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23.04.06

Piani alti, cultura bassa / 2. Prova d'evacuazione

di Giuseppe Braga

La prova d’evacuazione l’hanno fatta per davvero.

piano_d_evacuazione.jpgPeccato che s’è svolta di venerdì pomeriggio e io, che lavoro solo i primi tre giorni della settimana, non ero in ufficio. E come me, provo a indovinare, non c’erano molte altre parecchie persone. I fedeli dipendenti (forzati cronici) del weekend lungo. Il venerdì pomeriggio, ma è solo un vago ricordo il mio, il vago ricordo di quando lavoravo l’intera settimana, è la frazione settimanale consacrata ai permessi, alla uscite anticipate, a indisposizioni, a visite mediche, alle varie ed eventuali, il venerdì pomeriggio gli uffici, a quel che ricordo, erano perlopiù vuoti. La settimana corta è un diritto di tutti, che cavolo. Il profumo del sabato è troppo invitante per non cominciare ad assaporarlo dal pomeriggio precedente. Dunque la prova è stata fatta, ma a ranghi ridotti. Sono evacuati tutti senza problemi, m’hanno riferito le mie segretissime e fidate gole profonde, senza peraltro confermarmi se poi effettivamente siano rientrati, intendo tutti quelli che prima erano usciti. Cogliendo l’opportunità (non ci posso mettere la mano sul fuoco, ma) qualcuno se la sarà svignata. E avrebbe fatto bene. Questo ce l’aggiungo io, come nota a corredo.

Io invece, saltata la prova (che per me sarebbe stata doppia, mi riferisco agli appunti volanti che avrei potuto prendere scapicollandomi giù per le scale – peccato, ora dovrò aspettare la prossima e chissà quando ci sarà), rientrato in ufficio dopo il weekend (che nel mio caso specifico è extralungo e inizia dal primo pomeriggio del mercoledì e termina la domenica), come al solito, lunedì mattina, dopo una rapida occhiata, mi sono accorto che qualcosa, nella mia postazione, non tornava. A sensazioni del genere, chiamiamole pure di vuoto straniante, non dico d’esserci abituato, ma quasi.

Zoomata sulla mia postazione

Non posso evitare di notare alcuni oggetti fuori posto. La mia sedia messa in un angolo incongruo, girata con lo schienale rivolto verso la scrivania. La tastiera del computer inclinata, spostata di lato in diagonale, di fianco al monitor. Il mouse non c’è più, anzi no, eccolo lì, è sotto la tastiera. Osservando con occhio attento, intravedo altri dettagli. Manco mi trovassi catapultato in una favola dei fratelli Grimm, scorgo parecchie bricioline di pane sparse sul pavimento. Allora mi tranquillizzo e capisco. I fratelli Grimm, Pollicino, Hansel e Gretel e compagnia cantante non c’entrano.
Sistemo alla meglio tastiera, mouse e sedia, ignoro le briciole e accendo il computer. Il computer lo accendo sempre, a prescindere che lo debba utilizzare per il lavoro per il quale mi pagano, o meno (se non lo uso per lo stretto impiego amministrativo, lo utilizzo in quanto aspirante scrittore clandestino, le idee che arrivano non vanno disperse, ma catturate immediatamente). Il mio lavoro ufficiale, quello che principalmente svolgo qui, nella stanza n° *** dell’ottavo piano, all’interno del Settore Pianificazione Urbanistica Generale (non c’è da spaventarsi, il nome è lungo ma non c’è da aver paura), meglio che lo specifichi adesso, a scanso di equivoci, consiste in una serie di mansioni prettamente manuali (prego, astenersi da facili ironie) e dunque non sempre, non è così scontato, comprende l’impiego del computer. L’era informatica non ha ancora preso del tutto piede, nei nostri uffici.
Dopo aver immesso la password e controllato rapidamente la casella personale di posta elettronica (nella ovvia, quanto remota speranza di trovare la struggente mail di un qualche editore rimasto folgorato da un qualche mio racconto), mi sono dunque seduto al tavolo luminoso, il mio vero, concreto, palpabile e tangibile, reale luogo di fatica, un monoblocco pesantissimo di acciaio nero, col ripiano di vetro opaco satinato e neon incassati, addossato alla parete divisoria dell’ufficio, a un metro circa dalla mia postazione. Ho riordinato le idee, spazzato via un po’ di briciole col piede, verificato lo stato dell’arte, preso, sfilandola dalla busta protettiva di plastica trasparente, una delle grosse e sacre tavole del Piano Regolatore Generale (che sto aggiornando/modificando da sei mesi) e infine, prima di fissarla coerentemente con lo scotch, l’ho sovrapposta al disegno che riportava i corrispondenti aggiornamenti. Solo in quel momento, già amaramente pentito dalle sciagurate scelte di vita che m’avevano portato fin lì, ho aperto la scatolina nella quale conservo gelosamente, lontano da occhi e mani indiscrete, il mio preziosissimo materiale da lavoro e ho fatto una scoperta. Spiacevole, se volete saperlo.

