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<title>giuliomozzi</title>
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<copyright>Copyright (c) 2008, giuliomozzi</copyright>
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<title>Da un romanzo mai terminato (1999), foglio sparso</title>
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<summary type="text/plain">[Si tratta in realtà di un raccontino uscito, forse nel 1993 o all&apos;inizio nel 1994, nel quotidiano Il mattino di Padova. L&apos;avevo ripescato pensando di inserirlo da qualche parte, presumo tra i primi capitoli]. L’uomo grasso si avvicina a Mario...</summary>
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<![CDATA[<p>[Si tratta in realtà di un raccontino uscito, forse nel 1993 o all'inizio nel 1994, nel quotidiano <em>Il mattino di Padova</em>. L'avevo ripescato pensando di inserirlo da qualche parte, presumo tra i primi capitoli].</p>

<p><big>L’uomo grasso si avvicina a Mario tirandosi dietro lo sgabello. Gli si siede vicino, ma non a fianco: un po’ più indietro. Mario, se volesse guardarlo in faccia, dovrebbe storcersi tutto. L’uomo grasso ha spiegato a Mario, durante le prove, che in questo modo per lui sarà più facile parlare guardando il pubblico e le telecamere. Sull’orlo del palco, tra Mario e il pubblico, c’è un monitor. L’uomo grasso ha suggerito a Mario di guardare il pubblico finché nel monitor vede inquadrato il pubblico, o il palco nel suo complesso, oppure l’uomo grasso; quando si vede in primo piano nel monitor, invece, Mario dovrebbe cercare con gli occhi la telecamera con la lucetta rossa accesa e guardarci dentro. Non è indispensabile, comunque, ha detto l’uomo grasso. Guardare il pubblico va sempre bene.<br />
A Mario era sembrato impossibile tutto, quando l’uomo grasso lo aveva invitato sul palco chiamandolo per nome. Era entrato da dietro le quinte e aveva stretto la mano all’uomo grasso, così come doveva fare. L’uomo grasso lo aveva fatto sedere su un divanetto, accanto a un professore di università. L’uomo grasso poi si era come dimenticato di lui. Aveva fatto parlare gli altri ospiti, compreso il professore di università che aveva parlato di un suo libro recente (la biografia di un’amante del duce, era sembrato di capire a Mario). Poi aveva introdotto una coppia di mimi che avevano strappato due risate al pubblico. Infine, durante la seconda pausa per la pubblicità, era venuto a dire sottovoce a Mario: sono da lei tra poco.<br />
L’uomo grasso, seduto alle spalle di Mario, comincia a raccontare della lettera. Mario guarda il pubblico e tiene le due mani aperte appoggiate sopra le ginocchia. Sente l’uomo grasso che parla. In questo momento sta proprio leggendo la lettera, e a Mario fa una strana impressione. Sapeva che l’avrebbe fatto, era stato avvertito e aveva dato il suo consenso; ma gli sembra strano sentire le sue parole, diventate ormai vecchie di mesi, dette con tanta cura e precisione. L’uomo grasso legge bene, con le pause, con un tono né drammatico né commovente ma, così pensa Mario, freddo e sensibile insieme. E’ strano, pensa Mario, è come se all’improvviso io mi mettessi a parlare con la sua voce, con il suo accento romano e il suo respiro pesante.<br />
Mario si ricorda di quando ha scritta la lettera. Bianca era sparita da tre settimane e lui aveva ancora addosso la tuta che aveva addosso quando lei era uscita per andare a fare un po’ di spesa. Era rimasto in casa a fare le pulizie del sabato. Più tardi la aveva cercata dalla sorella. Poi si era preoccupato, aveva chiamato il pronto soccorso e il 113. Ai carabinieri, due giorni dopo, che volevano assolutamente sapere se Bianca aveva un amante o se gli faceva almeno dei tradimenti, non aveva saputo cosa dire. Non era più uscito di casa. La sorella di Bianca, che era forte, gli faceva da mangiare. Non mangiava quasi. Aveva scritta la lettera all’improvviso, perché guardare la televisione era l’unica cosa che faceva. Aveva scritte dieci pagine, era corso fuori a spedirle. All’edicola aveva comperato <em>Sorrisi e canzoni</em> per avere l’indirizzo.<br />
L’uomo grasso finisce di leggere. Mario si vede in primo piano nel monitor. Guarda la telecamera e sorride. Spedita la lettera, era tornato a casa. Si era lavato, cambiato. Era sceso a comperarsi da mangiare. Il dolore c’era ancora, ma non era più indistinto, come sciolto dentro di lui: aveva preso corpo, era come un fantoccio rigido, un pupazzo che gli ingombrava un angolo di casa. Forse un giorno avrebbe potuto liberarsene. Dovunque fosse Bianca, lui non poteva farci niente. Poteva fare questo: sorriderle dallo schermo e dirle: Bianca, io sono felice.</big><br />
</p>]]>

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<title>Da un romanzo mai terminato (1999), Otto, 1</title>
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<modified>2008-10-12T08:55:49Z</modified>
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<summary type="text/plain">[Del capitolo Sette c&apos;è solo una pagina, che è peraltro un raccontino del 1993 circa, già pubblicato prima nella rivista della scuola &quot;Omero&quot; di Roma, e poi nel libro Tennis di Laura Pugno e giulio mozzi]. otto (nel quale Santiago...</summary>
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<![CDATA[<p>[Del capitolo Sette c'è solo una pagina, che è peraltro un raccontino del 1993 circa, già pubblicato prima nella rivista della scuola "Omero" di Roma, e poi nel libro <em>Tennis</em> di Laura Pugno e giulio mozzi].</p>

<p><strong>otto (nel quale Santiago scrive a Mario, e Mario a Bianca)</strong></p>

<p><big>Caro Mario, scrive Santiago, non ho voglia di perdere tempo. Le tue bugie sono trasparenti. Non ho nessuna intenzione di mollarti. Quello che io ti do, non te lo può dare nessuno. Tu non sei libero. Io sono libero di prenderti o lasciarti, di tenerti o di mandarti via; tu non sei libero. Questo è il nostro patto, e non venirmi a dire che queste condizioni non sono mai state pattuite. Non venirmi a dire che improvvisamente provi piacere a fare quello che vuoi. Io sono qui per dirti quello che devi fare e per dirti che qualunque cosa tu faccia, io la so. Io conosco il tuo piacere molto meglio di quanto tu stesso lo conosca. Tu sei quello che sei perché io l’ho voluto, e il tuo piacere sta nel fatto che io voglio. Non sono venuto né a pregarti né a ricattarti, ma semplicemente a dirti che cosa io voglio che tu faccia. Non ho nessuna paura che tu mi abbandoni perché so che tu non sei capace di volermi abbandonare. Non sono venuto fino qui per paura di perderti, ma perché non ho voglia di perdere tempo. Non ho neanche voglia di minacciarti. Non ho voglia di dirti: guarda che ti mollo; perché m’importa così poco di te, che non ho neanche voglia di sprecare energia per minacciarti. Se fosse per me, ti avrei lasciato perdere le cento volte. È che io so (e tu non lo sai) che io sono l’unica chance che tu hai per avere un briciolo di felicità in questa vita di merda, un briciolo di umanità nel tuo corpo di merda. Sono venuto a prenderti e portarti via, Mario, perché voglio per te qualcosa di meglio di ciò che tu sei in grado di procurarti da solo. Tu lo sai che io non sono né buono né cattivo. Non faccio questo per cattiveria e nemmeno per bontà. Non lo faccio nemmeno per me, perché non ho bisogno di te: di vecchi pronti a fare la fila per darmi il culo ce ne sono anche troppi. E non lo faccio per te, perché del tuo destino e della tua vita non m’importa un cazzo. Lo faccio soltanto perché mi piaci, Mario, nel senso che mi piacciono il tuo cazzo e la tua bocca e il tuo culo, e poiché mi piacciono voglio averli a disposizione per ogni volta che ne avrò voglia di adoperarli. Io ti ho già avvisato di quello che ti potrà succedere, anche se tu te ne sei accorto. Sono passati nove giorni, ed è tempo che la fortuna o la disgrazia piombino su di te. Io sono sicuro (perché tu sei uno sprovveduto) che tu non hai risposto al mio invito. Vuol dire che, per la prossima spedizione, aggiungerò qualche verso alla <a href="http://www.vibrissebollettino.net/giuliomozzi/archives/2008/09/da_un_romanzo_m_1.html">poesia</a>. Per esempio scriverò:</big></p>

<p><big><em>Mario ricevette la lettera<br />
e non capì chi gliel’avesse mandata.<br />
Il giorno dopo partì per Roma<br />
e a Roma, il nono giorno, la sua vita fu rovinata.</em></big></p>

