« Agosto 2007 | Main | Ottobre 2007 »
27.09.07
Molla
Senza chiedere il permesso a chi me l'ha mandato, pubblico qui un messaggio che è apparso nel mio telefono il 20 settembre 2007 alle 17 e 42.
"Giulio, appassionatamente, molla un po' di cose e ricomincia a scrivere sul serio: abbiamo bisogno dei tuoi libri".
Non ho risposto.
Posted by giuliomozzi at 11:03 | Comments (15)
24.09.07
Una persona molto bella
Posted by giuliomozzi at 09:30
22.09.07
Il senso delle giuste domande
Segnalo questo articolo di Massimo Adinolfi, che comincia così:
Il contributo che la filosofia può dare al dibattito pubblico consiste, io credo, anzitutto nella posizione delle giuste domande. Prendiamo ad esempio questa domanda, che ha goduto e gode di notevole popolarità: “l’embrione è qualcosa o qualcuno?”. È o non è una buona domanda? Al tempo del dibattito sulla legge 40, in occasione dei referendum (disertati dal corpo elettorale) che intendevano abrogarne alcuni punti, la domanda formulata dal filosofo cattolico Robert Spaemann fu rivolta anzitutto a quanti mostravano di considerare l’embrione come un mero, si diceva, “grumo di cellule”. I giornali che si impegnarono nella campagna a favore della legge (e dell’astensione dal voto), dall’Avvenire a Il Foglio, la riproposero con grande energia, anzitutto per la sua semplicità o chiarezza. Dopotutto, è una domanda suggerita dalla grammatica della lingua, e di senso comune. E anche se la filosofia, almeno dai tempi di Platone, ha suggerito di nutrire più di una diffidenza nei confronti del linguaggio, e qualche volta ha persino tentato di liberarsi della sua grammatica, parve allora naturale che il dibattito intorno allo statuto ontologico dell’embrione si risolvesse in un dibattito intorno a quella domanda, che non lasciava scampo. [...]
Posted by giuliomozzi at 11:19 | Comments (6)
20.09.07
Pantheon
[Una cosa vecchia. Questo articolo lo mandai al Mattino di Padova il 22 agosto 2007, e qualche giorno dopo fu pubblicato.]
Si discute, in questi giorni, sullo stato di conservazione delle statue che adornano il Prato della Valle in Padova; e si è invocato un maggiore impegno dell’amministrazione. Allora domenica scorsa, guida alla mano, sono andato a farmi un giretto: e me le sono guardate tutte, una per una. Il risultato dell’ispezione, ahimè, è piuttosto misero. Quasi tutte le statue sono inequivocabilmente mediocri, se non proprio brutte; e i personaggi rappresentati si dividono tra quelli che meriterebbero statue migliori, e quelli che non si capisce perché mai ne abbiano meritata una.
Non voglio passare per quello che calpesta le glorie civiche: ma confesso che, se non ci fossero, sentirei poco la mancanza delle statue di Sicco Polentone (nel Trecento fu notaio e cancelliere del Comune) o di Antonio Zacco (nel Settecento fu capitano delle truppe della Serenissima), di Cesare Piovene (visse brevemente nel Cinquecento: di buona famiglia, prima girò tutte le corti europee, e poi fu ammazzato dai Turchi a Cipro) o di Gerolamo Savorgnan (che ebbe quattro mogli e ventitré figli).
Che ci siano Zambono Dotto dei Dauli, che per primo intervenne (nel 1310) a sistemare il Prato, o Andrea Memmo che (nella seconda metà del Settecento) ne fece uno dei più bei spazi urbani del mondo, mi pare doveroso. Ma Alteniero degli Azzoni? Jacopino de’ Rossi?
