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29.11.05
Pimpa
Mia nipote, sette anni.
"Zio, questa sera abbiamo guardato i cartoni della Pimpa".
"E ti sono piaciuti?".
"Non lo so. Mi piacevano quando ero piccola".
Posted by giuliomozzi at 18:26 | Comments (4)
27.11.05
Uomo e donna
Mio nipote, otto anni.
"Zio! C'è la neve! Adesso facciamo l'uomo di neve!".
"Perché non una donna?".
"Le donne sono freddolose".
Posted by giuliomozzi at 08:52 | Comments (6)
25.11.05
Da dove
Mia nipote, sette anni.
"Zio, ma è vero che hai scritto un libro?".
"Sì".
"E da dove l'hai copiato?".
Posted by giuliomozzi at 09:22 | Comments (6)
21.11.05
Chi è il tassista?
Roma. Stazione ferroviaria. Siamo in tanti che aspettiamo i taxi. Arriva il mio turno. Salgo.
"Buonasera", dico.
"Buonasera", dice il tassista.
"Devo andare ai Prati Fiscali", dico.
"Prati Fiscali dove?", dice il tassista.
Dico la via.
"Non so dov'è", dice il tassista.
"Lo so io", dico. "Lei mi porti ai Prati Fiscali, e poi la guido".
"Adesso guardo sulla guida", dice il tassista.
"Non serve", dico io. "Quando siamo là, la so guidare".
"Senta", dice il tassista. "Il tassista sono io".
"Non ne dubito", dico.
"Quindi mi lasci fare", dice il tassista.
"Non glielo impedisco", dico.
Il tassista si mette a sfogliare la guida. Poi chiama un collega al telefono. Discutono. Alla fine della discussione il tassista dice: "Vuole che andiamo per di qua o per di là?", nominando due percorsi dei quali non so nulla, se non questo: che i tassisti mi propongono sempre l'uno o l'altro, io dico sempre: "Faccia lei", e alla fin fine il tempo che ci si mette è quello, e pure i soldi che spendo sono quelli.
"Non lo so", dico. "Faccia lei. E' lei il tassista".
"Ah", dice il tassista, "adesso devo fare io". E avvia l'automobile.
"Posso solo dirle", dico, "che se ci arriviamo per la Conca d'Oro, le so indicare dov'è la via; e se ci arriviamo per i Prati Fiscali, anche".
"E se ci arriviamo per una terza via?", dice il tassista.
"Non mi risulta che ci sia una terza via", dico.
"Le faccio vedere io", dice il tassista.
Effettivamente, dopo solo dieci minuti arriviamo dove devo arrivare per una via che non avevo mai vista. E pure il conto, alla fin fine, è più contenuto del solito.
Posted by giuliomozzi at 18:49 | Comments (8)
18.11.05
Poesia
Mia nipote, sette anni.
"Zio, oggi a scuola ho imparato una poesia".
"Brava. E che poesia è?".
"Non lo so".
Posted by giuliomozzi at 11:48 | Comments (3)
16.11.05
Dieci. Quindici. Venti.
Padova. Via dei Colli. E' l'una e ventisei di notte. C'è nebbia. Ho chiamato un taxi. Arriverà tra otto minuti.
Un'automobile rossa si ferma davanti a me, dall'altra parte della strada. Ci sono due uomini a bordo. Il passeggero scende. E' un uomo sui quaranta. Ha un bel cappotto.
"Chicchirichìììì!", grida l'uomo con il cappotto, rivolto verso le finestre della casa sotto la quale io aspetto il mio taxi.
Passano cinque, dieci secondi. Quindici.
"Chicchirichìììì!", grida di nuovo l'uomo con il cappotto.
Passano cinque, dieci secondi. Quindici. Venti.
L'uomo con il cappotto risale nell'automobile. L'automobile parte.
Dopo un paio di minuti l'automobile mi ripassa davanti.
"Chicchirichìììì!", grida dal finestrino l'uomo con il cappotto.
Un istante dopo arriva il mio taxi. Salgo a bordo.
"Còssa gàili, chéi là?", dice il tassista.
"Non lo so", dico. "Non so che dire".
"Mah", dice l'autista. "Par mì, a zé l'influénsa aviària".
Posted by giuliomozzi at 15:55 | Comments (6)
08.11.05
Un caffè
Suonano alla porta. Vado ad aprire. C'è un signore sui sessanta, brizzolato, dall'aria simpatica.
