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27.04.06

Piani alti, cultura bassa / 3. Il Principato di Cozza

di Giuseppe Braga

Il Principato di Cozza

Avevano sbagliato numero, cercavano una scuola civica e la voce femminile che la stava cercando, s’è pure alterata quando le ho detto che io non ero il professore della scuola che cercava. Se l’è presa in generale con le amministrazioni pubbliche, coi burocrati, coi telefoni e in particolare col fatto che, una volta acclarato che io non ero neanche il custode o al più un commesso della scuola in questione, non le potessi passare direttamente la telefonata alla segreteria della scuola. Facevamo tutti parte della stessa amministrazione, o no? Hai voglia a spiegarle che i dipendenti, tutti compresi, disseminati per l’intera città, saranno dodicimila o giù di lì, me incluso.

Ma sarà meglio tornare a Cozza¹, sono in debito con voi. Eugenio Cozza, tanto per contestualizzare il personaggio, un capitolo/piano del mio romanzo, di sicuro se lo meriterebbe tutto. Ecco, forse, magari proprio un capitolo tutt’intero forse no, ma un paio di paragrafi (una porzione di piano) belli sostanziosi e corposi, di sicuro. Vorrei rendere lampante, il più possibile esplicita, l’idea: Cozza è un piccolo principe intrappolato in un corpo sgraziato, e fuori scala, da muratore bergamasco.

Il Principato di Cozza ha il suo nucleo (una sorta di enclave che gode dei diritti di extra territorialità, al di sopra delle più universali e condivise regole comunitarie) fondamentale in una stanzetta del quinto piano, la stanza n° **, la sacra stanzetta della cancelleria. Da quel preciso punto geografico, cuore pulsante, il suo Principato s’estende per i tre piani superiori. Almeno, tre piani. Tre piani escluso il suo, che non conto ma che fa media, popolati dai suoi (alcuni, vedi il sottoscritto, riottosi) sudditi. Ma a Eugenio Cozza non la si fa, a Cozza non si sfugge, prima o poi ci si deve fare i conti, amarissimi conti, col Cozza. Centro di gravità preminente, inesorabile e spietato, è lui a decidere, bontà sua, cosa distribuire e cosa invece no. Gode di poteri notevoli, piovuti direttamente dall’alto. Il buon Cozza, diciamo, è il mio parametro, il mio metro di paragone. Il giorno in cui diventerò come lui, ho già impartito l’ordine, dovranno abbattermi. Anche con una bella spinta nella tromba delle scale, che farebbe molta scena, se necessario.

Cozza (lo sto studiando da un paio d’anni e dunque parlo a ragion veduta) tiene sempre un passo dinoccolato e spesso tende ad occupare l’intero corridoio, come se fosse di sua proprietà. Se te lo trovi davanti, devi appiattirti alla parete, se non vuoi rischiare di venire travolto. Sgamba avanti e indietro con un camminata felpata e ampia. Ha due fette che sembrano le scialuppe di salvataggio di un transatlantico. Un naso prominente a becco d’aquila, il timone evidentemente, due orbite fisse e immobili scavate nella carne e due pupille nere più immobili delle orbite (fari puntati nella profonda notte degli oceani). Trampoli al posto delle gambe (i remi delle scialuppe) e braccia come argani. Una specie di Titanic ingombrante e fastidioso. Cozza sta sul culo al mondo intero. Non è una questione fisica e neppure d’etica marinara, in giro c’è di peggio. Solo, lo si vedrebbe volentieri affondare tra i mari ghiacciati del nord, con tutto il rispetto per gli esquimesi che si ritroverebbero tra i coglioni un tale spacca palle. Cozza, una cosa dovrebbe fare ed è quella che poi, più o meno, dipende dal suo gradimento, fa. Distribuire il materiale da lavoro. E fin qui nulla da obiettare. Solo che, ogni volta che ti tocca d’andare nel suo ufficio sembra quasi di dover supplicare o elemosinare. Innanzitutto gli devi ripetere tre o quattro volte il motivo per cui sei lì. Lui è una di quelle persone che tende a fare finta di non capire, che ci sguazza nel sentirsi ripetere le cose, che gli ride anche il culo quando sei lì che lo supplichi e lo implori di darti una matita, grafite nera morbida. Come se fosse roba sua. Cozza, senza alcun motivo plausibile, è geloso, rigoroso, severo, possessivo. Ama smodatamente ogni singolo piccolo oggetto (anche le graffette e le puntine) che alloggia nel suo armadio, chiuso a chiave, l’armadio. E quindi non è neppure così scontato che, nonostante il nullaosta della richiesta formale, accettata e vidimata, una volta scesi ed entrati nel suo principato, il materiale sia disponibile. Dipende dai giorni e dagli umori.

il taglierinoTemperamatite, gomme morbide e gomme dure, taglierini, bisturi, matite a pulsante, matite senza pulsante, pastelli colorati, scotch di carta, scotch normale e scotch trasparente, lamette (quelle da barba, servono a grattare via la china dai fogli), rotoli di carta lucida e rotoli di carta opaca, cartucce per il plotter, pennini a china (per questi bisogna strisciare in ginocchio), biro a punta fine o biro a punta media o biro a punta larga, risme di fogli A4, risme di fogli A3… l’elenco potrebbe proseguire in eterno. Come alcune attese, davanti alla sua porta. Cozza è uno di quelli che, guardandoti negli occhi con occhi di sfida, ti dice, anche se non apre bocca, lascia ogni speranza o tu che varchi la mia porta. E noi, altri non siamo che i piccoli insetti intrappolati nella sua fitta, spessa e grassa ragnatela. Con un triste destino già segnato. Cozza è così, non si lascia impietosire facilmente. Tu sei lì che strisci, lui sorride, impassibile e sadico, e se gli gira storto, s’inventa una palla e la roba mica te la da.

Quello è il Principato di Eugenio Cozza. Quinto piano, stanza n° **. Girateci alla larga se appena potete. Fatevi la scorta nella cartoleria sotto casa, che forse è meglio. Cozza, la supponenza fattasi carne e ossa. Povero lui e poveri noi. Cozza vince sempre. Per arrivare a un qualsiasi scotch di carta del cazzo bisogna passare da lui. Che vitaccia infame.

