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31.10.05

Dichiarazione di errore

Suona il telefono fisso. Rispondo.
"Buongiorno", dice una voce femminile, "Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari. Il dottor Mozzi?".
"Buongiorno", dico. "Sono giulio mozzi". Non dico: "E non sono dottore".
"La chiamo in relazione al nostro fax protocollo 4558", dice la voce.
"Sì", dico.
Non ho alcun dubbio. In vita mia, ho ricevuto un solo fax - due settimane fa - dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Si tratterà di quello.
"In effetti", dice la voce, "la chiamo in relazione alla sua risposta al predetto fax".
"Sì", dico.
Il fax era un invito a partecipare, l'11 dicembre prossimo, alle ore 18, nell'ambito della Fiera nazionale della piccola e media editoria, a Roma, a una tavola rotonda dal titolo: "Piccola e media editoria e nuova letteratura - Il ruolo dei piccoli e medi editori nella scoperta e nel lancio di nuovi narratori italiani". La mia risposta consisteva nel medesimo fax, rispedito al mittente con la mia firma sotto dove c'era scritto: "Per accettazione".
"Ecco", dice la voce, "il suo fax ci risulta inviato il 5 giugno scorso".
"Ah", dico. "Un momento".
Faccio mente locale. Allungo un braccio. Prendo il raccoglitore Aquila con la dicitura: "Convegni". Lo apro. La busta trasparente con l'invito del Ministero e la copia della mia risposta è la prima. Guardo la data che il mio fax ha stampigliata sul bordo superiore del foglio: effettivamente, è la data del 5 giugno scorso.
"Vedo", dico. "E' che quando manco da casa per qualche giorno, stacco tutto. Poi dovrei ogni volta rimettere a posto l'orologio del telefono, ma non lo faccio mai".
"Lei capirà", dice la voce, "che è impossibile che lei abbia inviata la sua risposta il 5 giugno scorso, avendo ricevuto l'invito il 13 ottobre".
"Ne convengo", dico.
"Quindi abbiamo un problema", dice la voce.
"No", dico. "Basta che lei scriva sul foglio: ricevuto il 13 ottobre".
"Non posso assumermi questa responsabilità", dice la voce.
"Mi scusi", dico, "io se vuole le rimando il fax controfirmato tra cinque minuti, il tempo di rimettere a posto l'orologio del telefono. Non è un problema".
"Il problema rimane", dice la voce. "Perché se lei mi invia ora un nuovo fax, noi ci ritroviamo con due fax di risposta. Il che è impossibile".
"Be'", dico, "quello con la data sbagliata lo buttate via".
"Impossibile", dice la voce. "E' già stato protocollato".
Conto silenziosamente fino a dieci.
"Lei ha una soluzione da proporre?", dico.
"Sì", dice la voce.
"Mi dica", dico.
"Lei ci deve inviare innanzitutto una dichiarazione di nullità del fax che ci ha spedito in data 5 giugno", dice la voce.
"Sì", dico.
"In tale dichiarazione le dovrà dichiarare di avere spedito il fax in data 5 giugno per errore", dice la voce.
"Ma", dico, "posso dichiarare che quando, il 13 ottobre, ho spedito il fax, l'orologio del mio telefono era erroneamente posizionato sul 5 giugno".
"No", dice la voce, "questo non è possibile".
"Perché?", dico.
"Lei può dichiarare di aver commesso un errore. Non può dichiarare che una macchina ha commesso un errore", dice la voce.
"Perché", dico, "le macchine non commettono mai errori?".
"Non è questo il punto", dice la voce. "Il punto è che le macchine non possono emettere dichiarazioni, e pertanto non è possibile emettere dichiarazini a nome di una macchina".
"Ho capito", dico.
"Lei quindi ci manda questa dichiarazione di errore", dice la voce.
"Sì", dico. "Allo stesso numero di fax al quale ho inviata l'adesione all'invito?".
"No", dice la voce. "La dichiarazione di errore va inviata per raccomandata senza avviso di ricevimento. Se ha una penna, le detto l'indirizzo".
"Un momento", dico. Prendo la penna. "Sono pronto", dico.
La voce femminile mi detta l'indirizzo.
"Bene", dico quando abbiamo finito. "E poi?".
"Poi noi accuseremo ricevuta", dice la voce.
"Va bene", dico. "E poi?".
"Poi lei potrà inviare la risposta, con la data esatta, via fax", dice la voce.
"Va bene", dico.
Mi viene un dubbio.
"Mi scusi", dico.
"Prego", dice la voce.
"Quale data dovrà riportare la mia risposta, quando ve la rispedirò?", dico.
"Una data successiva al 13 ottobre", dice la voce, "e precedente l'11 novembre, che è la data ultima per aderire".
"Ma facciamo in tempo a fare tutto questo giro con la raccomandata eccetera?", dico.
"Dottor Mozzi", dice la voce.
"Mi dica", dico.
"Guardi che qui non stiamo mica con le mani in mano", dice la voce.

