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20.04.06
Piani alti, cultura bassa / 1. Panoramica d'insieme
di Giuseppe Braga
Panoramica d’insieme
Dall’ottavo piano la vista è quella che è. In poche parole, c’è d’accontentarsi. A volo d’uccello, escludendo il cielo autunnale piatto, dolente e opaco, dietro le grosse vetrate, il mio sguardo viene catturato da due enormi teloni pubblicitari alti sei piani ciascuno, adagiati su un tappeto verde (un’edera così finta, così posticcia e deprimente che ti verrebbe voglia d’incendiarla con una tanica di benzina). Più in basso, molto più piccolo (segno dei tempi?), ma pur sempre tre metri per cinque, un manifesto elettorale del partito del premier (più o meno, dipende dai gusti) amato dagli italiani. Poi le patatine (quelle che tirano) e l’orologio che non ti fa chiedere mai. Neppure l’ora. E ancora, un convenientissimo servizio telefonico con una mezza scimmia, alta quanto una finestra, che ride beata tenendo in mano la cornetta e, a fianco, le pubblicità d’una banca che più che una banca, obiettivamente, sembra una cattedrale gotica e di un’arcinota azienda di abbigliamento sportivo. Sotto, a portata di strappo e di sputo, una fitta schiera di manifestini (collosi, sovrapposti malamente uno sull’altro) reclamizzanti concerti prossimi venturi, decisamente in scala ridotta, rispetto al resto che sta loro intorno. Riassumendo, scrutando con accuratezza a centottanta gradi, nemmeno una donna, non pretendo nuda, ma almeno, chennessò, un po’ svestita che t’ammicca libidinosa e discinta. Quantomeno singolare, come cosa. Alzando lo sguardo, alla sommità dei palazzi, poco sotto le antenne satellitari, tonde orecchie bianche puntate disordinatamente dentro l’universo mondo, quattro riflettori, preposti a illuminare la scena in notturna (oltre ai manifesti, il gran viavai di automobilisti in cerca di fugaci incontri amorosi a pagamento, gran viavai che vivacizza e caratterizza, a quanto ne so da sempre, la zona).
I muri ciechi dei caseggiati milanesi sono perlopiù fatti così. Si parlano e si guardano tra loro. Di giorno, ma soprattutto di notte.
“Ciao, come sto?”
“Io sono quel che sono.”
“Perché sentirsi è bello, ma vedersi è meglio.”
“L’auto che lavora, veicoli commerciali affidabili.”
“Una grande forza al servizio di un grande paese.”
“Si dice il peccato… ma non quanto ti è piaciuto!”
Certo, come no.
Beh sì, meglio mostrare subito le carte, un aspirante scrittore si deve barcamenare con quello che gli passa il convento. Senza la fuorviante presunzione che l’indurrebbe a buttar via il cosiddetto superfluo. Mai fare gli schizzinosi, insomma. Non se ne parla proprio. Ogni particolare, anche il più gratuito e ininfluente, può tornare prezioso, persino decisivo. Pure dall’ottavo piano di un palazzo piuttosto anonimo (nel senso che non passerà alla storia dell’architettura come un modello/archetipo da imitare) e inquinato come quello da cui sto scrivendo.
Produttività e tempistica del lavoro
Il tempo va ottimizzato, su questo siamo d’accordo pressoché tutti. Va fatto fruttare al meglio, tanto più quando sei in ufficio e ti pagano per starci. Fatichi, ti rompi il culo, ti annienti, ti degradi giorno dopo giorno, ti annulli, ti massifichi, ti alieni, ma poi ti rialzi, pensi agli anni passati in posta da Bukowski (non in coda allo sportello con la bolletta in mano, ma dietro alle scartoffie di una scrivania) e allora ti rialzi, anzi ti risiedi alla tua postazione (niente di speciale, come postazione: una sedia senza braccioli, un computer lento e con la memoria in esaurimento, una scrivania anni settanta) e scrivi. Di nascosto dai tuoi capi e superiori, si capisce. Loro che vuoi che ne sappiano di letteratura. È una vitaccia infame, quella dell’aspirante scrittore clandestino. Campano a fatica quelli veri (legittimamente garantiti e certificati), di scrittori, figurarsi gli aspiranti (per di più dipendenti pubblici con l’aggravante della clandestinità). Ecco allora che diviene necessario fare i conti con le tristi realtà di tutti i giorni. Pochi voli pindarici, molti viaggi in metropolitana. Scarsi intrecci, allitterazioni e paratassi, parecchi biglietti del tram e susseguenti, interminabili, ore e ore da passare in ufficio. Che poi l’ufficio… si fa presto a dire ufficio. All’ottavo piano si respira meno smog che non al primo o a quota terra (tubi di scappamento ad altezza naso), lo dicono gli esperti di malattie respiratorie non io, ma di merda se ne manda giù molta, parecchia, di merda se ne ingoia in abbondante quantità, indipendentemente dalle quote altimetriche. Democraticamente, direi.
