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27.04.06

Piani alti, cultura bassa / 3. Il Principato di Cozza

di Giuseppe Braga

Il Principato di Cozza

Avevano sbagliato numero, cercavano una scuola civica e la voce femminile che la stava cercando, s’è pure alterata quando le ho detto che io non ero il professore della scuola che cercava. Se l’è presa in generale con le amministrazioni pubbliche, coi burocrati, coi telefoni e in particolare col fatto che, una volta acclarato che io non ero neanche il custode o al più un commesso della scuola in questione, non le potessi passare direttamente la telefonata alla segreteria della scuola. Facevamo tutti parte della stessa amministrazione, o no? Hai voglia a spiegarle che i dipendenti, tutti compresi, disseminati per l’intera città, saranno dodicimila o giù di lì, me incluso.

Ma sarà meglio tornare a Cozza¹, sono in debito con voi. Eugenio Cozza, tanto per contestualizzare il personaggio, un capitolo/piano del mio romanzo, di sicuro se lo meriterebbe tutto. Ecco, forse, magari proprio un capitolo tutt’intero forse no, ma un paio di paragrafi (una porzione di piano) belli sostanziosi e corposi, di sicuro. Vorrei rendere lampante, il più possibile esplicita, l’idea: Cozza è un piccolo principe intrappolato in un corpo sgraziato, e fuori scala, da muratore bergamasco.

Il Principato di Cozza ha il suo nucleo (una sorta di enclave che gode dei diritti di extra territorialità, al di sopra delle più universali e condivise regole comunitarie) fondamentale in una stanzetta del quinto piano, la stanza n° **, la sacra stanzetta della cancelleria. Da quel preciso punto geografico, cuore pulsante, il suo Principato s’estende per i tre piani superiori. Almeno, tre piani. Tre piani escluso il suo, che non conto ma che fa media, popolati dai suoi (alcuni, vedi il sottoscritto, riottosi) sudditi. Ma a Eugenio Cozza non la si fa, a Cozza non si sfugge, prima o poi ci si deve fare i conti, amarissimi conti, col Cozza. Centro di gravità preminente, inesorabile e spietato, è lui a decidere, bontà sua, cosa distribuire e cosa invece no. Gode di poteri notevoli, piovuti direttamente dall’alto. Il buon Cozza, diciamo, è il mio parametro, il mio metro di paragone. Il giorno in cui diventerò come lui, ho già impartito l’ordine, dovranno abbattermi. Anche con una bella spinta nella tromba delle scale, che farebbe molta scena, se necessario.

Cozza (lo sto studiando da un paio d’anni e dunque parlo a ragion veduta) tiene sempre un passo dinoccolato e spesso tende ad occupare l’intero corridoio, come se fosse di sua proprietà. Se te lo trovi davanti, devi appiattirti alla parete, se non vuoi rischiare di venire travolto. Sgamba avanti e indietro con un camminata felpata e ampia. Ha due fette che sembrano le scialuppe di salvataggio di un transatlantico. Un naso prominente a becco d’aquila, il timone evidentemente, due orbite fisse e immobili scavate nella carne e due pupille nere più immobili delle orbite (fari puntati nella profonda notte degli oceani). Trampoli al posto delle gambe (i remi delle scialuppe) e braccia come argani. Una specie di Titanic ingombrante e fastidioso. Cozza sta sul culo al mondo intero. Non è una questione fisica e neppure d’etica marinara, in giro c’è di peggio. Solo, lo si vedrebbe volentieri affondare tra i mari ghiacciati del nord, con tutto il rispetto per gli esquimesi che si ritroverebbero tra i coglioni un tale spacca palle. Cozza, una cosa dovrebbe fare ed è quella che poi, più o meno, dipende dal suo gradimento, fa. Distribuire il materiale da lavoro. E fin qui nulla da obiettare. Solo che, ogni volta che ti tocca d’andare nel suo ufficio sembra quasi di dover supplicare o elemosinare. Innanzitutto gli devi ripetere tre o quattro volte il motivo per cui sei lì. Lui è una di quelle persone che tende a fare finta di non capire, che ci sguazza nel sentirsi ripetere le cose, che gli ride anche il culo quando sei lì che lo supplichi e lo implori di darti una matita, grafite nera morbida. Come se fosse roba sua. Cozza, senza alcun motivo plausibile, è geloso, rigoroso, severo, possessivo. Ama smodatamente ogni singolo piccolo oggetto (anche le graffette e le puntine) che alloggia nel suo armadio, chiuso a chiave, l’armadio. E quindi non è neppure così scontato che, nonostante il nullaosta della richiesta formale, accettata e vidimata, una volta scesi ed entrati nel suo principato, il materiale sia disponibile. Dipende dai giorni e dagli umori.

