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29.06.07
Xuszufuzx
Suona il telefono. Rispondo.
«Buongiorno, sono Tizio», dice Tizio.
«Buongiorno», dico.
«Lei è Giulio Mozzi?», dice Tizio.
«Sì», dico «lo sono».
«Si ricorda di me?», dice Tizio.
«No», dico. «Il suo nome non mi dice niente».
«Non è vero», dice Tizio.
«Posso non ricordare», dico. «Ma il suo nome, qui e ora, non mi dice niente».
«Lei ha letto un mio romanzo», dice Tizio.
«Può essere», dico.
«E lei è capace di leggere un romanzo e di non ricordarsene?», dice Tizio.
«Ne leggo tanti», dico.
«Ah», dice Tizio. «Ne legge tanti».
«Sì», dico. «È il mio mestiere».
«Bel mestiere», dice Tizio.
«Oddio», dico. «Sempre meglio che lavorare».
«Perché per lei questo non è un lavoro?», dice Tizio.
«Sì che lo è», dico. «Stavo scherzando, e scherzando citavo una celebre battuta di Luigi Barzini. Ha presente chi era Luigi Barzini?».
«No», dice Tizio.
«Fu un grande giornalista, all’inizio del secolo, un grande inviato speciale», dico. «A chi gli domandava se gli piacesse il suo mestiere, rispondeva immancabilmente: sempre meglio che lavorare».
«Ho capito», dice Tizio.
«Io però non ho ancora capito che cosa lei voglia da me», dico.
«Trovo curioso che lei si ricordi una battuta pronunciata da questo giornalista magari settant’anni fa», dice Tizio, «e non ricordi un romanzo che ha letto in queste settimane».
«Senta», dico. «Mi ripeta il suo nome».
«Gliel’ho appena detto», dice Tizio. «Lei ha davvero la memoria corta, quando le conviene».
«Allora mi dica il titolo del romanzo», dico.
«Era scritto sulla prima pagina, proprio sotto il mio nome», dice Tizio.
«Ho capito», dico. «A lei piace giocare come il gatto col gatto».
«Non si dice “Come il gatto col topo”?», dice Tizio.
«Sono troppo grosso per vedermi nella parte del topo», dico.
«In somma», dice Tizio, «lei preferisce cavarsela dicendo scemenze».
«Sto cercando un dialogo alla pari», dico.
«Perché io secondo lei direi scemenze?», dice Tizio.
«Non mi permetterei mai di pensarlo», dico.
«Ah, ecco», dice Tizio.
«Il problema è che lei non dice proprio niente», dico.
«No, il problema è che io parlo, parlo, e lei non ricorda nulla», dice Tizio. «Non mi stupisce che lei si definisca democristiano».
«Si fa quel che si può», dico.
«Allora tagliamo la testa al toro», dice Tizio. «Il mio nome è Tizio, e il romanzo si intitola Xuszufuzx».
«Xuzsufuxz?», dico.
«No», dice Tizio. «Xuszufuzx».
«Ah», dico. «Ora ricordo. Sì, certo. L’ho letto. È quel romanzo nel quale un profeta giunto da un pianeta ai bordi della Galassia impianta sulla Terra il culto del Dio Pacman?».
«Sì», dice Tizio.
«E alla fine tutti vengono sterminati dall’invasione degli Space Invaders?», dico.
«Sì», dice Tizio. «Si tratta in effetti di una riflessione a sfondo filosofico, ma con metodo narrativo, sull’inquinamento del nostro immaginario compiuto dai videogiochi negli anni Ottanta».
«Appunto», dico. «Sì, l’ho letto, come vede».
«E allora?», dice Tizio.
«E allora niente. Mi è sembrato orribile», dico.
«E me lo dice così», dice Tizio.
«Orribile sembrato mi è», dico.
«Cosa sta dicendo?», dice Tizio.
«Sembrato mi orribile è», dico. «Gliela sto dicendo in altri modi».
«Signor Mozzi, lei è uno stronzo», dice Tizio.
«Mi sento in ottima compagnia», dico.