Posted by giuliomozzi at 15:05 | Comments (10)

29.10.05

Lì, qui

Mio nipote, otto anni.
"Zio, dove sei?".
"A Roma".
"E fa freddo lì?".
"No".
"E perché qui sì?".
"Perché siete più a Nord".
"Però siamo stati buoni".

Posted by giuliomozzi at 13:12 | Comments (4)

25.10.05

Non è problema

Sono le sette e mezzo di sera. Ho appena ricevuto in regalo un libro: La sfida dell'altro. Le scienze psichiche in una società multiculturale, a cura di Mario Galzigna (Marsilio). Decido di prendere un aperitivo.
Entro in un bar.
"Dica", dice la ragazza al banco.
"Uno spritz al Campari", dico.
Mentre la ragazza prepara lo spritz, osservo il tavolo degli spuncioni. Ci sono olive, patatine, tacos, fette di pane ricoperte da una salsa bianchiccia, una terrina di insalata di riso.
Prendo una fetta di pane. La mordo.
"Ecco", dice la ragazza appoggiando lo spritz sul banco. "Sono tre euro".
La fetta di pane mi ingombra. Il libro mi ingombra. Poso il libro su uno dei tavolini. Prendo una salvietta di carta. Appoggio la salvietta di carta sul banco e ci metto sopra la fetta di pane. Tiro fuori il portafoglio, lo apro, tiro fuori tre monete da un euro, le poso sul banco, rimetto il portafoglio in tasca. Con la mano destra prendo il bicchiere dello spritz, con la sinistra la fetta di pane.
Do un altro morso.
Entra una ragazza alta, bionda, con jeans attillati e un giubbino bianco. Appesa alla spalla destra ha una borsetta bianca; alla mano sinistra ha appesa una busta di plastica bianca. Va al banco. Ordina un bicchiere di vino bianco. Lo riceve. Lo paga. Va a sedersi a una delle sedie del tavolino su quale ho posato il mio libro. Tiene la borsetta alla spalla, posa la busta di plastica sopra il tavolino.
Io finisco di mangiare la mia fetta di pane. Prendo un'oliva.
Vedo la ragazza alta prendere il mio libro e metterlo dentro la busta di plastica.
Mi domando: quali oscure ragioni possono spingere una persona a rubare un libro di psichiatria multiculturale?
Ho ancora mezzo spritz nel bicchiere. Mi libero del nocciolo dell'oliva. Mi avvicino alla ragazza alta.
"Chiedo scusa", dico, "ma ho credo che lei abbia messo per errore nella sua busta di plastica un libro che è mio".
La ragazza alta guarda da un'altra parte.
"Quel libro lì", dico indicando il libro che si intravede nella busta di plastica semiaperta, "è mio".
La ragazza alta si concentra sul suo bicchiere di vino bianco.
"Senta", dico, "mi ascolti. Lei ha preso dal tavolino un libro, che è mio, e se l'è messo nella sua busta di plastica. Le chiedo di restituirmelo".
La ragazza alta afferra la busta di plastica, la sistema in modo che il libro non si veda più.
"Per piacere", dico, "mi restituisce il mio libro?".
La ragazza, guardando il suo ginocchio destro, dice qualcosa.
"Non ho capito", dico.
La ragazza alta, guardando la punta del suo stivale destro, dice qualcosa.
"Non ho capito", dico. "Se vuole dirmi qualcosa, almeno mi guardi in faccia".
La ragazza non dice niente.
"Che cosa mi stava dicendo?", dico, piegandomi, avvicinando la mia faccia alla sua faccia.
"Per me non è problema", dice la ragazza.
"Allora", dico raddrizzandomi, "se non è un problema, mi restituisce il mio libro?".
La ragazza guarda da un'altra parte. All'improvviso si alza in piedi. Non ho capito il movimento, ma vedo che la sua borsetta bianca è per terra. Il portafoglio è uscito fuori, e sta per terra un metro più in là della borsa.