Ho rovistato con la mano. C’erano i pennini a china, c’era la gomma, c’era l’evidenziatore giallo, c’era il bisturi, ma mancava qualcosa… lo scotch, ecco che cosa. Ho rivoltato la scatolina, ma niente da fare. Non c’era più.

Il mio rotolo di scotch di carta.

scotch_dicarta.jpgUna cazzatina, una bagattella, direte voi. No, è qui che vi sbagliate. Lo scotch (di carta, che si applica e si rimuove con facilità senza lasciare tracce o lacerare i fogli), per un lavoro taglia e incolla, sovrapponi e ridisegna, fissa e rimuovi, come il mio, un lavoro decisivo per le sorti della città (non scherzo e più avanti spiegherò), è strumento indispensabile. Lo scotch è come il punto per uno scrittore. A meno di non essere James Joyce, uno sperimentatore della lingua o un dadaista, per uno che scrive, i punti sono necessari. Ogni tanto, non dico che li si debba utilizzare in ogni riga, ma di tanto in tanto vanno messi. Per tirare il fiato, per fermare il momento, catturare un pensiero, sottolineare una frase. Ecco, a me lo scotch serve per tenere ben salde le tavole, una sull’altra, a far coincidere in modo indiscutibile e scevro da errori, le aree con le diverse destinazioni funzionali (azzonamenti, nella terminologia urbanistica), i limiti di varianti, piani particolareggiati, piani di zona e di recupero, lottizzazioni, etc. (robe grosse, insomma). Non ci si può mica sbagliare e tagliare un edificio, così a casaccio, perché non l’hai fissato e inavvertitamente ti si sposta il disegno, o dimenticarsi una strada o una piazza, o magari inglobare in un’area edificabile un’area agricola, tanto per dire. Chi lo va a spiegare poi al contadino che si vede il campo di mais invaso da parcheggi e villette a schiera? Il mio è un lavoro ad altissima precisione. Le sorti della città, lo ribadisco con orgoglio e senza alcun pregiudizio, non voglio darmi arie o chessò che, dipendono anche dal sottoscritto, non si creda. Non si creda che, pur lavorando con mezzi tipicamente anni sessanta/settanta, un po’ vintage per capirci, inadeguati, datati, fuori dal tempo e anacronistici, non si creda che il mio non sia un lavoro estremamente delicato e di indubbia importanza. Non si creda.

