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31.12.07

Non foste

Non foste voi
a disamare.
(Non posso non posso non posso
dimenticare).

Posted by giuliomozzi at 12:16 | Comments (2)

Non l'occhio

Non l'occhio ma la curva
del sopracciglio.
La vostra nuca
come una conchiglia.
La piccola O dello sbadiglio.

(Questo è quanto mi resta.
Di queste cose da nulla
la memoria fa una festa).

Posted by giuliomozzi at 12:09 | Comments (0)

30.12.07

La porta

La porta aperta,
vi vestivate
nell'altra stanza.
Con gli occhi chiusi
immaginavo
la pelle bianca.

Posted by giuliomozzi at 12:18 | Comments (1)

25.12.07

Inizia la Poesia di Natale (e poi continua)

So che le cose che ho dette sono cose banali.
So che queste cose le sappiamo tutti.
Volevo soltanto dirle ad alta voce
qui, davanti a voi e con voi,
per il nostro conforto e per il nostro ricordo.

Ora, ho finito.
La nostra festa può continuare.
La nostra festa sarà ininterrotta.
Perché l’interruzione che ci attende,
quando avverrà,
non sarà un’interruzione.
Lo sappiamo da sempre.

Leggi tutta la Poesia di Natale di giulio mozzi.

Posted by giuliomozzi at 08:40 | Comments (8)

24.12.07

Natale e regalo di Natale

Quello qui sopra è il Natale (di Rembrandt). Il regalo di Natale, invece è qui.

Posted by giuliomozzi at 21:37 | Comments (1)

22.12.07

Se tutto

Se tutto questo fosse
sabbia, polvere, fumo, ombra, nulla
colpo di tosse?

Posted by giuliomozzi at 10:58 | Comments (5)

20.12.07

Pensavate di esservene liberati, e invece

Xhara, alias La stagista, alias Rossella Messina, alias Pensavopeggio, è di nuovo tra noi.

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Posted by giuliomozzi at 21:50 | Comments (1)

18.12.07

Siamo la prima generazione che vede i propri vecchi andare a male

[appunti disordinati per un articolo mancato]

[Questa pagina di diario è stata ripresa il 20.12.07 nel quotidiano L'Unità. gm]

“Siamo la prima generazione che vede i propri vecchi andare a male”, pensavo l’altro giorno. Avevo appena finito di leggere “Patrimonio” di Philip Roth (uscito in Italia ora, ma del 1991; nel quale Roth racconta la malattia – un tumore al cervello, benigno ma enorme – e la morte del padre), e stavo ripensando alle somiglianze e alle differenze tra quel libro (non un romanzo: “Una storia vera”, sta scritto in copertina) e due libri nella cui pubblicazione sono implicato (li ha pubblicati Sironi, l’editore per il quale lavoro): “Una timida santità” di Alberto Garlini, del 2002 (la malattia e la morte della nonna, raccontati al rallentatore), e “Lo sconosciuto” di Nicola Gardini (l’Alzheimer del padre), appena uscito. Poi mi succede di andare a sbattere, ieri, in libreria, contro il libro di Elisabetta Rasy che s’intitola “L’estranea” (Rizzoli, uscito nel settembre scorso, ma non lo avevo visto: la malattia – tumore al polmone – e la morte della madre), e ci trovo proprio le parole che avevo in mente: “Vorrei che mia madre non soffrisse tanto, vorrei che non soffrisse inutilmente tra aghi strumenti radiografici e prelievi vari, vorrei che non fosse considerata un corpo andato a male ma un essere umano” (p. 119). “Quella donna [la madre] non voleva che le si desse la morte, semplicemente non voleva più essere una farmacia impazzita, piena di farmaci inutili e crudeli, o un ambulatorio andato a male, dove ogni attrezzatura produce un effetto contrario alla salute” (p. 125).

E poi, finalmente, oggi, guardo la rassegna dell’Eco della Stampa, ed ecco nell’Unità due begli articoli (di Maria Serena Palieri e Roberto Carnero), che mettono insieme i libri di Roth, Gardini e Rasy, più “Le correzioni” di Franzen (Einaudi; il padre del protagonista ha l’Alzheimer), “Quasi luna” di Alice Sebold (e/o: lo leggerò), e altri. Titolo: “Il romanzo ai tempi dell’Alzheimer”.

Io ho quarantasette anni, e questa storia sta per capitare anche a me. Non so come moriranno i miei genitori, ma so che il loro avvicinamento alla morte potrebbe essere molto lento, molto doloroso, molto medicalizzato; so che, nei prossimi anni, i miei genitori potrebbero diventarmi “sconosciuti” o “estranei”. Non temo la loro morte, potrei dire, temo la loro vita: temo il loro sopravvivere come “carne andata a male”, temo il momento in cui stenterò a riconoscere in loro delle persone.

