il fiato. Noto che Capone, dopo aver salutato il vecchio collega, non mi ha più staccato gli occhi di dosso, sento che sta per dirmi qualcosa e in effetti ci ho preso.
“Santana non c’è neanche oggi, malattia…”, mi dice, ammiccando prontamente verso la scrivania vuota, col dichiarato intento d’attaccar discorso, anche se io non gli avevo chiesto nulla. Faccio un sì poco entusiasta e nascondo la testa dietro al monitor, nella vana speranza che Capone si dimentichi per sempre di me.
Un’ora dopo, piegato e ingobbito, prostrato davanti al tavolo luminoso, sono sempre lì che sto sudando su una tavola del Piano Regolatore Generale (una tavola originale degli anni settanta). I retini mi si stavano appiccicando ai gomiti e io avevo appena scoperto che un intero tratto di viabilità urbana secondaria (pallinato medio), tra viale Fulvio Testi, viale Zara e viale Suzzani, m’era rimasto tatuato lungo tutto l’avambraccio. Seduto, da dietro la sua scrivania, Capone, che nell’ultima ora (cioè, da quando ho messo piede nell’ufficio) non ha smesso un momento di commentare – a voce molto alta – i fatti del giorno, sta sfogliando una rivista di settore (ometto il settore, dico solo che l’urbanistica non c’entra). Sbadiglia e mi chiede se l’accompagno a prendere un caffè. Io sto litigando con quei pallini neri dal diametro di tre millimetri e mezzo e non voglio dargliela vinta così. Lui sbuffa, mi dice quasi offeso che non sono di compagnia, che erano meglio, molto meglio, i suoi vecchi colleghi, richiude la rivista e fissa il soffitto. Prima si mette a disquisire sull’impresa di pulizie che non pulisce come dovrebbe, una volta venivano puliti molto meglio gli uffici, poi si alza e s’avvicina al mio campo di battaglia quotidiano, il tavolo luminoso. Io sto smadonnando a più non posso, i trasferibili sono vecchissimi e si sfaldano appena li sfiori. Devo attaccare e staccare, non so quante volte. Capone, ignaro e del tutto insensibile al mio piccolo dramma, decide di piazzarsi dietro di me, molto tipico come atteggiamento, e comincia a darmi dei consigli. Io lo ignoro, mi ci sto abituando, ormai. Mi si affianca, anzi s’appoggia al tavolo coi gomiti e torna a parlare dei suoi colleghi di una volta. Mi fa presente che Nardello, uno di quelli, un vecchio disegnatore della vecchia guardia, era stato proprio lui, Nardello il vecchio, il primo ad aggiornare le tavole del Piano Regolatore, esattamente queste, e nel dirlo fa toc, toc con le nocche sulla tavola, esattamente queste qui, su cui stai lavorando tu. Non contento si sofferma sulla tecnica di Nardello, totalmente differente dalla mia (che lui considera, intrinsecamente, sbagliata). E allora, tra una dissertazione e l’altra, riprende coi consigli e coi suggerimenti, io farei così, ma no, guarda che è meglio in quest’altro modo, eccetera, eccetera.
Andiamo avanti in questa maniera per una buona mezz’ora, io incurvato sopra il vetro illuminato dal neon, a litigare con quei pezzetti di pellicola trasparente appiccicosa, e lui che fa in tempo a parlarmi della liquidazione della sua ex-moglie, del caro vita, dell’assicurazione dell’auto e dei vecchi colleghi, che, manco a dirlo, erano molto meglio dei nuovi.
Sembra annoiarsi Capone, controlla ogni due minuti l’orologio, oggi non passa proprio più, eh no!, poi si tocca lo stomaco e dice: “Beh, si sono fatte le undici, è l’ora dello spuntino.”
Io riprendo a respirare regolarmente, dopo mezz’ora d’apnea vorrei vedere voi, non alzo la testa e non dico nulla, continuo il mio personalissimo litigio con i ritagli.
Lo sento che si stacca dal tavolo, che va alla sua scrivania, che apre un cassetto, prende qualcosa, e richiude.
