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27.09.08
Da un romanzo mai terminato (1999), Quattro, 3
Dopo aver fatto l’amore Mario e Santiago vanno fuori insieme; Santiago porta giù il sacco nero con dentro il cane morto e lo butta nel cassonetto che è a due passi, poi prendono l’autobus per il centro. A Santiago piace andare alla sala giochi Cyberworld e ci vanno immancabilmente, poiché sono i desideri di Santiago quelli che dettano legge, ma quando sono lì si dividono: Santiago alla powerstation, e Mario ai flipper. Santiago prende in giro Mario a causa della sua passione per il flipper, Mario replica che anche i giochi sono un fatto generazionale e che per lui, il flipper, è più o meno come la madeleine di Proust: quando gioco a flipper, dice Mario a Santiago, mi ricordo tutto di quand’ero bambino, avevo sei anni ed ero alto appena quanto bastava per buttare degli sguardi, alzandomi in punta di piedi, sul piano inclinato del flipper. Gli adulti o quelli che io consideravo tali, tipo sedici o diciassette anni, al patronato giocavano per ore a flipper, io non potevo giocare a flipper perché nemmeno ci arrivavo: pertanto, per un certo tempo della mia esistenza, io desideravo giocare a flipper più o meno tanto quanto desideravo diventare adulto, per me diventare adulto significava poter giocare a flipper e pensavo che il giorno in cui avrei giocato a flipper sarei stato finalmente un adulto e tutti avrebbero avuti per me lo stesso rispetto, la stessa reverenza e lo stesso timore che io, allora a sei anni, avevo per quelli che consideravo adulti. Potresti scrivere un romanzo di successo, ha detto una volta Santiago, qualcosa come Il flipper e l’arte di diventare adulti. Impossibile, ha replicato Mario, primo perché sono pur sempre rimasto sostanzialmente una schiappa, a flipper, e secondo perché non sono diventato adulto. Ho quarant’anni ma sono tutto fuorché un adulto. Mario sa che quando dice cose di questo genere Santiago si compiace, perché pensa che la mancanza di adultità di Mario sia esattamente ciò che lo mantiene sotto la sua dominazione. Dopo la sala giochi Santiago e Mario vanno a mangiare i tramezzini buoni al bar dei grassi, che da dieci anni non è più dei due grassi (fratelli gemelli e ciccioni) ma tant’è, lo chiamano tutti ancora così: Mario è un mangiatore di tramezzini piccanti, Santiago preferisce i tramezzini con il tonno e le fettine di uova sode; il titolare (che tra parentesi è magrissimo) se li vede arrivare tutte le settimane, qualche volta due volte nella stessa settimana, e li guarda sempre con lo sguardo un po’ vago, come uno che si domanda quale sia l’esatta relazione tra i due, se ad esempio siano padre e figlio, o se siano due amici; la differenza d’età fa pensare che non si tratti di due amici, Mario porta bene i suoi quarant’anni e tuttavia le zampe di gallina ai lati degli occhi non consentono di sbagliare la stima, Santiago fisicamente è un senza età, gli si danno diciott’anni perché si veste come un diciottenne ma non perché abbia l’aspetto fisico inconfondibile del diciottenne, ha dei modi diretti che non sai se attribuire alla sfrontatezza dell’età giovane o alla sicurezza dell’età più matura. Mentre camminando al fianco di Santiago attraversa il centro di Padova per andare dalla sala giochi Cyberworld al bar dei grassi, ogni volta Mario è terrorizzato dall’idea di incontrare Viola, che lavora giusto in centro, nell’ufficio di un commercialista, e ha l’orario che finisce alle cinque: è appunto verso le cinque e mezza o le sei che Santiago e Mario escono da casa di Santiago per andare alla sala giochi prima e al bar dei grassi poi, passando accanto alla Upim e al caffè Pedrocchi, attraversando proprio la zona del passeggio e degli acquisti. Santiago sa tutto della vita di Mario, sa di Bianca e Agnese a Roma e di Viola a Padova, apparentemente non gliene importa nulla ma Mario è convinto che, se gli venisse desiderio di fargli del male, Santiago lo farebbe senza esitazione. Mentre è con Santiago nella casa di Santiago Mario non pensa mai al mondo che esiste fuori della casa di Santiago, è completamente sotto la dominazione di Santiago e non desidera altro che di essere completamente sotto la dominazione di Santiago; mentre è, in compagnia di Santiago, fuori della casa di Santiago, Mario non desidera altro che sottrarsi alla dominazione di Santiago: eppure non può, perché la dominazione di Santiago su di lui è completa e non gli lascia scampo. È stato mentre mangiavano i tramezzini buoni al bar dei grassi, e bevono due o tre spritz a testa (vino bianco secco, Aperol, seltz, una goccia di gin per il profumo) che Mario ha parlato a Santiago, più volte e a lungo, di Bianca (e Agnese) e di Viola. Santiago non ha mai cercato, per quel che ne sa Mario, di mettersi in mezzo tra Mario e Viola o tra Mario e Bianca (e Agnese); tuttavia Mario è convinto che Santiago potrebbe provare piacere a distruggere quel che c’è tra Mario e Bianca (e Agnese) e quel che c’è tra Mario e Viola, ed è convinto che Santiago non si esimerebbe mai dal fare una cosa che possa procurargli piacere; e comunque non è del tutto certo che Santiago non abbia mai pensato di mettersi in mezzo a modo suo tra Mario e Bianca: per un periodo, infatti, Bianca era stata tormentata da una persona che le telefonava restando muto, verso le otto di sera, evidentemente da un telefono pubblico (si sentivano i rumori, il caratteristico zinn dello scatto conteggiato): questa persona, aveva detto Bianca a Mario, non telefona da Roma, mi telefona da altrove, si sente andar giù una quantità di scatti, come se telefonasse ad esempio da Padova. Al contrario, Santiago abbastanza spesso si diverte a lodare Mario a causa della sua relazione così tranquilla e stabile, così evidentemente destinata al matrimonio, con Viola: così, dice Santiago, sono sicuro che non verrai mai a propormi di fare la villeggiatura con te, o di abitare nella tua casa, o addirittura di sposarmi, come faceva quel mona del professore.
Posted by giuliomozzi at 08:52 | Comments (1)
25.09.08
Da un romanzo mai terminato (1999), Quattro, 2
Nel fare l’amore con Mario Santiago è molto dolce e non pretende niente da Mario (tanto, lui è già venuto): accarezza Mario a lungo, lo bacia e lo lecca in ogni parte del corpo, si prende cura dei suoi capezzoli, del suo scroto, delle ascelle e dei piedi; a volte gli infila due dita o degli oggetti nel culo, a volte gli appallottola la canottiera in bocca e gli chiude il naso con le dita finché Mario non ne può più, a volte lo masturba rotolandogli sul sesso la bottiglia d’acqua minerale fredda di frigorifero. Alcune volte Santiago permette a Mario di venirgli in bocca, ma il più delle volte Mario viene all’improvviso, come per disperazione, proprio mentre Santiago si tiene il più possibile lontano dal suo sesso. Dopo che Mario è venuto giacciono entrambi tranquilli nel letto, abbracciati, e quello è l’unico momento nel quale i loro due sessi si toccano. A volte rimangono abbracciati così a lungo, con i sessi appoggiati l’uno all’altro, che lo sperma si secca e, quando si separano, i peli del pube dell’uno sono incollati ai peli del pube dell’altro: così si alzano abbracciati, camminano abbracciati come due gemelli siamesi fino al bagno, con la doccia a filo bagnano le due inguini finché tutto si scioglie e si possono separare. A Mario sembra che Santiago non cambi mai le lenzuola, in due anni che Mario è stato il servitore di Santiago nell’uccisione dei cani (sono cinque anni che Mario è dominato da Santiago, ma sono solo due anni che Mario è stato ammesso all’uccisione dei cani) le lenzuola sono rimaste quelle, si sono sempre più sporcate del sangue dei cani che, schizzando dalla gola, sporca sempre un po’ le braccia di Santiago e il petto di Mario (mentre Santiago uccide il cane nella vasca da bagno, Mario di solito gli sta difronte); e inoltre dello sperma di Mario, del sudore di entrambi, della roba che esce da Mario quando Santiago lo incula con le dita o con la bottiglia d’acqua minerale o con altri oggetti (quando Santiago ritira le dita o gli oggetti, dal culo di Mario esce quasi sempre un liquido giallognolo). Il letto nel quale Santiago dorme normalmente è in un’altra stanza, la stanza dove c’è il letto sul quale Santiago e Mario fanno l’amore (circa una volta la settimana) è una stanza che serve solo per quello, gli unici mobili sono il letto, un tavolino basso con le cose che a volte Santiago adopera, il frigorifero, il bugliolo. Una volta che Santiago aveva spinto su per il culo di Mario, usando la bottiglia d’acqua come mezzo di spinta, una quantità di cubetti di ghiaccio presi dal frigorifero, a Mario era venuta una diarrea improvvisa, e nel bugliolo aveva cacato acqua, liquido giallo, escremento e sangue. Quando decidono di togliersi dal letto Santiago va in bagno per primo e si lava accuratamente, quando è il turno di Mario il cane morto non è più nella vasca da bagno. Mario non sa di che cosa viva Santiago: Santiago non gli ha mai chiesto dei soldi, non gli ha mai chiesto di procurargli servizi o cose, a parte il fatto che ovviamente è contento se Mario gli procura qualche bastardino. Se il bastardino è procurato da Mario, Santiago permette a Mario (mentre sono nella vasca da bagno) di accarezzare il sesso del bastardino (se è maschio), o di infilare un dito nella fica del bastardino (se è femmina): tuttavia non c’è dubbio che il compito di scopare veramente il bastardino, e di ucciderlo poi, spetta in via esclusiva a Santiago.