<p><big>La tua fortuna e la tua disgrazia, caro Mario, sono io. Tu non vuoi crederci, ma io ti dico: la tua fortuna e la tua disgrazia sono io. So bene che cosa di credi di essere: una persona umana, uno che fa libri e scrive sui giornali, un qualcuno di qualche importanza e con un futuro davanti. Invece io ti dico, caro Mario: tu sei soltanto un cazzo una bocca un culo, e io sono il proprietario del tuo cazzo della tua bocca del tuo culo. Senza di me tu non servi proprio a niente. Al mondo non servi a niente, se io non ti adopero. E io non ho bisogno di adoperare te: il mondo è pieno di cazzi, di bocche e di culi. Io preferisco adoperare te perché mi piaci, e mi piaci proprio perché non sai di essere quello che sei, cazzo bocca e culo. Mi piace usare il tuo cazzo la tua bocca il tuo culo proprio perché tu sei così idiota da pensare di non essere un cazzo una bocca un culo. Che ne dici? Pensi di essere un cervello? Pensi di essere un cuore palpitante? Pensi di essere un servitore della comunità? Te l’ho sentito dire, sai, alle conferenze: <em>le narrazioni servono a fondare le comunità, le comunità si fondano sulle storie che tutti ci raccontiamo, la nostra civiltà è la civiltà delle storie</em>. No, mio caro, puoi imbrogliare tutti i parrucconi che vuoi, io so che cosa sei veramente. Non ti dico nemmeno: guardati, perché so che non sei capace di guardarti. Tu non hai mai amato nessuno, né quella puttana di Bianca né quella vacca di Viola, e tanto meno la tua piccola puttana-vacca, l’Agnesina che ti fa intenerire tanto. Si sente, sai, da come ne parli tutto sdolcinato, che aspetti solo il momento di fartela. Be’, per me puoi anche fartela. A dodici anni i buchi sono già della misura comoda. Non ti vedo proprio, sai, a fare il padre-non-padre che porta a spasso la figlia-non-figlia, che due volte l’anno la porta a spasso e la riempie di regali, le compera il gelato e le fa fare il giro in giostra. Figuriamoci. Tu reciti malissimo le tue parti, figurati se sai recitare la parte della persona buona e tenerona. Tu sei nato per essere scopato e basta. E io non ho bisogno di scoparti, ma sono indignato per questa tua iniziativa di fare come se fossi padrone di te stesso. Se ti vuoi sposare la tua vacca, per me fa lo stesso: è una vacca, ha il quattrino, non è così vacca da essere inguardabile, e ha già trovato quello che la incula per bene. Una bella coppia, sareste, tutti e due con le vostre vite da persone per bene, e poi via: tu vieni a farti inculare da me e lei va a farsi inculare dal suo tesoro peloso. Un perfetto equilibrio. Invece non voglio che tu t’immischi più con la tua puttana di Roma, perché quella (io capisco tutto, sai) è capace di prenderti e di chiuderti nel suo bozzolo. Ho passato due anni a istruirti, Mario, e non ho voglia di buttare via la fatica che ho fatto. Chiunque è capace di succhiare un cazzo, ma adesso che ti ho diplomato in succhiamentodicazzo non vedo proprio perché dovrei cercarmi un novellino. Il mio cazzo non è mica un cazzo del cazzo. Non ho voglia di cacciarlo in bocca o in culo a uno che non sa nemmeno che cosa vuol dire, avere un cazzo in bocca o in culo. E tu ricordati che se lo sai, è perché io te l’ho insegnato. E scommetto che hai cercato d’insegnarlo alla tua vacca, ci scommetto che hai cercato di darle le lezioni di succhiamentodicazzo. Per me fa niente, ci sono sempre gli idioti che credono di essere intelligenti. Ma la puttana di Roma non te la voglio vedere intorno, perché ho capito che quella il cazzo non te lo succhierà mai, e che tu vuoi andare da lei perché vuoi fare il gesto eroico di rinunciare al succhiamentodicazzo. Sei abbastanza deficiente da farlo, da trovarti un posto nei suoi deliri e poi da dirti, tutto orgoglioso: come sono nobile, che ho rinunciato al succhiamentodicazzo. Già ti vedo. E non voglio. Te lo ordino. Se vuoi la tua vacca, tientela. Se vuoi farti la bambina, fattela. Ma la puttana di Roma no, io la puttana di Roma la considero una degna avversaria e pertanto ti proibisco di provarci. E se ci hai già provato ti punirò. Oggi è il nono giorno, ho deciso che ti punirò. Quello che voglio è la bambina.</big><br />
</p>]]>

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<title>Da un romanzo mai terminato (1999), Intermezzo, 2</title>
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<summary type="text/plain">Particolarmente grande è l’interesse che presenta il trapianto della parte anteriore del cane, comprendente la testa e le estremità anteriori. Questo tipo di operazioni consisteva essenzialmente nel saldare due grandi vasi (l’aorta e la vena cava) dipartentisi direttamente dal cuore...</summary>
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<![CDATA[<p><big>Particolarmente grande è l’interesse che presenta il trapianto della parte anteriore del cane, comprendente la testa e le estremità anteriori. Questo tipo di operazioni consisteva essenzialmente nel saldare due grandi vasi (l’aorta e la vena cava) dipartentisi direttamente dal cuore di un cucciolo, con i grandi vasi del collo di un cane adulto. La saldatura dei due gruppi di vasi doveva essere eseguita in modo da evitare ogni interruzione della circolazione del sangue nella testa trapiantata. Una volta compiuta la sutura dei vasi, potevamo asportare il cuore e i polmoni del cucciolo; la circolazione del sangue nella parte anteriore del corpo del cucciolo avveniva a spese del cane adulto.<br />
Numerosi studiosi hanno tentato di alimentare artificialmente la vita della testa amputata del cane. È giusto dire che gli studiosi che hanno tentato esperimenti sulla testa del cane isolata perseguivano scopi diversi dai nostri. Essi infatti non tentarono nemmeno a trapiantare o innestare la testa di un animale su un altro. Negli esperimenti di questi studiosi, la testa recisa e alimentata artificialmente non visse mai più di poche ore e reagiva soltanto a stimoli molto intensi: per provocare la reazione della testa allo stimolo bisognava eccitare l’orecchio con la corrente elettrica, e la lingua mediante un acido.<br />
Completamente diverso fu invece, nei nostri esperimenti, il comportamento della testa del cucciolo trapiantata sul collo di un cane adulto. Risvegliandosi il giorno successivo all’operazione (una volta cessato l’effetto della narcosi), la testa del cucciolo manifestava tutti i segni di vita: volgeva lo sguardo intelligente sulle persone circostanti, si voltava dalla loro parte, alla vista del piattino col latte si leccava le labbra, beveva di gusto sia il latte che l’acqua (il liquido ingerito veniva subito rigettato, poiché per semplicità l’esofago era stato rivoltato in modo da sboccare all’esterno), scherzava volentieri se la si stuzzicava con un dito, e cercava perfino di mordere se qualcuno la irritava. Particolare curioso: allorché si porgeva il cibo al muso del cane adulto, anche il muso del cucciolo cominciava a leccarsi le labbra e a protendersi verso il cibo.<br />
In cinque dei venti trapianti di questo genere da noi effettuati, la testa del cucciolo visse per sei o sette giorni. In uno degli ultimi esperimenti la testa trapiantata del cucciolo visse per 29 giorni. Nel corso di tutto il periodo in cui sopravvisse, la testa trapiantata si mantenne in buone condizioni di salute. Essa girava gli occhi e fissava con espressione intelligente le persone presenti, seguiva con lo sguardo gli oggetti che la interessavano, beveva acqua, che subito fuoriusciva dall’esofago. La testa cresceva e si faceva più adulta a vista d’occhio; su di essa il pelo si allungò di quasi un centimetro. Negli ultimi due-tre giorni di vita, nella testa del cucciolo si formò un edema massiccio del tessuto cellulare sottocutaneo. Bisognò separare con un nuovo intervento la testa del cucciolo dal collo dell’altro cane, che conservò intatta la sua vitalità. Il fatto che la parte anteriore del corpo di un cucciolo, trapiantata e addirittura cresciuta su un cane di altra razza, sia sopravvissuta per un periodo così lungo (quasi un mese) riveste un eccezionale interesse scientifico.</big><br />
</p>]]>

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<title>Da un romanzo mai terminato (1999), Intermezzo</title>
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<modified>2008-10-08T13:39:26Z</modified>
<issued>2008-10-08T13:37:04Z</issued>
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<summary type="text/plain">[Il progetto di romanzo prevedeva l&apos;inserimento a sorpresa, tra un capitolo e l&apos;altro, di testi della più varia provenienza, ripresi pari pari o modificati o trattati a collage eccetera]. è possibile il trapianto degli organi vitali? Il 4 ottobre 1956...</summary>
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<![CDATA[<p>[Il progetto di romanzo prevedeva l'inserimento a sorpresa, tra un capitolo e l'altro, di testi della più varia provenienza, ripresi pari pari o modificati o trattati a collage eccetera].</p>

