25.08.06
Intensità
di Gino Tasca
[Volevo farlo il 22 agosto. Per ragioni banali - ero in viaggio - non sono riuscito a farlo. Lo faccio oggi.]
[martedì 19 aprile 2005] Gae Aulenti – intervistata da Laura Laurenzi su “la domenica di Repubblica” scorsa (pessimo questo inserto de “la repubblica” che sembra solo una extension del “Venerdì” anche se, ogni tanto, vi si trova qualche intervista interessante) – rispondendo a proposito di un orologio da lei disegnato per la Louis Vuitton dice
“...Ecco: l’intensità che si mette in un lavoro è la stessa … Che si tratti di progettare un orologio o un museo.”
L’ho letta e sono entrato un po’ in crisi essendo il concetto di “intensità” uno dei miei preferiti e che trova una perfetta incarnazione nello stile di direzione d’orchestra di Claudio Abbado. Ecco, lui è perfettamente intenso.
Eppure l’ “intensità” non ha etica.
E anche De Sade può essere molto intenso ed è intenso un incidente stradale con tutti che si precipitano a vedere cosa sia successo ed è intenso il biancore di una distesa di neve senza interruzioni ed è intenso tutto ciò che interrompe la medietà del vivere: un temporale, un incendio.
Ricordo che da bambino, nel paese dove sono nato, potei “ammirare” l’incendio che distrusse il “castello” e che minacciava anche casa nostra, del tutto ignaro del rischio e totalmente preso dalla bellezza dello spettacolo.
Cosa ci poteva essere di più affascinante di quelle enormi fiamme che divoravano le mura e i tetti e ruggivano e sfavillavano contro il cielo notturno?
Che abbia colto allora che la bellezza può portare con sé la distruzione?
Ed è probabile che sia intenso anche un campo di battaglia (non sto inventando nulla: ricordo di aver letto, molto tempo fa, le dichiarazioni di alcuni soldati che dichiaravano di aver provato eccitazione ((non-sessuale o, almeno, non lo precisavano)) combattendo)
L’ “intensità” è la spinta pulsionale, lo zwang direbbe Freud. Chiede solo di essere dispiegata. E in ciò possiede una sua terribilità o sacralità che dir si voglia: il sacro è il terribile.
E, probabilmente, necessario.
Quindi prima che tutto questo si trasformi in uno scritto, in un quadro, in un quartetto, in un’architettura, ci deve essere un qualche processo (un fare, un atto) che ne qualifica la direzione. E non so se si tratti della sublimazione.
Qualcosa avviene tra il momento della pura “intensità” e quello della “messa in atto” in un’opera.
Qualcosa che pur conservando tutta la “misura” dell’ “intensità”, riesca a imporle una direzione.
Ed è forse perché – alla fine – Tolstoj ha colto tutta la minaccia necessaria implicata nel sorriso di Nastasja , che ha deciso di condannare la scrittura.
Ha capito, forse, che l’ “intensità” che tu credi di imbrigliare, alla fine e sempre, doma te e ti guida.
Si potrebbe anche dire così: chiunque apra un libro o ascolti della musica o osservi un quadro senza coglierne la minacciosità, è nel regno del Principio di Piacere.
Sotto il sole di Satana, quindi.
Posted by giuliomozzi at 25.08.06 10:20