«E mi avevano detto che lei era una persona sensibile, gentile, attenta al nuovo in letteratura…», dice Tizio.
«Mai credere alle false voci», dico.
«Davvero», dice Tizio. «Tutti parlano, parlano, ma non sanno quello che dicono».
«La maggior parte dei giudizi sulle persone sono espressi per sentito dire», dico.
«Certo», dice Tizio. «Mai uno che ti dica davvero le cose come stanno».
«Viviamo nella civiltà della chiacchiera, del gossip, delle cose dette da Caio che le ha sentite da Sempronio che le ha sapute da Sofonisba che le ha ricevute in gran segreto da Anemone…», dico.
«Signor Mozzi», dice Tizio.
«Dica», dico.
«Ciò non toglie che lei sia un grande stronzo», dice Tizio.
Posted by giuliomozzi at 13:01 | Comments (10)
28.06.07
Trova le differenze
Walter Veltroni è il candidato che amo. In lui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti.
La discesa in campo di Walter.
La discesa in campo di Silvio.
Leggete e gustate.
Posted by giuliomozzi at 08:27 | Comments (18)
25.06.07
Succedono cose al...
...civico 42.
Posted by giuliomozzi at 15:49 | Comments (0)
24.06.07
Una poesia di Giovanna Melliconi
Nel tuo candore
verso la candeggina,
lavello.
Ed è tutto più lindo,
più bello.
[un'altra poesia di Giovanna Melliconi: O lavatrice]
Posted by giuliomozzi at 16:07 | Comments (0)
Note su una nota
[Una versione assai più breve - e assai meno noiosa - di questo articolo è apparsa nel quotidiano Il Mattino di Padova di venerdì 22 giugno 2007. gm]
Leggo nei giornali del 20 giugno, riportata con molta evidenza, la notizia della nota dell’ufficio stampa del Patriarcato di Venezia con la quale si chiede la sospensione dello spettacolo Messiah Game, previsto per il 27 prossimo nel programma della Biennale Danza. Premetto che non ho visto lo spettacolo (che viene presentato in Italia per la prima volta), e che quindi non intendo esprimere nessuna opinione sullo spettacolo stesso. Ciò che mi interessa sono gli argomenti proposti nella suddetta nota.
Trovo nel sito del Patriarcato (http://www.patriarcato.venezia.it: curiosamente, non tra i comunicati dell’ufficio stampa ma nella «rassegna stampa») quello che spero sia il testo completo.
«Di fronte all’esplicita intenzione provocatoria ed offensiva della fede cristiana da parte dello spettacolo Messiah Game, proposto dalla Biennale Danza per i giorni 27 e 28 giugno, è opportuno interrogarsi sulla consistenza di tale iniziativa». Premessa:, mi pare opportuno che il Patriarcato, «di fronte all’esplicita intenzione provocatoria ed offensiva della fede cristiana» di tale spettacolo, si faccia delle domande e, magari, si dia anche delle risposte. Ma leggiamo la nota. Essa sembra introdurre una distinzione: se lo spettacolo ha una certa «consistenza», magari ci si può dialogare; se lo spettacolo è una cretinata, si invita la mano secolare a provvedere. (Esagerando: se sul palco della Biennale si presentasse il Diavolo in persona, costui sarebbe un Avversario degno; se si presenta una manica di provocatori, che li si sbatta fuori). Tuttavia, «consistenza» mi pare un’espressione della specie di «spessore culturale», «qualità artistica», «profondità», eccetera: usatissime proprio perché vaghe, multiuso, e adoperabili per dire tutto e il contrario di tutto.
Continua la nota: «In difesa di questo spettacolo si è parlato di “libertà di espressione artistica” e di inopportunità di “censura preventiva”». Sulla «libertà di espressione artistica», non ho niente da dire se non che non credo che esista una specifica libertà riservata all’espressione artistica: esiste la libertà, la libertà di espressione che ne è un implicato (se sono libero, sono libero di esprimermi), e la libertà di espressione artistica che ne è un ulteriore implicato. Sulla «censura preventiva», osservo che essa è impossibile: non è materialmente possibile censurare ciò che non è stato pubblicato, perché solo la pubblicazione (la messa in scena, in questo caso) può generare le condizioni per la censura. Piuttosto che di «censura preventiva» bisognerebbe parlare, che so, di «divieto di parlare della tal cosa e/o in tal modo». Vogliamo instaurare dei divieti di questo tipo?