Posted by giuliomozzi at 12:51 | Comments (26)
23.09.08
Da un romanzo mai terminato (1999), Quattro, 1
quattro (nel quale si parla di Mario e Santiago)
La terza vita segreta di Mario (tutte e tre le vite di Mario sono segrete, ma la terza è la più segreta di tutte perché conosce le altre due) è quella nella quale il dominatore di Mario è Santiago. Oggi Santiago ha diciannove anni compiuti. Santiago e Mario si sono conosciuti cinque anni fa, e da subito Santiago è stato il dominatore di Mario. Le passioni di Santiago sono la dominazione su Mario e l’uccisione dei cani. Santiago non prova nessun odio nei confronti dei cani: tuttavia la sua grande passione (una delle due) è ucciderli. Ogni settimana (con rare eccezioni) Santiago uccide un cane; qualche settimana ne uccide due. I cani che piacciono a Santiago sono piccoli e a pelo corto, quelli che gli piacciono di più in assoluto sono quei cagnolini color caffelatte chiaro che vengono chiamati bastardini, quelli che non sopporta proprio sono i cani con il pelo lungo come i cocker. Dei cani grandi Santiago ha paura perché teme che non riuscirebbe a ucciderli, ma a Mario ha sempre detto (mentendo) che non gli piacciono, che preferisce uccidere i bastardini perché i bastardini gli piacciono di più. In verità Santiago vorrebbe uccidere cani molto grandi, ad esempio degli schnauzer, ma uccidere cani molto grandi non è uno scherzo, le masse di pelo e pelle e carne da attraversare con il coltello sono molto spesse; inoltre i cani molto grandi sono difficili da immobilizzare e, se si rivoltano, sono capaci di farti del male. Santiago desidera uccidere i cani, ma non desidera lottare con i cani; quello che gli piace è l’uccisione, non la lotta. Perciò non gli vanno bene i cani aggressivi, quelli che sanno indovinare il pericolo, né i cani che siano veramente capaci di difendersi da lui: per questa ragione il cane ideale di Santiago è il bastardino. L’uccisione del bastardino di solito avviene nella vasca da bagno, per non sporcare: Santiago fa correre un filo d’acqua calda nella vasca da bagno, entra nudo nella vasca da bagno con il bastardino in braccio, lascia il coltello appoggiato per terra fuori della vasca in modo da poterlo prendere facilmente. Dentro la vasca da bagno Santiago gioca con il bastardino, gli si strofina addosso, lascia che il bastardino gli annusi e gli lecchi il sesso. Mario non sa perché ma i bastardini, dopo un po’ che sono nella vasca da bagno con Santiago, spontaneamente cominciano ad annusargli e a leccargli il sesso. Sarà l’odore che il sesso di Santiago emana, sarà una specie di telepatia tra Santiago e il bastardino. Se il bastardino è femmina, dopo un po’ Santiago cerca di penetrarlo; a volte ci riesce, a volte non ci riesce. Se il bastardino è maschio, Santiago cerca di eccitarlo toccandogli e leccandogli il sesso; se il bastardino maschio si eccita (cosa che non succede sempre), Santiago è contento e uccide subito il bastardino; se il bastardino maschio non si eccita, allora di solito Santiago cerca di scopargli la bocca. In questi momenti l’aiuto di Mario è prezioso: è Mario che tiene fermo il bastardino femmina mentre Santiago cerca di penetrarlo, è Mario che tiene sollevato per le zampe di dietro il bastardino maschio mentre Santiago gli succhia il sesso, è Mario che tiene fermo il bastardino maschio mentre Santiago gli scopa la bocca. In quest’ultimo caso Santiago afferra con le due mani le fauci del bastardino e le allarga a forza, mentre Mario (di solito anche lui, per praticità, si mette nudo nella vasca) tiene fermo il corpo. A volte succede che il sesso di Santiago si graffi contro i denti del bastardino, ma il più delle volte non ci sono problemi e Santiago viene facilmente. Mentre Santiago scopa la bocca del bastardino, ha osservato Mario, il bastardino cerca con la lingua di impedire al sesso di Santiago l’accesso alla gola; in questo modo, senza volerlo, lecca furiosamente il sesso di Santiago, che da questo tentativo di difesa ricava un aumentato piacere. Dopo che Santiago è venuto bisogna continuare a tener fermo il bastardino, che non smette di agitarsi; Mario lo trattiene mentre Santiago prende il coltello, poi lo passa a Santiago che si stringe il bastardino al petto e lo sgozza. Con i bastardini femmina è tutto più semplice, benché in un certo senso dia a Santiago un po’ meno soddisfazione; tuttavia in questo caso Santiago può sgozzare il bastardino femmina mentre il suo sesso gli è ancora dentro, secondo Santiago il massimo è riuscire a uccidere il bastardino femmina nel momento stesso in cui si viene: quando l’eiaculazione comincia il bastardino è vivo, quando l’eiaculazione finisce (le eiaculazioni di Santiago durano a lungo) il bastardino è morto. Il bastardino morto viene lasciato nella vasca da bagno, sempre con un filo d’acqua aperto perché scoli il sangue, intanto Santiago e Mario vanno nella stanza nella quale fanno l’amore.
[continua]
Posted by giuliomozzi at 12:44 | Comments (8)
18.09.08
Da un romanzo mai terminato (1999). Due
Il capitolo Due si può prelevare qui in pdf.
Posted by giuliomozzi at 16:58 | Comments (0)
Da un romanzo mai terminato (1999). Due, 5
La differenza stava, forse, in un certo desiderio di piacere a Mario che Agnese aveva manifestato non certo a parole, ma a forza di piccoli atteggiamenti. Come se quel voler piacere a Mario fosse la remunerazione spettante a Mario per le responsabilità che Mario aveva verso Agnese. Oggi pomeriggio, fu quella volta l’ultimo pensiero di Mario, sono diventato padre. E quella notte aveva sognato, come non gli succedeva ormai da anni, di fare l’amore con Bianca: fecero l’amore a lungo, nel sogno, non con quella violenza che sembrava piacere a Bianca, o piuttosto essere l’unico modo possibile dell’amore per Bianca, ma con quella lentezza che era sempre piaciuta a Mario prima di essere educato da Bianca, con imperio e brutalità, alla nondolcezza. Circa un mese dopo, come abbiamo già detto, Bianca era dovuta salire a Padova per questioni burocratiche (così Mario scoprì che Agnese era pur sempre nata a Padova), e aveva presa l’iniziativa con Mario. Ovviamente non c’era nessuna relazione spiegabile tra la sensazione avuta da Mario dopo il pomeriggio passato con Agnese, il sogno amoroso di Mario e il fatto che Bianca avesse presa l’iniziativa con Mario; tuttavia Mario preferisce pensare che le tre cose fossero connesse, ciascuna conseguenza dell’altra. Quella sera Bianca si era avvicinata a me, ragiona Mario, non come la mia ex compagna (se la parola compagna aveva un senso tra loro due: Mario ne dubitava), né come una persona che volesse fare l’amore con me; quella sera Bianca si era avvicinata a me come al padre della sua creatura, quella sera era esistita tra me e Bianca, all’improvviso, una vera e propria intimità. Eravamo in intimità, perché lei riconosceva in me il padre di Agnese e io riconoscevo in lei la madre di Agnese. Agnese è l’intimità tra me e Bianca. E naturalmente quella sera Mario aveva respinta Bianca, l’aveva respinta con dolcezza (con la dolcezza imparata stando lontano da Bianca) ma l’aveva respinta: l’aveva baciata, naturalmente, sempre rimanendo seduto l’aveva baciata leggermente sulla guancia sinistra, poi si era levato in piedi e l’aveva abbracciata (un abbraccio di spalle), poi Bianca aveva voluto baciarlo sulla bocca e Mario aveva risposto al bacio, poi Bianca aveva socchiusa la bocca e Mario aveva toccata (ma appena appena) la lingua di Bianca con la sua lingua, poi Bianca aveva accarezzato la schiena di Mario nuda sotto la maglietta (era fine maggio, ormai caldo) e Mario attraverso la maglietta aveva accarezzata Bianca in quella zona incerta, tra sotto l’ascella e il petto, che di solito si accarezza per poi procedere verso il seno. A quel punto però Mario si era fermato, aveva abbandonate le braccia lungo la schiena, Bianca aveva accarezzato gli avambracci di lui ancora per qualche minuto, poi Mario aveva detto, piano: no, Bianca. Bianca si era staccata da lui, aveva fatto un passo indietro, l’aveva guardato negli occhi e aveva detto: sì, no, hai ragione, scusa. Dopo la rottura definitiva con Bianca Mario aveva avute storie con altre donne, ma niente di lontanamente paragonabile a ciò che era avvenuto tra lui e Bianca. Ora tuttavia Mario sta per sposarsi, questo è il punto, e il viaggio che sta compiendo verso Roma è connesso con il progetto di matrimonio: con la realtà, anzi, del matrimonio che incombe. Lei si chiama Viola ed è una donna che vive da sola. I quaranta sono passati per entrambi, il corpo è bello sano, i soldi non mancano: perché non ci sposiamo? Era stato Mario a dirlo, e Viola aveva detto solo: sì, mi pare bene, mi pare il momento buono. Era domenica mattina, erano a letto a casa di Mario, la sera prima non avevano fatto l’amore perché entrambi lo preferivano al mattino, con le carni più morbide e con meno stanchezza in corpo, e Mario aveva detto: perché non ci sposiamo? E Viola aveva detto: sì, mi pare bene, mi pare il momento buono. Poi avevano fatto l’amore e non era stato un amore diverso dagli altri, diverso dal solito: era stato un amore come fossero già stati sposati, con l’esatto equilibrio di affetto, piacere, gioco e abitudine. Così era fatta. Era fatta. Tuttavia Viola non sapeva niente di Bianca, non sapeva niente di Agnese, e non sapeva niente nemmeno di un’altra cosa che, con calma, racconteremo più tardi. Ora Mario è sul treno, sta viaggiando verso Roma, ha appuntamento con Bianca (e forse Agnese) per le due e un quarto, e dovrà dire: mi sposo con una che non sa niente di voi. Che cosa dirà Bianca? Probabilmente dirà: spero bene che non sappia niente di noi. E Agnese? Non si sa nemmeno se Agnese consideri questa una cosa che la riguarda. Eppure questo incontro fa paura a Mario, perché pensa: non potrò più rivederle. Usciranno dalla mia vita per sempre. Allora, quando saranno uscite dalla mia vita per sempre, dirò tutto a Viola. Ma che cosa dirà Viola? Probabilmente dirà: come hai potuto farmi questo? Se me ne avessi parlato prima, ma proprio adesso che stiamo addirittura comprando casa, come posso vivere con un uomo che fin dall’inizio ha condotto una doppia vita, e così via. Questo preoccupa Mario molto meno: la reazione di Viola, quando Mario le racconterà di Bianca (e Agnese), è altamente prevedibile. Mario potrebbe anche non raccontarle niente e basta, far sparire Bianca (e Agnese) come il prestigiatore fa sparire le carte da gioco nella mano: ma perché sento così forte, si domanda Mario, il bisogno di raccontare a Viola quello che c’è stato tra me e Bianca (e Agnese)? Ci sono dei motivi più o meno razionali, o almeno motivabili con la morale corrente. Uno: prima o poi verrà a saperne comunque. Il segreto assoluto esiste solo nei romanzi. I miei amici sanno di Bianca, sanno almeno che Bianca c’è stata, alcuni sanno di Agnese. È già un miracolo che nessuno abbia avuta voglia di spifferare tutto a Viola. E non voglio sentirmi dire: mi hai tenuto nascosto tutto, ma io l’ho scoperto ugualmente. Due: Viola deve sapere chi io sono. Magari non del tutto, ma deve saperlo. È già poco onesto il modo che ho tenuto con lei finora, non posso sposarla continuando questo modo. Tre: se avessero ancora bisogno di me, dovrò poterli aiutare alla luce del sole. Se avessero ancora bisogno di soldi, sarebbero soldi non più del tutto miei. Avrò bisogno del consenso di Viola. E se mi capitasse una disgrazia, vorrei che qualcosa andasse a Bianca (e Agnese). Questo dev’essere chiaro, altrimenti Viola potrebbe bloccare tutto.