“Ne vuoi uno?”, e si riavvicina, “sono ottimi, cracker salati in superficie, guarda qui.”
Io ovviamente, non voletemene, non guardo, ma a lui, ovviamente, non interessa, la sua era, ovviamente, una domanda retorica, fatta così, tanto per riuscire, ovviamente, a intavolare un discorso qualsiasi, cosa che è da mezz’ora abbonante che ci sta provando, ovviamente.
Poi si va a sedere, senza chiedere il permesso, ma si usa così tra buoni colleghi, alla mia postazione. Giocherella col libro che tengo sulla scrivania, guarda il monitor, con la coda dell’occhio vedo che fa una smorfia, mi chiede se voglio mettere un salva schermo come si deve, che il mio fa davvero cagare. Lo ignoro, ma sento che sto per cedere. Lui riprende in mano il libro, se lo rigira tra le mani, si sofferma sulla copertina.
“Bello come titolo. Di cosa parla, di un sonnambulo?”
“…”
“Ah, no, ho capito, non dirmi niente, è la storia di uno che soffre d’insonnia!”
“…”
Di punto in bianco, come se avesse avuto una folgorazione, a bruciapelo, mi fa una domanda a trabocchetto. E io ci casco.
“Ci hai mai pensato?”
“A cosa?”
“Alla tua pensione.”
“Veramente, ora come ora, non sta in cima alle mie preoccupazioni.”
“Io ci penserei, fossi in te.”
“Può pure darsi che noi, con questi chiari di luna, neppure la vedremo la pensione…”
“Io un pensierino ce lo farei. Costa nulla.”
“Ma non ci penso io, e ci pensi tu per me? Non capisco…”
“Tu avrai la pensione dimezzata, lo sai? Ci hai mai pensato?”
“Scusa?”
“Non sei un part-time?”
“Esatto, al 50%.”
“Dunque avrai la pensione dimezzata.”
“Bravo, sei un calcolatore formidabile, complimenti.”
“Oppure va a finire che devi lavorare il doppio degli anni, c’hai mai pensato?”
“Mi lascio questi pensieri per gli anni a venire, direi che c’è tempo.”
“Perché non ti informi?”
“Non vedi che sto lavorando?”
“Se vuoi chiamo il Settore Risorse Umane, chiedo io.”
“Hai intenzione di chiedere il part-time anche tu?”
“Non credo proprio, lo faccio per te, dai.”
“Ma scusa Capone, non c’hai un cazzo da fare, stamattina?”
“No.”
“Ecco, m’era sorto il dubbio.”
E per fortuna gli suona il telefono e per fortuna è un altro dei suoi vecchi colleghi e per fortuna s’è quasi fatta l’ora della pausa. Il dopo pranzo sarà durissimo, ma perlomeno la mattina, in qualche maniera, l’ho sfangata. Per fortuna il mio viaggio, oggi, terminerà verso le cinque del pomeriggio e non all’alba…
“Spinto dalla noia avevo finito per raccontare a Baryton molte più avventure di quanto tutti i miei viaggi avessero mai comportato, ero sfinito! E alla fine toccò a lui occupare per intero la conversazione vacante unicamente con le sue affermazioni e le sue impercettibili reticenze. Non se ne usciva. Era con lo sfinimento che mi aveva preso. E non avevo mica, io, come Parapine, un’indifferenza sovrana per difendermi. Bisognava al contrario che gli rispondessi mio malgrado. Non poteva fare a meno di strologare, all’infinito, sui meriti comparati del cacao e del caffè con panna… M’intontiva di scemenze.
Si ricominciava sempre a proposito di tutto e di niente, di varici, della corrente faradica ottimale, del trattamento delle celluliti nella regione del gomito… Ero arrivato a sproloquiare seguendo a puntino le sue indicazioni e inclinazioni, a proposito di tutto e di niente, come un vero specialista. Mi accompagnava, mi precedeva in questa passeggiata smisuratamente balorda, Baryton, mi saturò di conversazione per l’eternità.”
Credo sia vero, molto vero, l’adagio che sostiene che nei libri c’è già scritto tutto, che le risposte ci sono già, che bisogna solo andarsele a trovare.