Pensieri paralleli (confessione spontanea)

Paradossalmente, pur lamentandomi (quello che ho dato è solo un assaggio di lamento) a giorni alterni, continuativamente, pedantemente, ossessivamente, stancamente, io alla fine della fiera (a proposito, che fine farà l’area dove aveva sede, l’ormai ex, fiera di Milano? A parte i tre grattacieli, belli o brutti che siano, non voglio entrare nel merito, forse ci sarebbe più da preoccuparsi del resto, ovvero della fitta concentrazione di edifici residenziali che verranno venduti a prezzi altissimi, ma questa è un’altra parentesi, qui al settore urbanistico si vive di parentesi, edifici vicinissimi uno all’altro, alti non poco, tanto non poco che, per poterli realizzare, l’amministrazione ha modificato, ritoccandoli al rialzo, gli indici di fabbricazione, ovvero, i metri cubi edificabili), come si dice qui dalle mie parti, io mi ci sono affezionato a questo indecente e lurido posto di lavoro. Perché poi, nei momenti tristi, avvilenti e bui, in quei particolari momenti in cui vengo sopraffatto da pensieri immondi e immorali, penso all’incredibile materiale letterario da cui posso attingere (umano, tangibile e inanimato). Materiale che qui dentro, immaginatevelo spalmato per tutti i piani (mi ci metto dentro anch’io, figurarsi se non mi ci metto dentro), ce ne sta in sovrabbondanza. E allora medito, rifletto e mi riprometto di non andarmene (che poi, dico e dico, ma non saprei neppure dove diavolo andare, ora come ora), almeno finché non ci avrò davvero cavato fuori un memorabile e formidabile romanzo, da questa tremenda prigione, profonda ventiquattro piani.

Ma quanti anni sono trascorsi? Quand’è cominciato questo viaggio allucinante? Quando ha avuto inizio la tremenda detenzione? È previsto uno sconto di pena? Chi ha deciso d’infliggermi simile punizione? Terranno conto della buona condotta? Potrei, come ultima ed estrema soluzione, tentare un’evasione? Domande legittime che meriterebbero una risposta…

Me lo ricordo molto chiaramente, era il nove maggio di sette anni fa. Varcai la famosa porta a vetri, salii i gradini, presi l’ascensore, atterrai al piano indicatomi, attesi tre giorni. Poi qualcuno fece il mio nome, io entrai in una stanza, ascoltai quello che avevano da dirmi, silenzioso e già sconfitto, acconsentii col sorriso del condannato e firmai il contratto. Ero frastornato, semplicemente atterrito. Non mi rendevo pienamente conto, la mia mano si muoveva meccanicamente, tentavo ma mi risultava impossibile fermarla o deviarla. Non mi rendevo affatto conto, ma avevo appena compiuto una grandissima, imperdonabile cazzata.

Ricordo mio padre, tornato da chissà dove con un modulo prestampato, dai, guarda qui, almeno dagli un’occhiata prima di rifiutare, e poi mia madre, la complice occulta, scusa, non vorrai mica continuare a lavorare da quell’architetto che non ti paga nemmeno i contributi, non ci pensi alla pensione?, perlomeno iscriviti, partecipa al concorso, perlomeno provaci, ricordo ancora mia madre, speriamo che t’assumano, perlomeno così ti sistemi, ma scherzi, coi tempi che corrono, perlomeno un posto fisso sarebbe l’ideale, e ricordo anche, ma più vagamente, la prima prova, un test davvero demenziale e stupido, superata brillantemente, poi la seconda, la prova pratica, un disegno tecnico, affrontata controvoglia ma superata anche quella e infine la terza, l’esame finale orale.

Ricordo, come potrei scordarlo, la mia fidanzata dell’epoca, me la ricordo mentre, molto seria, mi spiega che questa è un’occasione che non puoi fallire, che occasioni del genere non ti capitano mica tutti i giorni, che devi impegnarti al massimo per superarla, che è ora che pensi al futuro, a noi due, a una sicurezza economica… e allora mi sono impegnato, mi sono messo sotto a studiare e, nel frattempo anche lei non è stata da meno, s’è messa sotto (immagino anche sopra, di fianco e di lato) e dopo tre mesi che ero stato assunto, fresca come una rosa, se n’è uscita fuori (con uno di quei discorsi, senza dubbio un topos, che almeno una volta nella vita, ognuno di noi s’è sentito fare) che mi vedeva cambiato, che non ero più io, che m’ero intristito di colpo, che sembravo un altro e che lei con un impiegato sedentario e sfigato non ci voleva stare, che lei aveva altri sogni e mille progetti per la testa, dinamici, i progetti, e per sogni e per progetti intendeva dire un altro uomo e così, dal mattino alla sera, senza menare troppo il torrone, m’aveva lasciato. E prima che mi lasciasse, nell’intervallo di tempo, allucinante a ripensarci adesso, in cui aspettavo il risultato e la graduatoria finale, un bel cazzo di giorno quella raccomandata era arrivata, recapitata da uno stronzo di postino, nella mia casella. Ero stato assunto, c’era scritto a chiare lettere, semplice e indolore, a tempo indeterminato, dovevo solo presentarmi e firmare il contratto. In-de-ter-mi-na-to. Tredici mensilità, ferie e malattie pagate, recuperi festività, permessi a ore, straordinari, premi di produzione, articolo 19, ex-articolo 20, buoni pasto, un’occasione da non lasciarsi scappare, almeno provarci, tutti ancora a dirmi, provaci, che cosa c’è di male, tentar non nuoce, ti fai un’esperienza nuova, forza, provaci, che vuoi che ci sia di male, ti confronti con un ambiente nuovo, vedrai che ti troverai bene. Io non dico d’essermi trovato male, tutt’altro, non me lo sentirete mai dire, però non posso non ricordarmi quei primi tempi, quelle prime settimane, quei primi mesi. Li ho stampati qui, me li ricordo come fossero tessere di un mosaico mostruoso a forma di incubo. Effettivamente, ripensandoci ora a sette anni di distanza, m’ero abbrutito non poco, molto, parecchio, in quel periodo, e la mia fidanzata forse, non ha avuto tutti i torti.