A bordo del treno, con il libro di Murakami Hariku tra le mani, Mario si rende conto all’improvviso che Viola è un impiccio. Non aveva mai pensato in questo modo.
[fine del secondo capitolo]
Posted by giuliomozzi at 16:38 | Comments (2)
16.09.08
Da un romanzo mai terminato (1999), Due, 4
Bianca non era mai stata dolce, di dolcezza con lei non era proprio questione, se una cosa si poteva dire di Bianca era che la sua persona emanava un vero e proprio disprezzo verso la dolcezza. Non che ne parlasse, non che dicesse: sono smancerie; semplicemente se ne asteneva, e reagiva non con l’insofferenza ma con la completa indifferenza. Nella storia della relazione tra Mario e Bianca c’erano cose pratiche e sesso, oltre ai litigi e alle angosce (di Mario); non c’era mai stata dolcezza. A sua volta Mario, imparando da Bianca, si era liberato da qualsiasi traccia di dolcezza. Successivamente alla rottura definitiva con Bianca, e con altre donne, Mario aveva reimparata la dolcezza: ma l’aveva imparata, per così dire, come s’impara una tecnica, un modo di fare, una lingua straniera. Oggi Mario è in grado di essere dolce con chiunque, è dolce quasi con nonchalance, è dolce anche quando è distratto e non sta tanto a pensare alle cose: tuttavia non è più dolce di natura, se in lui c’era una natura dolce Bianca l’ha estirpata con la radice e tutto. Di storie di Bianca con altri uomini, dopo Agnese e il trasloco a Roma, Mario non aveva mai saputo niente. Aveva sperato spesso che Bianca un giorno gli telefonasse dicendo: ho trovato un uomo; tuttavia questo non era mai accaduto, né Mario aveva riscontrato indizi che gli permettessero di pensare che Bianca si fosse trovato un uomo. Non gli era mai successo di telefonare a Bianca e sentirsi rispondere da qualcuno che non fosse Bianca (finché non aveva cominciato a rispondere Agnese), né gli era mai successo di telefonare e sentirsi rispondere qualcosa come adesso non ho tempo, ci sentiamo un’altra volta. Naturalmente la mancanza di questi indizi non significava niente, Mario non si sarebbe stupito se avesse scoperto all’improvviso che Bianca aveva magari messo in piedi una storia con qualcuno da quattro o sei anni; né si sarebbe stupito se avesse scoperto di aver contribuito (non poco) a mantenere Bianca e Agnese anche mentre un altro uomo era ormai subentrato a lui nel ruolo di compagno di Bianca, e in qualche modo di padre di Agnese. A dire il vero Bianca non aveva insegnato ad Agnese a chiamare Mario papà, e Mario non si era mai reso conto esattamente di quando Bianca avesse detto ad Agnese che Mario era suo padre. Semplicemente, un giorno Mario si era reso conto che Agnese lo considerava responsabile di qualcosa nei suoi confronti e pensava che lui avesse degli obblighi verso di lei. Era successo un giorno d’aprile, un paio d’anni prima di ora, quindi con Agnese di otto anni: Mario era a Roma (per lavoro, come al solito) e si era ritagliato del tempo per stare con Agnese: era andato a prenderla dalla nonna alle quattro del pomeriggio e con lei era stato un po’ a spasso per Roma, a fare quello che fanno di solito i padri dei figli che stanno con le madri: si era fatto raccontare da Agnese della sua vita quotidiana (evitando accuratamente di fare domande su Bianca: non voleva sembrare uno che interroga), l’aveva portata a passeggio, a mangiare il gelato al Pantheon, a comperare un gioco (ma Agnese aveva preferito un libro) alla Città del Sole vicino a san Luigi dei Francesi: non era successo niente di speciale, quel pomeriggio (alle sette avevano appuntamento con Bianca a Campo de’ Fiori, poi erano stati tutti insieme in pizzeria, e alle undici Mario era già a dormire nel suo letto d’albergo). Però quella sera, nei pochi istanti tra la doccia e il sonno (Mario si è sempre addormentato di colpo) Mario aveva sentito che quel pomeriggio Agnese si era comportata come se avesse saputo di essere sua figlia, mentre mai prima si era comportata in tal modo.
[continua]
Posted by giuliomozzi at 11:16 | Comments (1)
15.09.08
Da un romanzo mai terminato (1999), Due, 3
Parecchie volte Mario aveva cercato di mettere insieme i pezzi della storia, e non era mai riuscito a immaginarsi che cosa poteva essere accaduto. Bianca aveva deliberatamente cercato di farsi mettere incinta? Senza dubbio sì. Da Mario o da altri? Di sicuro da Mario, come abbiamo visto. Che relazione c’era tra il concepimento e la rottura definitiva tra Mario e Bianca? Qui stava il centro del problema. L’iniziativa di rompere l’aveva presa Bianca, e se Bianca due settimane dopo poteva dire: sono incinta, probabilmente al momento della rottura ne aveva quantomeno il sospetto. Era un’azione a scopo di ricatto? No, Bianca non ricattava Mario: né affettivamente né materialmente. Se aveva chiesto aiuto a Mario, era perché sapeva che Mario avrebbe voluto e avrebbe potuto darlo. Non c’era bisogno di ricattare Mario per ottenere aiuto. Bianca sapeva che, se fosse rimasta incinta, avrebbe avuto bisogno di Mario? Sì: anche da sola aveva avuto, a volte, bisogno dell’aiuto di Mario. E allora? Bianca voleva un figlio o una figlia, tutto qui. Ipotesi uno: voleva allontanarsi da Mario ma non restare sola, restare con un figlio o una figlia. Poco credibile: per Bianca l’essere sola non era mai stato un problema, o almeno non era mai sembrato un problema. Ipotesi due: Bianca voleva allontanarsi da Mario ma non che Mario si allontanasse da lei, voleva spezzare il legame con Mario e sostituirlo con un’altra cosa che comunque impedisse l’allontanamento da/di Mario. Contorto, ma credibile: quasi tipico di Bianca. Ipotesi tre: e se la persona che doveva nascere non fosse stata figlia di Mario? Se Bianca avesse voluto trattenere (non più legare, ma semplicemente trattenere) Mario per mezzo di un figlio non suo, ma lasciando Mario libero di credere che fosse suo? Così Mario si sarebbe sentito ancora supremamente legato a Bianca (che cosa lega più di una persona che è parte di entrambi?), mentre Bianca sarebbe stata consapevole di avere soltanto trattenuto Mario con l’inganno. A questa terza ipotesi Mario non voleva credere, ma dopo la sparizione di Bianca iniziò a pensare che potesse essere vera, dopo il colloquio con il funzionario dell’agenzia Tom Ponzi la credette definitivamente per vera. Alla fin fine Agnese venne su così somigliante a Mario da togliere qualsiasi dubbio: aveva le stesse sopracciglia, lo stesso naso, era uguale a Mario nei dettagli più caratteristici. Mario non aveva collaborato molto a tirarla su: Bianca non l’aveva permesso. Aveva abitato un po’ con la madre, ci aveva messo sei mesi per trovare un mini dalle parti della Piramide. Mario ci aveva messo piede dentro per la prima volta quando Agnese aveva dieci anni. Una volta sistemata nel mini, Bianca si era fatta sentire regolarmente, aveva dato il suo telefono a Mario, aveva permesso a Mario di vedere la bambina. Mario nel frattempo aveva cambiati molti lavori, ma tutti lo avevano sempre portato spesso a Roma, così che tante volte erano andati a cena insieme da qualche parte, qualche volta con Agnese, qualche volta senza. In questi incontri parlavano di cose pratiche. Una volta Bianca era salita a Padova per questioni burocratiche, affidando Agnese alla nonna, e per spendere meno si era fermata due notti a casa di Mario. Quando al telefono le aveva detto, Mario, potresti fermarti da me, ti do il letto io sto sul divano, aveva temuto un no duro; invece Bianca aveva detto subito sì. La seconda notte avevano rischiato di fare l’amore, ma per fortuna si erano trattenuti. Se fosse successo, pensa Mario, sarebbe stata una disgrazia per tutti. Imprevedibilmente era stata Bianca a mostrare di desiderare Mario, ad avvicinarsi a lui (seduto ancora al tavolo, dopo la cena) e ad abbracciarlo da dietro, a baciarlo sulla tempia destra. Mario, a dire il vero, non desiderava altro; tuttavia non avrebbe mai osato, come si usa dire con quell’espressione orribile, prendere l’iniziativa Invece quella sera Bianca aveva presa l’iniziativa, in maniera molto esplicita e con modi molto dolci.