Lo scotch di carta. Qualcuno me l’ha fatta sotto il naso. Approfittando della mia assenza, semplice, troppo semplice, qualcuno ha aperto la mia scatolina di latta rotonda (ex-biscotti danesi al burro ipercalorici) e ha prelevato, criminosamente, lo scotch. Mica nulla in contrario, mica è roba esclusiva del sottoscritto, certo, sarebbe stato un bel gesto pure rimetterlo dov’era però, dopo averlo usato. Forse il criminale è stato incauto e ha lasciato le impronte digitali, ecco, potrei partire da lì, con il luminol magari trovo delle tracce. Ma non credo ne valga la pena, scomodare la scientifica o la sorveglianza per un rotolo mezzo consumato di scotch, non credo ne valga la pena.

Mentre sono lì e penso che non ne vale la pena, mi ritorna in mente un fatto, ben più grave, avvenuto due anni fa, sempre ai miei danni, sempre in quest’ufficio, sorta di triangolo delle Bermuda, misterioso buco nero amministrativo.

Digressione thriller (caccia al ladro)

Un giorno di due anni fa, un altro lunedì come tanti, premo il tasto, ma il computer non s’accende. Riprovo, uguale come prima. Mi vedo costretto a chiamare l’assistenza, che io se potessi non li chiamerei mai quelli del laboratorio informatico, che sembra che ci godano come matti a farti sentire e a trattarti sempre immancabilmente come un mezzo deficiente, loro che sanno le cose, che conoscono la materia, che posseggono il sapere, che si destreggiano e maneggiano il futuro, loro, gli eletti, che tutto o quasi ruota attorno a loro. Nel bene e nel male, pur essendo arretrati, tecnologicamente parlando, anche qui, nell’amministrazione, il computer e l’informatizzazione hanno il loro bel peso. Li ho dunque dovuti chiamare, causa di forza maggiore, e per non smentirsi m’hanno fatto sentire un mezzo pirla anche in quell’occasione (saranno pure passati due anni ma ho una buonissima memoria), salvo poi constatare e convenire che, mentre mi smontavano pezzo a pezzo il personal computer, effettivamente qualcosa mancava. La scoperta è stata di quelle che lasciano di stucco. Qualcuno m’aveva, nottetempo, aperto l’apparecchio e sottratto criminosamente la scheda video e un altro paio di microprocessori. La cosa davvero curiosa era che la scheda video e quel paio di microprocessori mi erano stati appena sostituiti, che coincidenza.

Accade anche questo, nelle notti buie e misteriose, all’ottavo piano d’un alto palazzo d’uffici milanese di ventiquattro piani. Peccato che Montalbano sta in Sicilia, obiettivamente un po’ troppo fuori mano. Noi dobbiamo arrangiarci con Dazieri e Biondillo, decisamente meno mainstream.

In quanto parte lesa, lesa ma non dispiaciuta (mi sembrava un’ottima scusa per non lavorare), il giorno stesso, dopo aver effettuato alcune telefonate ai miei referenti/superiori, m’ero dovuto recare al posto di polizia più vicino (giuro, è vero, ho ancora le carte timbrate) con una denuncia scritta da me, controfirmata dal dirigente, e con tutto il resto in regola. Fortunatamente avevo la carta d’identità valida. In coda, al distretto di polizia, tra una vecchietta derubata, un signore che imprecava al telefonino e un tossico che non si reggeva in piedi, stavo quasi per estrarre il mio taccuino e prendere giusto qualche sapido appunto, quando, un attendente m’aveva fatto cenno e io ero entrato nell’ufficio competente. Avevo cominciato a spiegare la faccenda alla larga, con l’attendente che verbalizzava, via, via sempre più incredulo, e con gli altri due poliziotti che mi guardavano come si guarda un mezzo deficiente (uno sguardo a me familiare), con l’espressione di chi ha ben altro a cui pensare che non a una scheda video rubata all’ottavo piano di un alto palazzo d’uffici dell’amministrazione, che quando gli ho spiegato compiutamente il motivo (una scheda video rubata all’ottavo piano di un alto palazzo d’uffici dell’amministrazione) per cui mi trovavo a intasare i loro uffici, quasi, quasi mi volevano trattenere, per accertamenti, come via punitiva e precauzionale, a mo’ di deterrente per il futuro.