Ma la nota, invece, dice: «Quanto alla prima (la “libertà di espressione artistica”) l’identificazione degli intenti provocatori e offensivi con la libertà di espressione sembra nascondere un’incapacità di trovare e proporre nuovi linguaggi artistici che rispondano realmente alla sensibilità contemporanea». Da pedante, chiederei se sia disponibile una descrizione condivisa della «sensibilità contemporanea»: e mi pare che non ci sia. Da rètore, osservo che se la Biennale Danza e il Patriarcato di Venezia hanno, come sembrano avere, opinioni assai diverse su che cosa sia la «sensibilità contemporanea», tirarla in ballo significa condannare la discussione al vanificarsi. Che la produzione di opere d’arte (di ogni arte) piene di «intenti provocatori e offensivi» sia correlata a una certa «incapacità di trovare e proporre nuovi linguaggi artistici», è una banalità sentita così tante volte, e da così tante voci diverse, che potrebbe perfino essere vera. Trovo invece bizzarro che si parli di «nuovi linguaggi artistici» che «rispondano alla sensibilità contemporanea»: se i «linguaggi» sono «nuovi», prevedibilmente non potranno che épater la «sensibilità contemporanea», spiazzarla, provocarla, indurla a trasformarsi.
Ancora la nota: «Quanto alla questione dell’eventuale censura preventiva è importante ricordare che lo spettacolo proposto risponde ad una scelta precisa da parte della direzione della Biennale Danza. Tale scelta di fatto non ha tenuto in considerazione il contesto sociale e culturale, veneziano e internazionale, che conta una rilevante presenza di cristiani per i quali un tale spettacolo risulta oggettivamente offensivo». Allora io mi domando: ma questo spettacolo va sospeso perché «è male in sé», o perché «è prevedibilmente sgradevole per la maggioranza»? Se la risposta è la seconda, mi pare che il Patriarcato si assuma inopinatamente il ruolo di ufficio marketing – o pubbliche relazioni – della Biennale Danza. Se è la prima, mi domando che c’entrino le considerazioni sul «contesto sociale e culturale»: il male è male, stop.
Ancora: se lo spettacolo andasse in scena in Cina, dove i cristiani sono pochissimi, cambierebbe qualcosa? Oppure il riferimento al «contesto sociale e culturale internazionale» è fatto per dire che in ogni parte del mondo lo spettacolo sarebbe, per le stesse ragioni, inaccettabile?
La nota prosegue: «Ci si augura, quindi, che lo spettacolo sia sospeso, come già successe a Strasburgo». Che un’azione sia già stata compiuta una volta, sia chiaro, non comporta che questa azione sia giusta. Se l’azione fosse stata compiuta da una personalità estremamente autorevole, si potrebbe usare il principio d’autorità (io non ho alcuna prova diretta che la terra giri attorno al sole; anzi, l’evidenza mi dice il contrario; ma mi fido della comunità scientifica che lo afferma): ma la nota non lo fa, e cambia subito argomento:
«Sarebbe triste dover constatare nell’arte contemporanea una deriva provocatoria ed offensiva. Essa lederebbe la società plurale in cui viviamo, società chiamata a vivere laicamente, cioè nella conoscenza e nel rispetto reciproci, evitando l’irrisione dell’identità e dei valori altrui». In sostanza, il Patriarcato tenta di usare un argomento tipicamente laico («la società plurale in cui viviamo») per difendere l’«identità» religiosa: dimenticando, ahimè, che «vivere laicamente» significa, appunto, vivere rinunciando alla dimensione pubblica della propria «identità». Questo argomento, che nella sua strumentalità e per la sua posizione terminale (la nota finisce qui) appare come un botto finale, mi sembra quindi un botto che scoppia in faccia all’artificiere.