<p><strong>è possibile il trapianto degli organi vitali?</strong></p>

<p><big>Il 4 ottobre 1956 un secondo cuore fu impiantato nella cassa toracica di un cane di medie dimensioni. Nel periodo postoperatorio introducemmo nella cavità toracica dosi elevate di streptomicina associata a penicillina. Ciò permise di prevenire lo sviluppo di pleuriti e infiammazioni intorno al cuore trapiantato, ed ebbe anche l’effetto di assicurare la perfetta saldatura dei vasi sanguigni del secondo cuore con i vasi del cane. Il processo di trapianto del secondo cuore in questo cane risultò, relativamente parlando, molto complesso e gravido di complicazioni d’altra natura. Nell’esecuzione del trapianto dovemmo allacciare cinque grandi vasi sanguigni: in ciascuno di essi la minima imprecisione o inavvertenza nell’esecuzione della sutura avrebbe provocato un coagulo di sangue. E fu proprio quello che accadde. Il trentaduesimo giorno successivo all’operazione insorse una fibrillazione dei ventricoli del cuore (che di solito si conclude con una paralisi cardiaca). L’elettrocardiogramma rivelò un infarto della parete posteriore del cuore trapiantato. Perciò, senza aspettare che sopravvenisse la paralisi del cuore, mettemmo il cane in stato di narcosi, aprimmo la cassa toracica e potemmo osservare che le contrazioni alla base del cuore trapiantato (presso il punto in cui sboccano nel cuore le vene cave) si svolgevano con un ritmo regolare: si notavano invece contrazioni disordinate delle fibre del ventricolo destro. Allorché sezionammo la parete del ventricolo sinistro scoprimmo un esteso infarto, prodottosi in conseguenza di un’embolia dell’arteria che alimenta il muscolo cardiaco. L’embolia a sua volta era stata causata da un grumo di sangue formatosi nel luogo della sutura vascolare.<br />
Nelle settimane successive, allo scopo di studiare meglio, e di osservare per tempi più lunghi, le condizioni di sopravvivenza degli organi successivamente ad un trapianto, cominciammo a trapiantare non soltanto singoli organi o gruppi di organi (come, ad esempio il gruppo cuore-polmoni), ma l’intera metà del corpo di un cane. Fin dai primi esperimenti in questa direzione verificammo che l’impresa di trapiantare la metà anteriore o posteriore del corpo di un cane è, dal punto di vista chirurgico, assai più semplice che quella di trapiantare un singolo organo (come, ad esempio, il cuore). Infatti questa operazione richiede che vengano allacciati, in tutto, soltanto due dei grandi vasi sanguigni, al livello del diaframma; mentre, nel caso del trapianto del singolo cuore, devono essere allacciati cinque grandi vasi. Inoltre, nel caso di trapianto della metà posteriore del corpo, tutti gli organi della cavità addominale rimangono illesi e conservano la disposizione originaria. Oltre a ciò, il trapianto di metà corpo offre la possibilità di osservare simultaneamente le condizioni fisiologiche di diversi organi. <br />
Vi è tuttavia il pericolo che, quando si recide il midollo spinale, possa manifestarsi un brusco abbassamento della pressione arteriosa. Per evitare una simile complicazione, invece di trapiantare la metà di un cane sulla metà di un altro cane, pensammo di trapiantarla su un cane ancora illeso e cioè, per così dire, su un cane completo. Grazie al nuovo procedimento, consistente nel trapianto della metà anteriore del corpo di un cucciolo in un cane illeso, e di quella posteriore dello stesso cucciolo in un altro cane illeso, avemmo la possibilità di studiare il comportamento e l’attività degli organi trapiantati, che avevano conservato in notevole misura il collegamento col sistema nervoso (nei trapianti di organi singoli e separati è invece necessario, naturalmente, recidere tutti i nervi).<br />
Il metodo per esperimenti di questo tipo fu, in pratica, il seguente: anzitutto sceglievamo un grosso cucciolo e due cani adulti, anch’essi di grosse dimensioni. Il torso del cucciolo (mantenuto con la respirazione artificiale e sotto narcosi) veniva inserito nella parte mediana della cassa toracica di uno dei cani adulti. La metà anteriore del corpo del cucciolo, comprendente la testa, le estremità anteriori e parte della cassa toracica, ma svuotata del cuore e dei polmoni, dopo una sutura preliminare dei vasi veniva trapiantata sul collo di uno dei cani adulti. La metà posteriore del cucciolo, comprendente tutti gli organi della cavità addominale e le estremità posteriori, veniva trapiantata nel secondo cane adulto, mediante inserimento nel sistema vascolare del collo o con rimozione del rene. Si ottenevano in questo modo un cane dotato di due parti anteriori e un altro cane dotato di due parti posteriori; la quasi totalità degli organi interni del cucciolo ripartito e trapiantato risultava intatta e poteva essere osservata.<br />
I trapianti della metà posteriore del corpo di cane cucciolo da noi effettuati furono tre in tutto. La durata di sopravvivenza di questi semicani raggiunse un massimo di 6 giorni, ma anche in questo limitato spazio di tempo potemmo osservare che gli organi, trapiantati con tutto il complesso della intera metà dell’organismo, si presentavano in condizioni migliori in confronto agli organi trapiantati singolarmente. </big></p>

<p>[<em>continua</em>]<br />
</p>]]>

</content>
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<title>Da un romanzo mai terminato (1999), Sei</title>
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<modified>2008-10-07T15:27:48Z</modified>
<issued>2008-10-07T15:02:35Z</issued>
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<summary type="text/plain">sei (nel quale si parla un po’ di tutti, ma solo relativamente alle abitazioni) Osserviamo queste cinque persone: Mario, Bianca, Agnese, Viola, Santiago. Immaginiamo di essere in alto, sospesi nel cielo, e di osservarle grazie alla nostra vista acutissima. Sono...</summary>
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<![CDATA[<p><strong>sei (nel quale si parla un po’ di tutti, ma solo relativamente alle abitazioni)</strong></p>

<p><big>Osserviamo queste cinque persone: Mario, Bianca, Agnese, Viola, Santiago. Immaginiamo di essere in alto, sospesi nel cielo, e di osservarle grazie alla nostra vista acutissima. Sono le undici di mattina. I nostri occhi vedono quattro abitazioni e un treno. La prima abitazione è l’abitazione di Mario, a Padova, ed è quella che ci interessa di meno: è vuota. Comunque la descriviamo. Scendiamo dal cielo e come fossimo una <em>steady-cam</em> entriamo nell’abitazione di Mario. L’abitazione di Mario è uno stanzone di otto per otto metri, più un bagno e una stanza-armadio grande come il bagno. Dalla strada si entra direttamente nello stanzone, le due finestre dello stanzone (difronte alla porta d’ingresso) danno su un giardino interno al quale Mario non può accedere, perché appartiene agli abitanti di un altro edificio, ma che comunque è piacevole da vedere attraverso le finestre. Il bagno (appena entrati, a destra) è forse troppo piccolo, nella stanza-armadio (alla quale si accede, curiosamente, dal bagno) stanno i vestiti, le pentole, gli attrezzi e i prodotti per la pulizia, tutto. Nello stanzone non ci sono armadi e così sembra più grande di quel che è. L’angolo cucina (a sinistra di chi entra) può essere isolato tirando una tenda (sembra una tenda da cabina doccia), in modo che gli odori se ne vadano (quasi) tutti via per l’aspiratore. Chi entra nell’abitazione di Mario (come abbiamo immaginato di fare noi, travestiti da <em>steady-cam</em>) vede, appena aperta la porta, la zona in cui Mario lavora. Il letto è, per chi entra, nell’angolo in fondo a sinistra. Noi sappiamo che così a Mario sembra che, quando la porta si apre al visitatore ancora sconosciuto (non c’è citofono né spioncino), solo la parte <em>pubblica</em> dell’abitazione gli si mostri. La parte intima (cucina, letto) si mostra solo a chi fa almeno un passo dentro la casa. Sappiamo anche che ogni tanto Mario pensa di fare una specie di bussola, con un’altra tenda, davanti alla porta. Poi non lo fa mai: a suonare sono solo amici o persone con le quali lavora. Perfino il portalettere (sempre quello da anni) è una specie di amico: certi giorni che fa molto freddo o piove a dirotto Mario lo invita dentro per un caffè caldo, e spesso il portalettere accetta. Ora risaliamo in cielo e osserviamo un’altra abitazione: è quella di Santiago. Naturalmente anche questa abitazione è vuota: come sappiamo, Santiago sta viaggiando verso Roma. La conosciamo già abbastanza dal capitolo precedente, ma ci sembra opportuno aggiungere qualcosa. Si tratta di un appartamento al quarto piano di un condominio in un quartiere di Padova che si chiama Guizza: il condominio è enorme e al pian terreno c’è un grande supermercato. In un appartamento di questo condominio, lo diciamo per chi ha la memoria buona, fu tenuto prigioniero da un manipolo di brigatisti il generale Dozier. Non ci è stato possibile appurare se per caso l’appartamento occupato da Santiago sia proprio quello che fu la prigione del generale Dozier; comunque gli appartamenti di questo condominio devono essere tutti pressappoco uguali o equivalenti: ingresso, cucina, un bagno, due stanze da letto, un salotto, una stanzetta ripostiglio. La stanza che Santiago ha destinato alle attività sessuali ha la finestra che dà sul pozzo di luce interno del condominio: a guardar fuori la vista è squallida, ma Santiago non guarda mai fuori. Sulla finestra è fissata, estate e inverno, una zanzariera: così una certa quantità di luce entra, ma da fuori è impossibile guardare dentro. Le ragioni di questa precauzione sono evidenti. Le altre stanze dell’appartamento di Santiago sono molto normali: nella camera da letto c’è un letto da una piazza e mezzo, un armadio, un cassettone; nella cucina c’è tutto quello che ci deve essere; nell’ingresso c’è l’attaccapanni e una libreria piena di libri economici; il salotto è un autentico salotto per bene. Santiago ha affittato l’appartamento già mezzo arredato, di suo ha aggiunto la libreria e il cassettone in camera da letto, comperati entrambi ai mercatini dell’usato e, in effetti, rovinati e bruttini. Prima di concludere la descrizione sommaria dell’appartamento di Santiago dobbiamo giustificare la precedente allusione al generale Dozier: uno dei componenti di quel manipolo di brigatisti, infatti, era stato compagno di classe, al liceo, di Mario; e Mario, ogni volta che prende l’ascensore per il quarto piano, non può non pensare a quale possa essere, oggi, il destino di questa persona. In carcere non dev’esserci stata tanto, avendo iniziato subito a collaborare (come gli altri del manipolo, peraltro), quando la prigione fu violata dalle forze dell’ordine, con i magistrati inquirenti. Torniamo ancora in cielo, e caliamoci in un altro quartiere. L’appartamento nel quale abita Viola è il più piccolo e più brutto dei tre appartamenti padovani, benché Viola sia, rispetto a Mario i cui redditi sono incerti e altalenanti, e a Santiago i cui redditi sono misteriosi, la persona più dotata di sicurezze economiche. Si tratta di un altro monolocale, ma non bello e spazioso come quello di Mario, bensì un autentico appartamento di una stanza sola, più un cucinino e un bagnetto fakireschi. L’appartamento è al terzo piano di una vecchia casa in via Savonarola, e dispone di un terrazzino che dà sul canale e dal quale entrano, secondo le stagioni: umidità, puzza, zanzare, topi. La stanza è quasi tutta occupata da un letto a due piazze veramente enorme, un letto principesco: qualunque movimento nella stanza (e quindi nell’appartamento) consiste nel girare attorno al letto in senso orario o antiorario, ovvero nell’attraversare il letto camminandoci, strisciandoci o rotolandocisi sopra. Nella stanza c’è anche un armadio le cui ante non si aprono completamente (il letto lo impedisce) e un comodino sul quale sta il telefono. L’appartamento accanto, oggi, è sigillato da circa una settimana. Vi abitava una vecchia signora, morta improvvisamente, della cui morte nessuno s’era accorto se non, dopo diversi giorni e a causa della puzza, appunto Viola. Viola aveva chiamato il 113 ed erano intervenuti i pompieri prima, per sfondare la porta, gli agenti mortuari dopo, per portare via la povera donna, e l’ufficio igiene infine per disinfettare il tutto.</big></p>