Posted by giuliomozzi at 17:37 | Comments (1)
13.09.08
Da un romanzo mai terminato (1999), Due, 2
Bianca si fece viva quasi quattro mesi dopo, al telefono, dicendo: sono a Roma da mia mamma, sto cercando un mini. Come sta il piccolo? Sta bene, Agnese. Una bambina! Sì. Come stai tu? Bene. E il parto? Mi hanno fatto il cesareo, ha fatto male abbastanza, è passato, non mi sono sformata, posso usare gli stessi vestiti di prima. Era seguito a questo punto, nella telefonata, un silenzio che conteneva la domanda impossibile per Mario: perché sei sparita, che cosa hai fatto, dimmi qualcosa della tua esistenza segreta, eccetera; naturalmente Mario non disse niente di tutto questo, disse soltanto: hai bisogno di qualcosa? Quando trovo il mini, per l’anticipo, non mi va di pesare troppo su mia mamma. Dammi un indirizzo, un telefono dove posso trovarti. Ti chiamo io. Ma... Ti chiamo io. Chiamami spesso. Va bene. Ciao. Ciao. Quando Bianca era sparita, sette mesi prima, Mario era stato invaso dal pensiero che la persona che doveva nascere non fosse figlia sua. Prima questo pensiero non c’era stato se non vagamente, e debole. A Mario sembrava naturale che la persona che doveva nascere da Bianca fosse figlia sua. Che Bianca avesse avuta a volte la compagnia di altri uomini, durante i vuoti ripetuti (anche di tre o quattro mesi) della loro relazione, era una cosa mai detta tra loro (non si poteva dirla) ma della quale Mario aveva saputo da altri. Con sicurezza Mario sapeva che Bianca era stata una settimana a Gallio, sull’altopiano di Asiago, nella casetta a schiera di Sante; e Sante certamente ci aveva provato, non esisteva che Sante invitasse una donna nella sua casetta a schiera di Gallio senza l’intenzione di scoparsela. E una volta Mario era capitato all’improvviso a casa di Fiore, in un periodo in cui non stava con Bianca: sarà stata l’una e mezzo, le due, Mario cercava un Blake&Decker in prestito, e Bianca era lì che mangiava la pasta, in canottiera e braghe della tuta, come una che abita lì. Che con Sante o con Fiore o con altri uomini Bianca avesse fatto del sesso, Mario ne dubitava; e sicuramente non del sesso tale da poterci rimanere incinta. Letteralmente: pensava che non fosse possibile, che non potesse avvenire. Mario non riusciva a immaginare che Bianca, giacendo nel letto insieme a Sante o Fiore o altri uomini, potesse sfilarsi le mutande e dire: entra. Evidentemente Mario non era per Bianca l’unico amore possibile, se pure quello che c’era tra loro due poteva essere chiamato amore, ma altrettanto evidentemente Bianca non aveva bisogno di sesso: non che il sesso non fosse per lei un piacere, ma (diversamente da Mario) Bianca non sembrava affatto avere bisogno del sesso. Quando si dava a Mario, era per una scelta e non perché sospinta dal desiderio. Mario era in grado di fare ciò che Bianca voleva da lui, altri uomini palesemente non erano in grado, perché nessun uomo era stato addestrato da Bianca così come Bianca aveva addestrato Mario, e nessun uomo come Mario era stato così disponibile all’addestramento. Perciò Mario era convinto che con altri uomini Bianca non potesse aver fatto del sesso, e tanto meno del sesso tale da poterci rimanere incinta: poteva averli baciati, poteva averli masturbati, ma sicuramente aveva tenuto il loro sesso (e probabilmente anche le loro mani) ben lontano dal suo. La separazione definitiva, la nascita di Agnese e lo spostamento a Roma ovviamente cambiavano tutto. Tuttavia era logico che Mario avrebbe prestato aiuto pratico ed economico a Bianca anche se la persona che doveva nascere fosse stata figlia di un altro; così come era logico che Bianca, mettendo che fosse stata messa incinta da una persona che non era Mario, ugualmente si sarebbe rivolta a Mario. Le cose tra loro stavano, erano sempre state, in questo modo. C’era una specie di estraneità, più forte durante le rotture, meno forte mentre stavano insieme, che permetteva comunque di parlarsi e di prestarsi aiuto. Curiosamente sembrava che le cose tra loro andassero meglio quando ufficialmente stavano in rottura, e peggio quando ufficialmente stavano in relazione. Probabilmente, aveva pensato molte volte Mario (a distanza di tempo, però, dall’ultima e definitiva rottura) avremmo dovuto toglierci dalla testa di stare insieme, di essere fidanzati o compagni o qualcosa del genere, e provare ad essere qualcos’altro: non amici, per carità, che in questa situazione diventa una parola orribile, ma qualcos’altro. Noi avremmo dovuto saper starci vicini ma senza avere intimità: quello che non poteva esistere tra noi era l’intimità, tutto ciò che non implicava l’intimità è sempre stato bello, tutto ciò che implicava l’intimità è sempre stato tremendo. Si può fare l’amore senza entrare in intimità, non si può conversare senza entrare in intimità; ci si può aiutare senza entrare in intimità, non ci si può guardare negli occhi senza entrare in intimità. Noi siamo due persone che non sono in grado di avere intimità, dentro le nostre teste ci sono pensieri che non si possono dire. Così come a Bianca non è possibile dire quale connessione ci sia, benché sia evidente che c’è, tra il voler lasciarmi definitivamente e il voler farsi mettere incinta, quasi di sicuro da me.
Posted by giuliomozzi at 11:56 | Comments (1)
11.09.08
(Diario)
Quanto tu l'hai amata,
quanto lei ti ha amata,
quanto ha fruttificato
questo amore in te e in lei,
e quanto questo amore è stato
dono per il mondo, e sarà:
questo io so, nel mondo, e testimonio.
Posted by giuliomozzi at 18:43
10.09.08
Da un romanzo mai terminato (1999). Due, 1
due (nel quale si parla di Mario e Bianca)
Ora Mario sta viaggiando verso Roma. Va a trovare Bianca e Agnese. Agnese ha dodici anni ed è figlia di Bianca e Mario. Mario e Bianca non sono mai vissuti insieme. La loro storia è stata piena di abbandoni e riprese, sparizioni improvvise (di Bianca), accensioni altrettanto improvvise. Quando finalmente aveva avuta la forza di accettare che Bianca rompesse tutto, Mario si era sentito rivivere. Oggi sono quasi tredici anni che è finita. Due settimane dopo che la rottura definitiva era avvenuta, Bianca aveva telefonato a Mario. Sono incinta, aveva detto. Che cosa vuoi che faccia, aveva detto Mario. Niente, che mi aiuti materialmente quando ne avrò bisogno. Ti aiuterò. Mi faccio viva io, ti dico che cosa mi serve. Sì. Mario aveva effettivamente aiutata Bianca. Per anni Bianca aveva lavorato instabilmente e Mario le aveva mandati dei soldi. Durante la gravidanza si erano sentiti spesso al telefono, e prima del terzo mese si erano addirittura visti qualche volta, ma avevano parlato poco di che cosa dovesse esserci tra Mario e la persona che doveva nascere da Bianca. Quando Mario cercava di parlarne Bianca rispondeva: no, tu non c’entri, è cosa mia, tu non sapevi nemmeno che potevo restare incinta, non prendevo niente da mesi e non te l’avevo detto. Perché non me l’hai detto? Non ne voglio parlare. Dopo il terzo mese Bianca aveva fatto in modo di non farsi più vedere da Mario, al telefono molto esplicita gli aveva detto: non voglio che tu mi veda, non voglio che tu veda la mia pancia, non voglio che ti venga la tentazione di accarezzarmi la pancia. Non puoi odiarmi così. Non ti odio, voglio solo che tu non ti impossessi di una cosa che non è tua. Non è una cosa. Tu, la senti come una cosa; e non vuoi lasciarmela. Sei assurda. Non sono assurda: so che tu non mi vuoi fare male, ma sono sicura che sei capace di farmi male; per questo stai lontano, ti prego. Bianca aveva mandato Mario all’ospedale a prendere le analisi, quando s’era trattato di fare le analisi, tuttavia non gli aveva mai permesso di accompagnarla (Mario doveva farsi dare la busta allo sportello, e lasciarla nella buca delle lettere di Bianca), tanto meno quando si trattò di fare l’ecografia, e sul risultato dell’ecografia non disse niente: dimmi se è un bambino o una bambina, aveva domandato Mario, e Bianca aveva risposto: è una creatura sana, sanissima. Ma non sai se è maschio o femmina? Mario, ti prego. Così, mentre la creatura cresceva dentro il corpo di Bianca, Bianca negava a Mario qualunque accesso al corpo suo, e tanto più al corpo della creatura. Una volta Mario tuttavia, un giorno, all’inizio dell’ottavo mese, si era appostato come un detective privato dei telefilm al bar Messalina (nel quale, Mario ne era certo, Bianca non era mai entrata e non sarebbe mai entrata), proprio difronte al condominio dove Bianca aveva l’appartamento, e dopo un’attesa di un paio d’ore aveva finalmente visto il portone aprirsi e Bianca attraversare i due metri di giardinetto, uscire sul marciapiede, dirigersi alla propria sinistra e scomparire dopo trenta passi dietro un camion frigorifero bianco con su scritto: Mozzarella molisana in bella grafia corsiva, azzurro. A Mario Bianca, vista per non più di mezzo minuto attraverso la vetrina fumé del bar Messalina, mentre percorreva un pezzo della via, sembrò bellissima e meravigliosa. Il corpo minuto di Bianca si era allargato in una pancia non grande, ma grande rispetto al corpo minuto; camminava lentamente, Bianca, ondeggiando, e la massa della pancia le imponeva, a lei che solitamente camminava guardando per terra, come una persona che non vuole vedere nessuno o che non vuole essere veduta da nessuno, di camminare guardando dritta davanti a sé: per la prima e unica volta, quel giorno, Mario vide Bianca camminare guardando dritta davanti a sé, fino a sparire dietro il camion frigorifero della Mozzarella molisana. Quel guardare dritta davanti a sé, oggi sa Mario, non è più tornato. Quindici giorni prima della data prevista per il parto Bianca sparì. Mario per quattro giorni di fila (le telefonava ogni giorno, nell’imminenza del parto) trovò il telefono che suonava sempre libero, benché lui telefonasse a tutte le ore; la sera del quarto giorno si presentò all’appartamento, suonando senza che nessuno aprisse. La proprietaria (abitava nell’appartamento difronte, stesso pianerottolo; Mario la conosceva appena, sapeva che era lei perché con Bianca un paio di volte l’aveva incrociata per le scale) gli disse: la signorina mi ha data la disdetta sei mesi fa, non so dove sia, sarà andata da qualche parente, no, non ho un suo telefono, ma lei che cosa pretende, scusi?; al massimo, se mi telefona lei, le dirò che è stata cercata. E intendeva dire, naturalmente: se ha voluto fuggire da te, mai più ti permetterò di rintracciarla contro la sua volontà. Mario telefonò dappertutto, all’ospedale agli amici alla polizia: alla polizia quasi quasi lo prendevano per un maniaco, agli ospedali non sapevano niente e s’insospettivano, gli amici non sapevano niente e pensavano, e non nascondevano di pensare: un’altra volta, Mario? Un’altra sparizione? E: non eravate separati, ormai? E: deve proprio dipendere da lei, in questo modo e in questa misura, la tua vita? E: va bene, sarà sperma tuo, quella persona che deve nascere, ma vuoi capire che ti ha adoperato come uno stallone? Alla fine Mario si ridusse a telefonare dozzine di volte all’azienda dei telefoni cercando di ricuperare il numero della mamma di Bianca, o di qualche parente almeno (la mamma a Roma... c’era una zia a Garda... e suo cugino, o suo cognato, a Napoli...); naturalmente trovò una barca di gente con lo stesso cognome di Bianca, ma si trattava di persone che non conoscevano Bianca, e non le erano nemmeno lontani parenti. Le ragazze dell’azienda dei telefoni di Padova (non c’era ancora quel servizio tutto automatizzato che c’è adesso) lo conoscevano ormai, riconoscevano al telefono la sua voce e la sua richiesta, qualcuna scherzava con lui e condivideva l’ansia della ricerca (immaginandosi chi sa quale storia romantica, probabilmente); altre si stizzivano, evidentemente lo consideravano un seccatore o un molestatore di donne. Un giorno a Mario telefonò un funzionario dell’azienda dei telefoni dalla voce baritonale e gli disse letteralmente: la pianti, o avvisiamo la polizia; noi li conosciamo, i tipi come lei; guardi che le togliamo l’allacciamento, possiamo farlo per salvaguardare l’intimità delle persone. Alla fine Mario decise di andare in un’agenzia di investigazioni, quella di Tom Ponzi che aveva allora una sede a Padova, batté a macchina su due fogli tutte le informazioni che aveva su Bianca (quasi niente, si rese conto disperandosi) e le posò sul tavolo tra sé e il funzionario dell’agenzia. Per cominciare quello non le guardò nemmeno e domandò a bruciapelo: lei è sicuro di essere il padre? Mario rinunciò.