Non mancano certo i padovani (nativi o acquisiti, soprattutto grazie all’Univeristà) veramente illustri: non solo Tito Livio o Galileo Galilei o Francesco Petrarca, ma anche Giovanni Poleni (matematico, fisico, ingegnere, filologo), Sperone Speroni (i cui Dialoghi delle lingue e Della retorica influenzarono forse più la cultura francese che quella italiana), Andrea Navagero (diplomatico, rètore, storiografo, e botanico di rilievo). Peraltro mi sembrano assai ardite le inclusioni come “padovani illustri” di Torquato Tasso o Francesco Guicciardini.
Ora: poiché l’ultima statua fu posta nel Prato nel 1838, ovvero centosettant’anni fa; poiché il tempo ha ormai fatto giustizia di certe effimere fame e di certe effimere bellezze, la friabilità della pietra di Costozza – causa prima del degrado delle statue – offre al Comune di Padova un’occasione imperdibile: abbattere le statue veramente brutte e/o dedicate a padovani tutt’altro che illustri, e sostituirle con statue belle di padovani (nativi o acquisiti) veramente illustri e – possibilmente – più vicini a noi nel tempo. Si tratta, in somma, di fare una bella revisione del pantheon cittadino. E credo che la discussione potrebbe essere utile, rivelatrice e – magari – divertente. Concetto Marchesi? Gregorio Ricci Curbastro e il suo allievo Tullio Levi Civita? Il biologo Umberto D’Ancona? Il giornalista Fabio Barbieri, già direttore del quotidiano nel quale leggete questo articolo? Enrico Berlinguer che in Padova morì? Se ne può parlare.
Aggiungo che un’amministrazione davvero previdente potrebbe provvedere a raccogliere, da subito, ritratti e bozzetti di padovani che un giorno, quando saranno morti, potrebbero qualche chance di inclusione. Faccio qualche nome, tanto per dare l’idea. Ferdinando Camon e Antonia Arslan, scrittori. Maurizio Cattelan, artista di fama internazionale. Il chirurgo Davide D’Amico. O magari il mio coetaneo Romolo Bugaro, in questi giorni in lizza per il premio Campiello…
[Poi mi è venuto in mente che avrei potuto scrivere qualcosa sulle somiglianze e le differenze tra Wikipedia e le statue del Prato della Valle - ma è cosa superiore alle mie forze.]
Posted by giuliomozzi at 17:51 | Comments (6)
Una Rosy mi fiorì sul petto
Elaborazione d'immagine donata da Edo Grandinetti.
Posted by giuliomozzi at 15:05 | Comments (6)
19.09.07
Un affare di soli adulti
Quando uscì nei giornali la storia di Rignano Flaminio (sei persone indagate per atti di pedofilia su almeno 16 bambini), scrissi in vibrisse un lungo articolo che finiva così: "Ho paura della facilità con cui in base a dichiarazioni (non registrate) rese (non a un magistrato) da bambini di quattro-cinque anni, e a dichiarazioni rese dai loro genitori (i quali, a loro volta, hanno sempre i bambini come fonte) si sbattono in galera sei persone, si interviene in questo modo nella vita dei bambini, e si accende l'esca di un cancan mediatico di queste proporzioni. Una volta si diceva: caccia alle streghe. Oggi la pedofilia è una strega da cacciare. E' una retorica alla quale non si può resistere: sarai mica solidale o garantista con un pedofilo, neh?".
Oggi leggo nell'edizione in rete di La Repubblica: "...ora, la storia nera della 'Olga Rovere' [la scuola frequentata dai bambini], con i bambini non ha più nulla a che vedere. Torna ad essere quel che è stata dall'inizio: affare di soli adulti, incapaci sin qui di muovere un solo passo avanti verso la verità, quale che sia". L'articolo, di Carlo Bonini, è qui.
Posted by giuliomozzi at 12:51 | Comments (4)
18.09.07
giulio mozzi sceglie Rosy Bindi: perché?
Perché in Italia sono rimasti in tutto solo tre democristiani: lei, Paolo Giaretta, e io.