Mi permetto infine, da cristiano qual sono, di ricordare all’ufficio stampa del Patriarcato alcune autorevoli parole: «Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quei giorni ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli»: Vangelo di Luca, 6, 25-26. Queste parole non mi sembrano un invito ad arrendersi o a lasciar fare: mi pare che propongano un’azione, allegra ed esultante, assai diversa da quella attuata dall’ufficio stampa del Patriarcato.
Posted by giuliomozzi at 16:01 | Comments (5)
19.06.07
Ci sono molti modi di fare una sciocchezza...
...ma, esattamente, quanti?
Posted by giuliomozzi at 16:10 | Comments (11)
18.06.07
Venezia invasa dall'arte

[Questo pezzo è uscito ieri nel quotidiano Il Mattino di Padova]
Prima di partire faccio un controllo. Vado in studio. Accendo la macchina con la quale faccio tutto. Mi attacco alla rete. Google. Scrivo: «Venezia invasa». Ci sono circa centosessanta pagine che parlano di Venezia invasa. Vado a leggere. «Venezia invasa da 120 mila persone», «Venezia invasa da guide abusive», «Venezia invasa dai turisti», «Venezia invasa da migliaia di maschere», «Venezia invasa dal colera», «Venezia invasa da oltre 900 mila visitatori nei cinque mesi della Biennale Arti Visive», «Venezia invasa dall’acqua alta», «Venezia invasa dai mostri (squali robotici, godzilla ecc.)», «Venezia invasa dalle acque», «Venezia invasa dai francesi rivoluzionari», «Venezia invasa da turisti e piccioni», «Venezia invasa dai piccioni nutriti da turisti e bambini», «Venezia invasa dai clown», «Venezia invasa da damine e cavalieri», «Venezia invasa da venditori abusivi», «Venezia invasa da giganteschi volatili», «Venezia invasa dalle camicie verdi», «Venezia invasa da giovani, coppie, bambini», «Venezia invasa da pappagalli ecc.», «Venezia invasa dai topi», «Venezia invasa da 3500 musicisti 200 band, 30 cori e 20 bande», «Venezia invasa dagli americani», eccetera.
Mi viene un dubbio. Allora provo con «Roma invasa», «Milano invasa» e «Londra invasa», e trovo più o meno le stesse cose. Così mi vien da pensare che le città sono fatte per essere invase. Nel concetto stesso di città, c’è l’idea che la città può essere invasa, anzi: che la città è un luogo da invadere. Non si invade una campagna, dove c’è posto più o meno per tutti: si invade la città. L’invasore è colui che entra per ogni dove, nelle strade nelle piazze nelle case; è colui che non rispetta nulla, che viola le donne e ammazza i bambini; è colui che calpesta l’identità. I cittadini, non temono altro che l’invasione.
Curioso, penso, che si tema tanto l’invasione, il calpestamento dell’identità, proprio oggi che tanti quartieri potrebbero essere tranquillamente prelevati da una città e spostati in un’altra, ad esempio da Francoforte a Milano – e non se ne accorgerebbe nessuno.
«Eh, ma Venezia». Venezia, sì, è unica. Bene. Allora vado a Venezia, che in questi giorni, dicono i giornali, è invasa dall’arte.
Santa Croce, 556. Due passi dalla stazione. Un portone verde, piuttosto malconcio, sbarrato con due grossi catenacci esterni. Qui dovrebbe esserci – stando alle indicazioni della guida alla Biennale allegata al periodico Venezianews, comperato all’edicola – il padiglione Thailandese. Con opere di Nippan Oranniwesna e Amrit Chusuwan, e intitolato Globalisation… Please Slow Down. In verità non vedo niente, a parte il portone: che ha l’aria, peraltro, di non essere stato aperto da anni. Controllo sulla guida. L’indirizzo è giusto. Ma si sa, Venezia. Chiedo lumi al bar di fianco. «Sto cercando il padiglione thailandese della Biennale». «Eh?». «La Biennale. Una mostra d’arte. Arte thailandese». «Non so niente». Provo alla baracca di chincaglierie. «Eh, le thailandesi…». Ho capito.