<p>[<em>Qui il capitolo si interrompe</em>]<br />
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<title>Da un romanzo mai terminato (1999), Cinque</title>
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<![CDATA[<p><strong>cinque (nel quale Mario scrive a Bianca</strong>)</p>

<p><big>Cara Bianca, scrive Mario, eccoti quanto mi hai chiesto: una descrizione autentica di quello che ho provato ieri sera facendo l’amore con te dopo anni di nostra permanenza in pianeti lontani milioni di anni luce. Mentre fai l’amore dalle labbra tirate a filo di rasoio esce un suono basso, prolungato, a metà tra il rantolo e il latrato soffocato, come se con l’argano ti estirpassero a pezzi visceri pietrificati. E digrigni i denti, quasi che, al loro passaggio, li dovessi pure stritolare. Tieni gli occhi serrati. Sembri trattenerli a forza, quasi tu temessi che ti potessero schizzare dalle orbite fonde come due piccole pozze colore di seppia. Il tuo viso è di una bellezza un po’ gonfia, morbida e tumefatta. Come quello di un cadavere ancora caldo, o come se fosse scosso dai tremiti di una lunga, sconvolgente agonia. Tra i gorgoglii fondi strascichi una implorazione, insieme perentoria e lamentosa: «Non venire ancora, non venire!». E’ una parola. A me, che sto col mio due spanne sollevato su tuo viso, e lo contemplo avidamente con un tumulto di trionfo che mi infuoca il cervello, e il sesso che pulsa in un mare di schiuma surriscaldata, l’implorazione stimola l’effetto opposto e mi fa schizzare l’anima con un urlo a metà tra il raglio del somaro e il barrito dell’elefante. Ma non disarmo: ti infilo lesto l’intera mano, e riprendo ad agitarti la palude in ebollizione. Ben presto il tuo rantolo riprende la tonalità giusta, e prosegue sul ritmo scatenato del mio polso per altri dieci minuti buoni. Fino a quando, rinvigoriti voglia e turgore del sesso, ti torno dentro accolto da un mugolio di soddisfazione che sembra promanare dalle scaturigini buie dell’oltretomba. Con la lingua penzoloni percorro il collo, con la corona dei denti mordo famelico il profilo della mandibola, e poi inondo di fiotti di saliva l’intero tuo viso. E ancora ti infilo la lingua in un orecchio e la agito dentro a mulinello con le cadenze vorticose di un trapano impazzito. E’ allora che ti pervade una frenesia incontrollabile: tanto che tenti di divincolarti. Te lo impedisco soltanto stringendoti tra le mani la testa a morsa. Alla fine ti crollano con fragore le ultime paratie stagne, schiudi le cataratte del diluvio universale e ce ne veniamo con un frastuono terrificante di gridi, gemiti e scoregge che a me pare pure di sentire risuonare la tromba dell’arcangelo che annuncia l’apocalisse. Me ne sto come un fuscello aggrappato al tuo corpo inarcato, come ponte che poggia solo agli estremi, sulla testa e sui piedi. Mi giri poi sulla pancia, e, chinandoti ad arco, prendi a leccarmi lenta dai calcagni puntiti alle lunghe strisce muscolose dei polpacci, ai cavi smarriti che articolano il gioco delle ginocchia, e su, su (ma piano, leggera, dolce e delicata) infili e baci di bave amorose il mio piccolo povero buco del culo, che si schernisce scarlatto per il piacere come Brontolo baciato da Biancaneve. E poi la lunga schiena, muscolo per muscolo, fibra dopo fibra, scanalature, gibbosità, avvallamenti e vertebre che sembrano rifiorire come erba assetata al passaggio della pioggia.</big></p>

<p>[Del capitolo Cinque resta solo questa paginetta. Si tratta di un collage - o forse di una copiatura pari pari, ma non so più da quale testo.]<br />
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<title>Da un romanzo mai terminato (1999), Tre e Quattro</title>
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<summary type="text/plain">Il capitolo Tre e il capitolo Quattro si possono ora prelevare in pdf....</summary>
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<![CDATA[<p>Il capitolo <a href="http://www.vibrissebollettino.net/giuliomozzi/archives/testi/Tre.pdf">Tre</a> e il capitolo <a href="http://www.vibrissebollettino.net/giuliomozzi/archives/testi/Quattro.pdf">Quattro</a> si possono ora prelevare in pdf.</p>]]>