Posted by giuliomozzi at 16:36 | Comments (10)
13.09.07
Non se ne parla neanche
Posted by giuliomozzi at 01:08 | Comments (24)
07.09.07
Dalla parte
[...] Alzo gli occhi. Il tipo col completo di lino beige mi passa davanti. Mi viene in mente che l’unico completo che io abbia posseduto era di lino beige, ed era orrendo. Mi accorgo che il tipo cammina in modo strano – come se zoppicasse, no, non come se zoppicasse, col piede sinistro avanza e col piede destro pesta, e cambia sempre direzione. Cammina – ecco – come uno che vuole pestare uno scarafaggio veloce.
“Mi vuol dare una mano?”, dice il tipo.
“Eh?”, dico.
Non gli dico: mi pare che lei abbia bisogno di un piede.
“Dico, mi vuol dare una mano?”, dice il tipo.
Metto il libro nella borsa. Lascio la borsa sulla cosa rossa su cui ci si siede. Sul sedile. Mi avvicino al tipo.
“Cosa le serve?”, dico.
“A me niente”, dice il tipo. “Lei veda di pestarne un po’”.
Guardo per terra.
“Pestare che cosa?”, dico.
“Queste bestie qua”, dice il tipo dando un pestone bello pesante.
Ho un secondo per decidere. Decido. Comincio a camminare qua e là per la banchina. Avanzo col piede sinistro, pesto col piede destro. Pesto con energia, con buona volontà.
“Ma cosa fa?”, dice il tipo.
“Pesto”, dico.
“Ma lì non ce ne sono”, dice il tipo.
“Ce n’è di trasparenti”, dico. “Quasi invisibili”.
“Non dica cazzate. Venga qua”.
Lo raggiungo.
“Lei vada da quella parte”, dice il tipo indicando col braccio. “Io vado da questa”. [...]
Se volete sapere come comincia e come finisce questo mio racconto, cercate in Metro inferno.
Posted by giuliomozzi at 22:23 | Comments (10)
Emergenza sicurezza
Posted by giuliomozzi at 21:25 | Comments (5)
Clicca sul quadrato bianco
Posted by giuliomozzi at 12:01 | Comments (5)
06.09.07
Veloce
Non mi funziona la stampante. Spingo qui, tiro lì: non funziona. Chiamo il numero verde per l'assistenza.
Risponde una bella voce maschile.
"Buongiorno, sono don Sergio della Diocesi di Bergamo, in che cosa posso esserle utile?".
"Credo di aver sbagliato numero", dico.
"Potrebbe essere un segno", dice don Sergio.
Posted by giuliomozzi at 17:27 | Comments (6)
Scandalo e stupore
[Ho mandato questo pezzo al Mattino di Padova, ma non so se l'hanno pubblicato. Ieri ero via, oggi sono tappato in casa.]
Scandalo e stupore per la vittoria al Campiello di Mariolina Venezia, con Mille anni che sto qui, e per il tonfo di Carlo Fruttero con Donne informate dai fatti? Ma andiamo! Chiunque avesse letti i cinque libri finalisti, avrebbe potuto prevedere il risultato. A Mariolina (che è un’amica) lo dicevo da mesi: «Quel premio lo vinci tu: perché il tuo è un bel libro adattissimo al Campiello». Certo: una certa élite dava Fruttero come “superfavorito”, e quella élite lì si fa sentire, parla in pubblico, dà ricevimenti, scrive nei giornali. Però la Giuria dei 300, detta anche Giuria popolare, è tutta un’altra cosa.
Un’altra élite, diversa da questa, e della quale faccio parte, aveva fatta la sua nomination: un paio di giorni prima del fatidico sabato, su iniziativa di Tiziano Scarpa e Roberto Ferrucci, un manipolo di narratori veneti (tra i quali Vitaliano Trevisan, Alberto Garlini, Annalisa Bruni, Marco Franzoso, Massimiliano Nuzzolo: altri erano presenti “spiritualmente”) si era riunito per un “brindisi pubblico” in onore di Romolo Bugaro e del suo Labirinto delle passioni perdute. «Sappiamo come i premi letterari in Italia», diceva il comunicato diramato alla stampa, «spesso non rappresentino adeguatamente il talento, l’inventiva o il peso etico delle opere pubblicate durante l’annata editoriale. A maggior ragione ci piace dare un segno di festosa convinzione per un romanzo che giudichiamo di grande valore». C’ero anch’io, e ho festosamente brindato: sapendo che non c’era nessuna speranza di vittoria. Troppo duro, troppo eticamente intollerabile il romanzo di Bugaro. Ma quel brindisi è stato un momento lieto, e la nostra «festosa convinzione» è rimbalzata sui giornali: il che non ha certo fatto male al romanzo.