il taglierinoTemperamatite, gomme morbide e gomme dure, taglierini, bisturi, matite a pulsante, matite senza pulsante, pastelli colorati, scotch di carta, scotch normale e scotch trasparente, lamette (quelle da barba, servono a grattare via la china dai fogli), rotoli di carta lucida e rotoli di carta opaca, cartucce per il plotter, pennini a china (per questi bisogna strisciare in ginocchio), biro a punta fine o biro a punta media o biro a punta larga, risme di fogli A4, risme di fogli A3… l’elenco potrebbe proseguire in eterno. Come alcune attese, davanti alla sua porta. Cozza è uno di quelli che, guardandoti negli occhi con occhi di sfida, ti dice, anche se non apre bocca, lascia ogni speranza o tu che varchi la mia porta. E noi, altri non siamo che i piccoli insetti intrappolati nella sua fitta, spessa e grassa ragnatela. Con un triste destino già segnato. Cozza è così, non si lascia impietosire facilmente. Tu sei lì che strisci, lui sorride, impassibile e sadico, e se gli gira storto, s’inventa una palla e la roba mica te la da.

Quello è il Principato di Eugenio Cozza. Quinto piano, stanza n° **. Girateci alla larga se appena potete. Fatevi la scorta nella cartoleria sotto casa, che forse è meglio. Cozza, la supponenza fattasi carne e ossa. Povero lui e poveri noi. Cozza vince sempre. Per arrivare a un qualsiasi scotch di carta del cazzo bisogna passare da lui. Che vitaccia infame.

Pensieri paralleli (confessione spontanea)

Paradossalmente, pur lamentandomi (quello che ho dato è solo un assaggio di lamento) a giorni alterni, continuativamente, pedantemente, ossessivamente, stancamente, io alla fine della fiera (a proposito, che fine farà l’area dove aveva sede, l’ormai ex, fiera di Milano? A parte i tre grattacieli, belli o brutti che siano, non voglio entrare nel merito, forse ci sarebbe più da preoccuparsi del resto, ovvero della fitta concentrazione di edifici residenziali che verranno venduti a prezzi altissimi, ma questa è un’altra parentesi, qui al settore urbanistico si vive di parentesi, edifici vicinissimi uno all’altro, alti non poco, tanto non poco che, per poterli realizzare, l’amministrazione ha modificato, ritoccandoli al rialzo, gli indici di fabbricazione, ovvero, i metri cubi edificabili), come si dice qui dalle mie parti, io mi ci sono affezionato a questo indecente e lurido posto di lavoro. Perché poi, nei momenti tristi, avvilenti e bui, in quei particolari momenti in cui vengo sopraffatto da pensieri immondi e immorali, penso all’incredibile materiale letterario da cui posso attingere (umano, tangibile e inanimato). Materiale che qui dentro, immaginatevelo spalmato per tutti i piani (mi ci metto dentro anch’io, figurarsi se non mi ci metto dentro), ce ne sta in sovrabbondanza. E allora medito, rifletto e mi riprometto di non andarmene (che poi, dico e dico, ma non saprei neppure dove diavolo andare, ora come ora), almeno finché non ci avrò davvero cavato fuori un memorabile e formidabile romanzo, da questa tremenda prigione, profonda ventiquattro piani.

Ma quanti anni sono trascorsi? Quand’è cominciato questo viaggio allucinante? Quando ha avuto inizio la tremenda detenzione? È previsto uno sconto di pena? Chi ha deciso d’infliggermi simile punizione? Terranno conto della buona condotta? Potrei, come ultima ed estrema soluzione, tentare un’evasione? Domande legittime che meriterebbero una risposta…

Me lo ricordo molto chiaramente, era il nove maggio di sette anni fa. Varcai la famosa porta a vetri, salii i gradini, presi l’ascensore, atterrai al piano indicatomi, attesi tre giorni. Poi qualcuno fece il mio nome, io entrai in una stanza, ascoltai quello che avevano da dirmi, silenzioso e già sconfitto, acconsentii col sorriso del condannato e firmai il contratto. Ero frastornato, semplicemente atterrito. Non mi rendevo pienamente conto, la mia mano si muoveva meccanicamente, tentavo ma mi risultava impossibile fermarla o deviarla. Non mi rendevo affatto conto, ma avevo appena compiuto una grandissima, imperdonabile cazzata.