Mobilità verticale
M’affaccio e guardo sotto. A otto piani di distanza, al livello del mare, c’è la strada. Vedo autobus, furgoni, automobili, camion e motocicli, parcheggi gratta e sosta esauriti già alle nove del mattino, negozi, edicole, semafori, molto asfalto, un vigile, quattro taxi, qualche cane che piscia, due aiuole spelacchiate ma sponsorizzate, uffici, il terziario che avanza, uomini e donne d’affari, segretarie e impiegati dal passo spedito, ringhiere stinte, muri screpolati, piani terra di abitazioni a seimila euro al mq., marciapiedi impraticabili (occupati da auto in sosta, senza il gratta e fuori legge), androni spaziosi, citofoni in ottone smaltato e, per chiudere, a gettare un’incombente ombra su tutto, il simbolo iperrealista dei nostri tempi: il palazzo dell’INPS. Monolite di cemento armato (scrostato) e vetro (annerito) che s’erge maestoso e solenne. Impossibile da ignorare, ce l’ho di fronte.
Salendo all’ultimo piano del palazzo nel quale lavoro (a quell’altezza l’INPS fa meno impressione, va detto), se si è fortunati, si può godere di un panorama eccezionale (lo spettacolo delle alpi, tutta la corona montuosa). Anche a Milano, se stai al 24° piano e la giornata è favorevole, anche in una città affogata, umiliata e annerita dai gas di scarico e dai vapori inquinanti (oltre che dalle politiche urbanistiche inadeguate – inadeguate è da intendersi come un complimento – degli ultimi cento vent’anni), puoi gustarti viste mozzafiato. D’accordo, devi raggiungere il 24° piano e avere la botta di culo di trovarti in una giornata particolarmente limpida. Mai essere negativi a priori, nella vita.
Scendendo di nuovo, direttamente con l’ascensore che si fa prima, saltando tutto quello che ci sta in mezzo – ovvero i ventiquattro piani di corridoi, uffici e laboratori –, si approda ai due piani interrati, entrambi adibiti a parcheggio. Mancano aria e luce e l’ambiente è suggestivamente claustrofobico. Lo confesso, io ci ho parcheggiato l’auto solo un paio di volte. Siccome dobbiamo pagare pure noi, noi inteso come dipendenti, ho cambiato presto abitudine. Faccio già fatica a venire a lavorare e l’idea di metterci dei soldi, mi pare un’idea demenziale. Tanto più che usando l’auto contribuirei alla diffusione delle polveri sottili. Meglio la metropolitana allora, che puoi anche leggere, durante il tragitto.
Obiettivi strategici
Da buon aspirante che si rispetti, sto pensando di scrivere un romanzo. L’idea che m’è sovvenuta è, a dir poco, modestamente parlando, strabiliante. Un romanzo di ventiquattro capitoli, uno per piano. Mi spiego meglio. Il palazzo diverrebbe romanzo e, viceversa, i piani diverrebbero capitoli. Flash back e flash forward, ci metto gli ascensori. Veloci, diretti al punto, senza perifrasi, rapidissimi schizzano su e giù, lungo la mia trama – lineare, la trama – fatta di piani. Ellissi, digressioni, varie ed eventuali, magari più lente ed elaborate, la dinamica s’intende, le scale, un gradino per volta. Che sono collocate, le scale, alle due estremità del palazzo, in due vani (isolati, come da normativa vigente, con porte taglia fuoco regolamentari) vetrati a tutt’altezza e, nonostante siano molto, entrambe, molto sporche (sia le scale che le vetrate), puoi vederci lontano, attraverso (le vetrate, a meno che non si abbiano poteri paranormali e si riesca a vedere oltre il cemento armato). Vederci lontano, attraverso… eccellente come metafora, no?