Magari è solo perché è lunedì. Più o meno tutta la Biennale & C. chiude di lunedì, dice la guida. Ma in questo particolare lunedì 11 giugno, dice ancora, più o meno tutto dovrebbe essere aperto.
Aspetto un po’. Magari arriva qualcun altro che cerca la Thailandia, e la cerchiamo insieme. Non arriva nessuno.
Campo San Pantalon. Cerco un «qualcosa» di Lech Majewski, intitolato Blood of a Poet. Non lo trovo. C’è un manifesto che annuncia il «qualcosa» – una videoinstallazione, se ho capito bene –, ma il «qualcosa» non lo trovo. Controllo l’indirizzo. Dorsoduro, 3711. Be’, è proprio qui: dove c’è una bottega artigiana di divani e poltrone. Metto il naso dentro e l’artigiano mi guarda malissimo. Ritiro subito il naso. “Quindi non sono il primo”, penso. “Quindi qualcosa c’è”.
Mi siedo sugli scalini della chiesa di San Pantalon e in quel momento mi rendo conto che l’installazione è proprio nella vetrina della bottega. Quello che avevo scambiato per un annuncio dell’installazione è in realtà l’installazione. Solo che non si vede niente. La vetrina della bottega è coperta da un foglio bianco con su scritti il nome dell’artista e dell’installazione, e in mezzo un rettangolo nero. Aguzzo gli occhi. Il rettangolo nero è uno schermo. Nello schermo si muovono delle immagini. Mi metto davanti allo schermo: mi vedo riflesso. Mi metto in parte: vedo riflessi il campo, l’edicola, il ponte, la gente che passa. Intravedo delle immagini: l’interno di un ascensore, mi pare, dell’ascensore di un grattacielo, visto che c’è un contatore – un contapiani – che parte da trecento e passa (ma ci sono grattacieli di trecento piani?) e precipita verso lo zero. Poi cambia, e c’è una ragazza che con i guantoni prende a pugni un sacco – la scena sembra il palco di un teatro.
Vedo poi che sull’altra vetrina, quella che dà sulla calle, c’è un altro schermo: e si vede meglio, perché non ci batte il sole. Lì si vede un parco con delle statue, poi la cinepresa si avvicina lentamente e ci si accorge che le statue sono dei tableaux vivants, delle persone in carne e ossa che stanno lì immobili.
Torno a sedermi sugli scalini di San Pantalon. Scommetto con me stesso: che se sto lì mezz’ora, nessuno si ferma a guardare la videoinstallazione. Perdo la scommessa: dopo ventisette minuti si fermano due signore, con i sacchetti della frutta comperata in campo Sant’Angelo, e stanno un po’ a guardare.
Decido di andare a Palazzo Zenobio, dove ci sono quattro o cinque mostre. Dorsoduro 2596. Parto da campo Sant’Angelo e seguo i numeri. Arrivo ai Carmini. Vado a sinistra. I numeri mi illudono: 2630, 2627… Poi passo un ponticello e sono al 1580.
Torno indietro. Mi aggiro. Non ne vengo fuori. Palazzo Zenobio è sulle Fondamenta del Soccorso. Chiedo ai passanti. «Palazzo Zenobio, Fondamenta del Soccorso, Biennale». Un tipo dall’aria sicura mi indirizza da una parte. Non trovo niente. Fermo una signora magra come un chiodo. Mi dà un sacco di spiegazioni complicate. Mezz’ora dopo sono non so bene dove, ma sicuramente non nel posto giusto. C’è un ospedale. Chiedo informazioni in portineria. «Ah sì, Fondamenta del Soccorso. È dietro Piazzale Roma». «Dalla piantina non sembra», dico sventolando la mia guida. «Allora sono a Castello». «Vabbè».