Ricopio la conclusione dell’articolo di Maria Serena Palieri: “Alzheimer, demenza e Parkinson, insomma le malattie degenerative della senescenza, cominciano a manifestare in potenza la carica narrativa che, per decenni, ebbe la tbc: sono mali che, per frequenza, fanno parte del paesaggio in cui ci muoviamo e, per irrimediabilità, hanno qualcosa del fato. E’ così che la vecchiaia, col suo scandalo di malattia e morte, respinta dalla porta, si ripresenta a noi ‘innocenti’ – noi adulti bambini – dalla finestra. E’ diventata una vicenda singolare, spaventosa o commovente: una storia che è giusto che i romanzieri ci raccontino”.

Ho l’impressione che le cose non stiano così. Non riesco a sentire la morte come uno “scandalo”. Sento invece come uno “scandalo” la difficoltà a pensare la morte. Nei romanzi dell’Ottocento la tbc è, appunto, una cosa che càpita. Ma la sopravvivenza di una donna o di un uomo ridotti a “carne andata a male” non è una cosa che càpita: è qualcosa che facciamo noi, è il risultato di una nostra volontà. Il proverbio dice che “finché c’è vita c’è speranza”, ma arriva il momento in cui, semplicemente, davvero non c’è più speranza: perché la vita, anche se mantenuta, è una vita che ormai serve solo a sé stessa.

Mia nonna paterna, che prima di morire trascorse a letto una quantità di anni, se ne uscì un giorno – nel periodo in cui accadeva raramente che avesse qualche momento di lucidità – a dire con un soffio di voce: “Non sarò mica eterna!”. Mi viene in mente il Cantico di Simeone: “ Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele” (Vangelo di Luca, 2, 29-32). Il vecchio Simeone – fedele a una promessa ricevuta in sogno – aveva atteso per anni, seduto sugli scalini del tempio, di incontrare il Salvatore: incontratolo, non aveva altra ragione di stare al mondo. La sua sopravvivenza oltre l’età nella quale abitualmente si moriva aveva un senso: quell’attesa.

La tecnica che ci mantiene in vita anche quando ci spetterebbe di essere morti, non ha alcun senso. O ce l’ha per sé, non per noi. E non è che la tecnica si dispieghi solo nei nostri ultimi anni: homo sapiens è l’unica specie vivente i cui individui sopravvivono anche quando non sono più fertili.

[...continua...]

Posted by giuliomozzi at 17:13 | Comments (16)

17.12.07

Mobile ordigno

Mobile ordigno di dentate rote,
Lacera il Giorno e lo divide in ore
Ed ha scritto di fuor, con fosche note,
A chi legger le sa: sempre si more.

Mentre il metallo concavo percote,
Voce funesta mi risuona al core,
Né del Fato spiegare meglio si puote
Che con voce di bronzo il rio tenore.

Perch'io non speri mai riposo o pace
Questo, che sembra in un timpano e tromba,
Mi spinge ognor contro all'età vorace,

E con quei colpi, onde il metal rimbomba,
Affretta il corso al secolo fugace
E, perché s'apra, ognor picchia a la Tomba.

Ciro di Pers


Posted by giuliomozzi at 15:15 | Comments (1)

14.12.07

Portate

Portate mai
la borsa rossa
che vi regalai?

(Quando nessun senso
ormai
aveva il regalare).

Posted by giuliomozzi at 18:20 | Comments (1)

11.12.07

Tutto su Carlo Coccioli (in progress)

Clicca qui per entrare nel sito dedicato a Carlo Coccioli

Il sito www.carlococcioli.com, pubblicato in questi giorni dopo un lungo lavoro, è curato da Marco Coccioli (nipote di Carlo) e contiene il catalogo completo delle opere (in tutte le lingue, con tutte le copertine originali e con alcuni estratti scaricabili gratuitamente), una biografia corretta, una scelta di immagini, un inizio di documentazione critica.
Chi volesse collaborare a questo sito (fornendo contributi critici o documentazione, aiutando a trovare materiali nelle biblioteche, dedicandosi alla correzione di bozze degli estratti per la pubblicazione in rete ecc.) può scrivere a giulio mozzi.

Posted by giuliomozzi at 09:45 | Comments (2)

09.12.07

Nel sogno

Nel sogno mi abbracciavate
mentre dormivo.
Voi però non dormivate:
vegliavate su di me.
Per questo, nel sogno, ero vivo.

Posted by giuliomozzi at 10:51 | Comments (7)

04.12.07

Il tavolo

Il tavolo rotondo, la cerata
con la frutta stampata,
il foglio con la storia
che volevate raccontare:
la maga, la carovana ambulante...

(La bocca vi baciai, tutto tremante).

Posted by giuliomozzi at 07:53 | Comments (12)

02.12.07

Da quale

Da quale cielo
siete discesa
per ignorarmi?

(Eravate alla Upim. Potevate almeno salutarmi).

Posted by giuliomozzi at 15:24 | Comments (10)