La ragazza alta si alza, lascia la busta di plastica sul tavolino, fa per uscire, si muove concitata, torna indietro di due passi, raccoglie la borsetta bianca da terra, esce dal bar.
Io non faccio niente.
Nel bar c'è un po' di agitazione.
La ragazza del banco esce da dietro il banco. Raccoglie da terra il portafoglio. Mi lancia un'occhiata. Esce. Si ferma sulla soglia, guarda di qua e di là, cerca con gli occhi la ragazza alta.
Dentro, tutti guardano me.
Io poso sul banco il bicchiere di spritz, non ancora del tutto vuoto. Mi domando quale sia, esattamente, il mio ruolo. Sarò accusato di molestie, o solo di un tentativo di borseggio? Qual è la strategia della ragazza alta? Il suo è un comportamento abituale od occasionale? Perché ha lasciata la busta di plastica sul tavolino? La fuoriuscita del portafoglio dalla borsa era programmata? In che modo si guadagna da vivere la ragazza alta? In questo modo?
Decido che non me ne frega niente. A me, la psichiatria multiculturale mi interessa un casino. E poi non posso farmi soffiare un libro sotto il naso, così.
Finisco di bere lo spritz. Poso il bicchiere vuoto sul banco. Sotto gli occhi di tutti prendo il mio libro dalla busta di plastica abbandonata sul tavolino. Esco.
La ragazza alta è fuori dal bar, dieci metri più in là. Grida in faccia alla ragazza del banco. Quando esco, mi indica.
Mi fermo lì, con il mio libro in mano.
La ragazza del banco mi guarda.
La ragazza alta continua a gridare per un po', poi smette. Mi rendo conto che non è italiana.
Decido di andarmene.
In quel momento arriva un'automobile della polizia. Si ferma davanti al bar.
Il titolare del bar si affaccia alla porta.
La ragazza alta si butta verso l'automobile della polizia. Uno dei due poliziotti abbassa il finestrino. La ragazza alta si piega. Spiega concitatamente, in un italiano imperfetto, che io ho cercato di derubarla. Per fortuna la ragazza del banco le ha ricuperato il portafoglio. Ma non è detto che ci siano ancora i soldi dentro.
Mi rendo conto che il portafoglio è ancora nelle mani della ragazza del banco.
I due poliziotti escono dall'automobile. Uno resta vicino all'automobile. L'altro si avvicina.
"Chi ha chiamato?", dice Giusè.
"Io", dice il titolare del bar, dalla soglia.
"E' stato lei?", dice Giusè affrontandomi.
"Dipende", dico io.
"In che senso, dipende?", dice Giusè.
"Lei mi domanda se sono stato io a fare che cosa?", dico.
Giusè sospira.
"E' lei", e indico la ragazza alta, "che ha cercato di rubarmi un libro", dico.
"Un libro?", dice Giusè.
"Sì", dico. "Un libro di psichiatria multiculturale. Questo", aggiungo porgendo il libro.
"Questo?", dice Giusè indicandolo libro.
"Sì", dico.
"Ma se ce l'ha in mano", dice Giusè.
"Me lo sono ripreso", dico.
"Lo ha preso dalle mani della signora?", dice Giusè.
"No", dico. "La signora lo aveva messo dentro una sua busta di plastica, che è lì", mi volto e indico il tavolino all'interno del bar, ancora con la busta di plastica posata sopra. "Quando è corsa fuori dal locale, me lo sono ripreso".
"Lo ha ripreso dalla busta della signora?", dice Giusè.
"Lo ho ripreso dalla busta che la signora aveva con sè", dico. "Ma non so se era sua".
Giusè si volta. "Tonino!", dice, rivolto al collega. "Chiedi alla signora se quel sacchetto lì", e si volta di nuovo per indicarlo, e poi ancora di nuovo per rivolgersi a Tonino, "è suo".