Ora, fatte le dovute proporzioni, Bardamu/Céline, si trovava in un manicomio nella provincia francese agli inizi del secolo scorso, io, più modestamente, all’ottavo piano di un alto palazzo d’uffici milanese, circa un secolo dopo, ma secondo me ci siamo, per approssimazione, ci siamo molto parecchio vicini…
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 13:21 | Comments (1)
10.05.06
Piani alti, cultura bassa / 5. Sali scendi
di Giuseppe Braga
Sali scendi
Erano le dieci e quaranta di un mercoledì mattina, un buonissimo orario per me (mercoledì è il giorno in cui lavoro solo quattro ore), un orario come tanti, immagino per molti altri. Avevo terminato una variante² al computer, ci avevo impiegato quattro ore e mezza, considerando anche le due ore del pomeriggio precedente. Dopo averla salvata nella mia cartella documenti, sottocartella varianti (nel mio piccolo sono piuttosto preciso), l’avevo mandata in stampa sul plotter del piano e adesso, ch’era uscita, perfetta e ordinata, mi toccava provvedere a far fare le usuali diciassette copie. Le avrei poi date al funzionario responsabile del procedimento, come da consuetudine amministrativa.
Scendo i tre piani di scale che mi separano dal laboratorio eliografico, moderatamente soddisfatto sia per il lavoro terminato, sia per il tempo impiegato, e soprattutto perché alle dodici e mezza saluto tutti e tolgo il disturbo fino al lunedì seguente.
Scendo le scale con la tavola arrotolata sottobraccio, entro nel laboratorio, appoggio la tavola sul bancone. No, non è un’allucinazione, è davvero Cozza quello seduto al computer. Mi sta dando le spalle, sembra non essersi accorto di me. L’ineffabile Cozza nei momenti morti, nei momenti in cui nessuno ha bisogno dei suoi preziosi materiali, si sposta d’un paio di stanze e va ad aiutare a fare le copie nel laboratorio. Hanno dovuto fargli un ordine di servizio, non crediate, mica l’ha fatto lui di sua spontanea volontà. Quindi te la fa pesare, ovviamente, la sua presenza, in quell’ufficio. Do un colpetto di tosse, tanto per fargli capire che esisto. Intanto spero con tutto me stesso che ci sia anche Puglisi, il tecnico titolare del laboratorio, una persona squisita con la quale ci s’intende senza bisogno d’interpreti, di trattative snervanti o di capocciate.
“Sì?”, fa lui, senza voltarsi, impegnato a smanettare dentro un sito, coloratissimo, di fuoristrada.
“Avrei bisogno che mi facessi le copie”, e provo a sbirciare in fondo alla stanza, per vedere se c’è Puglisi, magari dietro un armadio, allungo il collo e sbircio.
“Guarda che Puglisi oggi non c’è”, me lo dice senza girarsi, come un killer di professione che centra il bersaglio senza guardare, scorgendo con la coda dell’occhio che stavo sbirciando in fondo alla ricerca di Puglisi. Ho un piccolo cedimento, mi pare d’essere stato colpito al cuore con un proiettile, sono quasi spacciato, ma mi riprendo subito. Anzi, sfoggio un bel sorrisone distensivo.
“Me le fai tu le copie, allora…”
Sempre dandomi le spalle, senza muovere un muscolo del collo, Cozza mi chiede se ce l’ho con me.
“Che cosa?”, faccio io, ingenuo e sprovveduto ragazzo di periferia, povero disegnatore tecnico con contratto a part-time, disgraziata pedina senza santi in paradiso, entrata in un gioco troppo grande.
“Ce l’hai il cedolino?”, e intanto, sbuffando, sta cambiando pagina web.
“Scusa?”
Adesso che ha vagamente intuito che non possiedo il cedolino, a dir la verità, pur impegnandomi, ignoro completamente di che si tratta, si volta, ride come riderebbe un sadico che sta per infierire sull’ennesima vittima, si fa di colpo serio e scuote la testa.
“Mi spiace, ma senza il cedolino non te le posso fare.”
“Perché?”