Carlo Fruttero, dopo aver perso con disonore, se ne esce (leggo le dichiarazioni nel Corriere della sera) con una capriola di doppio snobismo. «Meglio quinto che secondo o terzo». Cioè? «Chiaramente la giuria popolare è orientata verso un certo tipo di narrativa, diversa dalla mia. Sono lettori medi, o medio bassi. Il pubblico popolare preferisce quello, non sto a tormentarmi molto». Un bell’insulto alla giuria popolare, e implicitamente un bell’insulto a chi se l’è inventata: ovvero al Premio Campiello stesso. E un bell’atteggiamento da finto tonto: ma chi ci crede che per Fruttero, una vita a lavorare nell’editoria, il Campiello potesse essere una sorpresa? Naturalmente Fruttero non ha letto gli altri quattro romanzi finalisti, né intende leggerli («Non per snobismo», naturalmente, per carità, ma «perché la letteratura italiana non mi appassiona molto»), ma di Mille anni che sto qui dice: «Quando ho saputo che la vincitrice scrive fiction per la televisione, credo di aver capito il genere». Un altro insulto al pubblico (che apprezza le fiction televisive), e una pericolosa vicinanza al razzismo sessuale esplicito.
Ma diciamo così: il signor Fruttero, ha lavorato una vita nel sistema editoriale: chi meglio di lui sa come si confeziona in quattro e quattr’otto un romanzetto per i lettori «medi e medio bassi»? il signor Fruttero per anni si è occupato addirittura di una collana di libri da edicola, gli «Urania», quelli con i marziani piccoli e verdi che vogliono invadere la Terra: ah, sì, abbiamo capito il genere. Eccetera.
Per finire: Mille anni che sto qui di Mariolina Venezia è un romanzo assai bello, scritto e riscritto in dieci anni di lavoro appassionato e professionale; e che si sia dimostrato adattissimo al Campiello è cosa che mi rallegra. Il labirinto delle passioni perdute di Romolo Bugaro è secondo me un romanzo ancora più bello, sicuramente un po’ più impegnativo per un «lettore medio» (mi vien da dire: per quel tipo di lettore che aveva sempre in mente, o forse l’ha proprio inventato lui, il grande Arnoldo Mondadori): ma, grazie a Dio, la fiducia nella curiosità e nella sensibilità del «lettore medio» non mi manca.
Bugaro ha elogiato pubblicamente Mille anni che sto qui: «L’avrei votato anch’io», ha dichiarato. A Mariolina Venezia il Labirinto è piaciuto molto (me l’ha detto in privato, non so se ha avuto occasione di dirlo in pubblico). Chiedo alle lettrici e ai lettori, medi o non medi che si sentano di essere, di apprezzare la solidarietà tra quarantenni che cercano di fare il bene della nostra letteratura, e di mandare a quel paese chi si mette in gioco solo per insultare gli organizzatori e i giudici della partita.
Posted by giuliomozzi at 17:20 | Comments (9)
04.09.07
Un passo di lato
Devo andare alla Feltrinelli a ritirare un libro che ho ordinato mesi fa.
Sono al semaforo. Devo attraversare la strada. Davanti a me c'è una signora con un bambino nel passeggino e un bambino in un triciclo.
Arriva il verde. La signora con il passeggino si avvia ad attraversare. Il bambino in triciclo la segue. Resta indietro. La signora con il passeggino si ferma in mezzo alla strada. Il bambino in triciclo la raggiunge. La signora lo spinge avanti. Arrivano dall'altra parte.