"Buongiorno", dico.
"Buongiorno", dice il signore. "Cercavo il signor Canella".
Ci penso un momento.
"Qui non c'è nessun Canella", dico. "Io non sono Canella, e qui non abita nessun Canella".
"Mi hanno dato questo indirizzo", dice il signore.
"Mi spiace", dico. "O le hanno dato un indirizzo sbagliato, o forse lei si è sbagliato. Questo è il 16b. Magari deve andare al 16, o al 16c".
Il signore tira fuori di tasca un post-it rosa.
"Via Comino, sedici bì", legge. "Primo piano, a sinistra".
"E' qui", dico.
"Però lei non è Canella", dice il signore.
"Non lo sono", dico. "E nessuno, in questo condominio, si chiama Canella". Mi viene un dubbio. "Se non è il nome da signorina della signora qui sopra".
"No", dice il signore, "il Canella che cerco io è un uomo sui quarantacinque".
"Vada di sopra a chiedere", dico. "Magari la signora è una Canella, e sa dirle qualcosa".
"Grazie", dice il signore.
"Buongiorno", dico.
Passano dieci minuti. Suonano ancora. Riapro. E' di nuovo il sessantenne simpatico.
"Mi scusi", dice. "Non ho osato chiederlo alla signora di sopra. Sono in viaggio da stamattina presto, vengo da Brà, in Piemonte, avrei bisogno di un bagno".
"Si figuri", gli dico. Faccio lo sguardo complice. "Tra uomini...".
Ridiamo. Gli mostro il bagno. Lo aspetto in cucina.
Quando lo vedo tornare, dico: "Mi sembra che questo Canella le stia molto a cuore".
"Sì", dice il signore.
"Vuole un caffè?", dico.
"Volentieri", dice il signore.
"Si accomodi", dico, allargando una delle sedie attorno al tavolo della cucina.
"Grazie", dice il signore.
Preparo la caffettiera, la metto sul fuoco. Mi siedo anch'io.
"Mi perdoni la curiosità", dico. "Ma chi è questo Canella per lei? E chi è lei per Canella?".
"E' una specie di parente", dice il signore. "Un secondo cugino, o giù di lì".
"E perché lei lo cerca?", dico.
"Per nessuna ragione precisa", dice il signore. "Semplicemente perché è scomparso".
"Ah", dico. "E da quando?".
"Da più di trent'anni", dice il signore.
"E' un po' tardi per mettersi in cerca", dico.
"E' una cosa che ho scoperta da poco", dice il signore. "Una mia zia più che novantenne, lei può immaginare, mi ha raccontato questa storia del nipote - ma non ho capito bene del nipote di chi, del figlio di chi - scomparso trent'anni fa".
"Scusi la brutalità", dico. "Ma sua zia ci sta con la testa?".
"Quanto basta", dice il signore. "La sua domanda è sensata".
Il caffè bolle. Mi alzo, spengo il fuoco, tiro fuori le tazzine.
"Zucchero?", dico.
"No, grazie", dice il signore.
"Bene", dico. "Allora andiamo d'accordo".
"Anche lei non prende zucchero?", dice il signore.
"Mi piace amaro", dico. "Vuole del latte?".
"Un goccio, sì", dice il signore.
"Ce l'ho da frigo", dico. "Vuole che lo scaldi? Non ci ho pensato prima".
"Da frigo va benissimo", dice il signore.
"Allora andiamo d'accordo anche su questo", dico.
Verso il caffè, prendo il cartone del latte dal frigo.
"Mi dica quando basta", dico.
"Basta così", dice il signore.
Verso un po' di latte anche nel mio caffè, metto via il cartone, torno a sedermi.
"Dunque lei si è messo a cercare questo parente", dico.
"Sì", dice il signore. "Ho cominciato facendo domande a tutti gli anziani della famiglia, ma non avevano molta voglia di rispondermi".
"Ma aveva fatto qualcosa che non andava bene, questo parente?", dico.
"Eh sì", dice il signore. "Ma nessuno mi diceva cosa".
"Un mistero familiare", dico.
"Ma, insomma, non poi un così grande mistero", dice il signore. "Alla fine si sono sbottonati, ed era successo semplicemente questo: il mio parente Canella...".
"Lei non è un Canella, dunque", interrompo.
"No, infatti", dice il signore. "Il mio parente aveva messa incinta una ragazza, cosa che all'epoca aveva la sua gravità, e per cavarsi dagli impicci non aveva trovato di meglio che tagliare la corda".