“Non chiedermi il perché, non lo so il perché e non mi interessa nemmeno saperlo, il perché…”
“Ma come sarebbe…”
“Io eseguo e rispetto le consegne. Non l’hai letta la circolare?”
“Ma che è sta novità?”
“La circolare numero 404910/04.”
Tira fuori da una pila di fogli accatastati, a colpo sicuro, la circolare in questione, la sventola con cattiveria e la rinfila sotto, senza darmi la minima possibilità di leggerla.
“Ma…”
“Ordini dall’alto.”
E senza mostrarsi neanche un po’ dispiaciuto, mentre si ributta verso i fuoristrada colorati, mi spiega che la novità è stata introdotta tre giorni fa ed è operativa da ieri.
“Dimmi una cosa, almeno. Dove lo trovo sto cavolo di cedolino?”
“Devi chiedere all’ufficio personale del tuo piano.”
Inutile stare lì a questionare, tanto ho già capito, risalgo le scale, attraverso il lungo corridoio del mio piano, busso, sempre meglio bussare prima di entrare, apro ed entro. La segretaria è impegnata al telefono e mi fa cenno d’aspettare un attimo. Aspetto un attimo, allora. Guardo fuori, oltre la vetrata, che, constato con distacco ma con una punta di invidia, è molto meno sporca della mia.
Dopo un po’ più di un attimo, durante il quale sono venuto a conoscenza dei problemi intestinali di suo figlio maggiore, dovuti alla scadente qualità dei cibi della mensa della scuola materna che frequenta, sensibilmente dopo più d’un attimo, un bell’attimo interminabile (definiamolo pure con quest’ossimoro), per nulla fuggente, la segretaria riattacca e mi chiede cosa voglio.
“Il cedolino”, le dico, sempre con la mia tavola sottobraccio, che Cozza non voleva assumersi la responsabilità di tenerla lì, nell’ufficio che non è di sua pertinenza.
“A cosa ti serve?”
Agito il disegno. Lei capisce al volo.
“Ah, intendi dire il bollettario…”
Dunque il nome corretto non è cedolino, ma bollettario, buono a sapersi, ho imparato una cosa nuova anche oggi.
“Compilalo in ogni sua parte, mi raccomando.”
Lo compilo correttamente con nome, cognome, numero di matricola, data, titolazione del disegno, tipo di carta, dimensioni del foglio, numero di copie necessarie (e qui mi tocca pure fare la moltiplicazione a memoria: 0.40 mq.x17…). In ogni sua parte, sì.
Strappo il foglietto e lascio attaccata al blocchetto (il bollettario) la parte sottostante, che riporta le informazioni ricalcate dalla carta copiativa.
Scendo di nuovo, rientro nella stanza e agito il foglietto o cedolino o bollettario o come cazzarola si chiama. Cozza non mi fila per niente, sta spiegando a qualcuno, al telefono, le caratteristiche di una monovolume quattro ruote motrici molto spaziosa e parecchio accessoriata. Attendo in piedi, in religioso silenzio. Poi Cozza mette giù, io finalmente gli porgo il foglietto compilato in ogni sua parte e lui, prendendolo in mano, comincia a scuotere la testa. S’è accorto che qualcosa non va.
“Guarda che qui manca una cosa. Non l’hai compilato correttamente. Non ti hanno detto che dovevi compilarlo in ogni sua parte?”
Io l’osservo sconsolato, più affranto che sconsolato, ma con ancora un filo di speranza, ci provo.
“A me sembra d’averlo compilato correttamente in tutte le sue parti.”
“No, no”, e mi porge il pezzetto di carta maledetto.
Lo prendo in mano e l’esamino, mi pare tutto apposto. Lancio a Cozza un’occhiata implorante e interrogativa.
“La firma del responsabile”, fa lui.
“Cosa?”
“Vedi qui, in basso a destra, ci vuole la firma del tuo responsabile.”
“Ma…”
“Senza non posso.”
“Ordini dall’alto?”
“Esatto… ma a te chi te l’ha detto?”
Non gli rispondo nemmeno. Riprendo il foglietto, riprendo il disegno, riprendo le scale.