Sì, lo so, pretendere di girare Venezia senza una pianta dettagliata è da dilettanti. Ma io Venezia la conosco – ci ho lavorato per anni – e Palazzo Zenobio so benissimo dov’è. Volevo provare ad arrivarci con le sole informazioni fornite dalla guida. Come se fossi un giapponese.
«Vuole comperare dei gadget?». La ragazza del padiglione della Repubblica di Moldova in campo Santa Fosca (Cannaregio 2214) vuole vendere a tutti i costi. «Ci sono le cartoline, quelle semplici e quelle con l’annullo postale. L’annullo postale è importante, perché è un importante riconoscimento per la Repubblica di Moldova. C’è l’annullo italiano e l’annullo della Repubblica di Moldova». Confesso però che i mosaici di Svetlana Ostapovici («un’artista che rappresenta un’onda d’urto nel panorama internazionale dell’arte figurativa», dice la guida) non mi dicono gran che (io, sia chiaro, sono un incompetente). Sto per domandare alla ragazza se la pagano in base al venduto, poi decido di tenere il becco chiuso. Due signori grossissimi entrano e chiedono informazioni sul Consolato di Romania. Ne approfitto per svignarmela.
La sensazione di povertà è soffocante (uno dei mosaici, per dire, è anche rotto: deve aver presa una botta nel viaggio dalla Moldova a Venezia). E tuttavia capisco l’importanza dell’approdo a Venezia, per la prima volta, della Repubblica di Moldova. Mentre mi godo il campo Santa Fosca (al quale sono affezionato: fatti miei) mi domando quante, tra le persone che passano, abbiano un’idea precisa di dov’è e di che cos’è la Moldova. Quasi quasi fermo qualcuno e lo interrogo sulla Transnistria, una provincia della Moldova – con una popolazione più o meno come il comune di Verona – che si è proclamata indipendente (ma nessuno Stato la riconosce).
Nel padiglione islandese ci sono tante cose che non si capisce bene cosa c’entrino l’una con l’altra, però sono belle. Dei pannelli con tante scritte in islandese (ma la grafia è bella), delle fotografie fatte usando come fotocamera le scatole dei fiocchi d’avena, un paio di grossi uccelli di bronzo, un video con una signora che canta delle cose (presumo in islandese), eccetera. Mi aggiro un po’, anche perché il posto è in sé molto bello (Palazzo Bianchi Michiel, Cannaregio 4391/A, ai Santissimi Apostoli). Una signora grassa e lieve mi invita – in un inglese duro ma chiaro – a firmare il guest book. Prima di firmare, lo sfoglio un po’. Vedo tante firme svolazzanti, disegnini, autoritratti, biglietti da visita inseriti, frasi d’augurio. Qualcuno ha addirittura, fontanianamente, bucata la pagina. Io scrivo, nel mio solito modo: giuliomozzi. Un lui dice alla sua lei: «Andiamo?», la lei risponde: «Stiamo ancora un po’, che qui è bello, ci fa fresco».
C’è un caldo terribile, invece, dentro al padiglione australiano (Palazzo Giustinian Lolin, a un passo dal ponte dell’Accademia: uno dei pochi decentemente segnalati con cartelli e frecce). Ma i video di Susan Norrie sono bellissimi. Bisognerebbe star dentro qualche ora, ma chi ci resiste? E non c’è neanche una sedia, una panca. «L’opera di Susan Norrie sarà empirica, coinvolgerà il pubblico a livello fisico e lo trasporterà in un futuro di incertezze», prometteva il sito www.australiavenicebiennale.com.au: se il coinvolgimento sta nel sudore e nella sete, la faccenda ha funzionato. Però vedo che la gente – che di solito girella, butta l’occhio, fa una foto e taglia l’angolo – qui si ferma. Soffre. Guarda. Rimaniamo tutti incantati davanti alle immagini di un signore in cima a una montagna con un agnello tra le braccia. Dalla valle sottostante sale un fumo – ci sarà un vulcano. Il signore alza l’agnello sopra la testa. «Oddio», sussurra una ragazza accanto a me, «adesso lo butta giù». Invece, dopo un paio di minuti, se lo sistema attorno al collo e se ne va. A quel punto non resisto più, ed esco. Qui dovrò tornarci.