Lasciate ogni speranza, o voi che entrate
Finito il viaggio (cogliendo l’occasione, ho appena provveduto all’utilizzo di un flash back), e saranno le otto del mattino, ingurgitati cappuccio e cornetto al bar sotto il metro’, risalite le scale mobili dal sottosuolo, senza alcun’altra scusa per tardare l’entrata, non avendo incontrato né Benni, né Fiodor e, manco per sbaglio, un qualsiasi scrittore beat o underground, oltrepassata la porta a vetri dell’ingresso, ecco altri scalini (l’impervia strada che porta al successo è lastricata di gradini, rigorosamente in salita). Una simpatica rampa da sette alzate, alla faccia dell’abbattimento delle barriere architettoniche, priva di piattaforma elevatrice. Una meraviglia per i portatori d’handicap, che ringraziano ogni volta. Per loro ci sarebbe l’ingresso secondario, ditemi voi s’è possibile. Ma l’amministrazione, così come le fa, le regole, può anche derogarle. A scanso d’equivoci, lungi da me criticare i miei datori di lavoro, sia ben chiaro, era giusto una postilla dal carattere informativo.
All’ingresso, il badge elettronico, per qualche attimo, ti fa sentire importante. Guardi gli sfigati che sono accampati al di qua dei tornelli, in un limbo a-temporale, li osservi mentre sono in fila allo sportello di accettazione, che devono mostrare un documento, i poveracci, che devono staccare un numero, gli sfigatoni, che devono aspettare il loro turno, i miserabili questuanti, l’ora di ricevimento del pubblico. Tu invece, col potere effimero d’un lasciapassare di plastica, entri facile, infili nella fessura il tesserino magnetico e bip!, è fatta. Adesso tu sei al di qua, loro ancora e chissà per quanto nell’anticamera a-temporale. Con le loro cartellette gonfie di disegni, di documenti e di pratiche da vidimare. E li vorresti vedere, ah sì, eccome se li vorresti vedere (qualche volta succede), districarsi tra uffici, attese, stanze, corridoi, piani (ventiquattro, ricordate?), informazioni da decifrare, spesso criptiche e incomplete, scusi mi saprebbe indicare, no, no, no guardi, non è di mia competenza, dovrebbe rivolgersi al collega, moduli prestampati, il collega è momentaneamente fuori ufficio ma torna subito, non si preoccupi, attenda pure qui, qui dove?, qui in coda con gli altri… un girone dantesco postmoderno, una fitta giungla dove al posto delle liane, carte bollate, un inferno regolato da documenti e archivi, un labirinto in verticale da sconsigliare vivamente agli irritabili, permalosi e deboli di cuore.
Gli ascensori, eccomi nuovamente agli ascensori, capita che si fermino sul più bello, gli ascensori, tra un piano e l’altro. Ma soprattutto, gli ascensori, quando non si fermano inopinatamente, vanno parecchio spediti. Il cappuccio ti traballa pericolosamente nello stomaco, con quelle partenze e frenate improvvise. Leggi il panico negli occhi dei più sprovveduti, di coloro che, c’è sempre una prima volta nella vita, non si sono mai avventurati nel girone. Di coloro che, facciamo un esempio tipo, hanno l’appuntamento col tecnico al diciottesimo piano. Diciotto piani conviene farli in ascensore, non ci sono molte alternative, a meno che non ti piacciano le crono scalate. Ma gli ascensori del nostro palazzo hanno questa peculiarità, prendono velocità in un nanosecondo e in un altro nanosecondo, si arrestano al piano. Io ci ho fatto lo stomaco, ma chi non sa come funziona e non ha mai provato, esce spesso barcollante e turbato. Quasi convinto a buttarsi nella crono discesa.
Pensando ancora, in generale, ai collegamenti verticali e a tutto quel che ne concerne, credo che (mi sto riferendo al romanzo futuro) ci starebbe proprio a pennello un omicidio compiuto nel vano ascensori o nella tromba delle scale. Ventiquattro piani di caduta libera, un corpo disarticolato che precipita nel vuoto. Le urla dei primi soccorritori, lo strazio, i brandelli di carne sparsi qua e là.
Un abisso di romanzo, fortissimo, davvero, dentro il quale potrei, tanto per cominciare, ribaltare alcuni abusati luoghi comuni. Chi lo dice, ad esempio, che gli ambienti più prestigiosi e/o di potere sono sempre insediati ai piani alti?
L’Assessorato ha l’ufficio al terzo piano.
