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18.06.07

Venezia invasa dall'arte

Coccodrilli si arrampicano sui terrazzini dell'Hotel Carlton & Grand Canal

[Questo pezzo è uscito ieri nel quotidiano Il Mattino di Padova]

Prima di partire faccio un controllo. Vado in studio. Accendo la macchina con la quale faccio tutto. Mi attacco alla rete. Google. Scrivo: «Venezia invasa». Ci sono circa centosessanta pagine che parlano di Venezia invasa. Vado a leggere. «Venezia invasa da 120 mila persone», «Venezia invasa da guide abusive», «Venezia invasa dai turisti», «Venezia invasa da migliaia di maschere», «Venezia invasa dal colera», «Venezia invasa da oltre 900 mila visitatori nei cinque mesi della Biennale Arti Visive», «Venezia invasa dall’acqua alta», «Venezia invasa dai mostri (squali robotici, godzilla ecc.)», «Venezia invasa dalle acque», «Venezia invasa dai francesi rivoluzionari», «Venezia invasa da turisti e piccioni», «Venezia invasa dai piccioni nutriti da turisti e bambini», «Venezia invasa dai clown», «Venezia invasa da damine e cavalieri», «Venezia invasa da venditori abusivi», «Venezia invasa da giganteschi volatili», «Venezia invasa dalle camicie verdi», «Venezia invasa da giovani, coppie, bambini», «Venezia invasa da pappagalli ecc.», «Venezia invasa dai topi», «Venezia invasa da 3500 musicisti 200 band, 30 cori e 20 bande», «Venezia invasa dagli americani», eccetera.
Mi viene un dubbio. Allora provo con «Roma invasa», «Milano invasa» e «Londra invasa», e trovo più o meno le stesse cose. Così mi vien da pensare che le città sono fatte per essere invase. Nel concetto stesso di città, c’è l’idea che la città può essere invasa, anzi: che la città è un luogo da invadere. Non si invade una campagna, dove c’è posto più o meno per tutti: si invade la città. L’invasore è colui che entra per ogni dove, nelle strade nelle piazze nelle case; è colui che non rispetta nulla, che viola le donne e ammazza i bambini; è colui che calpesta l’identità. I cittadini, non temono altro che l’invasione.
Curioso, penso, che si tema tanto l’invasione, il calpestamento dell’identità, proprio oggi che tanti quartieri potrebbero essere tranquillamente prelevati da una città e spostati in un’altra, ad esempio da Francoforte a Milano – e non se ne accorgerebbe nessuno.
«Eh, ma Venezia». Venezia, sì, è unica. Bene. Allora vado a Venezia, che in questi giorni, dicono i giornali, è invasa dall’arte.

Santa Croce, 556. Due passi dalla stazione. Un portone verde, piuttosto malconcio, sbarrato con due grossi catenacci esterni. Qui dovrebbe esserci – stando alle indicazioni della guida alla Biennale allegata al periodico Venezianews, comperato all’edicola – il padiglione Thailandese. Con opere di Nippan Oranniwesna e Amrit Chusuwan, e intitolato Globalisation… Please Slow Down. In verità non vedo niente, a parte il portone: che ha l’aria, peraltro, di non essere stato aperto da anni. Controllo sulla guida. L’indirizzo è giusto. Ma si sa, Venezia. Chiedo lumi al bar di fianco. «Sto cercando il padiglione thailandese della Biennale». «Eh?». «La Biennale. Una mostra d’arte. Arte thailandese». «Non so niente». Provo alla baracca di chincaglierie. «Eh, le thailandesi…». Ho capito.
Magari è solo perché è lunedì. Più o meno tutta la Biennale & C. chiude di lunedì, dice la guida. Ma in questo particolare lunedì 11 giugno, dice ancora, più o meno tutto dovrebbe essere aperto.
Aspetto un po’. Magari arriva qualcun altro che cerca la Thailandia, e la cerchiamo insieme. Non arriva nessuno.