Fuori, la solita gente, i soliti turisti, i soliti bambini, i soliti veneziani. Altro che Venezia invasa dall’arte. Ha resistito a ben altro, Venezia. Torno a casa.
Posted by giuliomozzi at 07:59 | Comments (4)
17.06.07
47
Sono gli anni, oggi.
Posted by giuliomozzi at 06:49 | Comments (20)
12.06.07
Tutto
Ieri sera è andato in scena "Emilio Salgari se n'è andato", che sarebbe l' "Emilio delle tigri" che qui ho messo fuori a puntate. Mi pare che il lavoro di Fantaghirò e soci sia stato bello. Per i curiosi, si replica oggi, a Padova, alle 22.30, in Golena San Massimo (accesso, come intuibile, da via San Massimo). Il biglietto costa 8 euro.
Ieri:
a. sono andato a Venezia presto presto. Ci ho trovata una cappa di caldo umido afoso schifoso.
b. mi sono inciampato da qualche parte, non so neanche dove, e ci ho una bella caviglia sinistra gonfia.
c. in autobus, tornando a casa, mi sono acchiappato al volo a un sostegno - causa frenata improvvisa e brusca - con la mano sinistra, quella dove ci ho la tendinite: viste stelle.
d. finito lo spettacolo, è venuto giù un acquazzone formidabile.
Oggi ho male alla testa, alla pancia, al braccio sinistro, alla caviglia sinistra, e anche - mirabile dictu - all'orecchio destro.
Ach!
Posted by giuliomozzi at 12:15 | Comments (18)
05.06.07
Bigliettazione
Sono sull'eurocity da Forlì a Milano. Vado in cerca di un bagno. Nella mia carrozza uno è guasto, l'altro è occupato. Nella carrozza successiva uno è occupato, l'altro è guasto.
Cammina cammina, arrivo alla prima classe. Trovo finalmente un bagno disponibile.
Faccio quello che devo fare.
Quando esco, mi trovo davanti un controllore brizzolato.
"Biglietto, prego", dice il controllore brizzolato.
Gli faccio vedere il biglietto.
"Questo è un biglietto di seconda classe", dice il controllore brizzolato.
"Sì", dico.
"E lei ha appena usufruito di un bagno di prima classe", dice il controllore brizzolato.
"Sì", dico. "Quelli di seconda erano tutti guasti o occupati".
"Non ha importanza", dice il controllore brizzolato. "Da regolamento, se lei ha usufruito di un bagno di prima classe, le devo applicare il supplemento per il bagno di prima classe".
"Veramente", dico, "mi è sembrato in tutto e per tutto uguale ai normali bagni di seconda classe. E poi i bagni di seconda erano inutilizzabili".
"Lei non sa quello che dice", dice il controllore brizzolato. "Mi ha appena detto che metà dei bagni di seconda classe erano guasti, e ora mi dice che il bagno di prima classe le è sembrato in tutto e per tutto uguale ai normali bagni di seconda classe".
"Ho detto così, è vero", dico.
"Allora lei non sembra apprezzare la differenza tra un bagno funzionante e un bagno guasto", dice il controllore.
"Cioè", dico, "la differenza tra i bagni di seconda e i bagni di prima sarebbe che i bagni di prima sono funzionanti al 100%, e quelli di seconda solo al 50%?".
"Non solo", dice il controllore. "I bagni di prima classe sono frequentati da viaggiatori di prima classe. I bagni di seconda classe sono frequentati da viaggiatori di seconda classe".
"E allora?", dico.
"La classe non è acqua", dice il controllore brizzolato.
"In effetti", dico, "nei bagni di seconda l'acqua non c'era proprio".
"Appunto", dice il controllore brizzolato. "Allora che fa: concilia?".
"Oi", dico, "se è regolamento...".
"Certo", dice il controllore brizzolato. "Io non faccio che applicare il regolamento. Non c'è niente di personale".
"Non ne dubitavo", dico.