Era soltanto l’inizio d’una vicenda che nel seguito si sarebbe rivelata piuttosto comica e surreale.

Il giorno dopo erano usciti gli ispettori interni dell’amministrazione. Ero stato convocato in una stanzetta e, dopo avere declinato le mie generalità, era cominciato l’interrogatorio. Come in un vero giallo, cazzo. Da solo, davanti agli ispettori, avevo dovuto rispondere alle loro domande, infide e sospettose. Vollero sapere, erano in due come i carabinieri delle barzellette, i miei orari, le mie mansioni, le mie abitudini lavorative, gli spostamenti e ancora, se avevo notato qualcosa d’insolito, se potevo fornire loro qualche informazione o indizio… il tutto senza distogliermi per un attimo gli occhi di dosso. Il tutto mentre io sudavo a fontanella, sul punto di auto-convincermi che ero stato io, che sì, era vero, che ero io il colpevole di tutto e magari avevo commesso il crimine in stato di trance o sotto ipnosi. Credo che, sotto, sotto, volevano accertarsi davvero che non mi fossi fregato io la scheda.

Due giorni dopo, gli ispettori se ne erano andati da mezz’ora, in una fessura tra le piastrelle e l’orinatoio, nel bagno di fianco al mio ufficio, era stato rinvenuto un tesserino di riconoscimento. Tengo a puntualizzare che non era il mio, ma quello d’un collega (mai visto prima d’allora) di un altro piano. Collega poi rivelatosi (gli ispettori erano tornati e avevano fatto un altro giro d’interrogatori) estraneo ai fatti. Oscuro, inquietante e maldestro tentativo di depistaggio.

Tre giorni dopo m’è stato comunicato che m’avrebbero fatto sapere. Senza specificare chi avrebbe dovuto. Per intanto dovevo portare pazienza e tirare avanti con la vecchia scheda, nel frattempo rimontatami con malcelato fastidio dagli informatici. Questione di poco, se non proprio giorni, al massimo un paio di settimane, dissero, e la faccenda si sarebbe risolta positivamente. Io, bisogna che lo dica onestamente, non morivo dalla fretta, comunque.

Una settimana dopo si era creata già una piccola leggenda. Colleghi che mi telefonavano per avere dettagli piccanti, per sapere com’erano riusciti a rubarmi l’intero computer, la sedia e la scrivania. Altri volevano che confessassi, altri ancora, sicuri che avessi fatto un’abile manfrina, pretendevano che gli rivendessi la scheda video a prezzo di favore. Le voci insomma erano scoppiate incontrollate come accade sempre in questi casi.

Un mese dopo, s’era verificato un altro furto misterioso. Avevano rubato la tastiera e le casse a un geometra del nono piano e la mia vicenda, come era giusto che fosse, era passata nel dimenticatoio.

Due anni dopo, oggi ora adesso, io ho ancora la mia vecchia scheda e la nuova, quella sottrattami nottetempo, non s’è mai più ritrovata. E neppure mi è stata sostituita. Va bene una volta, ma due sono troppe. Colpa mia che non avevo messo l’antifurto. Così mi hanno risposto, ironici birbanti, quelli del laboratorio informatico, quella volta che avevo azzardato a chiedere notizie.

Ora torno all’oggi, cioè adesso, o meglio, a lunedì scorso.