"Perché non glielo chiedi tu, Giusè", dice Tonino. La frase non ha alcuna intonazione interrogativa.
"Io sto qui con lui", dice Giusè.
"Quella borsa non è mia", dice la ragazza alta.
C'è un momento di silenzio.
"La signora dice che quella borsa non è sua", dice Giusè.
"Non so che farci", dico. "Quando è entrata nel bar l'aveva con sé".
"Quindi lei sostiene che è sua?", dice Giusè.
"No", dico. "Sostengo che l'aveva con sé quando è entrata nel bar".
"E che differenza fa?", dice Giusè.
"Fa una bella differenza", dico.
"Lei ci ha comunque messo le mani dentro", dice Giusè.
"Sì", dico. "Per riprendermi questo libro".
Di nuovo, per dare maggiore enfasi, porgo il libro. Giusè lo afferra. Legge il titolo.
"Di che cosa parla?", dice Giusè.
"Non lo so bene", dico. "Di psichiatria multiculturale, credo. L'ho ricevuto in dono mezz'ora fa".
"Ah", dice Giusè. "E da chi?".
"Dal curatore", dico.
"Dal che?", dice Giusè.
"Dal curatore stesso del libro", dico. "E' come se lo avessi ricevuto dall'autore".
"Ah, dall'autore", dice Giusè.
Volta la testa.
Seguo il suo sguardo. Vedo la ragazza alta, furente, in piedi di fianco all'automobile. Vedo Tonino che fuma, mezzo seduto sul cofano.
Giusè si volta di nuovo verso di me.
"Lei può provare di aver ricevuto in dono questo libro?", dice.
"Sì", dico. "Basta telefonare a chi me l'ha donato. Se vuole le do il numero".
Tiro fuori il telefono portatile dal taschino.
"Non serve", dice Giusè.
Si volta verso Tonino.
"Che ne dici, Tonino?", dice.
"Il caso è grave", dice Tonino.
"Ti pare?", dice Giusè.
"Sì", dice Tonino. "Simulazione di reato, come minimo. O incauto allarme. Fors'anche tentativo di adescamento".
"Non credo che la signora abbia tentato di adescarmi", dico.
"No", dice Tonino. "Lei ha tentato di adescare la signora".
"Ah", dico.
Tonino butta la sigaretta, si avvicina. "Lei ha tentato di adescare la signora regalandole un libro di psichiatria multiculturale", dice. "Purtroppo la signora, essendo un caso psichiatrico e appartenendo a un'altra cultura, non ha gradito l'approccio e ha reagito come ha reagito. Lei, insoddisfatto della conclusione della faccenda, si è ripreso il libro. Conferma o nega?".
"Nego", dico.
"Tonino, sei fuori?", dice Giusè.
"Vuoi che torni dentro?", dice Tonino.
"Tonino, non dire stronzate", dice Giusè.
"Sono serissimo", dice Tonino. "Per me il caso è chiuso. Adesso salutiamo questi signori e andiamo a fare il lavoro vero".
"E la signora?", dice Giusè.
"Quale signora?", dice Tonino.
"Quella signora lì", dice Giusè indicando la ragazza alta.
"Ah", dice Tonino. "Io le farei il controllo del tasso alcolico".
"Dici?", dice Giusè.
"L'ho annusata", dice Tonino. "Il mio fiuto non m'inganna".
"Ho capito", dice Giusè. Si volta verso di me. "Comunque", comincia a dire.
"Sì, lo so", dico. "Comunque, non dovevo mettere le mani nella busta di plastica della signora. Ma mica sapevo che stavate arrivando".
"Noi arriviamo sempre", dice Tonino.
Tornano all'automobile.
"Vaffanculo", grida la ragazza alta. Si rivolge a me. "Vaffanculo", dice. Si rivolge agli agenti. "Vaffanculo".
"Compermesso", dice Tonino, scostandola. Sale a bordo. Giusè è già salito. L'automobile parte sgommando.
C'è un momento di vuoto.
Mi rendo conto che sul marciapiede si è radunata una piccola folla. Mi volto. Il titolare del bar mi guarda con ostilità. La ragazza alta mi guarda con ferocia. La ragazza del banco mi guarda come si guarda uno stupratore.