Risalgo all’ottavo piano alla ricerca del mio responsabile. Si sono fatte le undici e mezza, intanto. Entro le dodici e mezza dovrei consegnare le diciassette copie al funzionario, mi devo dare da fare. Cerco il mio responsabile, ma mi dicono che è in bagno. Aspetto, non esattamente fuori che non sta bene, aspettare il proprio responsabile esattamente fuori la porta del cesso, mentre magari sta cagando, non è il massimo dell’eleganza. Mi sposto di una decina di metri, passeggio per il corridoio a testa bassa e con le orecchie tese. Aspetto con trepidazione lo sciacquone dello scarico.
Esce, lo lascio uscire, lo lascio persino entrare nel suo ufficio e prima che si richiuda la porta dietro le spalle, per evitare che accada ci infilo il piede, attiro la sua attenzione. Gli spiego brevemente la situazione, lui mi firma senza storie, giusto un poco svogliato, nemmeno lui sapeva della novità. Ridiscendo da Cozza, sicuro d’avercelo in pugno, stavolta ho davvero tutto in regola.
Lui quando mi rivede arrivare non dice nulla, si prende il cedolino, lo osserva attentamente, e poi parte con una filippica sui perché e i percome, adesso gli è venuta una voglia matta di raccontarmeli tutti, uno per uno. I perché e i percome. Mi tocca stare lì a sorbirmi il monologo, in piedi, con la tavola sottobraccio e senza generi di conforto.
Fondamentalmente, spurgando il suo discorso, ricco di digressioni superflue, riesco a capire che il provvedimento è stato attuato con il fine d’avere un maggiore controllo e una migliore gestione del consumo di carta.
Nel frattempo, prima di apprendere questa enorme verità, gli squilla il telefonino un paio di volte, lui s’interrompe, va a rispondere e poi riparte, ma non da dove aveva smesso, no, lui ricomincia daccapo, entrambe le volte. Io sono stremato, è dalla prima interruzione telefonica che non lo sto più ascoltando, riesco faticosamente a percepire solo dei brandelli di discorso, brandelli di frasi sconnesse e incongrue. Brandelli, quello che farei del corpo di Cozza. Tanti brandelli fini, fini, fini.
Poi finisce, si blocca all’improvviso. Prende in mano il disegno, si avvicina alla macchina delle eliocopie, dà un’occhiata all’orologio, srotola il disegno, regola la manopola della velocità del grosso macchinario, alleluia, sta per fare la prima copia, invece no, si ferma. Ricontrolla l’orologio.
“Abbiamo fatto già mezzogiorno e dieci, accidenti.”
“E allora?”
“Allora adesso conviene che spengo la macchina, che è quasi ora della pausa pranzo.”
“E allora?”
“Torna nel primo pomeriggio, verso le due, due e mezza, dopo che ho riacceso la macchina.”
“…”
“Anzi no, no, facciamo in quest’altro modo che è meglio: quando è pronta ti chiamo io.”
Al suono di quelle parole, ho la fortissima tentazione d’infilargli un rotolo da ottanta centimetri di carta da plotter nel culo. Ma il mio grado di civile sopportazione è troppo alto e non mi permette di scivolare così in basso. Trattengo un ruggito e, depresso quanto potrebbe esserlo un leone al quale hanno sottratto da sotto il naso la savana, faccio per andarmene, ma Cozza, da perfetto sadico, non contento, mi richiama indietro.
“Cosa c’è?”
“Stavi dimenticando questo…”
Mi ammolla, infastidito, il disegno, mentre in un paio di secondi netti, ha già spento la macchina e infilato il giubbotto.
“Ma scusa, non puoi tenerlo tu?”
“Qui non si può lasciare nulla, non mi prendo nessuna responsabilità.”
“…”
“A meno che tu non voglia compilare questo modulo nel quale dichiari che…”
Gli strappo il disegno dalla mani e corro giù per le scale, cinque piani a piedi, di volata a scapicollo, la via più veloce per una improrogabile, necessaria e vitale boccata d’ossigeno mista a smog. Cinque piani di corsa, con un disegno sottobraccio, dal quale sembra ormai impossibile che io riuscirò mai a liberarmi, cinque piani a piedi al gran galoppo, saltando i gradini due a due, sempre meglio che fare a pugni con Cozza che, tra le altre cose, è alto un metro e novanta, c’ha il naso a becco d’aquila e fa boxe tailandese, lo stronzone.