La signora affronta l'ingresso della Feltrinelli. La porta automatica a scorrimento si apre. La signora entra. Il bambino in triciclo la segue con qualche difficoltà, perché l'ingresso è in leggera salita. La porta automatica si richiude sul triciclo, che resta incastrato. La signora è già avanti, nella sala dei tascabili. Mi dimeno davanti alla porta automatica. La porta automatica si riapre. Il bambino pedala. Dopo la porta c'è la barriera tipo saloon (non so come descriverla). La barriera si apre. Il bambino in triciclo è incerto. Spingo avanti il bambino. La barriera si richiude. Tiro indietro il bambino perché non la prenda in faccia. Passo davanti al bambino. La barriera si riapre. Tiro dentro il bambino.
La signora, ormai dieci metri avanti, si gira, mi vede armeggiare.
"Lasci stare mio figlio!", grida.
"Era rimasto incastrato", dico.
La signora abbandona il passeggino, mi viene davanti, ripete: "Lasci stare mio figlio!".
"Le ho detto: era rimasto incastrato", dico.
Poi faccio un passo indietro, giusto in tempo per evitare lo schiaffo.
La signora, squilibrata dal suo stesso gesto, fa un passo di lato, s'inciampa, precipita sull'espositore dei libri in offerta.
Posted by giuliomozzi at 18:56 | Comments (12)
03.09.07
Sororale
Posted by giuliomozzi at 16:08
Una sviolinata
Posted by giuliomozzi at 15:35 | Comments (10)
02.09.07
Mariolina Venezia e Romolo Bugaro
Mariolina Venezia ha vinto il premio Campiello con il romanzo Mille anni che sto qui, pubblicaoto da Einaudi. La "giuria popolare" l'ha premiata. Come è fatta la giuria popolare? "La Giuria dei 300", si legge nel sito del premio, "è composta da lettori appartenenti a varie fasce sociali, culturali e professionali di ogni parte d'Italia rappresentativi di un campione di 'chi legge' nel nostro Paese. Nessuno può far parte di questa giuria più di una volta". Per la precisione: i 300 sono scelti tra le persone che si candidano volontariamente a far parte della giuria popolare, selezionandoli sulla base di una descrizione della popolazione italiana fornita dall'Istat. In sostanza, la pretesa è quella di presentare il premio Campiello come il premio degli italiani, che premia il libro (potenzialmente) più amato dagli italiani. Il voto della giuria popolare ha l'aspetto di un "sondaggio", e i risultati di vendite forniranno, eventualmente, la conferma della qualità scientifica del sondaggio. Spiego questo per far capire il valore e il senso di un premio come il Campiello: nel quale non la qualità in sé, ma la capacità di penetrazione tra i lettori comuni, è premiata.
Avendo letti tutti e cinque i libri finalisti, ero assolutamente certo del risultato: tant'è che ieri sera me ne sono andato tranquillamente a nanna, nonostante nella cinquina ci fossero tre amici: Romolo Bugaro, Alessandro Zaccuri, e appunto Mariolina.
Il romanzo di Bugaro Il labirinto delle passioni perdute è, secondo me, il più bello tra i romanzi della cinquina. Se qualcuno vuol pensare che io dica questo perché sono in amicizia con Bugaro, è libero di pensarlo. Un paio di giorni prima del premio, su iniziativa di Tiziano Scarpa e Roberto Ferrucci, a Mestre si è svolta un'amabile iniziativa di solidarietà a Bugaro: niente di speciale, un semplice aperitivo nel bar sotto il Centro culturale Candiani, seguito da una pizza (buona) nella pizzeria difronte.