Ricordo i primi giorni, l’impatto col palazzo, noi, un branco di poveri sfigati di varia estrazione, posteggiati al diciassettesimo piano, in attesa di sapere a quale settore saremmo stati assegnati. Io e gli altri tredici sfigati neoassunti. Gente simpatica, per carità, con la quale però non sono riuscito a spiaccicare una parola per tre giorni. Tre giorni accampati nell’atrio ascensori del diciassettesimo piano, perché il dirigente era assente e nessuno al suo posto poteva prendersi la responsabilità e decidere chi e dove mandare.

l'atrio, gli ascensoriIo li avrei mandati in quel posto, ma intanto stavo lì, con gli altri tredici. Aspettavo e mi ascoltavo i discorsi che si fanno in situazioni del genere. Il campionato di serie A, le esperienze lavorative precedenti, il Milan campione d’Italia, l’incertezza del settore privato, il capocannoniere Ronaldo, le speranze per il futuro, la campagna acquisti…

Poi, finalmente, l’assegnazione al girone, e ciascuno che partiva per la sua destinazione. Chi saliva, chi scendeva, chi doveva abbandonare il palazzo e andare in altri luoghi, più o meno ambiti, più o meno accoglienti. Un bel numero di matricola ciascuno, un tesserino di riconoscimento, un opuscolo informativo sui diritti e sui doveri del lavoratore, un altro paio di belle firmette, grazie, e il gioco era fatto. Ascensore prego, ottavo piano, la mia fermata.

Settore Urbanistica, Disegnatore Tecnico, sig. ***** ***** matricola n° *******.

E così, sette anni dopo, eccomi ancora qui, all’ottavo piano, stanza n° ***. I miei sette anni in Tibet, la mia lenta traversata del deserto, la mia dolce morte. Qualcuno potrebbe alzarsi e dire, ma di che ti lamenti che c’hai il posto fisso, assicurato e garantito! È vero, che brutto il costume di sputare nel piatto in cui si sta mangiando. Però a volte, mancando di condimento, anche uno sputo insaporisce un po’ la pietanza, o no?

Io allora, che dopo un anno di prigionia a tempo pieno, ho scelto un’agonia più dilatata e rarefatta, soprattutto meno pagata (agonia chiamata part-time), io che c’ho il posto assicurato e sicuro, blindatissimo (anche se ormai, come si dice in giro, il posto fisso non c’è più e le privatizzazioni avanzano), io, l’aspirante, il clandestino per necessità, lunedì scorso, intanto che aspettavo la risposta per il mio scotch, ho pensato a chi invece un lavoro (né fisso, né mobile) non ce l’ha e pensando e ripensando a chi non ha nemmeno un mezzo straccio di lavoro, da buon aspirante che deve provvedere a tenersi in allenamento e dunque provare a scrivere qualche straccio di riga, mentre fantasticavo sullo scotch, ho scritto questo (senza punti)

poi cerco, cerco, io cerco e loro che me lo dicono, dicono guarda che ci sta la crisi, mi dicono così, dicono c’è la crisi, guarda che mica lo trovi il lavoro tu, ci sta la crisi ci sta, dicono che ci vuole il pezzo di carta e io che cerco e il pezzo famoso, quello di carta, è necessario quel pezzo, di carta, il pezzo e la laurea, la vuoi sapere questa, adesso nemmeno ti basta più la laurea figurati, magari non la sapevi questa, eh no, ma ai nostri giorni, ai giorni, i nostri, ci vuole la specializzazione, il corso post-laurea, almeno il master ti ci vuole. cosa che cosa che master che cosa? che? tutti allora che mi dicono e di qui e di là e tu il lavoro non lo trovi anche se ti sbatti e di su e poi di giù guarda che tu il lavoro non lo trovi, e io che cerco e davvero no che non lo trovo sto pezzo di lavoro e se non cerco, ascolto, ascolto e passano le ore e pure i giorni passano e io sempre fermo lì ad ascoltarli, i cervelloni sapientoni, e poi però basta, basta e basta però, poi basta perché anch’io tengo una certa dignità, basta, che volete che vi dica anch’io la tengo una dignità, anche se c’ho solo la licenza media ho studiato poco io, solo per quello, ho studiato poco, c’ho solo quella io, un pezzetto di carta che ai giorni nostri nemmeno la laurea basta più, figurarsi la licenza di terza media che tengo io cosa può valere, ma io ho bisogno, eh sì, ho bisogno di lavorare come tutti quanti io, allora cerco e cerco, io cerco, cerco e mi stanco e quando sono stanco e non cerco e non ascolto quelli che dicono che ci sta la crisi, per fortuna una cosa la faccio, io, mi siedo alla poltrona e guardo alla tele, io guardo la tele e mi scordo che lo devo trovare il lavoro, io, davanti alla tele per fortuna, magicamente meravigliosamente magnificamente, me lo scordo il bisogno di lavorare, è come una cosa miracolosa come la ruota della fortuna come quel mago che t’intreccia le mani come se facessi ambo al lotto tutti i sabati, e chi se ne fotte più del lavoro allora, io guardo la tele e mi distraggo, la guardo spesso, che ci stanno di q

Come diceva il poeta, lavorare stanca, ma a essere disoccupati, secondo me, ci si stanca parecchio di più. Molto, parecchio di più.

Adesso, se dio vuole, finalmente m’attacco lo scotch.

______________

[¹] Cozza è ovviamente un nome di pura fantasia, assolutamente, dichiaratamente, palesemente inventato, così come gli altri che, d’ora in poi, leggerete.


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 11:05 | Comments (0)

23.04.06

Piani alti, cultura bassa / 2. Prova d'evacuazione

di Giuseppe Braga

La prova d’evacuazione l’hanno fatta per davvero.

piano_d_evacuazione.jpgPeccato che s’è svolta di venerdì pomeriggio e io, che lavoro solo i primi tre giorni della settimana, non ero in ufficio. E come me, provo a indovinare, non c’erano molte altre parecchie persone. I fedeli dipendenti (forzati cronici) del weekend lungo. Il venerdì pomeriggio, ma è solo un vago ricordo il mio, il vago ricordo di quando lavoravo l’intera settimana, è la frazione settimanale consacrata ai permessi, alla uscite anticipate, a indisposizioni, a visite mediche, alle varie ed eventuali, il venerdì pomeriggio gli uffici, a quel che ricordo, erano perlopiù vuoti. La settimana corta è un diritto di tutti, che cavolo. Il profumo del sabato è troppo invitante per non cominciare ad assaporarlo dal pomeriggio precedente. Dunque la prova è stata fatta, ma a ranghi ridotti. Sono evacuati tutti senza problemi, m’hanno riferito le mie segretissime e fidate gole profonde, senza peraltro confermarmi se poi effettivamente siano rientrati, intendo tutti quelli che prima erano usciti. Cogliendo l’opportunità (non ci posso mettere la mano sul fuoco, ma) qualcuno se la sarà svignata. E avrebbe fatto bene. Questo ce l’aggiungo io, come nota a corredo.