Posted by giuliomozzi at 22:12 | Comments (14)

Oppure

Torno ora. Sono in giro da quattro giorni: sono stato a Milano, Mantova, Verona, Piacenza, e ancora Milano. Sono quasi le tre di notte. Trovo un biglietto infilato sotto la porta. Il biglietto dice:
"Zio, siamo passati ma non ti abbiamo trovato. La prossima volta passiamo di notte, così magari ti troviamo. Oppure vieni tu da noi, ma di giorno".

Posted by giuliomozzi at 03:03 | Comments (0)

20.10.05

Una camera

Suona il telefono mobile. Rispondo.
"Buongiorno", dico. "Sono giulio mozzi".
"Buongiorno", mi dicono, "qui è l'hotel Tale. Lei è Giulio Mozzi?".
"Sì", dico.
"Lei ha prenotato presso di noi una camera per la notte di sabato 22 ottobre?".
"Sì", dico.
"Una camera singola con bagno?".
"Sì", dico.
"Senza colazione?".
"Sì", dico.
"Lei ieri alle diciassette e quarantadue ci ha spedito il fax di conferma della prenotazione?".
"Sì", dico.
"Nel fax lei ci ha fornito gli estremi della sua carta di credito?".
"Sì", dico.
"Gli estremi della sua carta di credito sono questo questo e questo?".
"Sì", dico.
"Lei ci ha comunicato che arriverà presso di noi nel primo pomeriggio?".
"Sì", dico.
"Lei ci ha confermato di essere a conoscenza che in caso di ritardo, e comunque tassativamente non oltre le diciannove, dovrà telefonarci per conferma?".
"Sì", dico.
"Lei ci ha comunicato di non aver bisogno del posto macchina?".
"Sì", dico.
"Bene, signor Mozzi. Allora è tutto a posto. La aspettiamo sabato 22 ottobre nel primo pomeriggio per una camera singola con bagno senza colazione senza posto macchina con conferma tassativa entro le diciannove di sabato stesso. Buona giornata".
"Buona giornata a lei", dico.

Posted by giuliomozzi at 16:58 | Comments (6)

18.10.05

Perché vai

Mio nipote, otto anni.
"Zio, sei tornato?".
"Sì".
"Questa notte?".
"Sì".
"Ma perché vai in giro di notte?".

Posted by giuliomozzi at 09:25 | Comments (6)

17.10.05

Quando dormiamo

Mio nipote, otto anni.
"Zio, ma quando torni?".
"Questa notte".
"Quando noi dormiamo di già?".
"Sì".
"Non è mica giusto".