Ecco una dichiarazione di Tiziano, dal quotidiano "Il Gazzettino" del 22 agosto 2007:
Romolo Bugaro è «delicato e spietato»: Tiziano Scarpa (foto) sceglie con cura le parole. "Il labirinto delle passioni perdute", a suo avviso, è un romanzo che si immerge profondamente nella vita, e sa raccontare i sentimenti, il fallimento economico, la vergogna, la fedeltà. «È la storia di tre uomini e una donna: alcuni di loro guidano grandi aziende, conoscono la ricchezza e il disastro finanziario, il carcere. È un libro che gronda esperienza, che non descrive "personaggi", ma autentiche persone e rappresenta la realtà per quello che è». Bugaro non eccede mai, non esagera, non cede alla tentazione dell'"effetto". «In lui vive la musa della realtà», che gli permette di «far sentire l'inaudito di qualcosa di vero».
Bugaro parla di soldi e di finanza, «argomento quasi mai trattato dagli scrittori» nonostante questa sia l'epoca di furbetti di quartierino e di crac spaventosi. L'incipit de "Il labirinto delle passioni perdute" è illuminante: «Duecentomila euro liquidi, più qualche cedola Comit e Abn: avevo salvato questo, nient'altro, e poteva andarmi anche peggio, potevo perdere assolutamente tutto. Il conto, in una banca di San Marino, era intestato ad un'amica di famiglia, mai sfiorata da verifiche o accertamenti». «La macchina finanziaria è autonoma - spiega Scarpa - i suoi meccanismi procedono da sè: correggere il sistema significa smantellarlo, il che è titanicamente impossibile. La valanga, quindi, sembra inarrestabile. Bugaro lo sa svelare senza orpelli».
Se qualcuno vuol pensare che Tiziano Scarpa si sia espresso in questo modo perché è in amicizia con Romolo, è libero di pensarlo.
All'aperitivo c'erano, oltre agli organizzatori e al festeggiato: Marco Franzoso, Vitaliano Trevisan, Renzo Di Renzo, Michele Rossi, Massimiliano Nuzzolo, Annalisa Bruni, Edoardo Pittalis, Alberto Garlini, Jacopo De Michelis. E mi dimenticherò sicuramente qualcuno. Io ho partecipato volentieri, perché il romanzo di Romolo è davvero bello.
Della vittoria di Mariolina sono contento senza alcuna ombra, perché anche il suo romanzo mi sembra davvero un bel romanzo. E ne sono anche fiero, perché il primo libro di Mariolina Venezia, Altri miracoli, nel 1998, lo feci pubblicare proprio io da Theoria. Theoria stava andando a ramengo, la situazione era drammatica, il libro non lo vide pressoché nessuno. Ma, in somma, quello che potevo fare l'ho fatto: ho dato a quel libro di racconti quel po' di vita che potevo dargli (se magari Einaudi lo ristampasse nei tascabili, secondo me non farebbe male)
Ho trovato divertente questo lancio d'agenzia di ieri alle 21 e 56:
Con Mille anni che sto qui, Mariolina Venezia vince il Premio Campiello, edizione 2007. Si tratta di un'opera prima scritta dalla sceneggiatrice e autrice tv a 45, che ancor prima di uscire, ha avuto la fortuna di essere acquistata da editori stranieri e soprattutto dalla Warner Bros, intenzionati a trarne un film. L'autrice nata a Matera nel 1961, aveva pubblicato, una decina di anni fa, solo 'Altri miracoli', piccola raccolta di racconti edita da Teoria. (Agr)
Come si possa dire che un romanzo è un' "opera prima", se due righe sotto si dice che un'altra "opera" lo ha preceduto, mi risulta un mistero. Come si possa dire che quel romanzo "ha avuto la fortuna" di essere acquistato da vari editori e da una grande casa di produzione cinematografica - come se contasse la "fortuna", e non le caratteristiche del romanzo stesso nonché la capacità dell'editore (Einaudi, mica uno qualunque) di venderlo a destra e a manca - mi risulta ugualmente misterioso. Perché mai la precedente raccolta di racconti sia definita "piccola" (piccola non è: è un libro di formato normale), mi risulta parimenti misterioso. Più ordinario è l'errore di chiamare "Teoria" la casa editrice Theoria.
Posted by giuliomozzi at 10:02 | Comments (9)