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<title>Da un romanzo mai terminato (1999). Quattro, 4</title>
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<summary type="text/plain">Quando Santiago parla del professore, a Mario vengono i sudori freddi: il professore, ufficialmente, è l’amante precedente di Santiago, quello che ha preceduto Mario, benché Mario sia convinto che Santiago abbia, oltre a lui Mario, anche altri amanti: ma di...</summary>
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<![CDATA[<p><big>Quando Santiago parla del professore, a Mario vengono i sudori freddi: il professore, ufficialmente, è l’amante precedente di Santiago, quello che ha preceduto Mario, benché Mario sia convinto che Santiago abbia, oltre a lui Mario, anche altri amanti: ma di questo non si può parlare perché non avrebbe senso. Era un bel tipo, quel <em>mona</em> del professore, dice Santiago, tutti i soldi che volevo me li dava, ma io all’inizio non avevo capito che ogni volta che mi dava dei soldi nella sua testa si aggiungeva la cifra al mio debito verso di lui, non avevo capito che prima o poi mi avrebbe chiesto di saldare il mio debito verso di lui (puramente immaginario, ma reale per lui) facendo <em>per amore di lui</em> qualcosa di assolutamente piccoloborghese e assolutamente disgustoso. Per esempio?, domanda Mario, che è bravo a fare da eco ai semimonologhi di Santiago, per esempio quando si inginocchiò davanti a me, piangendo e pregandomi di accompagnarlo in villeggiatura a Jesolo, dove lui sarebbe andato <em>insieme a sua madre</em>: mi disse che mi avrebbe presentato come un suo studente, un suo studente modello bravissimo ma di famiglia povera, che aveva bisogno di lezioni supplementari per raggiungere i risultati brillanti che meritava, una borsa di studio, e così via. Lui mi stava inginocchiato davanti, lo avevo fatto inginocchiare io perché volevo un pompino in piedi ma lui invece di spompinarmi si era messo a piangere, mi disse che non avrebbe fatto più niente per me se non avessi acconsentito ad accompagnarlo in villeggiatura, che non poteva sopportare di allontanarsi da me <em>temporaneamente</em> e che piuttosto avrebbe preferito allontanarsi da me <em>per sempre</em>, dimenticarmi, buttarmi giù per il cesso della memoria. Per il cesso della memoria, interloquisce Mario. Ma sì, parlava in questo modo, quel <em>mona</em>, parlava sempre in questo modo, era una cosa terribile, capisci. E tu che cosa hai fatto? Niente, gli ho detto di sì, che sarei andato in villeggiatura con lui, e ci ho guadagnato il pompino più lungo e appassionato della mia vita, tanto che a un certo punto gli dissi di sbrigarsi che mi stavo annoiando; lo mandai via tutto raggiante, che non stava più nella pelle, e due giorni dopo stavo in Dalmazia. Prendevo il sole su una spiaggia che era esattamente difronte a Jesolo, ma tra me e lui c’era l’Adriatico. E lui? Speravo che non si facesse più vivo, invece mi tormentò ancora per dei mesi, finché non ho deciso di cambiare casa, numero di telefono, tutto. Non poteva più esserci niente, tra me e lui, capisci, niente. Mentre Santiago racconta Mario fa da spalla, sta bene attento a non dire niente che possa far decidere a Santiago che, tra lui e Mario, non possa esistere niente. La separazione delle vite è la cosa più importante per Santiago, che Mario abbia comunque una vita sua, separata, <em>pienamente soddisfacente</em>, è una cosa importante per Santiago: di questo Mario se n’è ben reso conto fin dal principio, benché Santiago non abbia mai manifestata una particolare curiosità nei confronti di Viola Mario s’è reso conto che per Santiago sapere che Mario ha una donna fissa, una donna effettivamente amata, una donna <em>matrimoniale</em>, sembra essere necessario e sufficiente. Santiago non ha mai domandato a Mario, ad esempio, come riesca lui a conciliare l’amore e il desiderio matrimoniale con Viola e la relazione con Santiago stesso; a Santiago sembra del tutto naturale che ciò che esiste tra lui e Mario sia in un luogo separato dalla vita normale di Mario, non ha mai cercato di mettere Mario difronte a un problema insolubile. È stato più curioso, invece, Santiago, nei confronti di Bianca (e Agnese): varie volte ha chiesto a Mario di raccontargli di Bianca, molte volte (lì al bar dei grassi, con grande imbarazzo di Mario) ha chiesto a Mario di raccontargli nei dettagli com’era l’amore fisico tra Mario e Bianca, quando c’era, e nonostante l’imbarazzo Mario ha raccontato: ha raccontato, e raccontando ha sempre avuto la sensazione di incrementare con ogni parola la dominazione di Santiago su di lui. Questa mattina, mentre è solo a casa di Bianca (Bianca al lavoro, Agnese a scuola) Mario si domanda se Santiago, al quale non ha detto niente del viaggio a Roma, non stia sospettando ciò che sta effettivamente avvenendo. L’amore fisico con Santiago, se amore si può chiamare ciò che esiste tra Mario e Santiago, è compatibile con l’amore di Mario per Viola, sempre se amore eccetera; la ripresa dell’amore fisico con Bianca invece può cancellare qualunque futuro di amore fisico con Santiago, sempre se amore eccetera. In sostanza Mario (ci pensa in mutande e maglietta mentre si fa il caffè, mentre accende lo scaldabagno elettrico) deve compiere delle scelte, alcune delle quali escludono più alternative di altre. La scelta di Bianca esclude tutto, la scelta di Santiago esclude Bianca ma non Viola, la scelta di Viola non esclude niente. Se scegliesse Viola Mario potrebbe continuare a uccidere cani con Santiago, e potrebbe continuare a vedere Bianca di tanto in tanto, purché senza amore fisico: in questo modo i tre mondi di Mario sopravviverebbero intatti, il mondo di Roma e il mondo di Padova e il mondo dentro la casa di Santiago; ma se Mario scegliesse Bianca, nel senso di riprendere l’amore fisico con Bianca, automaticamente sia Viola sia Santiago diverrebbero impossibili. Questa scelta è già stata fatta ieri sera e questa notte, pensa Mario mentre fuma in cucina aspettando il caffè, oppure ciò che abbiamo fatto ieri sera e questa notte io e Bianca può essere cancellato, messo nel numero delle cose che sono esistite per sbaglio? Infine la scelta di Santiago non è una scelta, nel senso che le cose stanno già così: Mario uccide cani con Santiago, fa l’amore fisico (nel modo più tradizionale del mondo) con Viola, e vede Bianca di tanto in tanto. Ma ciò che è successo stanotte cambia tutto, ad esempio con Bianca si può riprendere l’amore fisico ma, Mario ne ha la sensazione precisa, non si può riprendere a vedersi senza amore fisico: e Mario deve scegliere. Mentre pensa questo Mario non sa che Santiago ha prenotato un posto in prima classe Eurostar, e sarà a Roma nel primo pomeriggio.</big></p>

<p>[<em>fine del capitolo</em>]</p>]]>

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<title>Da un romanzo mai terminato (1999), Quattro, 3</title>
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<summary type="text/plain">Dopo aver fatto l’amore Mario e Santiago vanno fuori insieme; Santiago porta giù il sacco nero con dentro il cane morto e lo butta nel cassonetto che è a due passi, poi prendono l’autobus per il centro. A Santiago piace...</summary>
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<![CDATA[<p><big>Dopo aver fatto l’amore Mario e Santiago vanno fuori insieme; Santiago porta giù il sacco nero con dentro il cane morto e lo butta nel cassonetto che è a due passi, poi prendono l’autobus per il centro. A Santiago piace andare alla sala giochi <em>Cyberworld</em> e ci vanno immancabilmente, poiché sono i desideri di Santiago quelli che dettano legge, ma quando sono lì si dividono: Santiago alla <em>powerstation</em>, e Mario ai flipper. Santiago prende in giro Mario a causa della sua passione per il flipper, Mario replica che anche i giochi sono un fatto generazionale e che per lui, il flipper, è più o meno come la <em>madeleine</em> di Proust: quando gioco a flipper, dice Mario a Santiago, mi ricordo tutto di quand’ero bambino, avevo sei anni ed ero alto appena quanto bastava per buttare degli sguardi, alzandomi in punta di piedi, sul piano inclinato del flipper. Gli adulti o quelli che io consideravo tali, tipo sedici o diciassette anni, al patronato giocavano per ore a flipper, io non potevo giocare a flipper perché nemmeno ci arrivavo: pertanto, per un certo tempo della mia esistenza, io desideravo giocare a flipper più o meno tanto quanto desideravo diventare adulto, per me diventare adulto significava poter giocare a flipper e pensavo che il giorno in cui avrei giocato a flipper sarei stato finalmente un adulto e tutti avrebbero avuti per me lo stesso rispetto, la stessa reverenza e lo stesso timore che io, allora a sei anni, avevo per quelli che consideravo adulti. Potresti scrivere un romanzo di successo, ha detto una volta Santiago, qualcosa come <em>Il flipper e l’arte di diventare adulti</em>. Impossibile, ha replicato Mario, primo perché sono pur sempre rimasto sostanzialmente una schiappa, a flipper, e secondo perché non sono diventato adulto. Ho quarant’anni ma sono tutto fuorché un adulto. Mario sa che quando dice cose di questo genere Santiago si compiace, perché pensa che la mancanza di adultità di Mario sia esattamente ciò che lo mantiene sotto la sua dominazione. Dopo la sala giochi Santiago e Mario vanno a mangiare i tramezzini buoni al bar dei grassi, che da dieci anni non è più dei due grassi (fratelli gemelli e ciccioni) ma tant’è, lo chiamano tutti ancora così: Mario è un mangiatore di tramezzini piccanti, Santiago preferisce i tramezzini con il tonno e le fettine di uova sode; il titolare (che tra parentesi è magrissimo) se li vede arrivare tutte le settimane, qualche volta due volte nella stessa settimana, e li guarda sempre con lo sguardo un po’ vago, come uno che si domanda quale sia l’esatta relazione tra i due, se ad esempio siano padre e figlio, o se siano due amici; la differenza d’età fa pensare che non si tratti di due amici, Mario porta bene i suoi quarant’anni e tuttavia le zampe di gallina ai lati degli occhi non consentono di sbagliare la stima, Santiago fisicamente è un senza età, gli si danno diciott’anni perché si veste come un diciottenne ma non perché abbia l’aspetto fisico inconfondibile del diciottenne, ha dei modi diretti che non sai se attribuire alla sfrontatezza dell’età giovane o alla sicurezza dell’età più matura. Mentre camminando al fianco di Santiago attraversa il centro di Padova per andare dalla sala giochi <em>Cyberworld</em> al bar dei grassi, ogni volta Mario è terrorizzato dall’idea di incontrare Viola, che lavora giusto in centro, nell’ufficio di un commercialista, e ha l’orario che finisce alle cinque: è appunto verso le cinque e mezza o le sei che Santiago e Mario escono da casa di Santiago per andare alla sala giochi prima e al bar dei grassi poi, passando accanto alla Upim e al caffè Pedrocchi, attraversando proprio la zona del passeggio e degli acquisti. Santiago sa tutto della vita di Mario, sa di Bianca e Agnese a Roma e di Viola a Padova, apparentemente non gliene importa nulla ma Mario è convinto che, se gli venisse desiderio di fargli del male, Santiago lo farebbe senza esitazione. Mentre è con Santiago nella casa di Santiago Mario non pensa mai al mondo che esiste fuori della casa di Santiago, è completamente sotto la dominazione di Santiago e non desidera altro che di essere completamente sotto la dominazione di Santiago; mentre è, in compagnia di Santiago, fuori della casa di Santiago, Mario non desidera altro che sottrarsi alla dominazione di Santiago: eppure non può, perché la dominazione di Santiago su di lui è completa e non gli lascia scampo. È stato mentre mangiavano i tramezzini buoni al bar dei grassi, e bevono due o tre spritz a testa (vino bianco secco, Aperol, seltz, una goccia di gin per il profumo) che Mario ha parlato a Santiago, più volte e a lungo, di Bianca (e Agnese) e di Viola. Santiago non ha mai cercato, per quel che ne sa Mario, di mettersi in mezzo tra Mario e Viola o tra Mario e Bianca (e Agnese); tuttavia Mario è convinto che Santiago potrebbe provare piacere a distruggere quel che c’è tra Mario e Bianca (e Agnese) e quel che c’è tra Mario e Viola, ed è convinto che Santiago non si esimerebbe mai dal fare una cosa che possa procurargli piacere; e comunque non è del tutto certo che Santiago non abbia mai pensato di mettersi in mezzo a modo suo tra Mario e Bianca: per un periodo, infatti, Bianca era stata tormentata da una persona che le telefonava restando muto, verso le otto di sera, evidentemente da un telefono pubblico (si sentivano i rumori, il caratteristico zinn dello scatto conteggiato): questa persona, aveva detto Bianca a Mario, non telefona da Roma, mi telefona da altrove, si sente andar giù una quantità di scatti, come se telefonasse ad esempio da Padova. Al contrario, Santiago abbastanza spesso si diverte a lodare Mario a causa della sua relazione così tranquilla e stabile, così evidentemente destinata al matrimonio, con Viola: così, dice Santiago, sono sicuro che non verrai mai a propormi di fare la villeggiatura con te, o di abitare nella tua casa, o addirittura di sposarmi, come faceva quel <em>mona</em> del professore. </big></p>]]>