Posted by giuliomozzi at 09:41 | Comments (6)

10.10.05

Settant'anni

Eurostar delle 08.55 da Milano a Padova. Sono in carrozza 6, posto 58. Sto leggendo I vivi e i morti, romanzo di G. A. Borgese, Edizioni Mondadori. L'ho comperato qualche settimana fa su una bancarella. E' un libro del quale non so niente, non so nemmeno quando sia stato pubblicato. Guardo dietro il frontespizio. La data di pubblicazione è il 30 aprile del 1923. Il mio primo libro, Questo è il giardino, è stato pubblicato esattamente settant'anni dopo, il 30 aprile del 1993. Mi domando se ciò significhi qualcosa; e mi rispondo: no, non significa un bel niente. L'unica cosa certa è che se qualuno leggerà ancora il mio libro settant'anni dopo la pubblicazione (cioè nel 2063), per allora io sarò morto.

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Posted by giuliomozzi at 17:54 | Comments (12)

09.10.05

Metodo

Mio nipote, otto anni.
"Zio, ieri pomeriggio sono stato sempre in giardino".
"E che cosa hai fatto?".
"Ho scavato i buchi per terra".

Posted by giuliomozzi at 07:20 | Comments (4)

07.10.05

Mancanze

In treno, sull'eurostar da Padova a Milano, circa all'altezza di Peschiera del Garda.
"Dove va?", mi dice il controllore incrociandomi nel corridoio.
"Al bar", dico.
"Oggi è chiuso", dice il controllore.
"Ah", dico. "E mi sa dire dove c'è un bagno che funziona?".
"Non ce n'è", dice il controllore. "Sono rotti tutti".
Ci guardiamo.
"E siamo anche in ritardo di cinquanta minuti", dico.
"Già", dice il controllore.
Ci guardiamo ancora.
"Non dica niente", dice il controllore. "Non dica niente". Mi si avvicina, mi sussurra all'orecchio: "Io è da Vicenza che ci ho un bisognino...".

Posted by giuliomozzi at 09:04 | Comments (4)

06.10.05

Cartotecnica

Entro in cartoleria.
"Buongiorno", dico. "Vorrei dei post-it rosa, di formato standard, quelli quadrati".
"Che cosa deve fare?", dice la cartolaia.
"Sono fatti miei", dico.
"Ecco, vede", dice la cartolaia, "anche lei commettere questo errore".
"Quale errore?", dico.
"Lei considera la cartoleria come un semplice magazzino di prodotti", dice la cartolaia.
"E invece?", dico.
"E invece", continua la cartolaia, "la cartoleria non è un semplice magazzino di prodotti, bensì un'agenzia che può offrire al cliente una vera e propria consulenza non solo in materia cartotecnica, ma per tutta la gestione dell'ufficio".
"Vabbè", dico. "E nello specifico?".
"Nello specifico, ci sono molti tipi di post-it", dice la cartolaia, "studiati apposta per diversi impieghi. Lei che cosa deve fare?".
"Senta", dico, "che cosa devo fare lo so io. Lei ha intenzione di violare la mia privacy?".
"In una corretta relazione cliente-consulente", dice la cartolaia, "ci si dice tutto".
"Invece", dico, "in una corretta relazione cliente-fornitore, il cliente chiede una determinata cosa, e il fornitore la fornisce".
"Vede?", dice la cartolaia. "Questa è mentalità da old economy".
"Va bene", dico, "le dirò la verità. Si tratta di una perversione sessuale".
"Interessante", dice la cartolaia. Si china, tira fuori una scatola da sotto il banco. "Ad esempio, abbiamo qui dei bellissimi post-it in latex nero lucido".
"Non so che cosa farmene", dico. "Noi abbiamo bisogno dei post-it rosa".
"Ma se il suo consulente cartotecnico le suggerisce di provare questi?", dice la cartolaia, appoggiando sul banco una confezione di post-it in latex nero lucido.
"Non ho intenzione di accettare il suggerimento", dico. "Come ogni vero perverso, so esattamente di che cosa ho bisogno; e tutto il resto non mi fa niente".
"Niente?", dice la cartolaia.
"Niente", dico. "Abbiamo provato anche con i quaderni a quadretti".
"E... Niente?", dice la cartolaia.
Allargo le braccia, sospiro.
"Quindi lei ha gettato la spugna", dice la cartolaia. "Ha definitivamente rinunciato alla sperimentazione".
"E' così", dico. "Non voglio altro che dei post-it rosa; e che siano rosa è la cosa fondamentale. Poi, se sono del formato standard, quello quadrato, meglio ancora".
"Lei mi delude", dice la cartolaia. "Perché porre limiti alla sperimentazione? Perché non esplorare le infinite possibilità della propria perversione? Perché abbandonarsi alla noia della consuetudine?".
"Senta", dico, "ma lei i post-it rosa ce li ha o no?".
"No", dice la cartolaia.