Campo San Pantalon. Cerco un «qualcosa» di Lech Majewski, intitolato Blood of a Poet. Non lo trovo. C’è un manifesto che annuncia il «qualcosa» – una videoinstallazione, se ho capito bene –, ma il «qualcosa» non lo trovo. Controllo l’indirizzo. Dorsoduro, 3711. Be’, è proprio qui: dove c’è una bottega artigiana di divani e poltrone. Metto il naso dentro e l’artigiano mi guarda malissimo. Ritiro subito il naso. “Quindi non sono il primo”, penso. “Quindi qualcosa c’è”.
Mi siedo sugli scalini della chiesa di San Pantalon e in quel momento mi rendo conto che l’installazione è proprio nella vetrina della bottega. Quello che avevo scambiato per un annuncio dell’installazione è in realtà l’installazione. Solo che non si vede niente. La vetrina della bottega è coperta da un foglio bianco con su scritti il nome dell’artista e dell’installazione, e in mezzo un rettangolo nero. Aguzzo gli occhi. Il rettangolo nero è uno schermo. Nello schermo si muovono delle immagini. Mi metto davanti allo schermo: mi vedo riflesso. Mi metto in parte: vedo riflessi il campo, l’edicola, il ponte, la gente che passa. Intravedo delle immagini: l’interno di un ascensore, mi pare, dell’ascensore di un grattacielo, visto che c’è un contatore – un contapiani – che parte da trecento e passa (ma ci sono grattacieli di trecento piani?) e precipita verso lo zero. Poi cambia, e c’è una ragazza che con i guantoni prende a pugni un sacco – la scena sembra il palco di un teatro.
Vedo poi che sull’altra vetrina, quella che dà sulla calle, c’è un altro schermo: e si vede meglio, perché non ci batte il sole. Lì si vede un parco con delle statue, poi la cinepresa si avvicina lentamente e ci si accorge che le statue sono dei tableaux vivants, delle persone in carne e ossa che stanno lì immobili.
Torno a sedermi sugli scalini di San Pantalon. Scommetto con me stesso: che se sto lì mezz’ora, nessuno si ferma a guardare la videoinstallazione. Perdo la scommessa: dopo ventisette minuti si fermano due signore, con i sacchetti della frutta comperata in campo Sant’Angelo, e stanno un po’ a guardare.

Decido di andare a Palazzo Zenobio, dove ci sono quattro o cinque mostre. Dorsoduro 2596. Parto da campo Sant’Angelo e seguo i numeri. Arrivo ai Carmini. Vado a sinistra. I numeri mi illudono: 2630, 2627… Poi passo un ponticello e sono al 1580.
Torno indietro. Mi aggiro. Non ne vengo fuori. Palazzo Zenobio è sulle Fondamenta del Soccorso. Chiedo ai passanti. «Palazzo Zenobio, Fondamenta del Soccorso, Biennale». Un tipo dall’aria sicura mi indirizza da una parte. Non trovo niente. Fermo una signora magra come un chiodo. Mi dà un sacco di spiegazioni complicate. Mezz’ora dopo sono non so bene dove, ma sicuramente non nel posto giusto. C’è un ospedale. Chiedo informazioni in portineria. «Ah sì, Fondamenta del Soccorso. È dietro Piazzale Roma». «Dalla piantina non sembra», dico sventolando la mia guida. «Allora sono a Castello». «Vabbè».
Sì, lo so, pretendere di girare Venezia senza una pianta dettagliata è da dilettanti. Ma io Venezia la conosco – ci ho lavorato per anni – e Palazzo Zenobio so benissimo dov’è. Volevo provare ad arrivarci con le sole informazioni fornite dalla guida. Come se fossi un giapponese.

