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03.10.05

Canzone

Otto di mattina. Sono in albergo. Scendo a fare colazione.
Non c'è nessuno.
Sul mio tavolo c'è un piatto con un croissant e un cestino con sei confezioni da due di fette biscottate e sei confezioni monouso di marmellata di ciliegie.
Vado a guardare sugli altri tavoli: c'è solo marmellata di ciliegie.
Non sopporto la marmellata di ciliegie, ma questo evidentemente è un problema mio.
Arriva il ragazzo del bar. Gli chiedo una tazza di latte.
«Caldo?», dice il ragazzo del bar.
«Sì», dico, «caldo».
«Quanto caldo?», dice il ragazzo del bar.
«Caldo», dico. «Faccia lei».
«Allora lo faccio abbastanza caldo», dice il ragazzo del bar.
«Va bene», dico.
«Caffè?», dice il ragazzo del bar.
«No, grazie», dico.
Il ragazzo del bar se ne va. Arriva una signora con un ragazzino. La signora ha jeans attillati, maglia leopardata, stivaletti, foulard verde al collo. I capelli sono color rame, scuro, con delle ciocche che vanno di qua e di là. Il ragazzino ha una tuta da ginnastica grigia e azzurra, scarpe da ginnastica, capelli corti corti; è grassoccio.
Mi accorgo che il ragazzino cammina un po' a stento. La signora lo tiene per mano. Dall'altezza, il ragazzino potrebbe avere dodici anni. Ha la faccia inespressiva, la bocca semiaperta.
Si siedono. La signora aiuta il ragazzino a sedersi.
Arriva il mio latte.
«Sicuro che non vuole caffè?», dice il ragazzo del bar.
«Non lo voglio, grazie», dico.
«Magari decaffeinato?», dice il ragazzo del bar.
«No, grazie», dico.
A questo punto potrei far notare che il caffè di ieri mattina era spaventoso; ma ci rinuncio. Il croissant invece è ottimo; e il latte è un latte intero, normale, non Uht.
«Gnà-gnà», dice il ragazzino.
«Vuoi le fette biscottate con la marmellata?», dice la signora.
«Gnàa», dice il ragazzino.
La signora comincia a preparare le fette biscottate.
Il ragazzino gioca con il cucchiaio. Lo sbatte contro il piatto.
«No, Gianni», dice la signora.
«Gnà-gnaaaa», dice il ragazzino.
«Un momento», dice la signora. «Ecco». Porge la fetta biscottata al ragazzino. Il ragazzino smette di giocare con il cucchiaio. Prima di riuscire ad afferrare la fetta biscottata, fa un paio di tentativi a vuoto.
«Attento, adesso», dice la signora.
«Gg-gnà», dice il ragazzino, masticando.
Arriva il ragazzo del bar.
«Che cosa vi porto?», dice.
«Un cappuccino e un succo di frutta», dice la signora.
«Che succo?», dice il ragazzo del bar.
«Pesca, pera, albicocca», dice la signora. «Basta che non siano agrumi».
«Niente latte per lui?», dice il ragazzo del bar indicando col mento il ragazzino.
«No», dice la signora, «lui prende il succo di frutta».
«Gnò», dice il ragazzino.
«Ah, capisco», dice il ragazzo del bar.
Mi domando che cosa avrà capito.
Il ragazzo del bar si allontana.
«Ne vuoi un'altra?», dice la signora.
«Gnè», dice il ragazzino.
«Te la preparo», dice la signora.
«Gne-é-è! Gne-é-è!», dice il ragazzino. Comincia a sbattere il cucchiaio sul tavolo.
«Il succo di frutta arriva adesso», dice la signora. «Non preoccuparti».
Il ragazzino smette di sbattere il cucchiaio.
«Ecco», dice la signora, porgendogli la nuova fetta biscottata. «Sei stato bravo, Gianni, non ti sei sporcato».
Arriva il ragazzo del bar. Posa sul tavolo, dalla parte della signora, la tazza del cappuccino e il bicchiere di succo di frutta.
«Grazie», dice la signora.
«Gnògne», dice il ragazzino, masticando.
«Prego», dice il ragazzo del bar.
Uscendo dalla sala, il ragazzo del bar si ferma davanti alla radio. La accende. Il volume è molto alto. Il ragazzo del bar lo abbassa. Esce dalla sala.
C'è una pubblicità. Un'offerta di lancio di un'automobile Mazda.
Io ho finita la colazione. E non sopporto la radio a quest'ora. Sto per alzarmi.
La pubblicità finisce, comincia subito una canzone italiana. La riconosco, non saprei dire cos'è e chi la canta, è una delle canzoni che si sono sentite quest'estate.
Mi alzo.
Il ragazzino, con mezza fetta biscottata ancora in mano, comincia a cantare la canzone della radio. Canta: «Gnè, gnegnegnegnegnegnè, gnà, gnàaa, gni gnegnegnegnegnegnè, gnà gnàaaa».
Il ragazzino non sa formare una sola parola, ma è intonato. Canta, a quel modo, le strofe e i ritornelli. Io non oso muovermi. Il ragazzo del bar si affaccia alla porta. Guarda la radio, come uno che sta pensando se spegnerla, alzare il volume o non fare niente.
Non fa niente.