Posted by giuliomozzi at 08:27 | Comments (6)

05.10.05

Mica

Mio nipote, otto anni.
"Oggi a scuola abbiamo fatto sempre l'aritmetica".
"E ti sei annoiato?".
"Non vado mica a scuola per divertirmi".

Posted by giuliomozzi at 00:58 | Comments (5)

03.10.05

Canzone

Otto di mattina. Sono in albergo. Scendo a fare colazione.
Non c'è nessuno.
Sul mio tavolo c'è un piatto con un croissant e un cestino con sei confezioni da due di fette biscottate e sei confezioni monouso di marmellata di ciliegie.
Vado a guardare sugli altri tavoli: c'è solo marmellata di ciliegie.
Non sopporto la marmellata di ciliegie, ma questo evidentemente è un problema mio.
Arriva il ragazzo del bar. Gli chiedo una tazza di latte.
«Caldo?», dice il ragazzo del bar.
«Sì», dico, «caldo».
«Quanto caldo?», dice il ragazzo del bar.
«Caldo», dico. «Faccia lei».
«Allora lo faccio abbastanza caldo», dice il ragazzo del bar.
«Va bene», dico.
«Caffè?», dice il ragazzo del bar.
«No, grazie», dico.
Il ragazzo del bar se ne va. Arriva una signora con un ragazzino. La signora ha jeans attillati, maglia leopardata, stivaletti, foulard verde al collo. I capelli sono color rame, scuro, con delle ciocche che vanno di qua e di là. Il ragazzino ha una tuta da ginnastica grigia e azzurra, scarpe da ginnastica, capelli corti corti; è grassoccio.
Mi accorgo che il ragazzino cammina un po' a stento. La signora lo tiene per mano. Dall'altezza, il ragazzino potrebbe avere dodici anni. Ha la faccia inespressiva, la bocca semiaperta.
Si siedono. La signora aiuta il ragazzino a sedersi.
Arriva il mio latte.
«Sicuro che non vuole caffè?», dice il ragazzo del bar.
«Non lo voglio, grazie», dico.
«Magari decaffeinato?», dice il ragazzo del bar.
«No, grazie», dico.
A questo punto potrei far notare che il caffè di ieri mattina era spaventoso; ma ci rinuncio. Il croissant invece è ottimo; e il latte è un latte intero, normale, non Uht.
«Gnà-gnà», dice il ragazzino.
«Vuoi le fette biscottate con la marmellata?», dice la signora.
«Gnàa», dice il ragazzino.
La signora comincia a preparare le fette biscottate.
Il ragazzino gioca con il cucchiaio. Lo sbatte contro il piatto.
«No, Gianni», dice la signora.
«Gnà-gnaaaa», dice il ragazzino.
«Un momento», dice la signora. «Ecco». Porge la fetta biscottata al ragazzino. Il ragazzino smette di giocare con il cucchiaio. Prima di riuscire ad afferrare la fetta biscottata, fa un paio di tentativi a vuoto.
«Attento, adesso», dice la signora.
«Gg-gnà», dice il ragazzino, masticando.
Arriva il ragazzo del bar.
«Che cosa vi porto?», dice.
«Un cappuccino e un succo di frutta», dice la signora.
«Che succo?», dice il ragazzo del bar.
«Pesca, pera, albicocca», dice la signora. «Basta che non siano agrumi».
«Niente latte per lui?», dice il ragazzo del bar indicando col mento il ragazzino.
«No», dice la signora, «lui prende il succo di frutta».
