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27.04.07
Amo questo bar
[questo articolo è uscito nel quotidiano Il Gazzettino, edizione di Padova, oggi 27 aprile 2007. gm]
Prima cosa: il movente di questo articolo è l’affetto. Seconda cosa: il diritto di chi abita sopra o vicino a un bar a non avere un chiasso immondo fino alle tre di notte è sacrosanto. Terza cosa: l’ordinanza del Comune di Padova, che obbliga tre locali del centro a chiudere alle nove di sera anziché a notte fonda, mi lascia perplesso.
Frequento l’Alexander di via San Francesco da venticinque anni (ne ho quarantasei). Dentro l’Alexander sono successe molte cose importanti della mia vita. All’Alexander mi sono trovato a discutere (fino a tarda notte, appunto) di arte e letteratura con i miei amici scrittori e artisti. All’Alexander abbiamo concepito idee, approfondito letture e scritture, inventato iniziative. Mercoledì sera, ad esempio, discutevamo (io, un amico scrittore, un amico che lavora in una casa editrice padovana assai rinomata) del libro La coda lunga di Chris Anderson (direttore della rivista di comunicazione, arte e nuove tecnologie più importante del mondo, Wired), che tenta di descrivere le innovazioni nella produzione e distribuzione di prodotti culturali (libri, musica, cinema…) intervenute negli ultimi anni grazie alla popolarizzazione dell’internet. Probabilmente potremmo fare le stesse cose in un altro luogo: non all’Alexander ma in un altro bar, o addirittura a casa nostra. Ma l’Alexander non è un bar come gli altri (le sedie, i tavoli, la birra, i panini sono più o meno gli stessi che troveresti altrove: ma l’Alexander ormai ha un’aura, e quest’aura è – mi scuso per l’espressione iperbolica – un bene culturale), e poi l’Alexander è giusto in centro, dove è più facile incontrarsi anche abitando ai quattro angoli della città, e poi i ragazzi che lo gestiscono sono amabili e simpatici. E, magari, di tapparci in casa, proprio adesso che viene la buona stagione, non abbiamo tanta voglia.
Poco più di un anno fa, mi ricordo, l’Alexander era sempre semideserto. Le cose nelle città funzionano così: c’è un piccolo «popolo della notte» che vaga da un locale all’altro; per un po’ si va in questo, per un po’ si va in quello. Un anno fa i ragazzi che gestiscono l’Alexander trovarono, dopo tanta magra, il modo di riempire il locale: e noi frequentatori più affezionati ne fummo felici. Perché loro sono lì per lavorare, mica per altro; sono arrivati qui dalla lontana Cina per lavorare e far soldi; e se il lavoro non c’è, è un disastro.
Leggo nei giornali una dichiarazione dell’assessore alla sicurezza Marco Carrai: «I ragazzi che restano a zonzo per le strade, tra urla e schiamazzi, anche dopo la mezzanotte, sono davvero troppi». Se questi ragazzi oggi sono troppi, mi verrebbe da domandare all’assessore Carrai: «Va bene, ma allora qual è il numero giusto, il numero tollerabile, di ragazzi che restano a zonzo per le strade? Settantuno? Quarantasei? Centoventicinque?». Mi rendo conto che la mia domanda può sembrare scema. Ma non lo è. È tipico di un comportamento puramente repressivo agire in base a regole apparentemente di buon senso ma prive di un limite. Se domani si decidesse che un solo ragazzo a zonzo è «davvero troppo», buonanotte al secchio.
Io non sono un fanatico della notte. Mi sveglio alle sei di mattina. Lavoro sodo tutto il giorno. I ragazzi che affollano l’Alexander appartengono a una varietà antropologica della specie umana assai diversa da quella cui appartengo io. Non ho con loro particolare affinità. Ma, ad esempio, quando torno da Milano – dove ha sede la casa editrice di cui sono consulente – con il treno delle undici e mezza, e per tornare a casa attraverso una città deserta, mi viene male. Allora volentieri mi fermo all’Alexander, mangio qualcosa, studio (quanti libri ho studiati, e non solo da ragazzo, sui tavolini dell’Alexander!), incontro i miei “colleghi” che a una cert’ora, dopo una giornata di lavoro, approdano lì come all’unico porto disponibile.