[continua]
Posted by giuliomozzi at 08:43 | Comments (1)
09.09.08
Da un romanzo mai terminato (1999). Uno
Il capitolo Uno si può prelevare qui in pdf.
Posted by giuliomozzi at 08:20 | Comments (0)
Da un romanzo mai terminato (1999). Uno, 5.
Mentre pensa questo e si trova sospeso in questi pensieri Mario ha gli occhi puntati sul libro di Murakami Hariku, circa a metà di pagina 147, ma non legge. È un po’ imbambolato, come capita quando si è in treno da troppo tempo (e Mario è in treno da troppo tempo: questo Intercity è una lumaca, tra Rovigo e Ferrara ci sono dei lavori in corso che hanno provocato un rallentamento, per qualche chilometro la linea è ridotta a un binario solo) o ci si è svegliati troppo presto (e Mario si è svegliato troppo presto, stamattina, per cose da fare prima della partenza nel primo pomeriggio) o ci si fa prendere da qualche pensiero che esige un’attenzione imprevista: che è il caso di Mario, ora, appunto. Il treno esce dalla galleria e Mario si rende conto che è l’ultima, riconosce la larghissima curva, tra non molto ci saranno Prato e Firenze. Mario riaccende il cd-walkman, si infila gli auricolari. Ora è completamente fuori dai suoi pensieri, così può ricominciare a leggere. Ora Murakami Hariku (anzi il personaggio-io che Murakami interpreta nelle 490 pagine di Dance dance dance) comincia a parlare di un altro personaggio mai sentito prima, un certo Makimura Hiraku che era stato marito della madre di una ragazzina, Yuki, che invece è un personaggio importante nel libro (a pagina 147 non si capisce ancora quale sarà la sua importanza, ma da come il personaggio narratore ne parla si capisce che sarà importante): questo Makimura, scrive Murakami per interposta persona, era stato un discreto scrittore (ed è naturalmente, pensa Mario, una sorta di doppio del Murakami stesso, e quindi del suo personaggio-io; espediente che a Mario, d’istinto, sembra decisamente stucchevole). Il personaggio-io ne aveva letti anni prima alcuni libri, legge Mario a pagina 147, trovandoli abbastanza buoni. Ma a pagina 148 Mario legge come Makimura si fosse poi all’improvviso trasformato in uno scrittore sperimentale, e in quanto tale avesse prodotti alcuni libri bruttissimi, «collage di frasi prese di peso dai romanzi francesi d’avanguardia»; dal che si deduce che il personaggio-io, e fors’anche Murakami Hariku in persona, consideri i cosiddetti romanzi francesi d’avanguardia (quelli di Alain Robbe-Grillet? o di Claude Simon?) più o meno come l’immagine del brutto assoluto. Qualche riga dopo, però, Mario legge le frasi che lo impressionano: «Non capivo cosa gli fosse successo [a Makimura Hiraku], ma dedussi che i suoi primi tre libri dovevano aver prosciugato il suo talento. Però, nonostante tutto, era uno che un testo riusciva a metterlo insieme. E per questo continuava ad aggirarsi negli ambienti letterari come un cane castrato che continua ad annusare le cagne per abitudine». A questo punto Mario si ferma. Lo scompartimento è vuoto, il treno corre senza troppo rumore, la musica di Brian Eno è una sequenza lenta di suoni indefinibili e gradevoli con, in lontananza, il den den den dei passaggi a livello. Mario sfila gli auricolari, non sente più il den den den, rimette gli auricolari, sente il den den den: quindi il den den den è proprio dentro la musica, pensa Mario, non appartiene al mondo, io sono in treno e ascolto musica da treno, sono completamente dentro al treno fisicamente e mentalmente. Il pezzo s’intitola «The Lost Day», il giorno perduto, e infatti questo è il mio giorno perduto, il mio giorno nascosto. Sto viaggiando di nascosto come una spia dei romanzi di John Le Carré o come un marito cornificatore, in questo momento sono quasi esattamente a metà strada tra Padova e Roma, tra il mondo al quale appartengo e che esiste realmente a Padova e l’altro mondo al quale appartengo e che esiste realmente a Roma. Il mondo al quale appartengo a Padova non esiste realmente per il mondo al quale appartengo a Roma, e il mondo al quale appartengo a Roma non esiste realmente per il mondo al quale appartengo a Padova. Vivo una doppia vita, come si scriverebbe in un romanzo di serie b, eppure nessuna di queste due vite è veramente doppia, non ho quasi mai avuti sentimenti di doppiezza, non mi è mai sembrato di tradire una delle mie due vite nel momento in cui mi dedicavo a vivere l’altra, non ho mai pensato alla realtà di Roma mentre vivevo nella realtà di Padova, e tutte le volte che mi sono recato nella realtà di Roma ho completamente distolti i miei pensieri dalla realtà di Padova. Le mie due vite non sono contrapposte, non si negano reciprocamente, non sono nemmeno due vite vissute una di nascosto dall’altra, la verità è che mentre sono contenuto in una delle mie due realtà io vivo una vita assolutamente singolare, del tutto priva di doppiezza, naturale e sincera quanto mai. Solo qui e ora, pensa Mario, solo quando sono in viaggio e devo attraversare la soglia che porta da un mondo all’altro, da una realtà all’altra, da una vita all’altra, solo quando sono in viaggio io sento di vivere effettivamente due vite, solo quando sono con il piede alzato per passare da un mondo all’altro mi rendo conto davvero dell’esistenza di due distinti mondi, solo mentre attraverso la porta tra un mondo e l’altro mi rendo conto che a Roma tradisco Padova e a Padova tradisco Roma, solo mentre mi cambio di vita come potrei cambiarmi d’abito ho la sensazione di tradire Viola quando vado a trovare Bianca (e Agnese) e di tradire Bianca quando con Viola progetto la nostra vita futura. Ma questo forse presto finirà. Sto viaggiando, sto andando da un mondo all’altro, tra poche ore sarò a Roma senza aver dimenticato Padova, metterò in comunicazione (dentro al mio cervello) la realtà di Roma e la realtà di Padova. C’è una serie di cose che sono finite, nella mia vita, e forse queste cose hanno prosciugato il mio talento: non è detto che io abbia talento per altre cose o che io abbia talento in genere, non so se diventerò un cane castrato che annusa le cagne per abitudine, ciò di cui sono sicuro è che desidero che alcune cose finiscano, ho deciso di sposare Viola e quindi Bianca e Agnese dovranno uscire definitivamente dalla mia vita, negli ultimi tredici anni non sono mai state veramente dentro la mia vita ma ora dovranno veramente uscirne fuori, Roma si distaccherà da Padova, io non avrò più una vita doppia ma una vita sola, come tutti, la mia vita con Viola. A Padova.
[fine del capitolo Uno. Seguirà il Due]
Posted by giuliomozzi at 08:08 | Comments (1)
08.09.08
Da un romanzo mai terminato (1999). Uno, 4.