«Gnò», dice il ragazzino.
«Ah, capisco», dice il ragazzo del bar.
Mi domando che cosa avrà capito.
Il ragazzo del bar si allontana.
«Ne vuoi un'altra?», dice la signora.
«Gnè», dice il ragazzino.
«Te la preparo», dice la signora.
«Gne-é-è! Gne-é-è!», dice il ragazzino. Comincia a sbattere il cucchiaio sul tavolo.
«Il succo di frutta arriva adesso», dice la signora. «Non preoccuparti».
Il ragazzino smette di sbattere il cucchiaio.
«Ecco», dice la signora, porgendogli la nuova fetta biscottata. «Sei stato bravo, Gianni, non ti sei sporcato».
Arriva il ragazzo del bar. Posa sul tavolo, dalla parte della signora, la tazza del cappuccino e il bicchiere di succo di frutta.
«Grazie», dice la signora.
«Gnògne», dice il ragazzino, masticando.
«Prego», dice il ragazzo del bar.
Uscendo dalla sala, il ragazzo del bar si ferma davanti alla radio. La accende. Il volume è molto alto. Il ragazzo del bar lo abbassa. Esce dalla sala.
C'è una pubblicità. Un'offerta di lancio di un'automobile Mazda.
Io ho finita la colazione. E non sopporto la radio a quest'ora. Sto per alzarmi.
La pubblicità finisce, comincia subito una canzone italiana. La riconosco, non saprei dire cos'è e chi la canta, è una delle canzoni che si sono sentite quest'estate.
Mi alzo.
Il ragazzino, con mezza fetta biscottata ancora in mano, comincia a cantare la canzone della radio. Canta: «Gnè, gnegnegnegnegnegnè, gnà, gnàaa, gni gnegnegnegnegnegnè, gnà gnàaaa».
Il ragazzino non sa formare una sola parola, ma è intonato. Canta, a quel modo, le strofe e i ritornelli. Io non oso muovermi. Il ragazzo del bar si affaccia alla porta. Guarda la radio, come uno che sta pensando se spegnerla, alzare il volume o non fare niente.
Non fa niente.

Posted by giuliomozzi at 23:05 | Comments (8)

Das ist meine zimmer

San Giovanni Rotondo, sabato sera. Rientro in albergo. Salgo al secondo piano. Un pellegrino giapponese (esistono pellegrini giapponesi) sta armeggiando con la serratura della mia stanza.
Mi avvicino.
Il pellegrino mi ignora. Evidentemente è convinto che quella sia la sua stanza.
«Questa è la mia stanza», dico. «This is my room. Celle-ci est ma chambre. Das ist meine zimmer. Esta està mia càmera», gli dico in tutte le lingue che conosco o che non conosco.
Il pellegrino giapponese continua ad armeggiare con la serratura. La sua chiave entra, ma non gira.
«Mi scusi», dico. «Sorry». Gli tocco la spalla. Il pellegrino giapponese fa mezzo passo indietro, mi guarda. Suppongo che sia stupito.
Gli metto davanti agli occhi la mia chiave. Gli faccio vedere il pendaglio con il numero: 203. Gli indico il numero sulla porta: 203. Infilo la chiave nella serratura. La giro. La porta si apre.
«Ecco», dico.
Il pellegrino giapponese mi sorride. S'infila dentro la stanza e mi chiude fuori.

Posted by giuliomozzi at 11:59 | Comments (8)