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[²] Procedimento urbanistico – composto da una relazione scritta e da una o più tavole grafiche – grazie al quale il Piano Regolatore Generale, pur non venendo alterato nella sua complessità, ne risulta sostanzialmente modificato per parti e porzioni più o meno considerevoli e ampie. Nelle suddette aree, vengono apportate le cosiddette varianti, ovvero, nuovi azzonamenti (cambi di destinazione funzionale, di volumetrie e d’uso).
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 13:30 | Comments (1)
01.05.06
Piani alti, cultura bassa / 4. Lettori forti
di Giuseppe Braga
Lettori forti
Io, per esempio. Non lo sono, per esempio. Ma, sempre col proposito benemerito di trarre idee, per il mio futuro romanzo, dalla realtà circostante, qualsiasi essa sia, ieri ho girato per gli uffici del mio piano, con l’intenzione di ficcare il naso. Mi sono chiesto, come se in realtà non lo sapessi, cosa mai faranno, nei momenti di relax, i miei colleghi? Può darsi che, chi può dirlo, leggano? La domanda mi pareva lecita e ben posta. Ora, non che debbano farlo durante l’orario di lavoro, ci mancherebbe, la produttività innanzitutto. Ma in pausa, dopo il caffè e/o nei momenti di svago?
Comincio con un esame di coscienza, forse è meglio. E allora parto dai libri che mi sono letto io in quest’ultimo periodo (quattro, cinque mesi). Sfoglio l’agendina alla ricerca di qualche appunto significativo. Per ogni libro che leggo, almeno due righe di solito, le scrivo.
Ferruccio Parazzoli, Il barista è sempre pallido
note: racconti, perlopiù brevi. m’è piaciuto molto. ha il raro dono della semplicità, anche se dietro a ogni brano ci sta sempre un velo di inquietudine che non ti lascia facilmente
Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte
annotazioni: un viaggio nell’inquietudine. nell’irrequietezza della crescita, una vita faticata, strappata un giorno dopo l’altro. una notte dietro l’altra, cercando di non lasciarci le penne, di riuscire a rivedere le luci del mattino. Céline è un mostro che scrive come Dio. leggi e viaggi e soffri con lui le febbri e la fame e la sete. attraversi la notte, fianco a fianco. ti faresti di chinino per potergli stare più vicino. una magia. che lingua, che immagini folgoranti, che personaggi, terribili e veri. “È un cazzo fritto, la vita.”
Gianluca Morozzi, L’era del porco
note marginali: Lajos… vuol dire che c’è qualche aspirante scrittore più sfigato di me
Peppe Lanzetta, Incendiami la vita
note laterali: non terminato. libro di racconti. napoletani veraci. belli, intensi e brevi. limitatamente a quelli che ho letto. prefazione di Lucio Dalla: non so spiegarne il motivo, ma m’è andata storta
Peter Handke, Prima del calcio di rigore
note veloci: interrotto a pagina 59, bella mattonella, non c’è che dire. troppo intellettuale e introspettivo per i miei gusti
Charles Bukowski, Compagni di sbronze
note a corredo: ripreso e riletto qualche racconto qua e là, Buk, anche se lo so quasi a memoria, mi tira sempre su il morale
Sono partito facile. Questi perlomeno li avevo letti. Più o meno, intendo. Ora posso iniziare.
I miei due colleghi di stanza non leggono. Capone scrive, al più, lettere sotto anonimato, rivolte alla stessa amministrazione o a Striscia La Notizia o alle segreterie dei politici, segnalando disservizi o carenze. Un vizio come un altro. Santana invece è più il tempo che sta in malattia che il resto. Ma di loro due parlerò dettagliatamente più avanti, ora devo proseguire nella mia ricerca e non ho tempo.