Oggi da due anni Mario legge solo libri molto grossi, storie di una vita intera preferibilmente nella forma dell’autobiografia o del memoriale, perché ciò cui desidera addestrarsi oggi è la percezione della sua propria vita come un continuum senza salti e spezzature, e possibilmente dotato di senso. Mario sa bene che nessuna vita ha senso se non è finita e che pertanto, se cerchiamo di raccontare la nostra vita o una delle nostre vite immaginarie, dobbiamo o rinunciare alla ricerca del senso oppure, che è ciò che Mario intende fare, immaginare di essere morti. Naturalmente Mario sa benissimo che immaginando di essere morto, e di avere quindi conclusa l’esistenza, otterrà dell’esistenza solo un senso immaginario, ma un senso immaginario è comunque meglio di nessun senso e l’alternativa è proprio questa: nessun senso. Mario è abbastanza convinto che quel che è stato è stato, e amen, tuttavia l’idea di trovare un senso alla sua esistenza lo appassiona, gli sembra bella, pensa che se trovasse un senso alla sua esistenza la sua esistenza potrebbe essere felice. Non più felice, ma felice: Mario non conosce gradazioni della felicità e non pensa che si possa essere più o meno felici, pensa che la felicità sia una condizione che si può avere e non avere, e poiché una volta e per un certo periodo è stato felice Mario non può che essere convinto che potrà essere felice un’altra volta. Così come, pensa Mario, in realtà non esistono poeti maggiori e poeti minori, ma poeti che sono stati spesso e a lungo poeti e poeti che sono stati raramente e per breve tempo poeti. Il ricordo della felicità passata è una cosa che rassicura molto Mario: gli toglie ogni dubbio sull’accessibilità della felicità, lo fa comunque sentire contento di essere stato almeno una volta, e per un periodo non proprio breve, felice. Il ricordo della felicità passata e la fiducia nell’accessibilità della felicità mettono Mario in una condizione che Mario non osa, ma si potrebbe chiamare, di prefelicità: un po’ come un poeta (appunto minore) che ha fatta una volta sola l’esperienza della poesia, e grazie a quella sola volta nutre tuttavia fiducia che, coltivando le condizioni opportune, l’esperienza si ripeterà. Ciò che, della felicità, comunque non va disperso anche quando la felicità termina, è appunto il ricordo della felicità passata e la fiducia nella sua accessibilità. Mario pensa che il contrario della felicità sia il non aver ricordo di felicità passate e la disperazione di accedere alla felicità: così come ciò che porta alla disperazione il poeta è la consapevolezza di non aver mai scritto vera poesia, e quindi il dubbio sulla possibilità di mai scriverne. Basta una sola vera poesia per fare un vero poeta, basta una felicità per fare un uomo felice, il poeta che una volta ha scritta una vera poesia inseguirà la poesia per tutta la vita, io che ho sperimentata la felicità inseguirò la felicità per tutta la vita: e non sarò infelice, non sono più capace di essere infelice. Se leggere libri grossi, pensa Mario mentre una galleria piuttosto lunga gli impedisce di continuare a leggere (o meglio: potrebbe continuare a leggere ma la luce color tuorlo della lucetta di servizio è veramente troppo schifosa), rafforza il ricordo della mia felicità passata e coltiva la mia fiducia nell’accessibilità della felicità futura, non vedo perché non dovrei spendere il mio tempo leggendo libri grossi. Naturalmente Mario pensa che anche lui, forse, un giorno scriverà un grosso libro; così come una volta, anni e anni prima, aveva scritti molti madrigali e sonetti, e perfino qualche canzone e qualche breve elegia. Non servivano a molto, quegli esercizi, se non a testimoniare i progressi nell’autoaddestramento: ad esempio l’acquisizione della facilità di rima, grazie alla quale quando Mario si sedeva a scrivere un sonetto le rime venivano senza fatica, spontaneamente si disponevano nel giusto ordine, offrivano appoggio e pienezza al senso lessicale. E questo avveniva, nei periodi di più intenso allenamento, anche quando si trattasse di rime ricche o rare. Se mi vengono così facilmente le rime, pensava allora Mario, vuol dire che la capacità sinestetica, il sentire molte cose contemporaneamente, le correspondances, cominciano a diventare un fatto naturale. Del valore dei suoi madrigali e dei suoi sonetti, nonché delle sue canzoni e delle sue elegie, a Mario non importava molto; e infatti, pur avendone scritti parecchi, non si era mai peritato di farli circolare, di mandarli a riviste, di spedirli ai concorsi, addirittura era stato per tre anni nella redazione di una rivista di poesia (fatta tra amici: Mario ne era il direttore solo perché aveva in tasca la tessera dell’ordine dei giornalisti, elenco pubblicisti; e in Italia c’è una legge infame che vieta di fare riviste senza un direttore iscritto all’ordine; mentre, tanto per dire la contraddizione, nulla è richiesto per fare l’editore di libri) senza mai presentare un proprio testo e senza in effetti nemmeno desiderare di presentarlo. Qualche amico, è ovvio, aveva letto qualche madrigale o qualche sonetto, o perfino una canzone o un’elegia: ma questo era avvenuto perché tra amici ci si raccontano tante cose, anche cose che non valgono niente o che valgono troppo, perfino cose che, a ripensarci, sarebbe stato decisamente meglio tenere accuratamente segrete. Comunque fosse, era andata così. Quasi tutti quei versi ora sono perduti e dimenticati, se un amico non avesse ricuperati una dozzina di fogli ora Mario non ne avrebbe che una traccia nel ricordo, debolissima visto che Mario tende a ricordare molto poco quello che ha scritto, così come in generale tende a ricordare poco. Diversa è la storia dei racconti, che Mario a un certo punto ha cominciato a scrivere senza mai essersi minimamente esercitato a leggere o scrivere racconti, e che per una serie di casi sono stati effettivamente pubblicati. Mario ha pubblicati tre libri di racconti, il primo secondo lui molto bello, il secondo così così, il terzo indispensabile ma già evidentissimamente minato dal brutto. Il primo libro era stato scritto tutto di fila e con molta facilità, il secondo risultava da un’accurata e laboriosa selezione da materiali di diverso valore e importanza, il terzo infine era stato scritto con molta fatica e con moltissime esitazioni. Il primo libro aveva procurato felicità a Mario e alle persone vicine a lui, il secondo aveva gettato Mario nella depressione e le persone vicine a lui nello sconforto, il terzo aveva provocato l’allontanamento di molte persone da Mario, e l’avvicinamento di persone indesiderate. Mentre finiva il suo terzo libro di racconti Mario aveva pensato che quello sarebbe stato il suo ultimo libro di racconti, e di questo pensiero era stato molto contento: non c’è niente di più confortante che finire un lavoro, metterci una pietra sopra, non pensarci più. Veramente Mario ha fatto anche un altro pensiero un poco meno confortante: ho perduta la capacità di scrivere racconti, ha pensato Mario, e forse questo vuol dire che un pezzo della mia capacità di percezione della realtà e di me stesso se n’è andato. C’è un racconto, nel suo terzo e ultimo libro di racconti, che comincia come un racconto bellissimo (così sembra a Mario: e di scrittura «ariosa» aveva parlato un critico, Ermanno Paccagnini, che di quel libro aveva capito tutto), un racconto di ricordi attorno a una persona amata e perduta, e man mano si trasforma, cambia stile, finisce con una tirata bruttissima, probabilmente insopportabile per qualunque lettore (di «soffocamento», aveva parlato lo stesso critico), sul bene e il male e la perdizione e la salvezza. Mario non ha saputo rinunciare alla tirata, la sentiva comunque come una cosa sua, ha pensato che in fin dei conti in un libro che poteva essere il suo ultimo poteva anche permettersi delle sbavature, e ha pubblicato quel racconto così come stava. Oggi Mario pensa che quel racconto raccontava, oltre alla storia vera e propria, anche la storia della perdita, da parte sua, della capacità di raccontare una storia. Mi sono confrontato con le mie storie, pensa Mario, e ho perso. Ho combattuto per cinque anni (tanto è durato il periodo nel quale Mario ha scritti racconti) e alla fine ho perso. Però sono stati anni belli, non me ne pento e non mi pento di aver rischiato più di quel che potevo permettermi. In fin dei conti che cosa ho perso? La mia felicità; ma l’avrei persa comunque. I racconti non sono poi una cosa importante, e quando ho cominciato a perdere il controllo dei miei racconti avevo già perso da un pezzo il controllo della mia esistenza, così che il caos che introducevo nei racconti non era che la testimonianza del caos che si produceva, che io stesso producevo, in quella che per convenzione chiamiamo la vita reale.
[continua]
Posted by giuliomozzi at 08:29 | Comments (2)
04.09.08
Da un romanzo mai terminato (1999). Uno, 3
A quell’epoca (cioè più di dieci anni fa) Mario leggeva quasi solo poesie, preferibilmente poesie brevi, diciamo madrigali e sonetti e solo di tanto in tanto una canzone o un’elegia, perché, così diceva, voleva imparare a percepire le piccole porzioni di tempo e di spazio (e di pensiero): voglio una percezione parcellare, diceva allora Mario agli amici del bar che lo pigliavano in giro per la sua passion poetica, sono alla ricerca di una percezione parcellare che mi permetta di percepire tutte le irregolarità di un muro intonacato, tutti i pori della pelle di una guancia, tutti gli istanti di tempo di un viaggio in treno. Mario immaginava allora che una poesia breve contenesse una parcella, ossia la parte più piccola possibile, di un tempo e/o di uno spazio (e/o di un pensiero): e siccome a quei tempi la sensazione più forte che Mario provava era di non essere effettivamente a contatto con il suo tempo e il suo spazio (e i suoi pensieri), allora leggeva le poesie. Non usciva la sera per stare in casa a leggere le poesie, spendeva quasi tutti i soldi per comperare libri di poesie, in pochi anni aveva messa assieme una biblioteca di poesia invidiabile, degna di uno specialista. I libri di poesie non sono facili da trovare, spiegava Mario agli amici del bar, non li compera quasi nessuno e perciò gli editori ne stampano pochissime copie, anche i libri dei grandi poeti sono spesso esauriti o introvabili, e non si trovano nemmeno nel mercato dell’usato: questo per quanto riguarda la poesia contemporanea, per la poesia non contemporanea invece è abbastanza facile trovare in edizioni moderne (ed economiche) i poeti veramente grandi, invece quelli che non si trovano assolutamente (a meno di rivolgersi agli antiquari, e anche qui non è facile) sono i poeti meno che veramente grandi, i poeti diciamo normali, quei poeti che alla loro epoca erano più o meno stimati ed erano considerati importanti e belli, ma che agli occhi nostri appaiono inevitabilmente come poeti minori. A Mario era sempre piaciuto leggere i poeti cosiddetti minori delle varie epoche perché lo interessava affiancare, alla lettura dei poeti veramente grandi, la lettura di quei poeti minori che attorno ai maggiori fanno, per così dire, da contorno e da paesaggio. In verità lo affascinava l’idea che un poeta potesse essere considerato un poeta minore, che il popolo dei poeti si dividesse in poeti maggiori e poeti minori, e non ad esempio in buoni poeti e cattivi poeti: anche un poeta minore è un poeta a tutti gli effetti, pensava Mario, è un poeta a tutto tondo, un vero poeta, i cattivi poeti non esistono, esistono i poeti e i non poeti, e i poeti si dividono in maggiori e minori. A volte Mario si immaginava di vedere, nell’aldilà dei poeti (a Mario piace fare immaginazioni sull’aldilà), i poeti maggiori vestiti in pompa magna ed assisi su troni, e attorno a loro i poeti minori, piccoli come bambini, vestiti come bambini e anche effettivamente con un comportamento da bambini, diciamo discolo e confusionario; e i poeti maggiori, in questa immaginazione di Mario, badavano ai poeti