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19.05.07
Dove siamo?

Posted by giuliomozzi at 19.05.07 10:16
Comments
Sono qui
Arrivato all’inizio del costone che lo divideva dal nemico, mentre saliva confuso in una marea di creature infagottate, Ninnì pensava che neanche ai condannati a morte si nega l’ultimo desiderio. Sapeva di essere condannato a morte in quella gelida notte di gennaio. Aveva calcolato che, ad occhio, ci sarebbero voluti almeno dieci minuti per arrivare in cima.
Man mano che si saliva il passo dei compagni che lo precedevano rallentava. La fatica della salita, la paura di affacciarsi sulla spianata e scoprire quello che li attendeva dall’altra parte rendeva lenti i movimenti di tutti quegli uomini.
Sì, forse gli restavano dodici o quindici minuti prima della fine. Ninnì sorrise. Gli sembrò di avere tempo, tanto tempo.
Un tempo lungo abbastanza per ricordare tutto quello che gli faceva piacere, tutto quello che nella sua breve vita gli aveva dato gioia. Per ritornare con la mente ai volti dei suoi cari, degli amici, delle amiche …
Le risate e il vino bevuto all’osteria con gli alpini del suo corso a Cormos, prima di partire per il fronte Russo.
Il viso della mamma quando era giovane e lui piccolo piccolo, nella foto che portava sempre con sé. La voce dei fratelli che lo salutavano allegri, il giorno in cui lui era partito per la guerra.
Il bacio che aveva dato a Teresita, l’amore segreto. Gli sembrò di sentire il profumo e il fresco della sua camicetta di seta sotto le dita. Le corse in bicicletta per andare a trovarla, il cuore che batteva per la paura di essere scoperto.
Il profumo del mare e la salsedine che tira sulla pelle arrossata dal sole. L’effetto dell’acqua, gelida quando si tuffava accaldato dagli scogli a Bari, dalle parti della Fiera del Levante: l’ultima estate bella, quella del ‘41.
L’ultima sera con i compagni di scuola, le raccomandazioni perché gli tenessero da parte gli appunti, i sunti delle lezioni, tutto quello che poteva essere utile per gli esami.
Perché lui di sicuro sarebbe tornato presto, certamente in tempo. Non potevano fargli perdere l’anno. Massimo aprile o maggio. Di sicuro. E poi lui a giugno del ’42 compiva vent’anni e voleva festeggiare con i suoi.
Ma adesso era gennaio, millennovencentoquarantatrè.
Lo colpì il pensiero di suo padre al confino in uno sperduto paesino della Toscana. Adesso gli perdonava di essere antifascista. Gli perdonava di aver lasciato la famiglia in un mare di guai e senza soldi. Gli perdonava tutto. Era davvero tanto tempo che non lo vedeva.
Era come un bellissimo film, i volti proiettati nel suo cervello, le immagini nitide e precise.
Un montaggio perfetto, piani sequenza e poi le persone si voltavano verso di lui sorridendo felici, sulle note della sua canzone preferita, Lili Marlen:
So wolln uns da wiedersehn
bei der laterne wolln wir sthen
wie einst Lilì Marleen.
Una stretta al cuore per tutto quello che non aveva ancora avuto il tempo di fare e di sperimentare. Tutto quello che non aveva provato, i posti che sognava di vedere, le persone che avrebbe potuto conoscere.
Forse un senso di pietà per se stesso e per tutto quello che sarebbe potuto essere. L’uomo che sarebbe potuto diventare e per la vita che non avrebbe mai vissuto.
Il peso che gli opprimeva il petto non era solo il freddo, non era solo la fatica. Era nostalgia. Pura, semplice, dolorosa nostalgia. Un dolore fisico, faceva molto male proprio al centro del petto. Ninì si fermò a prendere fiato e chiuse gli occhi per un attimo.
No, forse non era proprio il cuore quello che lo faceva soffrire tanto. Si accorse di avere fame. Pensò che voleva mangiare. Il suo ultimo desiderio. Si, proprio mangiare a sazietà prima di morire. E’ poco poetico lo so, non è proprio da guerriero, da eroe tragico, ma la fame è fame. La fame è sogno, speranza, voglia di vivere.
Voleva una porzione gigantesca della famosa pasta al forno della mamma. Quella con il sugo di carne speciale che ne senti l’odore mentre sali le scale di casa e pensi che potresti mangiare la teglia intera, tutta da solo. La carne del ragù che diventa tenera per la lunga e paziente cottura, la mozzarella fresca da tagliare a pezzettini in modo che ogni boccone sia filante, e poi la mortadella tagliata sottile e affettata in tanti piccoli quadratini.
Gli ziti, (sono lunghi tubetti di pasta uniti alla base, per questo che si chiamano gli ziti che in dialetto significa gli sposi) devono essere spezzati a mano con cura prima di lessarli. Poi va messo tutto insieme nella grande teglia di coccio scuro, con abbondante parmigiano e infilato nel forno.
Se li ricordava bene i giorni di festa a casa. Un pranzo da favola perché la mamma era una cuoca provetta. Non solo la pasta ma anche le verdure, come i peperoni gratinati con la mollica e i capperi. E poi l’arrosto con le patate fritte. La creme caramel con la sua ghiotta guarnizione di zucchero caramellato, lo spumone al caffé.
Delizioso semplicemente delizioso.
Voleva tornare alla sua vita. A casa sua, al tepore, al profumo del mare, voleva andare a scuola e prendere il diploma. Baciare una ragazza e litigare con i fratelli, prendere il tram e andare al cinema. Andare alla Laterza a comperare un libro. Passeggiare sul lungomare, fino a S. Nicola, e poi ancora fino ad arrivare al porto.
Al diavolo i Russi, il Duce, il gelo e la guerra. Quella era la strada e lui doveva passare. O morire. Basta con quello strazio che sembrava non avesse fine.
L’acquolina in bocca e il profumo di casa. Era arrivato quasi in cima. Davanti a lui i soldati si erano fermati un secondo per prendere fiato. Si sentiva leggero. Sorrise e si mise a correre giù dal costone, incontro al nemico senza armi, urlando di rabbia e di paura.
Tutti insieme erano una valanga spinta solo dalla disperazione.
Arrivarono in fondo al vallone e i Russi, incredibilmente si ritirarono. Lui riuscì a passare a Nikolajewka, così si chiamava il paesino russo. Era ridotto molto male ma tornò a casa.
A primavera.
E così io sono qui a raccontare questa storia.
Posted by: Tiuke at 19.05.07 13:02
Bologna, incrocio di via del Bibiena con via Zamboni,
particolare di affresco : la falce e il martello, artista ignoto, XXI sec.
Posted by: farfallula at 21.05.07 10:47
Il muro del pianto.
Posted by: matteo at 21.05.07 16:36
Belluno? (non perché lo sappia, ma perché provo a ricostruire i tuoi spostamenti degli ultimi giorni... :-))
Posted by: Gaja at 22.05.07 19:04
Non mi sembra il Belluno, ma le stelle sono tante......
Posted by: mimmo at 24.05.07 12:27