Metro, Leggo e City, che poi sarebbero i tre quotidiani distribuiti gratuitamente nei mezzanini delle metropolitane, quelli sono sparsi su ogni scrivania o quasi. Facile, quando non c’è da mettere mano al portafoglio siamo tutti dei gran lettori di giornale.
Non mi sono perso d’animo e ho perlustrato avanti e indietro per il corridoio. Sono entrato negli uffici aperti (in quelli chiusi ho ritenuto fosse meglio evitare) e con scuse più o meno banali ho allungato il collo e sbirciato. Ho visto, m’è saltato subito all’occhio, l’ultimo libro di Cunningham, l’ho visto parcheggiato sulla scrivania di una collega dell’ufficio di fronte. Poi, se s’escludono i testi specifici della materia, ovvero i manuali d’urbanistica (tomi esagerati) o i testi unici di legge o gli altri volumi e/o dispense altrettanto zeppi di leggi, articoli e codicilli (in continua, esasperante evoluzione), direi poco altro.
Ovviamente la mia ricerca non poteva avere valore scientifico (di questo ne sono pienamente consapevole). C’è anche chi (impossibile quantificarli, a meno di non frugare nelle loro borse), per pudore, riservatezza o vergogna, i suoi libri, non li lascia in bella vista sulla propria scrivania, chiaro che sì.
Tornato nella mia stanza, ho cominciato a riflettere (talvolta mi capita). Le mie riflessioni si sono via, via allargate, hanno aperto la porta, percorso il corridoio, preso l’ascensore e sono scese. Potevo forse affermare con assoluta certezza che al mio piano non esistevano lettori forti? No che non potevo. Potevo però affermare, con assoluta certezza (e pure con una certa sicumera se ce ne fosse stato bisogno), che io, all’interno del palazzo, almeno uno, un lettore forte intendo, anzi fortissimo, lo conoscevo, altroché se lo conoscevo. Eureka, mi si era accesa la lampadina!
Vitaliano Franchi, esterno al campo della mia indagine, d’accordo (è dislocato due piani sotto il mio), ma con lui andavo sul velluto. Vitaliano Franchi, geometra, per la precisione perito edile, Vitaliano Franchi, un uomo che legge come un cavallo, Vitaliano Franchi, il lettore forte che legge per tutto il settore. Vitaliano Franchi, scusatemi, ma di lui non posso non parlare.
Vitaliano Franchi ha un’età, come tutti noi, ma ne dimostra, dote appannaggio di pochi eletti, un’altra. Sarà che legge come un forsennato, un forsennato onnivoro, attento alle novità e curioso del passato, sarà che forse, come qualcuno maliziosamente sussurra, si tinge i capelli, ma di sicuro dimostra molti, molti, parecchi anni di meno. Che sia un bene o meno, lascio a voi dirlo. A me lui piace così com’è.
Non si direbbe a guardarlo, ma Vitaliano Franchi lavora per l’amministrazione da più di vent’anni, gli ultimi cinque occupati a redigere e pianificare, insieme al suo gruppo di lavoro, delle zone speciali del Piano Regolatore, zone che sono state chiamate B2. Un giorno, magari, capita che ve ne parli pure, di queste benedette zone B2, ma non aspettatevi nulla di trascendentale, mi raccomando.
Vitaliano io l’ho conosciuto grazie ai miei vecchi colleghi, prima della diaspora, e da allora s’è creato subito un bel feeling tra noi due. Soprattutto per via di un fatto. Fin dagli inizi lui, il Franchi, ha preso a regalarmi e a prestarmi, ma di più a regalarmi, libri, molti, parecchi, sostanziosi, tutti libri che lui leggeva o che non riusciva a leggere. Infatti credo che una buona parte del suo stipendio lui se lo giochi in libri. Ne compra in quantità industriale, in maniera scientifica, lui sì, sistematica. A casa sua non gli ci stanno più e allora, venuto a conoscenza delle mie velleità letterarie, dopo ore e ore trascorse a discutere di libri, autori e di varia letteratura (ore abilmente sottratte all’impiego amministrativo), forse mosso a compassione o a chissà che altro, ha cominciato a farmi dono di libri. E che avrei dovuto fare? Ho accettato subito, anche perché, meglio puntualizzare, a lui, come contropartita, era sufficiente leggere qualche mio scritto ogni tanto, per avere il gusto poi, terminata la lettura, di potermelo criticare in assoluta e piena libertà. Uno scambio più che equo, direi molto vantaggioso. Per entrambi, ma senza dubbio per me.