«Vuole comperare dei gadget?». La ragazza del padiglione della Repubblica di Moldova in campo Santa Fosca (Cannaregio 2214) vuole vendere a tutti i costi. «Ci sono le cartoline, quelle semplici e quelle con l’annullo postale. L’annullo postale è importante, perché è un importante riconoscimento per la Repubblica di Moldova. C’è l’annullo italiano e l’annullo della Repubblica di Moldova». Confesso però che i mosaici di Svetlana Ostapovici («un’artista che rappresenta un’onda d’urto nel panorama internazionale dell’arte figurativa», dice la guida) non mi dicono gran che (io, sia chiaro, sono un incompetente). Sto per domandare alla ragazza se la pagano in base al venduto, poi decido di tenere il becco chiuso. Due signori grossissimi entrano e chiedono informazioni sul Consolato di Romania. Ne approfitto per svignarmela.
La sensazione di povertà è soffocante (uno dei mosaici, per dire, è anche rotto: deve aver presa una botta nel viaggio dalla Moldova a Venezia). E tuttavia capisco l’importanza dell’approdo a Venezia, per la prima volta, della Repubblica di Moldova. Mentre mi godo il campo Santa Fosca (al quale sono affezionato: fatti miei) mi domando quante, tra le persone che passano, abbiano un’idea precisa di dov’è e di che cos’è la Moldova. Quasi quasi fermo qualcuno e lo interrogo sulla Transnistria, una provincia della Moldova – con una popolazione più o meno come il comune di Verona – che si è proclamata indipendente (ma nessuno Stato la riconosce).

Nel padiglione islandese ci sono tante cose che non si capisce bene cosa c’entrino l’una con l’altra, però sono belle. Dei pannelli con tante scritte in islandese (ma la grafia è bella), delle fotografie fatte usando come fotocamera le scatole dei fiocchi d’avena, un paio di grossi uccelli di bronzo, un video con una signora che canta delle cose (presumo in islandese), eccetera. Mi aggiro un po’, anche perché il posto è in sé molto bello (Palazzo Bianchi Michiel, Cannaregio 4391/A, ai Santissimi Apostoli). Una signora grassa e lieve mi invita – in un inglese duro ma chiaro – a firmare il guest book. Prima di firmare, lo sfoglio un po’. Vedo tante firme svolazzanti, disegnini, autoritratti, biglietti da visita inseriti, frasi d’augurio. Qualcuno ha addirittura, fontanianamente, bucata la pagina. Io scrivo, nel mio solito modo: giuliomozzi. Un lui dice alla sua lei: «Andiamo?», la lei risponde: «Stiamo ancora un po’, che qui è bello, ci fa fresco».

C’è un caldo terribile, invece, dentro al padiglione australiano (Palazzo Giustinian Lolin, a un passo dal ponte dell’Accademia: uno dei pochi decentemente segnalati con cartelli e frecce). Ma i video di Susan Norrie sono bellissimi. Bisognerebbe star dentro qualche ora, ma chi ci resiste? E non c’è neanche una sedia, una panca. «L’opera di Susan Norrie sarà empirica, coinvolgerà il pubblico a livello fisico e lo trasporterà in un futuro di incertezze», prometteva il sito www.australiavenicebiennale.com.au: se il coinvolgimento sta nel sudore e nella sete, la faccenda ha funzionato. Però vedo che la gente – che di solito girella, butta l’occhio, fa una foto e taglia l’angolo – qui si ferma. Soffre. Guarda. Rimaniamo tutti incantati davanti alle immagini di un signore in cima a una montagna con un agnello tra le braccia. Dalla valle sottostante sale un fumo – ci sarà un vulcano. Il signore alza l’agnello sopra la testa. «Oddio», sussurra una ragazza accanto a me, «adesso lo butta giù». Invece, dopo un paio di minuti, se lo sistema attorno al collo e se ne va. A quel punto non resisto più, ed esco. Qui dovrò tornarci.

Fuori, la solita gente, i soliti turisti, i soliti bambini, i soliti veneziani. Altro che Venezia invasa dall’arte. Ha resistito a ben altro, Venezia. Torno a casa.

Posted by giuliomozzi at 18.06.07 07:59

Comments

Non vorremmo sembrare invadenti facendo gli auguri per ieri.

Posted by: Saranno troppo famosi at 18.06.07 15:26

Grazie.

Posted by: giuliomozzi at 19.06.07 10:32

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Posted by: Bill Selevan at 16.05.08 19:12

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Posted by: Bill Selevan at 21.05.08 10:50

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