Ricordo mio padre, tornato da chissà dove con un modulo prestampato, dai, guarda qui, almeno dagli un’occhiata prima di rifiutare, e poi mia madre, la complice occulta, scusa, non vorrai mica continuare a lavorare da quell’architetto che non ti paga nemmeno i contributi, non ci pensi alla pensione?, perlomeno iscriviti, partecipa al concorso, perlomeno provaci, ricordo ancora mia madre, speriamo che t’assumano, perlomeno così ti sistemi, ma scherzi, coi tempi che corrono, perlomeno un posto fisso sarebbe l’ideale, e ricordo anche, ma più vagamente, la prima prova, un test davvero demenziale e stupido, superata brillantemente, poi la seconda, la prova pratica, un disegno tecnico, affrontata controvoglia ma superata anche quella e infine la terza, l’esame finale orale.

Ricordo, come potrei scordarlo, la mia fidanzata dell’epoca, me la ricordo mentre, molto seria, mi spiega che questa è un’occasione che non puoi fallire, che occasioni del genere non ti capitano mica tutti i giorni, che devi impegnarti al massimo per superarla, che è ora che pensi al futuro, a noi due, a una sicurezza economica… e allora mi sono impegnato, mi sono messo sotto a studiare e, nel frattempo anche lei non è stata da meno, s’è messa sotto (immagino anche sopra, di fianco e di lato) e dopo tre mesi che ero stato assunto, fresca come una rosa, se n’è uscita fuori (con uno di quei discorsi, senza dubbio un topos, che almeno una volta nella vita, ognuno di noi s’è sentito fare) che mi vedeva cambiato, che non ero più io, che m’ero intristito di colpo, che sembravo un altro e che lei con un impiegato sedentario e sfigato non ci voleva stare, che lei aveva altri sogni e mille progetti per la testa, dinamici, i progetti, e per sogni e per progetti intendeva dire un altro uomo e così, dal mattino alla sera, senza menare troppo il torrone, m’aveva lasciato. E prima che mi lasciasse, nell’intervallo di tempo, allucinante a ripensarci adesso, in cui aspettavo il risultato e la graduatoria finale, un bel cazzo di giorno quella raccomandata era arrivata, recapitata da uno stronzo di postino, nella mia casella. Ero stato assunto, c’era scritto a chiare lettere, semplice e indolore, a tempo indeterminato, dovevo solo presentarmi e firmare il contratto. In-de-ter-mi-na-to. Tredici mensilità, ferie e malattie pagate, recuperi festività, permessi a ore, straordinari, premi di produzione, articolo 19, ex-articolo 20, buoni pasto, un’occasione da non lasciarsi scappare, almeno provarci, tutti ancora a dirmi, provaci, che cosa c’è di male, tentar non nuoce, ti fai un’esperienza nuova, forza, provaci, che vuoi che ci sia di male, ti confronti con un ambiente nuovo, vedrai che ti troverai bene. Io non dico d’essermi trovato male, tutt’altro, non me lo sentirete mai dire, però non posso non ricordarmi quei primi tempi, quelle prime settimane, quei primi mesi. Li ho stampati qui, me li ricordo come fossero tessere di un mosaico mostruoso a forma di incubo. Effettivamente, ripensandoci ora a sette anni di distanza, m’ero abbrutito non poco, molto, parecchio, in quel periodo, e la mia fidanzata forse, non ha avuto tutti i torti.

Ricordo i primi giorni, l’impatto col palazzo, noi, un branco di poveri sfigati di varia estrazione, posteggiati al diciassettesimo piano, in attesa di sapere a quale settore saremmo stati assegnati. Io e gli altri tredici sfigati neoassunti. Gente simpatica, per carità, con la quale però non sono riuscito a spiaccicare una parola per tre giorni. Tre giorni accampati nell’atrio ascensori del diciassettesimo piano, perché il dirigente era assente e nessuno al suo posto poteva prendersi la responsabilità e decidere chi e dove mandare.

l'atrio, gli ascensoriIo li avrei mandati in quel posto, ma intanto stavo lì, con gli altri tredici. Aspettavo e mi ascoltavo i discorsi che si fanno in situazioni del genere. Il campionato di serie A, le esperienze lavorative precedenti, il Milan campione d’Italia, l’incertezza del settore privato, il capocannoniere Ronaldo, le speranze per il futuro, la campagna acquisti…

Poi, finalmente, l’assegnazione al girone, e ciascuno che partiva per la sua destinazione. Chi saliva, chi scendeva, chi doveva abbandonare il palazzo e andare in altri luoghi, più o meno ambiti, più o meno accoglienti. Un bel numero di matricola ciascuno, un tesserino di riconoscimento, un opuscolo informativo sui diritti e sui doveri del lavoratore, un altro paio di belle firmette, grazie, e il gioco era fatto. Ascensore prego, ottavo piano, la mia fermata.