Io invece, saltata la prova (che per me sarebbe stata doppia, mi riferisco agli appunti volanti che avrei potuto prendere scapicollandomi giù per le scale – peccato, ora dovrò aspettare la prossima e chissà quando ci sarà), rientrato in ufficio dopo il weekend (che nel mio caso specifico è extralungo e inizia dal primo pomeriggio del mercoledì e termina la domenica), come al solito, lunedì mattina, dopo una rapida occhiata, mi sono accorto che qualcosa, nella mia postazione, non tornava. A sensazioni del genere, chiamiamole pure di vuoto straniante, non dico d’esserci abituato, ma quasi.

Zoomata sulla mia postazione

Non posso evitare di notare alcuni oggetti fuori posto. La mia sedia messa in un angolo incongruo, girata con lo schienale rivolto verso la scrivania. La tastiera del computer inclinata, spostata di lato in diagonale, di fianco al monitor. Il mouse non c’è più, anzi no, eccolo lì, è sotto la tastiera. Osservando con occhio attento, intravedo altri dettagli. Manco mi trovassi catapultato in una favola dei fratelli Grimm, scorgo parecchie bricioline di pane sparse sul pavimento. Allora mi tranquillizzo e capisco. I fratelli Grimm, Pollicino, Hansel e Gretel e compagnia cantante non c’entrano.
Sistemo alla meglio tastiera, mouse e sedia, ignoro le briciole e accendo il computer. Il computer lo accendo sempre, a prescindere che lo debba utilizzare per il lavoro per il quale mi pagano, o meno (se non lo uso per lo stretto impiego amministrativo, lo utilizzo in quanto aspirante scrittore clandestino, le idee che arrivano non vanno disperse, ma catturate immediatamente). Il mio lavoro ufficiale, quello che principalmente svolgo qui, nella stanza n° *** dell’ottavo piano, all’interno del Settore Pianificazione Urbanistica Generale (non c’è da spaventarsi, il nome è lungo ma non c’è da aver paura), meglio che lo specifichi adesso, a scanso di equivoci, consiste in una serie di mansioni prettamente manuali (prego, astenersi da facili ironie) e dunque non sempre, non è così scontato, comprende l’impiego del computer. L’era informatica non ha ancora preso del tutto piede, nei nostri uffici.
Dopo aver immesso la password e controllato rapidamente la casella personale di posta elettronica (nella ovvia, quanto remota speranza di trovare la struggente mail di un qualche editore rimasto folgorato da un qualche mio racconto), mi sono dunque seduto al tavolo luminoso, il mio vero, concreto, palpabile e tangibile, reale luogo di fatica, un monoblocco pesantissimo di acciaio nero, col ripiano di vetro opaco satinato e neon incassati, addossato alla parete divisoria dell’ufficio, a un metro circa dalla mia postazione. Ho riordinato le idee, spazzato via un po’ di briciole col piede, verificato lo stato dell’arte, preso, sfilandola dalla busta protettiva di plastica trasparente, una delle grosse e sacre tavole del Piano Regolatore Generale (che sto aggiornando/modificando da sei mesi) e infine, prima di fissarla coerentemente con lo scotch, l’ho sovrapposta al disegno che riportava i corrispondenti aggiornamenti. Solo in quel momento, già amaramente pentito dalle sciagurate scelte di vita che m’avevano portato fin lì, ho aperto la scatolina nella quale conservo gelosamente, lontano da occhi e mani indiscrete, il mio preziosissimo materiale da lavoro e ho fatto una scoperta. Spiacevole, se volete saperlo.

Ho rovistato con la mano. C’erano i pennini a china, c’era la gomma, c’era l’evidenziatore giallo, c’era il bisturi, ma mancava qualcosa… lo scotch, ecco che cosa. Ho rivoltato la scatolina, ma niente da fare. Non c’era più.

Il mio rotolo di scotch di carta.

scotch_dicarta.jpgUna cazzatina, una bagattella, direte voi. No, è qui che vi sbagliate. Lo scotch (di carta, che si applica e si rimuove con facilità senza lasciare tracce o lacerare i fogli), per un lavoro taglia e incolla, sovrapponi e ridisegna, fissa e rimuovi, come il mio, un lavoro decisivo per le sorti della città (non scherzo e più avanti spiegherò), è strumento indispensabile. Lo scotch è come il punto per uno scrittore. A meno di non essere James Joyce, uno sperimentatore della lingua o un dadaista, per uno che scrive, i punti sono necessari. Ogni tanto, non dico che li si debba utilizzare in ogni riga, ma di tanto in tanto vanno messi. Per tirare il fiato, per fermare il momento, catturare un pensiero, sottolineare una frase. Ecco, a me lo scotch serve per tenere ben salde le tavole, una sull’altra, a far coincidere in modo indiscutibile e scevro da errori, le aree con le diverse destinazioni funzionali (azzonamenti, nella terminologia urbanistica), i limiti di varianti, piani particolareggiati, piani di zona e di recupero, lottizzazioni, etc. (robe grosse, insomma). Non ci si può mica sbagliare e tagliare un edificio, così a casaccio, perché non l’hai fissato e inavvertitamente ti si sposta il disegno, o dimenticarsi una strada o una piazza, o magari inglobare in un’area edificabile un’area agricola, tanto per dire. Chi lo va a spiegare poi al contadino che si vede il campo di mais invaso da parcheggi e villette a schiera? Il mio è un lavoro ad altissima precisione. Le sorti della città, lo ribadisco con orgoglio e senza alcun pregiudizio, non voglio darmi arie o chessò che, dipendono anche dal sottoscritto, non si creda. Non si creda che, pur lavorando con mezzi tipicamente anni sessanta/settanta, un po’ vintage per capirci, inadeguati, datati, fuori dal tempo e anacronistici, non si creda che il mio non sia un lavoro estremamente delicato e di indubbia importanza. Non si creda.