Posted by giuliomozzi at 03.10.05 23:05

Comments

Ciao Giulio, spero tu mi permetta di darti del tu, anche se noi due non ci conosciamo. Volevo chiederti una cosa: ma come fai a non stancarti mai di scrivere sempre le solite cose? Nei tuoi diari in Rete, intendo. Non ti viene mai voglia di raccontare qualcosa di diverso, e/o in un modo diverso? Sei un "bravo scrittore", ne hai sicuramente le capacità: però forse non ti interessa farlo. Io credo che, con quello che scrivi, tu susciti nel lettore una domanda: e questo mi va benissimo; non susciti, generalmente, una risposta: e anche questo mi va benissimo; ma che il meccanismo sia sempre molto simile, da due anni a questa parte, mi va già meno bene: perché esaurite le combinazioni rimane solo, per l'appunto, il meccanismo, che nel frattempo è diventato prevedibile, e in cui cambiano solo i personaggi e i luoghi. Almeno questa è l'impressione che ne ricevo io, che sono solo un signor-nessuno-qualsiasi che ha letto molto di quel che hai scritto: del resto, tu certamente hai i tuoi motivi che saranno validi e che non discuto. Con questo non ti voglio fare una critica negativa, ma una critica, quanto più possibile, costruttiva, mossa da sincera stima ed affetto.

Posted by: Filippo Bonaventura at 04.10.05 15:26

Strano, 24 ore e nessun commento realmente attinente a "Canzone". Quando il gioco si fa duro....Il testo dice: "Io non oso muovermi". A muoversi in queste occasioni sono spesso le madri (io lo sono), forse perchè i figli li fanno. A volte in queste scomode situazioni le madri sovvertono l'ordine, creano insomma un pò di scompiglio, perchè sapete cosa osano fare? Toccano! Si avvicinano e toccano, si arrogano il diritto di prendere contatto con l'altra madre, accarezzano il figlio di lei. A volte le madri sanno stupire!

P.S.
Caro Giulio(mi permetto anch'io di darti del tu), qualche giorno fa ho finito di leggere la tua "Felicità terrena". Capita che le mamme si commuovano pure: nel racconto "il bambino morto" ho pianto, senza remore. Le pagine mi davano una calda sensibilità maschile.

Posted by: Monica at 04.10.05 23:38

Caro Filippo: non hai mica torto. Fattostà che m'imbatto, quotidianamente, nel non-funzionamento delle comunicazioni più semplici. E su questo continuo a interrogarmi. (E non ho risposte alle mie interrogazioni). Sicuramente sto difronte a un meccanismo. Confesso che continua a affascinarmi.
Cara Monica: se sei una "mamma sovversiva", non puoi non visitare il sito delle Massaie Improvvide Veronesi: www.massaieveronesi.net.

Posted by: giuliomozzi at 05.10.05 00:52

E immagino che scrivere questi episodi sia un modo per te di capire un po' meglio questi meccanismi, questi non-funzionamenti: o quantomeno un'occasione per poterci riflettere sopra. E ti chiedo, Giulio (mi sembra di stare facendo un'intervista): in che modo scrivere ti aiuta a capire? Che nesso c'è, per te in quanto scrittore, tra lo scrivere e il capire? Perché vedi, per me esiste una relazione tra come si scrivono le cose e quello che la nostra scrittura ci può far capire (mi rendo conto di stare dicendo delle banalità, ma meglio essere chiari).
Io, personalmente, credo esista una Verità unica e medesima per tutti, e che scrivere sia un modo in parte per capirla, e in parte per trasmetterla agli altri. Su questi pensieri mi sto arrovellando ultimamente. Ho anche scritto un pezzo nel mio blog dove parlo di queste cose: cito anche te, en passant, nel mio discorso. Se la cosa ti interessa, questo è l'indirizzo: http://blog.libero.it/isotropico/commenti.php?msgid=427185&id=9480. Mi piacerebbe avere qualche tua considerazione a riguardo, per capirci un po' meglio.
Scusa per i troppi questiti.
Con affetto,
Filippo