Il Protocollo Generale (vengono concessi gli agognati, sospirati permessi) al secondo.
Lo sportello Bancomat, anche se fuori servizio permanente, si trova al primo.
Il distributore automatico di gelati, bibite e merendine, all’ammezzato.
La Commissione Edilizia (vi si decidono le sorti della città), a terra.
Tanto per ribadire il concetto, al 24° piano hanno sede gli uffici dell’Edilizia Scolastica. Non ci arriva nessuno all’ultimo piano (giorni sereni e sgombri da nuvole, a parte), fatta eccezione per chi ha l’ufficio lì. Chi se ne frega della cultura?
L’ottavo piano, il piano dove abitualmente risiedo (con la mia postazione e con la targhetta recante il mio nome, sulla porta dell’ufficio) e dal quale godo della vista di cui vi ho detto, non è poi così male, visuale a parte. Ottavo piano su ventiquattro. Né troppo alto, né troppo basso. Col cesso degli uomini vicinissimo. Con la boccia dell’acqua minerale a portata di mano. Con le scale d’emergenza a pochi passi. Che nelle prove d’evacuazione anti-terrorismo ci metto un niente ad arrivare a terra, sano e salvo, nel punto raccolta. Un paio di minuti senza correre. Il problema vero si avrà quando l’evacuazione non sarà più simulata (nel dubbio mi tocco, anche se, nell’ottica del mio futuro romanzo/palazzo, potrebbe essere un perfetto, magnifico e inaspettato colpo di scena). Scendere affannosamente le scale in massa, con altre ottocento persone urlanti e terrorizzate che ti sgomitano a fianco, senza farsi prendere dal panico, evitando possibilmente di venire schiacciato o calpestato, con l’aggiunta supplementare di dover essere recettivi, reattivi, attenti ai minimi dettagli e magari riuscire, sempre impegnato a raggiungere l’uscita schivando le gomitate e i pestoni dei restanti ottocento, a trascrivere qualche cosina d’originale e di curioso sul taccuino, non deve essere una cosa facile. Potrei fare qualche esperimento un giorno di questi, coinvolgendo un paio di colleghi, perché no. Di certo chi sta in alto è messo molto peggio e
sento dei passi, scusate, chiudo il file e torno alla clandestinità.
[segue]
Posted by giuliomozzi at 20.04.06 14:03
Comments
Vibrisse si arricchisce sempre di nuove voci. Ad Maiora!
Posted by: tonino pintacuda at 20.04.06 16:30
24 come le ore di una giornata. Ah, però l'hanno già fatto gli ammeregani in tv. Ma tanto non si butta via niente, no?, mica facciamo gli schizzinosi, no? (il palazzo nella prima foto, ci giro intorno con il 33 ad ogni tratta di andata al lavoro)
Posted by: gualtiero - kimota at 21.04.06 01:05
è vero, 24 sono le ore di una giornata. è vero anche, che il palazzo in questione, di piani, ne ha proprio 24, e segarne uno, di piano, per non fare l'ammeregano, non mi pareva il caso.
mi dicono altresì, anzi, lo so perché di rotaie non ne vedo, che il palazzo al quale tu giri intorno col 33 (come i giri dei vecchi L.P., sti soliti americani...), è quello della Regione, meglio conosciuto come Pirelli (se ci piacciono i soprannomi: il Pirellone), e non questo qui.
Posted by: giuseppe braga at 24.04.06 08:03
Sono arrivato soltanto quarto (se escludiamo il tuo tentativo a vuoto) a commentare il tuo blog nuovo di zecca? Beh, neanche sul podio, neanche.
Poi dobbiamo parlare di romanzi, ascensori e palazzi di 24 piani. Ah, qui ci si aspetta magari qualcosa sulla vita in una tribute band. Magari, anche, perchè no, sì?
Posted by: Ryck at 24.04.06 14:00
intorno - nel senso che lo vedo da distante, come una bolina presa larga. Il Pirellone lo vedo da lontano, che sul 33 scendo a Repubblica per prendere la metro :)
Posted by: gualtiero - kimota at 24.04.06 16:48
grazie per la precisazione, che cominciavo a credere/temere che ci avessero messo le rotaie sotto il palazzo, nottetempo. sai, sotto elezioni, i lavori straordinari si sprecano... allora magari, capita che ci si incroci sul 33 o, più facile, sul metrò... buon viaggio e a presto.
Posted by: giuseppe braga at 24.04.06 17:40