minori un po’ come le baby sitter, ai giardini pubblici, badano ai bambini: conversando tra loro, facendo discorsi appunto da grandi, guardando i piccoli giusto con la coda dell’occhio e di tanto in tanto concedendo loro attenzione per risolvere un problema di metrica o valutare l’accettabilità di una metafora o l’opportunità di un arcaismo. Mario aveva pensato spesso che se mai fosse diventato un poeta o uno scrittore, avrebbe voluto essere un poeta o uno scrittore minore, perché mentre i poeti e gli scrittori veramente grandi sono ammirati da tutti, ma da lontano e forse un po’ per convenzione o per conformismo, oppure per convenienza turistica (vedi Recanati dove c’è l’Albergo Silvia e la Trattoria dell’Infinito, e manca solo il Pornoshop Aspasia o il Circolo Anarchico La Ginestra) i poeti e gli scrittori minori, invece, sono amati da pochi, ma da quei pochi sono amati follemente. Un poeta veramente grande è un poeta veramente grande e basta, riceve gli onori di tutti e l’amore di nessuno, è antologizzato nelle antologie scolastiche e celebrato nelle celebrazioni pubbliche; un poeta minore, pensava Mario, ha invece qualche chance di diventare un poeta minore follemente amato, un poeta minore cult. Dicesi cult per l’appunto quel poeta o quello scrittore non particolarmente grande o interessante di per sé, al limite proprio brutto o addirittura kitsch, ma che per una qualche ragione (arbitraria: quindi ragione d’amore) viene scelto come poeta o scrittore di riferimento di una determinata subcultura (o di una élite). Il poeta minore cult non è antologizzato nelle antologie, non viene celebrato se non (e forse) nel paesello natio, dal quale naturalmente si è allontanato alla prima occasione, irresistibilmente attirato dalla lucentezza delle capitali politicoculturali del suo tempo, stendhalianamente Firenze Roma Napoli ma anche Milano o Torino, per poi ritornarvi (in genere) con la coda fra le gambe, per così dire, e morirvi nell’oscurità dopo aver dedicato gli ultimi anni a qualche opera assurda e grandiosa e mai edita (tipo: Storia universale degli errori de’ preti nel dir messa mattutina; Teorica del sonetto, e sua messa in pratica; Catalogo degli uomini divenuti celebri in tenera età; ecc.), magari fortunosamente ricuperata dalla gran fame filologica delle università del nostro tempo; ma nessuno scrittore d’oggi (di quelli che si vendono davvero) e nessun poeta d’oggi (di quelli che per vendere non vendono, poiché nessuno vende, ma sui rotocalchi hanno di tanto in tanto la fotografia con sotto scritto: «Il poeta Tizio Caio», e talvolta firmano articoli sui quotidiani), alle domande sulla sua formazione e sul suo apprendistato risponde: ho imparato da quel tale poeta, un poeta decisamente minore, o da quel tale scrittore, uno scrittore decisamente minore; no, gli scrittori (che si vendono davvero) e i poeti (che si vedono sui rotocalchi) amano proclamarsi figli, se pur auto-adottivi e per così dire apocrifi, dei veramente grandi scrittori e dei veramente grandi poeti; mai nessuno di loro vorrebbe proclamarsi figlio d’elezione, ad esempio, di Ciro di Pers (Friuli, 1599-1663) o di Federigo della Valle (Piemonte, 1560[?]-1628): ma no, ma no, diceva Mario polemizzando con gli amici del bar, e come si vede ormai partito per la tangente, tutti vogliono discender per li rami da Petrarca e dall’Ariosto, già il Tasso va meno bene, figurarsi il Boiardo o il Parini, tutti si vogliono figli dei poeti maggiorissimi, già dei poeti semplicemente maggiori se ne fregano, dai poeti minori stanno distanti come dalle puzze. Eppure i poeti minori sono quelli che sono amati dai lettori, sono quelli che uno li incontra per caso e si butta, prende decisioni avventate, s’innamora davvero e non per convenienza: del poeta e non dell’alloro che gli circonda la fronte, del suo linguaggio e non del suo lignaggio. Se se mai vorrò diventare un poeta o uno scrittore, aveva pensato spesso Mario, vorrò essere un poeta o uno scrittore minore e cult. Naturalmente Mario non leggeva allora le poesie con lo scopo di diventare un poeta, anzi non aveva la benché minima intenzione di diventare un poeta: a lui non interessava produrre poesie, benché occasionalmente producesse poesie, a lui interessava unicamente incrementare le proprie capacità di percezione parcellare. Leggendo poesie si esercitava, addestrava sé stesso a percepire parcellarmente le cose estese nel tempo e nello spazio, nonché a percepire parcellarmente sé stesso. Era soprattutto la percezione di sé stesso che mancava a Mario, il suo più grave difetto: Mario, all’epoca della lettura matta e disperatissima di poesie, non aveva un’idea precisa del suo corpo e dei suoi pensieri, gli sembrava di abitare dentro il corpo come una persona alla quale un amico ha prestato la casa per qualche giorno, e perciò non sa bene dove sono le cose, si fa scrupolo di toccare meno possibile, benché la casa sia di un amico si sente irrimediabilmente estraneo; a Mario sembrava di non controllare bene il movimento delle gambe, che le mani non afferrassero, che la sua bocca fosse inguardabile: ho una bocca da demente, pensava Mario se imprevedutamente la sua immagine riflessa (da uno specchio, da una vetrina, da una posata lucida) gli veniva incontro e lo guardava con gli occhi sbarrati. La connessione tra la lettura delle poesie e la percezione del suo proprio corpo era secondo Mario estremamente evidente, tuttavia ogni volta che aveva tentato di spiegarla non aveva avuto successo: Petrarca ad esempio, diceva Mario agli amici del bar, doveva avere un corpo controllatissimo, probabilmente non un bel corpo, forse era grasso o comunque pesante, gli stimoli sensoriali provenienti dall’esterno penetravano molto lentamente in lui, ad esempio se vedeva una bellissima donna lo stimolo della bellezza penetrava in lui con lentezza estrema e lo raggiungeva, lo raggiungeva davvero, solo quando lui era già bello e seduto al tavolino da lavoro, con l’inchiostro e la penna a portata di mano; al contrario, aggiungeva Mario, Dante doveva essere sempre in preda agli stimoli sensoriali provenienti dall’esterno, tutto ciò che ha scritto ha l’aria di essere stato scritto all’improvviso sulla carta del formaggio, con una penna presa in prestito, su un ritaglio di giornale, sulla salvietta di carta d’un bar d’angolo come questo, e solo dopo – solo dopo – messo insieme, collegato ad altre cose, così che anche nella Commedia si sente a tratti l’odore del formaggio, il rumore di flipper, una voce che ordina uno spritz, si sentono le cose imperfette e non finite, l’improvviso scattare dei sensi e dei sentimenti. A un certo punto Mario aveva rinunciato a leggere le poesie, perché non gli sembrava di avere effettivamente migliorata la sua capacità di percezione parcellare, e così aveva cominciato a pensare che forse leggendo le poesie avrebbe solo imparato a percepire le poesie, e non per esempio le porte delle case o gli alberi; tuttavia, qualche anno più tardi, qualche anno prima del giorno in cui Mario è a bordo del Romulus o del Remus e sta andando da Padova a Roma, si era accorto che se percepiva le porte delle case e gli alberi era perché si era addestrato a lungo leggendo madrigali e sonetti, e talvolta canzoni o brevi elegie. Così Mario, dopo un certo periodo di sfiducia, aveva improvvisamente riacquistata fiducia nella lettura e nell’addestramento di sé che si può compiere per mezzo della lettura.
[continua]
Posted by giuliomozzi at 21:17 | Comments (3)
Da un romanzo mai terminato (1999). Uno, 2
Ora il treno sta entrando nelle gallerie appenniniche (non è un Eurostar, è l’Intercity del pomeriggio, il Vienna-Roma: il Romulus o il Remus, Mario non si ricorda mai), il rumore è fortissimo e non sentendo quasi più nulla Mario è costretto a spegnere il cd-walkman: i suoni di On land di Brian Eno sono delicati e devono essere ascoltati a volume molto basso, si tratta di musica d’ambiente e non di musica d’ascolto, ascoltarli a volume basso è anche una questione di rispetto verso Brian Eno; per la tratta Bologna-Firenze del percorso Padova-Roma bisognerebbe portarsi i Deep Purple o i Böhse Onkelz, pensa Mario, altro che On land di Brian Eno, avrei dovuto portarmi Made in Japan dei Deep Purple o 290.09.073 dei Böhse Onkelz e spararmelo nelle orecchie a volume dieci, così sarei potuto entrare in galleria senza pensare alle bombe. Mario si sfila gli auricolari, guarda il libro e si accorge di essere ancora a pagina 146. Totale undici, totale due. Proprio ieri sera, leggendo il Corriere della sera all’una di notte come gli capita spesso di fare (compera il Corriere della sera e il manifesto tutti i giorni, la mattina attorno alle sette e mezza, ma è difficile che riesca a leggerli prima dell’una di notte) Mario ha letta una lettera di Mario Tuti a Indro Montanelli (e già gli sembrava assurdo che Mario Tuti scrivesse a Indro Montanelli) nella quale Mario Tuti dopo aver precisato di essersi fatti «23 anni di carcere speciale» domandava a Indro Montanelli: «Cosa ne pensa del fatto che se la prendano ancora tanto contro uno sparuto gruppo di disgraziati – una trentina tra “rossi” e “neri”, certo non i più colpevoli né i più cattivi – non so se assurti a simbolo del male assoluto o semplicemente dimenticati in fondo a qualche carcere perché non hanno sponsor potenti e interessati...». Mario aveva fatta fatica a leggere la lettera fino in fondo, ricordando le fotografie di Mario Tuti con gli occhiali dalla montatura pensante e i baffi, quasi un’imitazione di Groucho Marx, ricordando il racconto nei giornali dei due carabinieri (o poliziotti? un dubbio) che bussarono alla porta di Mario Tuti e furono falciati con la mitraglietta, ricordando il terrore sublimato in maniacale prudenza di (non scrivo il nome per le evidenti ragioni), suo collega e per i casi della vita testimone dell’accusa in un processo contro uno (ancora preferisco non dire chi) della stessa specie di Mario Tuti, ricordando il suo proprio terrore a ogni attraversamento delle gallerie tra Bologna e Firenze, tra Firenze e Bologna, tanto che per qualche anno, dovendo andare avanti e indietro spesso da Roma, aveva scelto di fare la via per Falconara (Ancona), spendendo una volta e mezzo e mettendoci il doppio di tempo, ma riuscendo almeno durante il viaggio a non pensare alle bombe. Ora le gallerie si susseguono, si viaggia tra gallerie e viadotti, immersi nel buio o come in volo nella luce del pomeriggio, a un tratto ci si vede a stento nella luce color tuorlo della lucetta di servizio, a un tratto il sole abbaglia ed acceca. Una volta il treno sul quale Mario viaggiava da Padova a Roma si era fermato in mezzo agli Appennini, i viaggiatori non si rendevano nemmeno ben conto di dove si fosse, la sosta si prolungò senza che se ne conoscessero i motivi, poi il treno si mosse lento fino a raggiungere una stazioncina minuscola, nella quale non era affatto prevista la sosta, e lì attraverso gli altoparlanti interni il capotreno ordinò a tutti di scendere, portando con sé i bagagli. Era estate, c’erano intere famiglie con centinaia di borse, una quantità di turisti stranieri che non capivano che cosa succedesse. I carabinieri invasero il treno e ne ridiscesero qualche minuto dopo trasportando con infinita cautela un borsone verde (di quelli per la roba da sport) che pareva non avesse proprietario. Una telefonata anonima (così lesse Mario nel Corriere, il giorno dopo verso l’una di notte) aveva annunciata la presenza d’una bomba a bordo del treno, ma il borsone verde tipo sport era risultato contenere soltanto una tuta, dei calzini e delle scarpe da palestra, nonché qualche canottiera abbondantemente sudata. Falso allarme? Scherzo infame? Attentato vero ma sospeso all’ultimo momento? In ogni caso, la supposta bomba scaricata, i viaggiatori erano risaliti tutti felici per lo scampato pericolo (i carabinieri si erano limitati a palpare qualche borsa, qua e là) e il treno aveva viaggiato spensieratamente verso Firenze e Roma.