Lo scotch di carta. Qualcuno me l’ha fatta sotto il naso. Approfittando della mia assenza, semplice, troppo semplice, qualcuno ha aperto la mia scatolina di latta rotonda (ex-biscotti danesi al burro ipercalorici) e ha prelevato, criminosamente, lo scotch. Mica nulla in contrario, mica è roba esclusiva del sottoscritto, certo, sarebbe stato un bel gesto pure rimetterlo dov’era però, dopo averlo usato. Forse il criminale è stato incauto e ha lasciato le impronte digitali, ecco, potrei partire da lì, con il luminol magari trovo delle tracce. Ma non credo ne valga la pena, scomodare la scientifica o la sorveglianza per un rotolo mezzo consumato di scotch, non credo ne valga la pena.

Mentre sono lì e penso che non ne vale la pena, mi ritorna in mente un fatto, ben più grave, avvenuto due anni fa, sempre ai miei danni, sempre in quest’ufficio, sorta di triangolo delle Bermuda, misterioso buco nero amministrativo.

Digressione thriller (caccia al ladro)

Un giorno di due anni fa, un altro lunedì come tanti, premo il tasto, ma il computer non s’accende. Riprovo, uguale come prima. Mi vedo costretto a chiamare l’assistenza, che io se potessi non li chiamerei mai quelli del laboratorio informatico, che sembra che ci godano come matti a farti sentire e a trattarti sempre immancabilmente come un mezzo deficiente, loro che sanno le cose, che conoscono la materia, che posseggono il sapere, che si destreggiano e maneggiano il futuro, loro, gli eletti, che tutto o quasi ruota attorno a loro. Nel bene e nel male, pur essendo arretrati, tecnologicamente parlando, anche qui, nell’amministrazione, il computer e l’informatizzazione hanno il loro bel peso. Li ho dunque dovuti chiamare, causa di forza maggiore, e per non smentirsi m’hanno fatto sentire un mezzo pirla anche in quell’occasione (saranno pure passati due anni ma ho una buonissima memoria), salvo poi constatare e convenire che, mentre mi smontavano pezzo a pezzo il personal computer, effettivamente qualcosa mancava. La scoperta è stata di quelle che lasciano di stucco. Qualcuno m’aveva, nottetempo, aperto l’apparecchio e sottratto criminosamente la scheda video e un altro paio di microprocessori. La cosa davvero curiosa era che la scheda video e quel paio di microprocessori mi erano stati appena sostituiti, che coincidenza.

Accade anche questo, nelle notti buie e misteriose, all’ottavo piano d’un alto palazzo d’uffici milanese di ventiquattro piani. Peccato che Montalbano sta in Sicilia, obiettivamente un po’ troppo fuori mano. Noi dobbiamo arrangiarci con Dazieri e Biondillo, decisamente meno mainstream.

In quanto parte lesa, lesa ma non dispiaciuta (mi sembrava un’ottima scusa per non lavorare), il giorno stesso, dopo aver effettuato alcune telefonate ai miei referenti/superiori, m’ero dovuto recare al posto di polizia più vicino (giuro, è vero, ho ancora le carte timbrate) con una denuncia scritta da me, controfirmata dal dirigente, e con tutto il resto in regola. Fortunatamente avevo la carta d’identità valida. In coda, al distretto di polizia, tra una vecchietta derubata, un signore che imprecava al telefonino e un tossico che non si reggeva in piedi, stavo quasi per estrarre il mio taccuino e prendere giusto qualche sapido appunto, quando, un attendente m’aveva fatto cenno e io ero entrato nell’ufficio competente. Avevo cominciato a spiegare la faccenda alla larga, con l’attendente che verbalizzava, via, via sempre più incredulo, e con gli altri due poliziotti che mi guardavano come si guarda un mezzo deficiente (uno sguardo a me familiare), con l’espressione di chi ha ben altro a cui pensare che non a una scheda video rubata all’ottavo piano di un alto palazzo d’uffici dell’amministrazione, che quando gli ho spiegato compiutamente il motivo (una scheda video rubata all’ottavo piano di un alto palazzo d’uffici dell’amministrazione) per cui mi trovavo a intasare i loro uffici, quasi, quasi mi volevano trattenere, per accertamenti, come via punitiva e precauzionale, a mo’ di deterrente per il futuro.

Era soltanto l’inizio d’una vicenda che nel seguito si sarebbe rivelata piuttosto comica e surreale.

Il giorno dopo erano usciti gli ispettori interni dell’amministrazione. Ero stato convocato in una stanzetta e, dopo avere declinato le mie generalità, era cominciato l’interrogatorio. Come in un vero giallo, cazzo. Da solo, davanti agli ispettori, avevo dovuto rispondere alle loro domande, infide e sospettose. Vollero sapere, erano in due come i carabinieri delle barzellette, i miei orari, le mie mansioni, le mie abitudini lavorative, gli spostamenti e ancora, se avevo notato qualcosa d’insolito, se potevo fornire loro qualche informazione o indizio… il tutto senza distogliermi per un attimo gli occhi di dosso. Il tutto mentre io sudavo a fontanella, sul punto di auto-convincermi che ero stato io, che sì, era vero, che ero io il colpevole di tutto e magari avevo commesso il crimine in stato di trance o sotto ipnosi. Credo che, sotto, sotto, volevano accertarsi davvero che non mi fossi fregato io la scheda.

Due giorni dopo, gli ispettori se ne erano andati da mezz’ora, in una fessura tra le piastrelle e l’orinatoio, nel bagno di fianco al mio ufficio, era stato rinvenuto un tesserino di riconoscimento. Tengo a puntualizzare che non era il mio, ma quello d’un collega (mai visto prima d’allora) di un altro piano. Collega poi rivelatosi (gli ispettori erano tornati e avevano fatto un altro giro d’interrogatori) estraneo ai fatti. Oscuro, inquietante e maldestro tentativo di depistaggio.

Tre giorni dopo m’è stato comunicato che m’avrebbero fatto sapere. Senza specificare chi avrebbe dovuto. Per intanto dovevo portare pazienza e tirare avanti con la vecchia scheda, nel frattempo rimontatami con malcelato fastidio dagli informatici. Questione di poco, se non proprio giorni, al massimo un paio di settimane, dissero, e la faccenda si sarebbe risolta positivamente. Io, bisogna che lo dica onestamente, non morivo dalla fretta, comunque.