Settore Urbanistica, Disegnatore Tecnico, sig. ***** ***** matricola n° *******.

E così, sette anni dopo, eccomi ancora qui, all’ottavo piano, stanza n° ***. I miei sette anni in Tibet, la mia lenta traversata del deserto, la mia dolce morte. Qualcuno potrebbe alzarsi e dire, ma di che ti lamenti che c’hai il posto fisso, assicurato e garantito! È vero, che brutto il costume di sputare nel piatto in cui si sta mangiando. Però a volte, mancando di condimento, anche uno sputo insaporisce un po’ la pietanza, o no?

Io allora, che dopo un anno di prigionia a tempo pieno, ho scelto un’agonia più dilatata e rarefatta, soprattutto meno pagata (agonia chiamata part-time), io che c’ho il posto assicurato e sicuro, blindatissimo (anche se ormai, come si dice in giro, il posto fisso non c’è più e le privatizzazioni avanzano), io, l’aspirante, il clandestino per necessità, lunedì scorso, intanto che aspettavo la risposta per il mio scotch, ho pensato a chi invece un lavoro (né fisso, né mobile) non ce l’ha e pensando e ripensando a chi non ha nemmeno un mezzo straccio di lavoro, da buon aspirante che deve provvedere a tenersi in allenamento e dunque provare a scrivere qualche straccio di riga, mentre fantasticavo sullo scotch, ho scritto questo (senza punti)

poi cerco, cerco, io cerco e loro che me lo dicono, dicono guarda che ci sta la crisi, mi dicono così, dicono c’è la crisi, guarda che mica lo trovi il lavoro tu, ci sta la crisi ci sta, dicono che ci vuole il pezzo di carta e io che cerco e il pezzo famoso, quello di carta, è necessario quel pezzo, di carta, il pezzo e la laurea, la vuoi sapere questa, adesso nemmeno ti basta più la laurea figurati, magari non la sapevi questa, eh no, ma ai nostri giorni, ai giorni, i nostri, ci vuole la specializzazione, il corso post-laurea, almeno il master ti ci vuole. cosa che cosa che master che cosa? che? tutti allora che mi dicono e di qui e di là e tu il lavoro non lo trovi anche se ti sbatti e di su e poi di giù guarda che tu il lavoro non lo trovi, e io che cerco e davvero no che non lo trovo sto pezzo di lavoro e se non cerco, ascolto, ascolto e passano le ore e pure i giorni passano e io sempre fermo lì ad ascoltarli, i cervelloni sapientoni, e poi però basta, basta e basta però, poi basta perché anch’io tengo una certa dignità, basta, che volete che vi dica anch’io la tengo una dignità, anche se c’ho solo la licenza media ho studiato poco io, solo per quello, ho studiato poco, c’ho solo quella io, un pezzetto di carta che ai giorni nostri nemmeno la laurea basta più, figurarsi la licenza di terza media che tengo io cosa può valere, ma io ho bisogno, eh sì, ho bisogno di lavorare come tutti quanti io, allora cerco e cerco, io cerco, cerco e mi stanco e quando sono stanco e non cerco e non ascolto quelli che dicono che ci sta la crisi, per fortuna una cosa la faccio, io, mi siedo alla poltrona e guardo alla tele, io guardo la tele e mi scordo che lo devo trovare il lavoro, io, davanti alla tele per fortuna, magicamente meravigliosamente magnificamente, me lo scordo il bisogno di lavorare, è come una cosa miracolosa come la ruota della fortuna come quel mago che t’intreccia le mani come se facessi ambo al lotto tutti i sabati, e chi se ne fotte più del lavoro allora, io guardo la tele e mi distraggo, la guardo spesso, che ci stanno di q

Come diceva il poeta, lavorare stanca, ma a essere disoccupati, secondo me, ci si stanca parecchio di più. Molto, parecchio di più.

Adesso, se dio vuole, finalmente m’attacco lo scotch.

______________

[¹] Cozza è ovviamente un nome di pura fantasia, assolutamente, dichiaratamente, palesemente inventato, così come gli altri che, d’ora in poi, leggerete.


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 27.04.06 11:05

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