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<title>Da un romanzo mai terminato (1999), Quattro, 2</title>
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<summary type="text/plain">Nel fare l’amore con Mario Santiago è molto dolce e non pretende niente da Mario (tanto, lui è già venuto): accarezza Mario a lungo, lo bacia e lo lecca in ogni parte del corpo, si prende cura dei suoi capezzoli,...</summary>
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<content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.vibrissebollettino.net/giuliomozzi/">
<![CDATA[<p><big>Nel fare l’amore con Mario Santiago è molto dolce e non pretende niente da Mario (tanto, lui è già venuto): accarezza Mario a lungo, lo bacia e lo lecca in ogni parte del corpo, si prende cura dei suoi capezzoli, del suo scroto, delle ascelle e dei piedi; a volte gli infila due dita o degli oggetti nel culo, a volte gli appallottola la canottiera in bocca e gli chiude il naso con le dita finché Mario non ne può più, a volte lo masturba rotolandogli sul sesso la bottiglia d’acqua minerale fredda di frigorifero. Alcune volte Santiago permette a Mario di venirgli in bocca, ma il più delle volte Mario viene all’improvviso, come per disperazione, proprio mentre Santiago si tiene il più possibile lontano dal suo sesso. Dopo che Mario è venuto giacciono entrambi tranquilli nel letto, abbracciati, e quello è l’unico momento nel quale i loro due sessi si toccano. A volte rimangono abbracciati così a lungo, con i sessi appoggiati l’uno all’altro, che lo sperma si secca e, quando si separano, i peli del pube dell’uno sono incollati ai peli del pube dell’altro: così si alzano abbracciati, camminano abbracciati come due gemelli siamesi fino al bagno, con la doccia a filo bagnano le due inguini finché tutto si scioglie e si possono separare. A Mario sembra che Santiago non cambi mai le lenzuola, in due anni che Mario è stato il servitore di Santiago nell’uccisione dei cani (sono cinque anni che Mario è dominato da Santiago, ma sono solo due anni che Mario è stato ammesso all’uccisione dei cani) le lenzuola sono rimaste quelle, si sono sempre più sporcate del sangue dei cani che, schizzando dalla gola, sporca sempre un po’ le braccia di Santiago e il petto di Mario (mentre Santiago uccide il cane nella vasca da bagno, Mario di solito gli sta difronte); e inoltre dello sperma di Mario, del sudore di entrambi, della roba che esce da Mario quando Santiago lo incula con le dita o con la bottiglia d’acqua minerale o con altri oggetti (quando Santiago ritira le dita o gli oggetti, dal culo di Mario esce quasi sempre un liquido giallognolo). Il letto nel quale Santiago dorme normalmente è in un’altra stanza, la stanza dove c’è il letto sul quale Santiago e Mario fanno l’amore (circa una volta la settimana) è una stanza che serve solo per quello, gli unici mobili sono il letto, un tavolino basso con le cose che a volte Santiago adopera, il frigorifero, il bugliolo. Una volta che Santiago aveva spinto su per il culo di Mario, usando la bottiglia d’acqua come mezzo di spinta, una quantità di cubetti di ghiaccio presi dal frigorifero, a Mario era venuta una diarrea improvvisa, e nel bugliolo aveva cacato acqua, liquido giallo, escremento e sangue. Quando decidono di togliersi dal letto Santiago va in bagno per primo e si lava accuratamente, quando è il turno di Mario il cane morto non è più nella vasca da bagno. Mario non sa di che cosa viva Santiago: Santiago non gli ha mai chiesto dei soldi, non gli ha mai chiesto di procurargli servizi o cose, a parte il fatto che ovviamente è contento se Mario gli procura qualche bastardino. Se il bastardino è procurato da Mario, Santiago permette a Mario (mentre sono nella vasca da bagno) di accarezzare il sesso del bastardino (se è maschio), o di infilare un dito nella fica del bastardino (se è femmina): tuttavia non c’è dubbio che il compito di scopare veramente il bastardino, e di ucciderlo poi, spetta in via esclusiva a Santiago. </big></p>]]>

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<title>Da un romanzo mai terminato (1999), Quattro, 1</title>
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<summary type="text/plain">quattro (nel quale si parla di Mario e Santiago) La terza vita segreta di Mario (tutte e tre le vite di Mario sono segrete, ma la terza è la più segreta di tutte perché conosce le altre due) è quella...</summary>
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<![CDATA[<p><strong>quattro (nel quale si parla di Mario e Santiago)</strong></p>

<p><big>La terza vita segreta di Mario (tutte e tre le vite di Mario sono segrete, ma la terza è la più segreta di tutte perché conosce le altre due) è quella nella quale il dominatore di Mario è Santiago. Oggi Santiago ha diciannove anni compiuti. Santiago e Mario si sono conosciuti cinque anni fa, e da subito Santiago è stato il dominatore di Mario. Le passioni di Santiago sono la dominazione su Mario e l’uccisione dei cani. Santiago non prova nessun odio nei confronti dei cani: tuttavia la sua grande passione (una delle due) è ucciderli. Ogni settimana (con rare eccezioni) Santiago uccide un cane; qualche settimana ne uccide due. I cani che piacciono a Santiago sono piccoli e a pelo corto, quelli che gli piacciono di più in assoluto sono quei cagnolini color caffelatte chiaro che vengono chiamati bastardini, quelli che non sopporta proprio sono i cani con il pelo lungo come i cocker. Dei cani grandi Santiago ha paura perché teme che non riuscirebbe a ucciderli, ma a Mario ha sempre detto (mentendo) che non gli piacciono, che preferisce uccidere i bastardini perché i bastardini gli piacciono di più. In verità Santiago vorrebbe uccidere cani molto grandi, ad esempio degli schnauzer, ma uccidere cani molto grandi non è uno scherzo, le masse di pelo e pelle e carne da attraversare con il coltello sono molto spesse; inoltre i cani molto grandi sono difficili da immobilizzare e, se si rivoltano, sono capaci di farti del male. Santiago desidera uccidere i cani, ma non desidera lottare con i cani; quello che gli piace è l’uccisione, non la lotta. Perciò non gli vanno bene i cani aggressivi, quelli che sanno indovinare il pericolo, né i cani che siano veramente capaci di difendersi da lui: per questa ragione il cane ideale di Santiago è il bastardino. L’uccisione del bastardino di solito avviene nella vasca da bagno, per non sporcare: Santiago fa correre un filo d’acqua calda nella vasca da bagno, entra nudo nella vasca da bagno con il bastardino in braccio, lascia il coltello appoggiato per terra fuori della vasca in modo da poterlo prendere facilmente. Dentro la vasca da bagno Santiago gioca con il bastardino, gli si strofina addosso, lascia che il bastardino gli annusi e gli lecchi il sesso. Mario non sa perché ma i bastardini, dopo un po’ che sono nella vasca da bagno con Santiago, spontaneamente cominciano ad annusargli e a leccargli il sesso. Sarà l’odore che il sesso di Santiago emana, sarà una specie di telepatia tra Santiago e il bastardino. Se il bastardino è femmina, dopo un po’ Santiago cerca di penetrarlo; a volte ci riesce, a volte non ci riesce. Se il bastardino è maschio, Santiago cerca di eccitarlo toccandogli e leccandogli il sesso; se il bastardino maschio si eccita (cosa che non succede sempre), Santiago è contento e uccide subito il bastardino; se il bastardino maschio non si eccita, allora di solito Santiago cerca di scopargli la bocca. In questi momenti l’aiuto di Mario è prezioso: è Mario che tiene fermo il bastardino femmina mentre Santiago cerca di penetrarlo, è Mario che tiene sollevato per le zampe di dietro il bastardino maschio mentre Santiago gli succhia il sesso, è Mario che tiene fermo il bastardino maschio mentre Santiago gli scopa la bocca. In quest’ultimo caso Santiago afferra con le due mani le fauci del bastardino e le allarga a forza, mentre Mario (di solito anche lui, per praticità, si mette nudo nella vasca) tiene fermo il corpo. A volte succede che il sesso di Santiago si graffi contro i denti del bastardino, ma il più delle volte non ci sono problemi e Santiago viene facilmente. Mentre Santiago scopa la bocca del bastardino, ha osservato Mario, il bastardino cerca con la lingua di impedire al sesso di Santiago l’accesso alla gola; in questo modo, senza volerlo, lecca furiosamente il sesso di Santiago, che da questo tentativo di difesa ricava un aumentato piacere. Dopo che Santiago è venuto bisogna continuare a tener fermo il bastardino, che non smette di agitarsi; Mario lo trattiene mentre Santiago prende il coltello, poi lo passa a Santiago che si stringe il bastardino al petto e lo sgozza. Con i bastardini femmina è tutto più semplice, benché in un certo senso dia a Santiago un po’ meno soddisfazione; tuttavia in questo caso Santiago può sgozzare il bastardino femmina mentre il suo sesso gli è ancora dentro, secondo Santiago il massimo è riuscire a uccidere il bastardino femmina nel momento stesso in cui si viene: quando l’eiaculazione comincia il bastardino è vivo, quando l’eiaculazione finisce (le eiaculazioni di Santiago durano a lungo) il bastardino è morto. Il bastardino morto viene lasciato nella vasca da bagno, sempre con un filo d’acqua aperto perché scoli il sangue, intanto Santiago e Mario vanno nella stanza nella quale fanno l’amore. </big></p>