Una settimana dopo si era creata già una piccola leggenda. Colleghi che mi telefonavano per avere dettagli piccanti, per sapere com’erano riusciti a rubarmi l’intero computer, la sedia e la scrivania. Altri volevano che confessassi, altri ancora, sicuri che avessi fatto un’abile manfrina, pretendevano che gli rivendessi la scheda video a prezzo di favore. Le voci insomma erano scoppiate incontrollate come accade sempre in questi casi.

Un mese dopo, s’era verificato un altro furto misterioso. Avevano rubato la tastiera e le casse a un geometra del nono piano e la mia vicenda, come era giusto che fosse, era passata nel dimenticatoio.

Due anni dopo, oggi ora adesso, io ho ancora la mia vecchia scheda e la nuova, quella sottrattami nottetempo, non s’è mai più ritrovata. E neppure mi è stata sostituita. Va bene una volta, ma due sono troppe. Colpa mia che non avevo messo l’antifurto. Così mi hanno risposto, ironici birbanti, quelli del laboratorio informatico, quella volta che avevo azzardato a chiedere notizie.

Ora torno all’oggi, cioè adesso, o meglio, a lunedì scorso.

Il danno apparentemente è minore e di più facile risoluzione, certo, ma lo stesso io mi trovo senza scotch. Strumento di lavoro indispensabile, mi sembra di essere stato fin troppo chiaro. Chiedo in giro ai colleghi di stanza (che peraltro hanno altre mansioni, catalogano, archiviano e mettono timbri alle pratiche, e loro dello scotch non saprebbero che farsene, se non nascondermelo per dispetto), chiedo se per caso l’hanno preso loro. Magari, sai, vai a sapere, chi può dirlo, per sbaglio. Tutti, sono due, non sono molti, avrei potuto scrivere entrambi e avrei fatto la figura di chi sa scrivere con proprietà di linguaggio e di vocabolario, negano. Per la miseria ladra, adesso mi tocca la trafila. È questo il primo pensiero. Un pensiero deprimente, v’assicuro. Devo richiederle formalmente, qui da noi si fa così anche per un rotolino di scotch o di carta igienica. Ho ingoiato il rospo e ho inoltrato la richiesta, formalmente. Ho dunque telefonato, con voce professionale, all’ufficio personale che sta in fondo al corridoio del mio stesso piano. Temevo una risposta del genere. Me l’hanno confermato con voce meno professionale, un po’ scocciata a dire il vero, la voce. Che l’avrei dovuta conoscere bene la procedura. Che avevano mandato non una, ma due mail a riguardo. Che andassi a rileggermele entrambe (qui non potevo sbagliare di nuovo), prima di telefonare. Formalmente significa con una cosa scritta, spedisci una mail dettagliata all’ufficio competente, mi ha gentilmente consigliato, prima di sbattermi in faccia la cornetta, la segretaria. Ho riattaccato anch’io, e ho subito mandato la mail professionale e dettagliata all’ufficio competente, ufficio che sta tre piani di sotto. Che ci potevo scendere direttamente a piedi, ma le cose semplici talvolta conviene non farle, si farebbe troppo in fretta. Dopo mezza giornata trascorsa a trastullarmi e a grattarmi senza scotch, m’è giunta la risposta, potevo scendere, anche a piedi se volevo, il materiale (lo scotch) era pronto. Incredibile, ma tutto vero e documentabile. Mittente della missiva era lui. Lo vedevo dalla firma in calce. Lui, ovviamente lui. E dunque vi racconto un po’ come è fatto lui, lui, lui che risponde al nome di Eugenio Cozza.

Anzi no, ora adesso non posso, scusate, mi sta suonando il telefono, lavoro, immagino…

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 20:04 | Comments (5)

20.04.06

Piani alti, cultura bassa / 1. Panoramica d'insieme

di Giuseppe Braga

Panoramica d’insieme

Piani altiDall’ottavo piano la vista è quella che è. In poche parole, c’è d’accontentarsi. A volo d’uccello, escludendo il cielo autunnale piatto, dolente e opaco, dietro le grosse vetrate, il mio sguardo viene catturato da due enormi teloni pubblicitari alti sei piani ciascuno, adagiati su un tappeto verde (un’edera così finta, così posticcia e deprimente che ti verrebbe voglia d’incendiarla con una tanica di benzina). Più in basso, molto più piccolo (segno dei tempi?), ma pur sempre tre metri per cinque, un manifesto elettorale del partito del premier (più o meno, dipende dai gusti) amato dagli italiani. Poi le patatine (quelle che tirano) e l’orologio che non ti fa chiedere mai. Neppure l’ora. E ancora, un convenientissimo servizio telefonico con una mezza scimmia, alta quanto una finestra, che ride beata tenendo in mano la cornetta e, a fianco, le pubblicità d’una banca che più che una banca, obiettivamente, sembra una cattedrale gotica e di un’arcinota azienda di abbigliamento sportivo. Sotto, a portata di strappo e di sputo, una fitta schiera di manifestini (collosi, sovrapposti malamente uno sull’altro) reclamizzanti concerti prossimi venturi, decisamente in scala ridotta, rispetto al resto che sta loro intorno. Riassumendo, scrutando con accuratezza a centottanta gradi, nemmeno una donna, non pretendo nuda, ma almeno, chennessò, un po’ svestita che t’ammicca libidinosa e discinta. Quantomeno singolare, come cosa. Alzando lo sguardo, alla sommità dei palazzi, poco sotto le antenne satellitari, tonde orecchie bianche puntate disordinatamente dentro l’universo mondo, quattro riflettori, preposti a illuminare la scena in notturna (oltre ai manifesti, il gran viavai di automobilisti in cerca di fugaci incontri amorosi a pagamento, gran viavai che vivacizza e caratterizza, a quanto ne so da sempre, la zona).

I muri ciechi dei caseggiati milanesi sono perlopiù fatti così. Si parlano e si guardano tra loro. Di giorno, ma soprattutto di notte.

“Ciao, come sto?”
“Io sono quel che sono.”
“Perché sentirsi è bello, ma vedersi è meglio.”
“L’auto che lavora, veicoli commerciali affidabili.”
“Una grande forza al servizio di un grande paese.”
“Si dice il peccato… ma non quanto ti è piaciuto!”

Certo, come no.