"Personalmente, voto Rifondazione comunista", dice il controllore brizzolato.
"Se non ci credete voi", dico, "alle classi...".
"Appunto", dice il controllore brizzolato. "Potrei anche inscenare un atto di disobbedienza civile e non farle pagare nulla, ma bisogna vedere se il gioco vale la candela. Lei è borghese?".
"Sì", dico.
"Allora non posso farci niente", dice il controllore brizzolato. "Se lei fosse un proletario, un immigrato sans papier, un'africana incinta o altro, sarebbe un altro discorso. Lei è omosessuale, transessuale?".
"No", dico. "Sono felicemente eterosessuale, e il mio corpo è come mamma l'ha fatto".
"Proprio niente da fare", dice il controllore brizzolato. "L'ha fatta piccola o grossa?".
"Prego?", dico.
"Lì in bagno", dice il controllore brizzolato estraendo la macchinetta per i biglietti, "l'ha fatta piccola o grossa?".
"Non capisco", dico.
Il controllore brizzolato abbassa la voce, si avvicina e mi dice quasi all'orecchio: "Ha pisciato o cacato?".
"Ah", dico. "Ho capito. Piccola".
"Allora è un euro e venti", dice il controllore brizzolato.
"E se era grossa?", dico.
"Sta cambiando versione?", dice il controllore brizzolato.
"No", dico, "era per curiosità. Vedi mai mi succeda un'altra volta".
"Grossa fa due euro e ottanta", dice il controllore brizzolato. "Ce li ha spicci?".
"Sì, certo", dico tirando fuori un euro e venti.
"Ecco a lei", dice il controllore brizzolato porgendomi il biglietto.
"Grazie", dico. "Ma questo biglietto vale per questa singola frequentazione del bagno di prima, o mi dà diritto ad accedere ai bagni di prima per tutta la durata del viaggio?".
"Doveva dirlo prima", dice il controllore brizzolato. "Se vuole il diritto di accesso per tutto il viaggio fa tre euro e quaranta. Glielo faccio?".
"Ma mi sconta l'euro e venti che le ho appena dato?", dico.
"Mi spiace, il regolamento non lo permette", dice il controllore brizzolato. "Naturalmente si tratta di un'angheria, ma non sarà né la prima né l'ultima".
"Ho capito", dico. "No grazie, era sempre per informazione. Tanto tra un'ora siamo a Milano".
"Bene. Arrivederci e buon viaggio", dice il controllore brizzolato. "Se ha bisogno d'altro mi trova nella carrozza 3".
"Grazie", dico. "Ma cercherò di tenermi".
Posted by giuliomozzi at 09:56 | Comments (21)
04.06.07
Non è un presente storico
Sono sul treno da Padova a Forlì, e quel "sono" non è un presente storico. Sono davvero, in questo momento, sul treno da Padova a Forlì. Meraviglie della tecnologia! (Per la precisione, sono a metà strada tra Ferrara e Bologna).
("Ma che cosa ci vai a fare, a Forlì?".
"Ci vado per questa cosa qui".
"Ah".
"E ti assicuro che l'unica cosa che mi preoccupa è la travolgente comicità di Maria Pia Timo, nota anche come Wanda la cartellista".
"Hai paura che non faccia ridere?".
"No. Ho paura che mi meni. Guàrdala".
"Ma no, quella è solo una sosia".
"Dici che l'originale è più mingherlino?".
"Eh, chi può dirlo?".
"Eh già".
"Già".
"...".
"Be', senti, buon viaggio".
"Grazie".
"L'hai fatto il testamento?".
"Nella scatola dei biscotti olandesi, quella sopra il frigo".
"Ok. Devo avvisare qualcuno, nel caso?".
"Giuseppe Iannozzi".
"Solo lui?".
"Solo lui".
"E perché, scusa, lui e solo lui?".
"Fatti miei. Ora ti lascio, ché mi si scarica la batteria e mi va a ramengo il post".
"Allora buon viaggio, eh!".
"Grazie").
Posted by giuliomozzi at 16:52 | Comments (6)