16.01.06
Màti
Padova. Prendo l'autobus numero 12.
Nei sedili in fondo c'è un gruppo di sei o sette ragazzoni africani. Parlano a voce alta.
Alla fermata successiva sale un tipo con un giaccone nero, berretto in testa. Sui sessanta. Sta in piedi, nel corridoio.
Il gruppo di ragazzi africani scoppia a ridere.
"Ecco", dice il tipo, a mezza voce ma in modo che tutti sentano. "I vién sù da l'Africa a ciavàrne anca i sentarìni in àutobus".
I ragazzi africani fanno silenzio di colpo.
Passano tre secondi.
Uno dei ragazzi africani si alza, si rivolge al tipo, dice: "Vuoi sederti?".
"Par carità", dice il tipo, voltandosi dall'altra parte. "Mi no vùi sentàrme tacà àe sìmie".
C'è un mormorio.
Il ragazzo africano si rivolge al tipo, agitando l'indice della mano destra: "Stai sìtto, tu. Che io chiàmo polisìa".
I tipo, sempre senza guardarlo, borbotta: "Còssa pàrlito, a ciàmo mi a poisìa, vàra ti...".
Il ragazzo africano insiste: "Stai sìtto, sai? Che io so cosa vuole dire sìmia!".
L'autobus si ferma. Il conducente esce dal suo gabbiotto di plastica trasparente.
"Còssa nàsse?", dice.
"Gnénte", borbotta il tipo, "a ghe zé stì qua che rompe...".
"No!", dice il ragazzo africano. "Lui ha detto a noi sìmia".
"Ma và in mónega...", comincia il tipo.
"Lei offende per niente", dice un signore con il cappotto blu.
"Te sì stà tì a scominsiàre", dice una signora grassa.
"Ma sìo màti?", dice il tipo.
Il conducente gli si avvicina.
"Io sono un pubblico ufficiale", dice. "E la prego di scendere".
"Séndare mi?", dice il tipo. "Ma che i vàga via lóri...".
"Se 'l vól, ciàmo mi a poisìa", dice il conducente avvicinandosi ancora al tipo. "Ma no ghe convién".
"Zé giusto", "Brào", "El gà rasón", "Poaréti", commenta la gente.
Il conducente torna al suo posto. Apre le porte. Il tipo scende.
Ripartiamo.
"Brào càpo!", grida il ragazzo africano.
Applausi.
[sentarìni = sedili; ciavarne = prenderci; sentàrme = sedermi; tacà a = vicino a; sìmie, sìmia = scimmie, scimmia; poisìa = polizia; còssa nàsse = cosa succede; scominsiàre = cominciare; sìo màti = siete matti]
Posted by giuliomozzi at 16.01.06 14:32
Comments
Magari fosse vero, nel nostro "civile" Veneto...
Posted by: Cips at 16.01.06 15:26
sottoscrivo il commento di cips..
Posted by: s at 16.01.06 18:35
Non so se sia vero o no.
Ipotesi 1: è vero. Beh, mi ha smosso qualcosa dentro(politically correct per dire commosso); nel mondo non sono tutti stronzi, gli africani sono più consapevoli dei loro diritti. Cose, del resto, cui credo indipendentemente dal fatto che questo post sia vero.
Ipotesi 2: non è vero. Mi fa piacere che Giulio si inventi delle storie con esiti improbabili, ma - a mio avviso - auspicabili.
Posted by: Toni at 17.01.06 11:57
In effetti, se è l'immigrato a dire: "Guarda che chiamo la polizia", qualcosa è cambiato. E' questa la cosa che mi ha fatto impressione.
Per Toni: 1.
Posted by: giuliomozzi at 17.01.06 12:26
...grande! mi piace...^_^
Posted by: Mutiara at 17.01.06 17:50
Molto bello. E divertente.
Posted by: gianni biondillo at 18.01.06 12:30
urca, dialetto strettissimo. mi par difficile che un immigrato, anche se di seconda generazione (cioè italiano) possa parlarlo così bene. può essere che mi sbagli però.
Posted by: mattia at 25.01.06 15:06
Conosco africani che parlano dialetto strettissimo e non parlano italiano, iscritti alla UIL (africani in Veneto da prima generazione). Lavoro all'ufficio immigrazione.
Posted by: marta at 26.01.06 14:26