Non posso accettare l’idea che l’unica città buona sia una città deserta, con la popolazione asserragliata in casa e le strade controllate da telecamere e vigilanti. Il caso dell’Alexander e degli altri locali oggetto dell’ordinanza è un evidente caso di contrasto di libertà: sacrosanta la libertà di alcuni, di vivere la città – questa città i cui spazi aperti, sede dello spirito comunale, sono così belli – anche nelle ore tarde; e sacrosanta la libertà di altri, di godere sano e tranquillo riposo. Tra due libertà in contrasto, si può solo fare una mediazione. Non so per gli altri locali, ma per l’Alexander, vista la clientela che ha, ho l’impressione che la chiusura alle nove di sera non sia esattamente una mediazione, bensì una soluzione sbilanciata tutta da una parte.
E poi, qualcuno mi spieghi: se il problema è costituito da «ragazzi che restano a zonzo per le strade», perché deve cadere una sanzione economica (tale è, di fatto, l’obbligo di chiusura alle nove) sul gestore di un locale? Se affettando il salame mi taglio un dito, punisco forse il coltello?
Posted by giuliomozzi at 27.04.07 17:41
Comments
Quest'articolo mi fa venire una voglia matta di fermarmi all'Alexander, anche se non lo conosco. E' scritto con grande affetto. Da una persona che ha visto crescere, morire, riaversi, cambiare, "crescere", un determinato luogo - non un essere umano - e teme che tutto questo se ne andrà per sempre.
Una delle prerogative che fanno parte da sempre del genere umano è la possibilità di relazionare, di confrontarsi con altre persone in modo disinteressato. E questi confronti, a mio avviso, avvengono in luoghi speciali, luoghi che emanano calore, energia, chiamiamola pure aura.
I Mac Donald, ad esempio, hanno luci al neon abbaglianti, tavolini dai colori accesi(giallo,rosso), in modo che la gente non si fermi più del tempo del pasto.
Lunga vita all'Alexander, luogo speciale e, già che ci siamo, anche ad una persona speciale... ad Alex F.
Posted by: Toni La Malfa at 27.04.07 18:56
Eh, una volta Alex Fringberger frequentava spesso l'Alexander. Ma io non lo incontrai mai. Quando arrivavo, mi dicevano: "Sai? Fringberger è appena stato qui, se ne è appena andato". Oppure mi dicevano: "Sai chi è capitato qui, ieri, appena te ne sei andato? Alex Fringberger!".
Bei tempi, quelli. Quanti ricordi...
Posted by: giuliomozzi at 27.04.07 21:38
Anch'io conosco bene l'Alexander. Sono stato studente (universitario) a Padova per cinque anni, e pure a me lì sono successe diverse cose notevoli della mia vita. Ci andavo con gli amici all'epoca in cui ancora era un posto deserto: ci mettevamo lì e stavamo in pace, da soli, specie d'inverno quando faceva freddo e andando tutta una notte a zonzo avevamo bisogno di una tappa in un posto caldo. Ma anche in tutte le altre stagioni, quando gli altri locali erano tutti chiusi, potevi star certo che l'Alexander era ancora aperto e i gestori con tutti i sorrisi e la gentilezza del mondo ti avrebbero portato quello di cui avevi voglia. E poi, ultimamente, magari ci si andava solamente per bersi uno spritz ad un euro. Ho conosciuto persone, lì, sono successe cose, ho fatto lunghissime discussioni, di arte, di letteratura, di ragazze e di mille altre cose, e una volta ci ho anche incontrato giulio mozzi (la sera prima di Pasqua, quest'anno). Da studente, visto l'affetto che provo per quel posto, la stima per chi lo gestisce, e sapendo cosa può significare quel locale per gli studenti come me (cioè i "colpevoli": quel popolo della notte che fa casino e disturba), sono davvero molto dispiaciuto per l'ordinanza che ha stabilito il Comune. Non credo sia giusto soprattutto nei confronti dei gestori.
Posted by: Filippo at 29.04.07 20:01
Tra l'Alexander e Fringeberg mi pare ci sia una relazione biunivoca. E visto che siete tutti grandi amanti dell'Opra del Sommo, vi siete abbeverati alla sua fonte? Avete seguìto i suoi primi passi?
Guardate qui:
http://cletus1.blog.dada.net/
Al post: "piccoli Coppola crescono. (Francis Ford)".
C&C. Contemplate e commuovetevi.
I miei omaggi.
Posted by: Gaja at 30.04.07 14:33