Posted by: Filippo Bonaventura at 05.10.05 15:41

tornando al tuo post, giuliomozzi®, e rifacendomi al commento di monica: io non credo sia necessario sovvertire l'ordine, in queste situazioni. sarebbe necessario, invece, cominciare a viverle come se fosse una cosa normalissima. un ragazzino intonato che canta? bravo.
io credo che sia sbagliato vedere la malattia, la diversità, come un tabù. non se ne parla. il ragazzino è spastico? minorato? handicappato? non se ne parla (non dico nel post in oggetto, dico: in generale). uno è ammalato? ha il cancro? non se ne parla. argomenti tabù.
la diversità, la malattia, sono parte della vita di tutti i giorni. quella madre convive con un ragazzino che fa gne gne, e il ragazzino fa gne gne tutti i giorni. è normale. è la loro vita. dobbiamo accettarlo. o imparare ad accettarlo. e magari, invece di accarezzare la testa del bimbo come se fosse una persona da compatire, perchè non accompagnarlo nella canzone tormentone dell'estate? gne gne gne gne pure io.
la cosa più normale è provare pena per il ragazzino o per la madre, forse. io direi che la cosa normale sarebbe considerarli una normalissima coppia madre-figlio.
bho. non so se mi sono spiegata.
a filippo bonaventura. io trovo che la forza della scrittura di mozzi sia la sua scelta di un linguaggio semplice, a tratti pedante, per descrivere situazioni banalissime. eppure. eppure. eppure leggi le sue storielle, e ci pensi su.
credo che sia questa, la letteratura. leggere, e non restare indifferenti.
buona giornata a tutti, s

Posted by: la massaia di avesa at 06.10.05 10:37

il non funzionamento delle comunicazioni semplici non sarà causato da una assenza di "contesto relazionale"? non è un caso che la comunicazione ingrappata che presiede ai tuoi racconti si svolge sempre in non luoghi, in dialoghi con persone che non ti riconoscono (o cui tu non riconosci?) lo statuto di persona con cui relazionarsi? molto spesso in questi brevi rendiconti il tuo è uno sguardo da entomologo. sembra dentro la situazione, in realtà è esterno, anzi guarda dall'alto: è uno sguardo sabotatore. lo sappiamo che in realtà l'osservatore in qualche maniera influenza e modifica il fenomeno che osserva. ma il fenomeno che tu osservi è quello della comunicazione, di cui tu (e per tu intendo la voce narrante, of course) dovresti essere parte attiva. ma siccome sei occupato a osservarla, ti atrai e non fai la tua parte. ergo la comunicazione fallisce... ciò significa che se la osservi per narrarla la comunicazione necessariamente fallisce? e allora la scrittura - lungi dall'essere uno strumento di comprensione - è una delle ragioni dell'incomprensione?

Posted by: paola at 10.10.05 10:45

.. struggente.

Posted by: Giancarlo Tramutoli at 10.10.05 10:54

Cara Paola, credo che le cose stiano in buona parte come tu dici; ma che ci sia una piccola cosa in più.
Cioè: nel momento in cui la comunicazione non è più tra "persone umane che si danno atto reciprocamente di essere tali" ma tra "attori che ricoprono dei ruoli", allora diventa importante l'efficienza degli attori. Al bar della stazione io non pretendo che mi trattino come una persona umana. Trovo delirante l'idea che una persona sia pagata per trattare le altre persone come persone umane; e trovo delirante la pretesa di essere trattati come persone umane in cambio di soldi. Trovo invece del tutto non delirante la pretesa che, a fronte di un pagamento (spesso anticipato), mi venga fornito ciò di cui ho bisogno: che si costruisca, cioè, una relazione puramente operativa nella quale la nostra umanità (la mia, quella della cassiera del bar) non venga messa in discussione.
Non è un caso se, nelle stazioni ferroviarie, evito più che posso di acquistare i biglietti allo sportello. Preferisco le emettitrici automatiche.
Non so se riesco a spiegarmi.

Posted by: giuliomozzi at 11.10.05 11:21

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