[continua]
Posted by giuliomozzi at 08:59 | Comments (3)
03.09.08
Da un romanzo mai terminato (1999). Uno, 1
uno (nel quale si parla di Mario)
Ora Mario è solo nello scompartimento. I quattro spagnoli rumorosi (due spagnoli e due spagnole) sono scesi a Bologna, diretti a Rimini. Hanno scaricato bagagli enormi senza alcun rispetto, un borsone è piombato improvvisamente sulle gambe di Mario e non c’è stata una parola di scusa, neanche un gesto. Ora che è solo Mario tira fuori il cd-walkman dallo zaino, ci mette dentro On land di Brian Eno, infila gli auricolari e ricomincia a leggere il suo libro. Il libro è Dance dance dance di Murakami Hariku, Mario l’ha comperato perché sulla copertina biancoeinaudi c’è una bellissima fotografia di Murakami appollaiato su uno sgabello alto, stampata in seppia, deliziosamente sfocata o mossa; e poi perché è un libro grosso, e ultimamente Mario preferisce leggere libri grossi. Nessuno dei libri che Mario ha letti (letti davvero) negli ultimi due anni è meno grosso di quattrocento pagine, Murakami ne fa 490 e Mario c’è rimasto male quando, scellofanato e aperto il libro, ha visto che il carattere era sì abbastanza piccolo, ma l’interlinea piuttosto largo. Anche adesso che ha ripreso a leggere (è arrivato a pagina 146) le pagine gli sembrano leggermente vuote, un po’ troppo vuote per i suoi gusti. E forse – forse – la carta è un po’ troppo leggera, c’è una lieve trasparenza. Diciamo che questo non è un libro perfetto, Einaudi fa abbastanza spesso libri pressoché perfetti ma questo libro non è perfetto, nonostante la bellissima copertina Dance dance dance di Murakami Hariku decisamente non è riuscito un libro perfetto. Mario non ha il feticismo del libro, gli piacciono i libri senza cartonatura (come Dance dance dance è) che si possano tenere in mano, che non stiano rigidi nella mano ma si pieghino e si arrotolino nella mano; gli piace manipolare i libri, cacciarli nelle tasche o nel fondo dello zaino (Mario è spesso in treno, il treno è la sua sala di lettura, per colpa delle urgenze del lavoro e del telefono quand’è a casa non riesce a leggere quasi niente), fare segni con la Pilot verde (usa sempre una Pilot verde), segnare piegando l’angolo le pagine dove c’è qualcosa d’interessante. In questo libro forse ci sono troppi a capo, pensa Mario distraendosi dalla lettura, qui si va a capo a ripetizione come se la storia che si racconta non fosse veramente un continuum, ma subisse interruzioni a ripetizione. A dire il vero la storia stessa che Murakami racconta sembra fatta di interruzioni a ripetizione, c’è un personaggio-io che va di qua e di là e incontra gente, ex amici, vecchi amici ritrovati, giovani receptionist (f.), prostitute di lusso e così via, e tutti hanno una preoccupante tendenza a scomparire: ad esempio una prostituta di lusso scopa con il personaggio-io e la pagina dopo muore, oppure un vecchio amico ritrovato va a cena con il personaggio-io e quattro pagine dopo si suicida, e così via; anche se si intuisce fin dall’inizio che alla fine sarà la giovane receptionist a salvarsi, e probabilmente a salvare il salvabile (benché non tutto e tutti): perché si vede da subito (da come si aggiusta gli occhiali sul naso, ripetendo il gesto ogni poco, come un tic) che la giovane receptionist è resistente, mentre tutti gli altri personaggi (compreso il personaggio-io) sono labili, vestiti (sost.) con niente dentro, presenze esitanti nel mondo. Ultimamente Mario legge quasi esclusivamente libri grossi perché nei libri grossi sono raccontate con particolari abbondantissimi storie di vite intere, e infatti quasi tutti i libri grossi che Mario legge hanno la forma di (immaginari) memoriali o di (immaginarie) autobiografie: libri riepilogativi, conclusivi, risolutivi di una vita (immaginaria). Invece a Mario non piacciono per niente, benché siano pur sempre libri belli grossi, le saghe familiari, le storie che raccontano di generazione in generazione: questi libri lo fanno sentire quasi truffato, perché quattrocento pagine per raccontare una vita (o addirittura una porzione di vita, i tre o quattro anni-chiave di una vita, o addirittura i pochi mesi o i pochi giorni; ma ripercorrendo però il passato con i mezzi usuali ma efficacissimi della memoria, del ricordo e del flashback) sono un bel numero, ma se in seicento pagine si accalcano quattro generazioni con mariti e mogli, zii e amanti, fratelli e sorelle eccetera, il rapporto pagine/vita crolla a valori minimi. Così Mario ha lasciato perdere, ad esempio, la Valle dell’Eden di Steinbeck, quando si è accorto che a metà libro cominciava difatto tutta un’altra storia con tutt’altri attori; mentre ha divorato la Lezione di tedesco (ma la traduzione giusta sarebbe: Compito di tedesco) di Sigfried Lenz, che gli è sembrato bellissimo, e Italo di Marco Belpoliti, che pure gli è sembrato bellissimo, oltre che commovente per quell’idea di usare i francobolli d’epoca (la maggior parte veri, alcuni inventati da Belpoliti) come titoli o stemmi dei capitoli (Mario da bambino, come tutti nella sua generazione, ha collezionato maniacalmente francobolli e soldatini), e infine anche Gli esordi di Antonio Moresco che gli è sembrato più bellissimo di tutti perché il più pieno di follia, di verità, di lirismo e di concretezza. Di preferenza Mario legge libri grossi scritti in prima persona, la terza persona lo fa sentire a disagio, è come se nelle storie raccontate in terza persona ci fosse un eccesso di fiction, quando legge un libro scritto in terza persona Mario non riesce quasi mai a credergli completamente, sospetta sempre che dalla sua comoda posizione esterna il narratore voglia giocargli qualche tiro birbone: non gli piace, in sostanza, che il narratore si accomodi comodamente in una posizione esterna. Mario sa benissimo (anche lui ha scritti dei libri, come si vedrà) che i libri scritti in prima persona non sono meno fiction dei libri scritti in terza persona, così come sa che il personaggio-io di un libro scritto in prima persona non ha necessariamente qualcosa che fare con la persona umana il cui nome è stampato in cima alla copertina del libro: a volte ha che fare, ma non sempre, ed eventualmente in modi complicati, e comunque non si può sapere. Tuttavia Mario trova più interessante leggere un libro nel quale sembra che ci sia una persona che si alza in piedi a raccontare una storia, piuttosto che un libro nel quale gli avvenimenti sembrano accadere perché un deus ex machina li ha voluti così, e amen.
[continua]
Posted by giuliomozzi at 17:39 | Comments (3)
Da un romanzo mai terminato (1999). Poesia inaugurale.
Una poesia che ti porterà fortuna
L’origine della poesia è in Olanda,
ha girato il mondo otto volte, ora tocca a te:
essa ti porterà fortuna.
Dopo aver ricevuto questa lettera sarai fortunato,
non è uno scherzo.
La fortuna verrà da te.
Manda una copia di questa lettera a persone
che secondo te hanno bisogno di fortuna.
Non inviare denaro: la fortuna non si può comprare.
Costantino ricevette la lettera nel 1953,
chiese alla sua segretaria di farne venti copie.
Nove giorni dopo vinse nove miliardi alla lotteria.
Carlo, un impiegato, ricevette questa lettera
e poi se ne dimenticò.
Qualche giorno dopo perse il posto di lavoro.
In seguito spedì la lettera e ristabilì la catena.
Bruno nel 1967 ricevette questa lettera.
La buttò e ci rise sopra.
Qualche giorno dopo la moglie morì partorendo,
e il bambino stesso era ammalato.
Egli cercò di nuovo la lettera,
la ricopiò venti volte e la spedì.
Nove giorni dopo giunse la notizia:
suo figlio era stato salvato e sarebbe guarito.
Non dimenticare, non mandare soldi e non firmare.
Per favore, inviane venti copie e aspetta.
Il nono giorno ti succederà qualcosa.
Questo ordine è stato scritto da un missionario delle Antille.
Manda venti copie ad amici, parenti, conoscenti.
Qualche giorno dopo riceverai una sorpresa.
Tutto ciò è vero anche se non sei superstizioso.
Posted by giuliomozzi at 17:37 | Comments (0)
Da un romanzo mai terminato (1999). Exergo.
Avendo sperimentato che anche gesti di reazione apparentemente disperata possono in realtà essere portatori di speranza, l’autore ha ritenuto via d’uscita, da una situazione altrimenti cieca, il dar vita a un libro.
Posted by giuliomozzi at 17:36 | Comments (0)