"Un padre esemplare", dico.
"Ma", dice il signore, "storie di tanti anni fa".
"Non che non succeda anche adesso", dico.
"Infatti", dice il signore. "Ma la cosa curiosa è questa: io, vede, ho uno studio da geometra. E in questo studio ho un collaboratore giovane, geometra anche lui, molto bravo, molto preparato, che finirà tra qualche anno per prendere in mano lo studio".
"E questo suo collaboratore giovane è il figlio del Canella", dico.
Il signore mi guarda.
"Mi perdoni", dico. "Non è che ne so qualcosa. Ho tirato a indovinare. Da come si mettevano le cose...".
"E infatti è così", dice il signore. "Io non lo sapevo. Non lo sapeva neanche lui. Lo sapeva bene sua madre, ma aveva creduto opportuno starsene zitta".
"Che è una scelta che ha tutto il suo senso", dico.
"Eh", dice il signore. "E' una scelta difficile. Dirlo o non dirlo. Questo o quello è comunque giusto e sbagliato insieme. Lei aveva scelto così".
"Lei ne ha parlato, dunque, con questo ragazzo", dico.
"Ormai è un uomo", dice il signore. "Ha trent'anni. Sì, gliene ho parlato. Prima ho parlato con sua madre, però".
"In somma", dico, "ha cercato di fare le cose per bene".
"Per bene", dice il signore. "Be', sì. Almeno di fare meno danni possibile".
"E adesso", dico, "si è messo in cerca di questo Canella".
"Sì", dice il signore.
"Posso chiederle di nuovo perché?", dico.
"Le confesso che non lo so bene", dice il signore. "Forse solo per dirgli che suo figlio è una brava persona. Per conoscere il padre di un gran bravo ragazzo, che per me è come un figlio".
"Lei ha figli?", dico.
"Appunto", dice il signore. "No". Sorride. "Si trovano sempre dei rimedi", continua. "Ci si affeziona". Fa un gesto vago con la mano destra. "C'è chi fa figli e non sa che farsene, e chi li desidera e non può averli".
"Ma il caso", dico, "il caso o il destino, scelga lei, ha in qualche modo ristabilito, per così dire, un certo equilibrio".
"E' così", dice il signore. "Più o meno". Mi accorgo che ha gli occhi rossi. "La giustizia segue vie tortuose, a volte", dice.
Decido di uscire da questa piega del discorso.
"E questo indirizzo", dico, "come l'ha avuto?".
"Mi sono rivolto a un'agenzia investigativa", dice il signore. "Mi hanno preso ottocento euro e mi hanno dato questo indirizzo".
"Io abito qui da un anno e mezzo", dico. "Chi ci abitava prima, non si chiamava Canella; e comunque erano due signore. Forse ha abitato qui prima di loro".
"E' possibile", dice il signore.
"Le cerco il telefono di queste signore", dico.
"Stavo per chiederglielo", dice il signore.
"Me l'immaginavo", dico.
Vado al tavolo. Cerco nel quaderno che mi fa da rubrica. Trovo il numero. Lo copio su un post-it giallo.
"Ecco", dico. "Credo che questo sia tutto quello che posso fare".
"Non è poco", dice il signore. Si alza. "La ringrazio", dice. "Anche del caffè".
"Si figuri", dico accompagnandolo alla porta. "Mi ha fatto piacere conoscerla".
C'è un momento di imbarazzo.
"Non ci siamo nemmeno presentati", dico.
"E' vero", dice il signore.
"Io sono giulio mozzi", dico tendendo la mano.
"Piacere", dice il signore stringendomi la mano. "Mario Bruneri".
Se ne va.
Posted by giuliomozzi at 11:17 | Comments (14)
07.11.05
Salopette
Mia nipote, sette anni.
"Zio, ho fatto una salopette alla Barbie".
"Con l'uncinetto?".
"Sì".
"E hai fatto tutto da sola?".
"No".
"Ti ha aiutata la mamma?".
"Sì".
"Ed è venuta bene?".
"Zio".
"Sì".
"Perché fai sempre tante domande?".
Posted by giuliomozzi at 11:31 | Comments (4)
05.11.05
Sedici ore e ventisette minuti
Stazione di Milano, biglietteria.
"Buongiorno", dico. "Vorrei sapere se è possibile andare in treno da Bassano in Teverina a Busseto".