Beh sì, meglio mostrare subito le carte, un aspirante scrittore si deve barcamenare con quello che gli passa il convento. Senza la fuorviante presunzione che l’indurrebbe a buttar via il cosiddetto superfluo. Mai fare gli schizzinosi, insomma. Non se ne parla proprio. Ogni particolare, anche il più gratuito e ininfluente, può tornare prezioso, persino decisivo. Pure dall’ottavo piano di un palazzo piuttosto anonimo (nel senso che non passerà alla storia dell’architettura come un modello/archetipo da imitare) e inquinato come quello da cui sto scrivendo.

Produttività e tempistica del lavoro

Il tempo va ottimizzato, su questo siamo d’accordo pressoché tutti. Va fatto fruttare al meglio, tanto più quando sei in ufficio e ti pagano per starci. Fatichi, ti rompi il culo, ti annienti, ti degradi giorno dopo giorno, ti annulli, ti massifichi, ti alieni, ma poi ti rialzi, pensi agli anni passati in posta da Bukowski (non in coda allo sportello con la bolletta in mano, ma dietro alle scartoffie di una scrivania) e allora ti rialzi, anzi ti risiedi alla tua postazione (niente di speciale, come postazione: una sedia senza braccioli, un computer lento e con la memoria in esaurimento, una scrivania anni settanta) e scrivi. Di nascosto dai tuoi capi e superiori, si capisce. Loro che vuoi che ne sappiano di letteratura. È una vitaccia infame, quella dell’aspirante scrittore clandestino. Campano a fatica quelli veri (legittimamente garantiti e certificati), di scrittori, figurarsi gli aspiranti (per di più dipendenti pubblici con l’aggravante della clandestinità). Ecco allora che diviene necessario fare i conti con le tristi realtà di tutti i giorni. Pochi voli pindarici, molti viaggi in metropolitana. Scarsi intrecci, allitterazioni e paratassi, parecchi biglietti del tram e susseguenti, interminabili, ore e ore da passare in ufficio. Che poi l’ufficio… si fa presto a dire ufficio. All’ottavo piano si respira meno smog che non al primo o a quota terra (tubi di scappamento ad altezza naso), lo dicono gli esperti di malattie respiratorie non io, ma di merda se ne manda giù molta, parecchia, di merda se ne ingoia in abbondante quantità, indipendentemente dalle quote altimetriche. Democraticamente, direi.

Mobilità verticale

Il palazzo dell'InpsM’affaccio e guardo sotto. A otto piani di distanza, al livello del mare, c’è la strada. Vedo autobus, furgoni, automobili, camion e motocicli, parcheggi gratta e sosta esauriti già alle nove del mattino, negozi, edicole, semafori, molto asfalto, un vigile, quattro taxi, qualche cane che piscia, due aiuole spelacchiate ma sponsorizzate, uffici, il terziario che avanza, uomini e donne d’affari, segretarie e impiegati dal passo spedito, ringhiere stinte, muri screpolati, piani terra di abitazioni a seimila euro al mq., marciapiedi impraticabili (occupati da auto in sosta, senza il gratta e fuori legge), androni spaziosi, citofoni in ottone smaltato e, per chiudere, a gettare un’incombente ombra su tutto, il simbolo iperrealista dei nostri tempi: il palazzo dell’INPS. Monolite di cemento armato (scrostato) e vetro (annerito) che s’erge maestoso e solenne. Impossibile da ignorare, ce l’ho di fronte.

Salendo all’ultimo piano del palazzo nel quale lavoro (a quell’altezza l’INPS fa meno impressione, va detto), se si è fortunati, si può godere di un panorama eccezionale (lo spettacolo delle alpi, tutta la corona montuosa). Anche a Milano, se stai al 24° piano e la giornata è favorevole, anche in una città affogata, umiliata e annerita dai gas di scarico e dai vapori inquinanti (oltre che dalle politiche urbanistiche inadeguate – inadeguate è da intendersi come un complimento – degli ultimi cento vent’anni), puoi gustarti viste mozzafiato. D’accordo, devi raggiungere il 24° piano e avere la botta di culo di trovarti in una giornata particolarmente limpida. Mai essere negativi a priori, nella vita.

Scendendo di nuovo, direttamente con l’ascensore che si fa prima, saltando tutto quello che ci sta in mezzo – ovvero i ventiquattro piani di corridoi, uffici e laboratori –, si approda ai due piani interrati, entrambi adibiti a parcheggio. Mancano aria e luce e l’ambiente è suggestivamente claustrofobico. Lo confesso, io ci ho parcheggiato l’auto solo un paio di volte. Siccome dobbiamo pagare pure noi, noi inteso come dipendenti, ho cambiato presto abitudine. Faccio già fatica a venire a lavorare e l’idea di metterci dei soldi, mi pare un’idea demenziale. Tanto più che usando l’auto contribuirei alla diffusione delle polveri sottili. Meglio la metropolitana allora, che puoi anche leggere, durante il tragitto.

Obiettivi strategici

Da buon aspirante che si rispetti, sto pensando di scrivere un romanzo. L’idea che m’è sovvenuta è, a dir poco, modestamente parlando, strabiliante. Un romanzo di ventiquattro capitoli, uno per piano. Mi spiego meglio. Il palazzo diverrebbe romanzo e, viceversa, i piani diverrebbero capitoli. Flash back e flash forward, ci metto gli ascensori. Veloci, diretti al punto, senza perifrasi, rapidissimi schizzano su e giù, lungo la mia trama – lineare, la trama – fatta di piani. Ellissi, digressioni, varie ed eventuali, magari più lente ed elaborate, la dinamica s’intende, le scale, un gradino per volta. Che sono collocate, le scale, alle due estremità del palazzo, in due vani (isolati, come da normativa vigente, con porte taglia fuoco regolamentari) vetrati a tutt’altezza e, nonostante siano molto, entrambe, molto sporche (sia le scale che le vetrate), puoi vederci lontano, attraverso (le vetrate, a meno che non si abbiano poteri paranormali e si riesca a vedere oltre il cemento armato). Vederci lontano, attraverso… eccellente come metafora, no?