Vitaliano Franchi legge di tutto, si fagocita libri come un coccodrillo affamato, con una velocità e una voracità pazzesca. Non solo. Per evitare di acquistare libri già acquistati (gli è capitato più d’una volta), per evitare di leggere libri già letti (gli è capitato pure questo), ha congegnato un sistema infallibile, grazie al computer e soprattutto grazie alle ore di libertà (i famosi momenti morti) che la riorganizzazione (definiamola pure lenta e macchinosa) delle zone B2 gli consente di avere.
Con l’aiuto del suo personal computer, infischiandosene dei colleghi di stanza, Vitaliano Franchi ha allestito un database con i contro fiocchi. Roba da librai o bibliotecari professionisti. In soldoni, per farla breve, il Franchi, ha inserito e catalogato tutti i libri acquistati, a partire dagli ultimi dieci anni (peccato che non gli sia venuto in mente prima) in qua, li ha inseriti per autore, con una colonna apposita per il titolo e un’altra per il commento specifico e dettagliato. Altro che agendina volante come il sottoscritto. Lui, tutto computerizzato. La scheda, coi ritmi di lettura che tiene, va da sé, è obbligato ad aggiornarla ogni due, tre giorni. Una macchina da lettura, altro che amministrazione, dovrebbe andare a interpretare il ruolo di Robert Redford ne I tre giorni del condor, che si leggeva solo gialli da mattina a sera (Franchi farebbe meglio, lui non è monotematico) per conto della CIA.
Non è tutto, a parte, in un altro file, ben distinto dal precedente, il Franchi tiene la lista dei libri prossimi da comprare e la lista dei libri appena comprati.
Vi starete chiedendo, beh, facile, se ne sta lì, bello, bello, a riorganizzare lentamente le famigerate zone B2 e intanto, nei frequenti momenti morti, chissà come e quanto leggerà. E invece no, devo smentirvi, a Vitaliano Franchi tutto si può dirgli, ma non che sia un uomo banale. Infatti lui, mai e poi mai, sottolineo il mai, ha mai letto, manco una riga, in ufficio. Un vezzo forse, però è così. Lui l’ufficio lo utilizza, B2 a parte, solo per organizzarsi meglio, anche perché il computer a casa mica ce l’ha.
Vitaliano Franchi è uno di quegli strani esseri che, isolandosi con cuffiette regolamentari, legge in tram, tra la folla accalcata, oppure in casa, comodamente seduto in poltrona, con la tele spenta.
Con lui, come dicevo, spesso ho avuto il piacere di discutere di libri. Ricordo, ad esempio, che fu lui a consigliarmi e, soprattutto, a darmi da leggere (e qui lo devo proprio ringraziare) Il lercio di Irvine Wells e Nell’intimità di Kureishi, tanto per citarne due a caso. Oppure, ricordo anche, la lunga discussione a margine di Vergogna di Coetzee. Al Franchi non era andata giù come Coetzee aveva risolto la vicenda. La figlia avrebbe dovuto vendicarsi, come minimo. Io non mi trovavo del tutto d’accordo e quasi se l’era presa con me, e allora, m’aveva detto, tu che scrivi, come l’avresti fatto finire? Insomma, per lui, il finale era da cambiare.
Tendenzialmente, considerato che di norma, qui, tra uffici, ascensori e corridoi, la conversazione, il chiacchiericcio diffuso e vario, verte spesso, se non quasi esclusivamente, sul tutto e sul niente, vago e approssimativo, è quasi un lusso, poter conversare di tanto in tanto con uno come il Franchi.
Stanno bussando alla porta, ora vi devo lasciare, alla prossima, ma non preoccupatevi, del perito edile Vitaliano Franchi, sesto piano, lettore forte, come si dice in gergo, ne sentirete ancora parlare.
[segue]
Posted by Giuseppe Braga at 13:18 | Comments (5)