"Vediamo", dice l'impiegato.
Si volta verso il computer.
"Quale Bassano ha detto?", dice l'impiegato.
"In Teverina", dico. "Bassano in Teverina".
"Bene", dice l'impiegato.
Preme qualche tasto, muove il mouse.
"Quando deve farlo, questo viaggio?", dice l'impiegato.
"Giovedì prossimo", dico.
"Bene", dice l'impiegato.
Preme qualche altro tasto, muove ancora il mouse.
"Ci sono diverse soluzioni", dice l'impiegato.
"Bene", dico.
"A che ora vuole essere a Busseto?", dice l'impiegato.
"Alla sera del giovedì", dico. "O alla mattina presto del venerdì. Se ci sono anche dei treni notturni".
"Sì", dice l'impiegato. "Guardi: c'è una soluzione da sei ore e diciotto minuti, che però è anche la più costosa perché c'è una tratta in Cisalpino; oppure una da otto ore e ventidue minuti, una da undici ore e cinquantaquattro minuti, una da tredici ore e quattro minuti, una da sedici ore e ventisette minuti".
"La più economica?", dico.
"Ma", dice l'impiegato, "tolte le due sotto le dieci ore, tutte le altre soluzioni costano pressappoco lo stesso".
"E come numero di cambi?", dico.
"E' lo stesso", dice l'impiegato. "Tranne la soluzione da sei ore e diciotto, che ha tre cambi per quattro treni, tutte le altre hanno quattro cambi per cinque treni".
"E la più poetica?", dico.
"Non ho capito", dice l'impiegato.
"Voglio dire", dico, "che se devo farmi da sei a sedici ore di treno, tanto vale che cerchi di fare il viaggio più poetico".
"Ad esempio?", dice l'impiegato.
"Non so", dico. "Immagino che per arrivare a Busseto si passi per Fidenza".
L'impiegato dà un'occhiata al computer. "Sì", dice, "c'è il cambio a Fidenza".
"Ecco", dico, "Fidenza-Busseto mi sembra un percorso abbastanza poetico. Il cuore del cuore della pianura padana".
"Ma sono solo dieci minuti", dice l'impiegato.
"Questo è vero", dico.
"Ci sarebbe anche il tratto da Bassano in Teverina ad Attigliano-Bomarzo", dice l'impiegato continuando a guardare il computer, "che se non altro ha dei bei nomi".
"Belli davvero", confermo.
"Però sono solo quattro minuti", dice l'impiegato.
"Si può sempre sperare in un ritardo", dico.
"Mi pare già abbastanza poetico sperare in un ritardo", dice l'impiegato.
"Senta", dico, "non è che una delle soluzioni più lunghe contempla una lunga attesa del treno corrispondente, in piena notte, in una stanzioncina di campagna?".
"Veramente no", dice l'impiegato guardando il computer. "Al massimo posso offrirle ina lunga attesa del treno corrispondente, in piena notte, alla stazione di Bologna".
"Che però non è male", dico.
"Mi dicono che c'è un sacco di vita", dice l'impiegato.
"Ho sentito dire anch'io", dico.
"Allora le faccio il biglietto per la soluzione da sedici ore e ventisette minuti?", dice l'impiegato.
"Eh, potrebbe essere un'idea", dico.
"Scusate", dice una voce alle mie spalle.
Mi volto. C'è un distinto signore in giacca, cravatta e borsa di pelle. Dietro di lui, una dozzina di altre persone.
"Scusate", dice il distinto signore. "Non per interferire, ma dobbiamo fare il biglietto anche noi".
"Avete ragione", dico. Mi volto verso l'impiegato. "Vada per la soluzione più lunga".
"Procedo", dice l'impiegato.
Fa le operazioni. Mi consegna un fascio di biglietti. Pago. Nel darmi il resto, l'impiegato avvicina la fronte al vetro e sussurra: "Sa, la capisco. Anch'io scrivo poesie".
"Specialmente di notte?", sussurro.
"Specialmente di notte", dice l'impiegato.
"Allora auguri", dico raccogliendo biglietti e resto. "E grazie".
Posted by giuliomozzi at 10:19 | Comments (6)
02.11.05
Salgari
Mio nipote, otto anni.
"Zio, ho cominciato a leggere Le tigri di Mompracem".
"Bene. E ti piace?".
"Non lo so. Fanno tutti delle cose così strane".
Posted by giuliomozzi at 10:51 | Comments (2)