<p>[<em>continua</em>]</p>]]>

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<title>Da un romanzo mai terminato (1999). Due</title>
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<summary type="text/plain">Il capitolo Due si può prelevare qui in pdf....</summary>
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<![CDATA[<p>Il capitolo <a href="http://www.vibrissebollettino.net/giuliomozzi/archives/testi/Due.pdf">Due</a> si può prelevare qui in pdf.</p>]]>

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<title>Da un romanzo mai terminato (1999). Due, 5</title>
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<dc:subject>Da un romanzo mai terminato (1999)</dc:subject>
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<![CDATA[<p><big>La differenza stava, forse, in un certo desiderio di piacere a Mario che Agnese aveva manifestato non certo a parole, ma a forza di piccoli atteggiamenti. Come se quel voler piacere a Mario fosse la remunerazione spettante a Mario per le responsabilità che Mario aveva verso Agnese. Oggi pomeriggio, fu quella volta l’ultimo pensiero di Mario, sono diventato padre. E quella notte aveva sognato, come non gli succedeva ormai da anni, di fare l’amore con Bianca: fecero l’amore a lungo, nel sogno, non con quella violenza che sembrava piacere a Bianca, o piuttosto essere l’unico modo possibile dell’amore per Bianca, ma con quella lentezza che era sempre piaciuta a Mario prima di essere educato da Bianca, con imperio e brutalità, alla nondolcezza. Circa un mese dopo, come abbiamo già detto, Bianca era dovuta salire a Padova per questioni burocratiche (così Mario scoprì che Agnese era pur sempre nata a Padova), e aveva <em>presa l’iniziativa</em> con Mario. Ovviamente non c’era nessuna relazione spiegabile tra la sensazione avuta da Mario dopo il pomeriggio passato con Agnese, il sogno amoroso di Mario e il fatto che Bianca avesse <em>presa l’iniziativa</em> con Mario; tuttavia Mario preferisce pensare che le tre cose fossero connesse, ciascuna conseguenza dell’altra. Quella sera Bianca si era avvicinata a me, ragiona Mario, non come la mia ex compagna (se la parola <em>compagna</em> aveva un senso tra loro due: Mario ne dubitava), né come una persona che volesse fare l’amore con me; quella sera Bianca si era avvicinata a me come al padre della sua creatura, quella sera era esistita tra me e Bianca, all’improvviso, una vera e propria <em>intimità</em>. Eravamo in intimità, perché lei riconosceva in me il padre di Agnese e io riconoscevo in lei la madre di Agnese. Agnese è l’intimità tra me e Bianca. E naturalmente quella sera Mario aveva respinta Bianca, l’aveva respinta con dolcezza (con la dolcezza imparata stando lontano da Bianca) ma l’aveva respinta: l’aveva baciata, naturalmente, sempre rimanendo seduto l’aveva baciata leggermente sulla guancia sinistra, poi si era levato in piedi e l’aveva abbracciata (un abbraccio di spalle), poi Bianca aveva voluto baciarlo sulla bocca e Mario aveva risposto al bacio, poi Bianca aveva socchiusa la bocca e Mario aveva toccata (ma appena appena) la lingua di Bianca con la sua lingua, poi Bianca aveva accarezzato la schiena di Mario nuda sotto la maglietta (era fine maggio, ormai caldo) e Mario attraverso la maglietta aveva accarezzata Bianca in quella zona incerta, tra sotto l’ascella e il petto, che di solito si accarezza per poi procedere verso il seno. A quel punto però Mario si era fermato, aveva abbandonate le braccia lungo la schiena, Bianca aveva accarezzato gli avambracci di lui ancora per qualche minuto, poi Mario aveva detto, piano: no, Bianca. Bianca si era staccata da lui, aveva fatto un passo indietro, l’aveva guardato negli occhi e aveva detto: sì, no, hai ragione, scusa. Dopo la rottura definitiva con Bianca Mario aveva avute storie con altre donne, ma niente di lontanamente paragonabile a ciò che era avvenuto tra lui e Bianca. Ora tuttavia Mario sta per sposarsi, questo è il punto, e il viaggio che sta compiendo verso Roma è connesso con il progetto di matrimonio: con la realtà, anzi, del matrimonio che incombe. Lei si chiama Viola ed è una donna che vive da sola. I quaranta sono passati per entrambi, il corpo è bello sano, i soldi non mancano: perché non ci sposiamo? Era stato Mario a dirlo, e Viola aveva detto solo: sì, mi pare bene, mi pare il momento buono. Era domenica mattina, erano a letto a casa di Mario, la sera prima non avevano fatto l’amore perché entrambi lo preferivano al mattino, con le carni più morbide e con meno stanchezza in corpo, e Mario aveva detto: perché non ci sposiamo? E Viola aveva detto: sì, mi pare bene, mi pare il momento buono. Poi avevano fatto l’amore e non era stato un amore diverso dagli altri, diverso dal solito: era stato un amore come fossero già stati sposati, con l’esatto equilibrio di affetto, piacere, gioco e abitudine. Così era fatta. Era fatta. Tuttavia Viola non sapeva niente di Bianca, non sapeva niente di Agnese, e non sapeva niente nemmeno di un’altra cosa che, con calma, racconteremo più tardi. Ora Mario è sul treno, sta viaggiando verso Roma, ha appuntamento con Bianca (e forse Agnese) per le due e un quarto, e dovrà dire: mi sposo con una che non sa niente di voi. Che cosa dirà Bianca? Probabilmente dirà: spero bene che non sappia niente di noi. E Agnese? Non si sa nemmeno se Agnese consideri questa una cosa che la riguarda. Eppure questo incontro fa paura a Mario, perché pensa: non potrò più rivederle. Usciranno dalla mia vita per sempre. Allora, quando saranno uscite dalla mia vita per sempre, dirò tutto a Viola. Ma che cosa dirà Viola? Probabilmente dirà: come hai potuto farmi questo? Se me ne avessi parlato prima, ma proprio adesso che stiamo addirittura comprando casa, come posso vivere con un uomo che fin dall’inizio ha condotto una doppia vita, e così via. Questo preoccupa Mario molto meno: la reazione di Viola, quando Mario le racconterà di Bianca (e Agnese), è altamente prevedibile. Mario potrebbe anche non raccontarle niente e basta, far sparire Bianca (e Agnese) come il prestigiatore fa sparire le carte da gioco nella mano: ma perché sento così forte, si domanda Mario, il bisogno di raccontare a Viola quello che c’è stato tra me e Bianca (e Agnese)? Ci sono dei motivi più o meno razionali, o almeno motivabili con la morale corrente. Uno: prima o poi verrà a saperne comunque. Il segreto assoluto esiste solo nei romanzi. I miei amici sanno di Bianca, sanno almeno che Bianca <em>c’è stata</em>, alcuni sanno di Agnese. È già un miracolo che nessuno abbia avuta voglia di spifferare tutto a Viola. E non voglio sentirmi dire: mi hai tenuto nascosto tutto, ma io l’ho scoperto ugualmente. Due: Viola deve sapere chi io sono. Magari non del tutto, ma deve saperlo. È già poco onesto il modo che ho tenuto con lei finora, non posso sposarla continuando questo modo. Tre: se avessero ancora bisogno di me, dovrò poterli aiutare alla luce del sole. Se avessero ancora bisogno di soldi, sarebbero soldi non più del tutto miei. Avrò bisogno del consenso di Viola. E se mi capitasse una disgrazia, vorrei che qualcosa andasse a Bianca (e Agnese). Questo dev’essere chiaro, altrimenti Viola potrebbe bloccare tutto.</big></p>