Lasciate ogni speranza, o voi che entrate

Finito il viaggio (cogliendo l’occasione, ho appena provveduto all’utilizzo di un flash back), e saranno le otto del mattino, ingurgitati cappuccio e cornetto al bar sotto il metro’, risalite le scale mobili dal sottosuolo, senza alcun’altra scusa per tardare l’entrata, non avendo incontrato né Benni, né Fiodor e, manco per sbaglio, un qualsiasi scrittore beat o underground, oltrepassata la porta a vetri dell’ingresso, ecco altri scalini (l’impervia strada che porta al successo è lastricata di gradini, rigorosamente in salita). Una simpatica rampa da sette alzate, alla faccia dell’abbattimento delle barriere architettoniche, priva di piattaforma elevatrice. Una meraviglia per i portatori d’handicap, che ringraziano ogni volta. Per loro ci sarebbe l’ingresso secondario, ditemi voi s’è possibile. Ma l’amministrazione, così come le fa, le regole, può anche derogarle. A scanso d’equivoci, lungi da me criticare i miei datori di lavoro, sia ben chiaro, era giusto una postilla dal carattere informativo.

All’ingresso, il badge elettronico, per qualche attimo, ti fa sentire importante. Guardi gli sfigati che sono accampati al di qua dei tornelli, in un limbo a-temporale, li osservi mentre sono in fila allo sportello di accettazione, che devono mostrare un documento, i poveracci, che devono staccare un numero, gli sfigatoni, che devono aspettare il loro turno, i miserabili questuanti, l’ora di ricevimento del pubblico. Tu invece, col potere effimero d’un lasciapassare di plastica, entri facile, infili nella fessura il tesserino magnetico e bip!, è fatta. Adesso tu sei al di qua, loro ancora e chissà per quanto nell’anticamera a-temporale. Con le loro cartellette gonfie di disegni, di documenti e di pratiche da vidimare. E li vorresti vedere, ah sì, eccome se li vorresti vedere (qualche volta succede), districarsi tra uffici, attese, stanze, corridoi, piani (ventiquattro, ricordate?), informazioni da decifrare, spesso criptiche e incomplete, scusi mi saprebbe indicare, no, no, no guardi, non è di mia competenza, dovrebbe rivolgersi al collega, moduli prestampati, il collega è momentaneamente fuori ufficio ma torna subito, non si preoccupi, attenda pure qui, qui dove?, qui in coda con gli altri… un girone dantesco postmoderno, una fitta giungla dove al posto delle liane, carte bollate, un inferno regolato da documenti e archivi, un labirinto in verticale da sconsigliare vivamente agli irritabili, permalosi e deboli di cuore.

Gli ascensori, eccomi nuovamente agli ascensori, capita che si fermino sul più bello, gli ascensori, tra un piano e l’altro. Ma soprattutto, gli ascensori, quando non si fermano inopinatamente, vanno parecchio spediti. Il cappuccio ti traballa pericolosamente nello stomaco, con quelle partenze e frenate improvvise. Leggi il panico negli occhi dei più sprovveduti, di coloro che, c’è sempre una prima volta nella vita, non si sono mai avventurati nel girone. Di coloro che, facciamo un esempio tipo, hanno l’appuntamento col tecnico al diciottesimo piano. Diciotto piani conviene farli in ascensore, non ci sono molte alternative, a meno che non ti piacciano le crono scalate. Ma gli ascensori del nostro palazzo hanno questa peculiarità, prendono velocità in un nanosecondo e in un altro nanosecondo, si arrestano al piano. Io ci ho fatto lo stomaco, ma chi non sa come funziona e non ha mai provato, esce spesso barcollante e turbato. Quasi convinto a buttarsi nella crono discesa.

Pensando ancora, in generale, ai collegamenti verticali e a tutto quel che ne concerne, credo che (mi sto riferendo al romanzo futuro) ci starebbe proprio a pennello un omicidio compiuto nel vano ascensori o nella tromba delle scale. Ventiquattro piani di caduta libera, un corpo disarticolato che precipita nel vuoto. Le urla dei primi soccorritori, lo strazio, i brandelli di carne sparsi qua e là.
Un abisso di romanzo, fortissimo, davvero, dentro il quale potrei, tanto per cominciare, ribaltare alcuni abusati luoghi comuni. Chi lo dice, ad esempio, che gli ambienti più prestigiosi e/o di potere sono sempre insediati ai piani alti?

L’Assessorato ha l’ufficio al terzo piano.
Il Protocollo Generale (vengono concessi gli agognati, sospirati permessi) al secondo.
Lo sportello Bancomat, anche se fuori servizio permanente, si trova al primo.
Il distributore automatico di gelati, bibite e merendine, all’ammezzato.
La Commissione Edilizia (vi si decidono le sorti della città), a terra.

Tanto per ribadire il concetto, al 24° piano hanno sede gli uffici dell’Edilizia Scolastica. Non ci arriva nessuno all’ultimo piano (giorni sereni e sgombri da nuvole, a parte), fatta eccezione per chi ha l’ufficio lì. Chi se ne frega della cultura?

Interno ufficioL’ottavo piano, il piano dove abitualmente risiedo (con la mia postazione e con la targhetta recante il mio nome, sulla porta dell’ufficio) e dal quale godo della vista di cui vi ho detto, non è poi così male, visuale a parte. Ottavo piano su ventiquattro. Né troppo alto, né troppo basso. Col cesso degli uomini vicinissimo. Con la boccia dell’acqua minerale a portata di mano. Con le scale d’emergenza a pochi passi. Che nelle prove d’evacuazione anti-terrorismo ci metto un niente ad arrivare a terra, sano e salvo, nel punto raccolta. Un paio di minuti senza correre. Il problema vero si avrà quando l’evacuazione non sarà più simulata (nel dubbio mi tocco, anche se, nell’ottica del mio futuro romanzo/palazzo, potrebbe essere un perfetto, magnifico e inaspettato colpo di scena). Scendere affannosamente le scale in massa, con altre ottocento persone urlanti e terrorizzate che ti sgomitano a fianco, senza farsi prendere dal panico, evitando possibilmente di venire schiacciato o calpestato, con l’aggiunta supplementare di dover essere recettivi, reattivi, attenti ai minimi dettagli e magari riuscire, sempre impegnato a raggiungere l’uscita schivando le gomitate e i pestoni dei restanti ottocento, a trascrivere qualche cosina d’originale e di curioso sul taccuino, non deve essere una cosa facile. Potrei fare qualche esperimento un giorno di questi, coinvolgendo un paio di colleghi, perché no. Di certo chi sta in alto è messo molto peggio e

sento dei passi, scusate, chiudo il file e torno alla clandestinità.

[segue]

Posted by giuliomozzi at 14:03 | Comments (6)