Il danno apparentemente è minore e di più facile risoluzione, certo, ma lo stesso io mi trovo senza scotch. Strumento di lavoro indispensabile, mi sembra di essere stato fin troppo chiaro. Chiedo in giro ai colleghi di stanza (che peraltro hanno altre mansioni, catalogano, archiviano e mettono timbri alle pratiche, e loro dello scotch non saprebbero che farsene, se non nascondermelo per dispetto), chiedo se per caso l’hanno preso loro. Magari, sai, vai a sapere, chi può dirlo, per sbaglio. Tutti, sono due, non sono molti, avrei potuto scrivere entrambi e avrei fatto la figura di chi sa scrivere con proprietà di linguaggio e di vocabolario, negano. Per la miseria ladra, adesso mi tocca la trafila. È questo il primo pensiero. Un pensiero deprimente, v’assicuro. Devo richiederle formalmente, qui da noi si fa così anche per un rotolino di scotch o di carta igienica. Ho ingoiato il rospo e ho inoltrato la richiesta, formalmente. Ho dunque telefonato, con voce professionale, all’ufficio personale che sta in fondo al corridoio del mio stesso piano. Temevo una risposta del genere. Me l’hanno confermato con voce meno professionale, un po’ scocciata a dire il vero, la voce. Che l’avrei dovuta conoscere bene la procedura. Che avevano mandato non una, ma due mail a riguardo. Che andassi a rileggermele entrambe (qui non potevo sbagliare di nuovo), prima di telefonare. Formalmente significa con una cosa scritta, spedisci una mail dettagliata all’ufficio competente, mi ha gentilmente consigliato, prima di sbattermi in faccia la cornetta, la segretaria. Ho riattaccato anch’io, e ho subito mandato la mail professionale e dettagliata all’ufficio competente, ufficio che sta tre piani di sotto. Che ci potevo scendere direttamente a piedi, ma le cose semplici talvolta conviene non farle, si farebbe troppo in fretta. Dopo mezza giornata trascorsa a trastullarmi e a grattarmi senza scotch, m’è giunta la risposta, potevo scendere, anche a piedi se volevo, il materiale (lo scotch) era pronto. Incredibile, ma tutto vero e documentabile. Mittente della missiva era lui. Lo vedevo dalla firma in calce. Lui, ovviamente lui. E dunque vi racconto un po’ come è fatto lui, lui, lui che risponde al nome di Eugenio Cozza.

Anzi no, ora adesso non posso, scusate, mi sta suonando il telefono, lavoro, immagino…

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 23.04.06 20:04

Comments

Temo che se fossi andato a denunciare anche l'appropriazione indebita dello "scotch" gli ispettori stavolta avrebbero perlomeno cercato di farti il test dell'etilometro, verbalizzando la scomparsa di un single malt.

Posted by: Ryck at 24.04.06 15:23

hai ragione Rick. e infatti con lo scotch me la sono dovuta sfangare da solo...

Posted by: giuseppe braga at 24.04.06 17:36

Giuseppe,
ma vuoi dirmi che magari ci siamo pure incrociati, noi due, quando "faccio l'architetto" e vengo lì in comune?
;-)

Posted by: gianni biondillo at 25.04.06 15:44

caro Gianni, forse sì... chi può dirlo. di sicuro ho visto, due/tre volte, Mangoni, quello di Elio e le Storie Tese, architetto pure lui. un altro paio di volte (in ascensore) l'assessore, poi con le celebrities, è finita lì...
se però ti capita di ripassare (dal lun. al merc., che io lavoro poco) e se ti va, fai un salto all'ottavo piano, la vista è quella che è, ma ti posso offrire un caffè (della macchinetta, ovviamente!). a presto e buon lavoro!

Posted by: giuseppe braga at 25.04.06 18:06

Ladri di hardware? Dilettanti. E che ci vuole?
Furti di ettometri di rete metallica per recinzione (annegata in opportuno cordolo in calcestruzzo), un cancello, incendio di pala meccanica, tentativi di manomissione di impiegati (un paio andati a buon fine). Potrei pure eccedere narrando alcune leggende che si tramandano da generazioni di impiegati. Ma sono, appunto, leggende.
La trasferta di Montalbano lassù da voi non sarebbe giustificata. Al massimo posso mettere una buona parola per Catarella.

Posted by: Mauro at 27.04.06 08:56

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