<p><big>A bordo del treno, con il libro di Murakami Hariku tra le mani, Mario si rende conto all’improvviso che Viola è un impiccio. Non aveva mai pensato in questo modo.</big></p>

<p>[<em>fine del secondo capitolo</em>]<br />
</p>]]>

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<title>Da un romanzo mai terminato (1999), Due, 4</title>
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<![CDATA[<p><big>Bianca non era mai stata dolce, di dolcezza con lei non era proprio questione, se una cosa si poteva dire di Bianca era che la sua persona emanava un vero e proprio disprezzo verso la dolcezza. Non che ne parlasse, non che dicesse: sono smancerie; semplicemente se ne asteneva, e reagiva non con l’insofferenza ma con la completa indifferenza. Nella storia della relazione tra Mario e Bianca c’erano cose pratiche e sesso, oltre ai litigi e alle angosce (di Mario); non c’era mai stata dolcezza. A sua volta Mario, imparando da Bianca, si era liberato da qualsiasi traccia di dolcezza. Successivamente alla rottura definitiva con Bianca, e con altre donne, Mario aveva reimparata la dolcezza: ma l’aveva imparata, per così dire, come s’impara una tecnica, un modo di fare, una lingua straniera. Oggi Mario è in grado di essere dolce con chiunque, è dolce quasi con <em>nonchalance</em>, è dolce anche quando è distratto e non sta tanto a pensare alle cose: tuttavia non è più dolce di natura, se in lui c’era una natura dolce Bianca l’ha estirpata con la radice e tutto. Di storie di Bianca con altri uomini, dopo Agnese e il trasloco a Roma, Mario non aveva mai saputo niente. Aveva sperato spesso che Bianca un giorno gli telefonasse dicendo: ho trovato un uomo; tuttavia questo non era mai accaduto, né Mario aveva riscontrato indizi che gli permettessero di pensare che Bianca si fosse trovato un uomo. Non gli era mai successo di telefonare a Bianca e sentirsi rispondere da qualcuno che non fosse Bianca (finché non aveva cominciato a rispondere Agnese), né gli era mai successo di telefonare e sentirsi rispondere qualcosa come adesso non ho tempo, ci sentiamo un’altra volta. Naturalmente la mancanza di questi indizi non significava niente, Mario non si sarebbe stupito se avesse scoperto all’improvviso che Bianca aveva magari messo in piedi una storia con qualcuno da quattro o sei anni; né si sarebbe stupito se avesse scoperto di aver contribuito (non poco) a mantenere Bianca e Agnese anche mentre un altro uomo era ormai subentrato a lui nel ruolo di compagno di Bianca, e in qualche modo di padre di Agnese. A dire il vero Bianca non aveva insegnato ad Agnese a chiamare Mario <em>papà</em>, e Mario non si era mai reso conto esattamente di quando Bianca avesse detto ad Agnese che Mario era suo padre. Semplicemente, un giorno Mario si era reso conto che Agnese lo considerava responsabile di qualcosa nei suoi confronti e pensava che lui avesse degli obblighi verso di lei. Era successo un giorno d’aprile, un paio d’anni prima di ora, quindi con Agnese di otto anni: Mario era a Roma (per lavoro, come al solito) e si era ritagliato del tempo per stare con Agnese: era andato a prenderla dalla nonna alle quattro del pomeriggio e con lei era stato un po’ a spasso per Roma, a fare quello che fanno di solito i padri dei figli che stanno con le madri: si era fatto raccontare da Agnese della sua vita quotidiana (evitando accuratamente di fare domande su Bianca: non voleva sembrare uno che interroga), l’aveva portata a passeggio, a mangiare il gelato al Pantheon, a comperare un gioco (ma Agnese aveva preferito un libro) alla Città del Sole vicino a san Luigi dei Francesi: non era successo niente di speciale, quel pomeriggio (alle sette avevano appuntamento con Bianca a Campo de’ Fiori, poi erano stati tutti insieme in pizzeria, e alle undici Mario era già a dormire nel suo letto d’albergo). Però quella sera, nei pochi istanti tra la doccia e il sonno (Mario si è sempre addormentato di colpo) Mario aveva <em>sentito</em> che quel pomeriggio Agnese si era comportata come se avesse saputo di essere sua figlia, mentre mai prima si era comportata in tal modo. </big></p>

<p>[<em>continua</em>]</p>]]>

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<title>Da un romanzo mai terminato (1999), Due, 3</title>
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<summary type="text/plain">Parecchie volte Mario aveva cercato di mettere insieme i pezzi della storia, e non era mai riuscito a immaginarsi che cosa poteva essere accaduto. Bianca aveva deliberatamente cercato di farsi mettere incinta? Senza dubbio sì. Da Mario o da altri?...</summary>
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<![CDATA[<p><big>Parecchie volte Mario aveva cercato di mettere insieme i pezzi della storia, e non era mai riuscito a immaginarsi che cosa poteva essere accaduto. Bianca aveva deliberatamente cercato di farsi mettere incinta? Senza dubbio sì. Da Mario o da altri? Di sicuro da Mario, come abbiamo visto. Che relazione c’era tra il concepimento e la rottura definitiva tra Mario e Bianca? Qui stava il centro del problema. L’iniziativa di rompere l’aveva presa Bianca, e se Bianca due settimane dopo poteva dire: sono incinta, probabilmente al momento della rottura ne aveva quantomeno il sospetto. Era un’azione a scopo di ricatto? No, Bianca non ricattava Mario: né affettivamente né materialmente. Se aveva chiesto aiuto a Mario, era perché sapeva che Mario avrebbe voluto e avrebbe potuto darlo. Non c’era bisogno di ricattare Mario per ottenere aiuto. Bianca sapeva che, se fosse rimasta incinta, avrebbe avuto bisogno di Mario? Sì: anche da sola aveva avuto, a volte, bisogno dell’aiuto di Mario. E allora? Bianca voleva un figlio o una figlia, tutto qui. Ipotesi uno: voleva allontanarsi da Mario ma non restare sola, restare con un figlio o una figlia. Poco credibile: per Bianca l’essere sola non era mai stato un problema, o almeno non era mai sembrato un problema. Ipotesi due: Bianca voleva allontanarsi da Mario ma non che Mario si allontanasse da lei, voleva spezzare il <em>legame</em> con Mario e sostituirlo con <em>un’altra cosa</em> che comunque impedisse l’allontanamento da/di Mario. Contorto, ma credibile: quasi <em>tipico</em> di Bianca. Ipotesi tre: e se la persona che doveva nascere non fosse stata figlia di Mario? Se Bianca avesse voluto trattenere (non più legare, ma semplicemente trattenere) Mario per mezzo di un figlio non suo, ma lasciando Mario libero di credere che fosse suo? Così Mario si sarebbe sentito ancora supremamente <em>legato</em> a Bianca (che cosa lega più di una persona che è parte di entrambi?), mentre Bianca sarebbe stata consapevole di avere soltanto <em>trattenuto</em> Mario <em>con l’inganno</em>. A questa terza ipotesi Mario non voleva credere, ma dopo la sparizione di Bianca iniziò a pensare che potesse essere vera, dopo il colloquio con il funzionario dell’agenzia Tom Ponzi la credette definitivamente per vera. Alla fin fine Agnese venne su così somigliante a Mario da togliere qualsiasi dubbio: aveva le stesse sopracciglia, lo stesso naso, era uguale a Mario nei dettagli più caratteristici. Mario non aveva collaborato molto a tirarla su: Bianca non l’aveva permesso. Aveva abitato un po’ con la madre, ci aveva messo sei mesi per trovare un mini dalle parti della Piramide. Mario ci aveva messo piede dentro per la prima volta quando Agnese aveva dieci anni. Una volta sistemata nel mini, Bianca si era fatta sentire regolarmente, aveva dato il suo telefono a Mario, aveva permesso a Mario di vedere la bambina. Mario nel frattempo aveva cambiati molti lavori, ma tutti lo avevano sempre portato spesso a Roma, così che tante volte erano andati a cena insieme da qualche parte, qualche volta con Agnese, qualche volta senza. In questi incontri parlavano di cose pratiche. Una volta Bianca era salita a Padova per questioni burocratiche, affidando Agnese alla nonna, e per spendere meno si era fermata due notti a casa di Mario. Quando al telefono le aveva detto, Mario, potresti fermarti da me, ti do il letto io sto sul divano, aveva temuto un no duro; invece Bianca aveva detto subito sì. La seconda notte avevano rischiato di fare l’amore, ma per fortuna si erano trattenuti. Se fosse successo, pensa Mario, sarebbe stata una disgrazia per tutti. Imprevedibilmente era stata Bianca a mostrare di desiderare Mario, ad avvicinarsi a lui (seduto ancora al tavolo, dopo la cena) e ad abbracciarlo da dietro, a baciarlo sulla tempia destra. Mario, a dire il vero, non desiderava altro; tuttavia non avrebbe mai osato, come si usa dire con quell’espressione orribile, <em>prendere l’iniziativa</em> Invece quella sera Bianca aveva <em>presa l’iniziativa</em>, in maniera molto esplicita e con modi molto dolci. </big></p>]]>

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